«Arrivano i nostri!»

Intervista ad Anna Fiore, presidente Comitato CRI di Taranto

«La gente ci percepisce come un bene comune. Impegno a trecentosessanta gradi, non solo nella sanità. Facciamo parte della Protezione civile, per legge partecipiamo ai Tavoli operativi in Prefettura. Siamo diventati un soggetto privato a livello internazionale per difendere la nostra indipendenza»

Questa settimana per la rubrica Assistenti e assistiti, ospite di web radio, canale youtube e sito di “Costruiamo Insieme” è la professoressa Anna Fiore, presidente del Comitato Croce Rossa Italiana di Taranto.

Nei giorni scorsi, l’incontro con il presidente nazionale della Croce rossa italiana, Francesco Rocca. Cosa è scaturito da questo importante confronto?

«La presenza a Taranto del nostro presidente era inserita all’interno dell’Assemblea nazionale dei giovani della Croce rossa. Ogni anno questi incontri hanno luogo in città diverse, in questa occasione è toccato a Taranto. Abbiamo avuto il privilegio di ospitare questo importante appuntamento avendo presentato un valido programma e un ideale luogo di accoglienza, la Svam, Scuola volontari aeronautica militare. La perfetta riuscita dell’incontro per noi tutti è stato motivo di orgoglio.

Nell’occasione sono scaturiti progetti e strategie dei giovani legati all’attività della Croce rossa. Il nostro comitato ospita molti giovani, essenza dello spirito della Croce rossa: non ci fossero loro, qualsiasi comitato sarebbe da considerare senza futuro».

Ma l’esperienza resta un valore insostituibile.

«Certo, ma non possiamo negare il numero di idee che i nostri giovani avanza in molte occasioni; spunti che assicurano maggiore vitalità alla CRI. Personalmente accolgo sempre favorevolmente i loro progetti, mai per compiacerli, in quanto credo nella loro forza e nelle loro idee».Anna Fiore I GIORNI 3Croce rossa italiana, da quanti anni è impegnata e in cosa consiste questo impegno.

«La nostra istituzione è impegnata sull’intero territorio nazionale da oltre centocinquant’anni. Spaziamo a trecentosessanta gradi, dall’attività sanitaria a quella sociale, proseguendo con l’attenzione rivolta ai giovani, alla comunicazione, al diritto umanitario internazionale e tanto altro ancora.

Con la Legge regionale, la Croce rossa italiana è entrata di diritto nella Protezione civile. Prima prestavamo sostegno, oggi facciamo parte di quelle componenti presenti nel corpo della Protezione civile. In fatto di impegno non cambia molto rispetto al nostro impegno in passato, ma oggi la nostra attività è riconosciuta per legge».

Dunque, obbligati per legge ad intervenire.

«Oggi anche la Croce rossa viene convocata al Tavolo della Prefettura. Abbiamo una sala operativa. Oltre alla massima disponibilità dobbiamo assicurare copertura umanitaria, che in qualsiasi calamità non viene meno».

Anni fa la Croce rossa godeva del sostegno da parte delle istituzioni. Come fa una organizzazione così importante ed articolata a reggersi autonomamente?

«Siamo garantiti dalla Legge 178 del 2012, in cui il presidente della Repubblica – siamo sotto la sua egida – ci riconosce il ruolo di ausiliari nei pubblici poteri insieme con i corpi militari di cui fanno parte le crocerossine. Perché siamo diventati un soggetto privato? Tutte le Croci rosse a livello internazionale sono indipendenti, considerando questo principio alla base del nostro statuto. Lo stesso nostro presidente, Francesco Rocca, ha fortemente voluto dare un indirizzo di indipendenza alla nostra attività».

 Anna Fiore I GIORNI 4

Quante attività svolge sul territorio.

«Come gran parte dei comitati, con mezzi operativi, fra cui quelli sanitari, anche il nostro rientra nelle attività di soccorso del 118; svolgiamo anche attività privata e siamo presenti con unità di strada. Diamo supporto alle famiglie in stato di disagio, che questo sia di carattere economico, ambientale o sociale; supportiamo tutte le Forze armate nella formazione, svolgendo obbligatoriamente – e gratuitamente – corsi di Primo soccorso e di uso del defibrillatore. Fra gli impegni costanti: la formazione degli studenti delle scuole della provincia, del personale delle Amministrazioni e delle aziende».

La relazione con ospedali e presìdi sanitari del territorio. Capita spesso, in caso di necessità, sentire “Chiama la Croce rossa!”. “Arrivano i nostri!”: vi vedono così.

«Nonostante sia privata, la Croce rossa viene percepita come un bene pubblico, questa è una realtà: tutti si sentono confortati nel vedere impegnato un nostro mezzo di soccorso. Del resto, siamo presenti ovunque e quella “croce” di colore rosso è sicuramente identificativa della nostra attività. “Arrivano i nostri!”, è vero, ci vedono così.  Siamo presenti anche nel Pronto soccorso, nell’accoglienza dei pazienti; in Pediatria, dove i nostri giovani intrattengono i piccoli degenti; nell’ospedale di Grottaglie dove ci occupiamo dei lungodegenti».

Alla luce di tutto questo, si può dire che la Croce rossa italiana è una squadra affiatata.

«Ilaria Decimo, presidente regionale, si spende molto affinché il territorio resti unito e porti avanti tutte le attività appena illustrate e quelle che non ho avuto tempo di illustrare. Grazie ai volontari che si sentono costantemente motivati – non sta a me dire quali siano i meriti personali – penso di aver creato quell’insostituibile trait-d’union che ha fatto di Taranto una bella realtà».

Giorgio, un campioncino!

Vince per sbaglio, ma consegna la medaglia all’atleta più brava

Imperdonabile errore della giuria. Rimediano i genitori dei ragazzini. «Mio figlio sa perfettamente cos’è lo sport, ha voluto consegnare personalmente il riconoscimento alla prima classificata», ha detto la mamma del piccolo premiato in un primo momento. «Quel giovanotto ha vinto due volte, un esempio per tutti!», il papà di Chiara, vincitrice legittima.

 Bravo Giorgio! E’ lui il ragazzino cintura nera in arti marziali, che ha rimediato a un inspiegabile errore della giuria che aveva premiato lui piuttosto che una sua coetanea giunta prima ad una manifestazione sportiva svoltasi in provincia di Catania. Più di un grande applauso per il campione in erba che in futuro avrà occasione di affermarsi e convincere anche il più distratto dei giudici. Ma bravi anche i genitori dei piccoli atleti che hanno saputo cogliere spunto da una vicenda che andava complicandosi, ma che, alla fine, è stata risolta con buon senso e generosità. Specie in un clima di festa che invita tutti ad essere più buoni.

Fosse stato un adulto a compiere un gesto simile, non avrebbe fatto notizia. Avrebbe avuto più o meno lo stesso senso che ha, anzi che avrebbe – visto che buone azioni più o meno simili hanno una eco sproporzionata – la consegna di un portafogli con dentro soldi al legittimo proprietario.

Dunque, il piccolo, generoso Giorgio. E’ lui che aveva vinto la medaglia d’oro grazie a un errore dei giudici. E’ stato invece il suo spirito sportivo ad avere avuto la meglio, così ha deciso di consegnare la medaglia alla seconda classificata.

BRAVO, GIOVANOTTO…

Protagonista di questa storia di Natale, si diceva, un giovanissimo atleta, Giorgio Torrisi, dieci anni, cintura nera di karaté. Fatale nel pasticcio finale, un errore della giuria nel calcolo del punteggio. Torrisi, infatti, è stato premiato come vincitore di un torneo svolto volto al PalaCanizzaro di Acicastello, provincia di Catania. Quando il campioncino ha scoperto di non aver realmente vinto la manifestazione nella quale, fra l’altro, si era ben comportato, non ci ha pensato su un solo attimo e ha scelto di consegnare la medaglia d’oro a Carlotta Bartolo, undici anni, arrivata seconda (secondo i calcoli sbagliati della giuria). La storia dall’aspetto romantico, l’ha ricostruita sapientemente l’edizione locale di Repubblica.it.

Settima edizione dell’International Edukarate. In sfida, trecentocinquanta atleti provenienti da tutta la Sicilia. Giorgio Torrisi, catanese, a fine incontri era stato giudicato il primo nella sua categoria. Subito dopo la premiazione, proprio gli stessi genitori del vincitore hanno intuito che c’era qualcosa che non quadrava nei punteggi. «Mio figlio è abituato a vincere – ha raccontato a Chiara, mamma di Giorgio, a Repubblica – ma anche a perdere con umiltà: ho spiegato a Giorgio che c’era stato un errore ed è stato lui stesso a consegnare la medaglia a chi l’aveva vinta».

…BRAVI PAPA’ E MAMMA

«La nostra prima vittoria è questa – ha dichiarato Giuseppe Bartolo, padre di Carlotta e maestro di karaté – trasmettere ai nostri atleti e figli i valori della lealtà: Carlotta ha ottenuto così la sua meritata medaglia, ma il vero vincitore morale della manifestazione è stato il piccolo Giorgio». Una medaglia anche per papà Giuseppe.

In quanto alla giuria, cui nessuno pare abbia prestato particolare attenzione, ad essa ci sentiamo di dare un consiglio: signori giudici, siate meno distratti ed essere concentrati quanto il “vincitore virtuale” e i genitori di vincitori e vinti.

Qualcuno dirà che l’errata corrige sarà scaturita proprio dalle scrivanie di quanti giudicavano le prestazioni sportive dei ragazzi. Aspetto da controllare. Non è che cambi molto, resta il fatto che la distrazione poteva cominciare a costare cara anche a dei ragazzini che avranno tempo per comprendere che la vita a volte ti pone di fronte ad ingiustizie, anche se involontarie. E’ festa, ci piace considerare il bicchiere mezzo pieno: grazie all’errore, abbiamo potuto godere di una pagina da libro “Cuore”. E buon anno a tutti!

«Mai elemosinato!»

Solomon, nigeriano di Benin City

«Non fa parte della mia cultura chiedere danaro senza averlo sudato. Lavoro da meccanico per mettere soldi da parte e tornare a casa, dai miei cari, moglie e quattro figli, e decidere se restare ancora lì o andare via per sempre. Mio padre, accoltellato e morto fra le mie braccia, odiava i prepotenti». 

«Non chiederei mai l’elemosina per strada, nemmeno se fossi assalito dalla fame, proverei qualsiasi altra cosa, offrirei lavoro in cambio di un pezzo di pane, ma ridurmi a stendere la mano per raccogliere qualche euro senza aver faticato, no, questo mai!».

Un anno e mezzo in Italia. La fuga di Solomon dalla Nigeria, una necessità. «Non c’era verso, non potevo più restare lì, a Benin City, capitale dello stato di Edo – racconta quel ragazzone di trentasei anni, quattro fratelli e quattro figli rimasti a casa – nonostante vivessimo in un centro importante, frequenti erano le scorribande di malavitosi, banditi senza scrupoli che ci mettono poco a realizzare che una coltellata – purtroppo – può sistemare tutto, più di qualsiasi discorso…». E da Solomon, fossero stati uno o più assassini, questi si fecero intendere. Con le cattive.

Racconto è agghiacciante. Meglio una breve pausa, torneremo più avanti sull’episodio che ha segnato la vita al nostro amico. «Avevo già perso mia madre – riprende Solomon – una malattia dalle mie parti considerata incurabile, quando i bene informati mi dicono che esistono medicine che fanno miracoli: ma in Nigeria l’assistenza medica è quello che è, insomma non è per tutti e ognuno si cura come può; persi mia madre, grande donna, portava avanti una famiglia di cinque figli, più papà che lavorava sodo, lui faceva il possibile per non farci mancare niente: un brutto giorno anche a lui trovarono un male che non perdona, andava assistito quotidianamente, dovetti rinunciare a diversi giorni di lavoro pur di stargli accanto; non migliorava, anzi, poco per volta le sue condizioni andavano peggiorando; in qualche modo per le cose principali era anche autosufficiente, ma andava assistito: una semplice caduta ne avrebbe complicato lo stato di salute, già evidentemente compromesso…».

SFIDA ALLA PREPOTENZA

Il papà di Solomon, persona di sani princìpi, tanto da averne trasmessi a lui e agli altri quattro fratelli, non tollerava la prepotenza. «Uno di questi episodi – torna a ricordare il nostro amico meccanico – gli costò la vita, a niente servirono le mie parole e quelle dei miei fratelli; non so se papà, nelle condizioni in cui era, preferì sfidare questi delinquenti che chiedevano denaro facendola passare come una richiesta di “prestito”: solite storie, chiedono soldi, insistono con le buone e poi con le cattive, poi non li restituiscono più e guai se provi a ricordarglielo, finisce male…».

Quell’atto di coraggio del genitore in uno stato cagionevole, servì a poco. «Io e i miei fratelli – racconta Solomon – proprio non riuscimmo a dissuaderlo, provò a cacciare quella gentaglia che non agisce mai da sola, tantomeno a mani nude: purtroppo uno degli aggressori pensò che lui e i suoi complici avevano già perso troppo tempo inutilmente e che alla nostra famiglia andava inflitta una lezione severa; sfilò, dunque, un coltello dalla cintola e rifilò un fendente a un fianco di mio padre che si accasciò fra le braccia mie e di un mio fratello». Il primo impulso fu quello di reagire, farci giustizia a mani nude. Ma sarebbe stata una carneficina. Stavolta fu Solomon ad essere convinto che per il suo bene, della moglie e dei suoi figli, degli stessi fratelli, non era il caso di reagire. «Quella giornata si sarebbe trasformata in una mattanza: giurai, però, che a quei quattro delinquenti l’avrei fatta pagare; ma a fuggire, purtroppo, fui io: cominciarono a darmi la caccia, la paura che potessero fare del male ai miei più cari era concreta, quei malviventi non facevano sconti a nessuno, così scappai».

La fuga, l’arrivo in Libia, un lavoro da meccanico. «Ma anche nei campi – puntualizza Solomon – non mi sono mai tirato indietro, ho schiena e spalle robusti, posso fare qualsiasi lavoro pur di raggiungere il mio obiettivo principale: riunirmi alla mia famiglia, riabbracciare mia moglie e i miei figli».

LIBIA, LAVORO DA MECCANICO

Dopo la tragedia e la fuga, al giovane nigeriano tutto sommato, ma proprio tutto sommato, va meglio. «Al contrario di altri miei connazionali e altri fratelli africani, non ho subito ricatti e botte per fare intascare denaro a una delle solite bande che circolano liberamente da quelle parti; ho lavorato, sodo, e messo in tasca soldi sufficienti che mi permettessero di pagare il viaggio per l’Italia».

Prima di imbarcarsi l’ultima mossa prudente. «Non tirai fuori subito il denaro, chiesi prima informazioni, alla fine mi convinsi e raggiunsi la spiaggia, in una mano il denaro che avrei consegnato solo una volta sull’imbarcazione, un barcone che poteva ospitare sì e no trenta, quaranta persone e invece ne aveva imbarcate qualcosa come centocinquanta…». Acqua fino al petto, a spingere quella “bagnarola” verso il mare aperto. «Tenevo i soldi in una mano, li mollai solo una volta a bordo: vedere quell’immensa distesa di acqua faceva un certo effetto, già quella immagine dava un senso di libertà; anche in quell’occasione posso dire che mi andò bene: dopo sette ore, in mare aperto, fummo avvistati da una nave militare italiana che ci raggiunse e invitò a salire a bordo; ci scortò sulla terra ferma, ero in Italia».

L’ultima missione di Solomon. «Una promessa che intendo mantenere: lavorare sodo, mettere da parte i soldi, tornare a casa, per riabbracciare i miei figli – due ragazzi e due ragazze, fra i tre e i sedici anni – e mia moglie, e capire con loro se non sia il caso di lasciare definitivamente la Nigeria in cerca di una vita più umana…».

Facce da Natale

Uno “scatto” e un sorriso, è festa

Al mattino la prima cerimonia. Nel pomeriggio il bis, gli operatori e gli ospiti insieme. Tutti in un album, che sia fotografico o video, poco importa: purché si riparta, come invita il presidente…Natale ragazzi 01Non sono abituati al nostro Natale. E’ come se avessero visto una cometa e pensassero ad un artificio cinematografico. I ragazzi ospiti del Centro di accoglienza di Costruiamo Insieme, per un giorno si vedono proiettati dentro “la festa delle feste”, il Santo Natale. Sorridono tutti, alzano il calice, condividono il momento di gioia, si prestano agli scatti fotografici.

E poi? Poi ci sono i ragazzi, quelli che mentre scatti una foto o cerchi di cogliere un sorriso o una battuta, pubblicizzano il proprio albero nella corsa all’abete più bello, adornato di palline e luci colorate. Anche quest’anno è una bella lotta, anche se dopo qualche giorno dal “via”, c’è chi ha preso il largo a discapito degli altri competitor, che in ritardo si sono seriamente lanciati all’inseguimento di chi guida la classifica aggiornata quotidianamente sul gruppo FB e whatsapp.Natale ragazzi 02I VOLTI, COME CARTOLINE…

Bello, comunque, assistere alle “Facce di Natale”. All’incontro pomeridiano di “Cavallotti”, sorridono tutti, offrono il profilo migliore. Come gli altri, i loro volti circoleranno come fossero una cartolina da inviare a familiari o amici appena conosciuti.

E poi ci sono gli operatori. Educati, di poche parole e molti sorrisi. Perché è questo il loro lavoro: portare al collo il cartellino “Costruiamo Insieme” con tanto di nome, è una bella responsabilità. Devono manifestare in qualsiasi momento il massimo della professionalità. Silvia, Francesca e Federica, per esempio, più esperte nell’attività di operatore, non perdono occasione per fornire ai più giovani qualche elemento in più per svolgere meglio le proprie mansioni all’interno della cooperativa.

Nella rassegna fotografica ci sono finite anche loro. Come nello spot realizzato da chi svolge attività di operatore fotografico e video, e che ha assemblato, come fosse un mosaico da comporre, quanti hanno alzato il calice e brindato al Natale e al nuovo anno che farà il suo ingresso a giorni.Natale ragazzi 03UN SORRISO FRA GLI ALTRI

“Facce da Natale”. Ci fosse una giuria, forse il più votato sarebbe Patrick. Il suo sorriso è contagioso, esprime quel senso di positivo che già il presidente, Nicole, aveva espresso nel discorso di fine anno fra il taglio di un pandoro e un brindisi con spumante secco o dolce, facendo attenzione a non mescolare le due diverse qualità, perché non si sa mai. E via con una nuova porzione di pandoro e sorrisi.

Proviamo a invogliare anche il direttore, “mission impossible”. Rispetto dei ruoli innanzitutto e poi, in realtà, il presidente nel suo breve discorso aveva toccato in breve, ma con perizia chirurgica i punti critici di un lavoro messo quotidianamente a dura prova dagli eventi. “Ripartiamo dal sorriso”, il suo invito. Ed è da qui che intendiamo “costruire insieme” un altro segmento in un percorso sociale importante. Fatto di lavoro, impegnativo e importante, e trasferire a chiunque il messaggio di accoglienza e spiegare sul campo quante e quali siano le professionalità di cui dispone la nostra cooperativa.

«Ripartiamo dal sorriso»

Brindisi e Buon Natale da “Costruiamo Insieme”

Venerdì a spumante, panettone e pandoro. Alle porzioni, generose, il presidente Nicole. Alle bottiglie da stappare, Maurizio, il direttore. A Silvia, tocca il discorso di fine anno, a Patrizia spiegare…una pianta di limone. A Barbara l’organizzazione.Natale 04Cin cin. Non c’è Natale senza un brindisi. Uno di quelli a spumante e panettone, o pandoro, per quanti non amano imbattersi nell’uvetta. Comunque sempre rigorosamente tagliati a fette dal presidente, Nicole, anche quest’anno poche parole e molti auspici. Al direttore, Maurizio, il compito di far saltare il tappo alle bottiglie di spumante disposte sul tavolo delle riunioni. Anche in questo caso, soluzione democratica, bollicine assicurate a quanti amano spumante secco o leggero.

Non si può dire che non ci sia organizzazione. Ci pensa Barbara, anche lei discreta, ma presente in qualsiasi decisione nell’organizzazione degli eventi all’interno e all’esterno della Costruiamo Insieme.Natale 01E poi c’è Silvia Bianco. Anche quando non è al centro del brindisi, perché vuole tenere un profilo discreto, viene posta al centro dell’attenzione. Fra gli operatori più rappresentativi e, ogni anno, tocca a lei interpretare i sentimenti di presidente e direttore e trasferirli ai colleghi; facendosi portavoce, anche in senso inverso, delle emozioni che toccano il cuore degli operatori e quelli degli ospiti.

Venerdì, tarda mattinata e pomeriggio, nella sede di via Cavallotti a Taranto, è stato un bel ritrovarsi. C’erano quasi tutti. I ragazzi slegati da turni e impegno di lavoro, e gli operatori che, invece, dovevano dare continuità all’attività giornaliera.Natale 03SCAMBIO DI AUGURI…

Insomma, festeggiamo con appena un metro di anticipo il Santo Natale, festa molto sentita in direzione dove non mancano sottofondo musica dal sapore natalizio, cellophane e fiocchi che servono a confezionare i “pensieri” da porre sotto l’albero. Come sempre lo scambio dei doni. Ci sono gingilli, ma anche regali che vale la pensa segnalare. Anzi, si segnalano da soli, per originalità, come una pianta di limone ben confezionata. Gli operatori l’hanno acquistata per dare un contributo a una nobile causa, quella di un’associazione di volontariato, ma anche per dare un senso a un Natale che sia di buon auspicio. Stavolta è toccato a Patrizia spiegare quest’ultimo regalo. A lei si è unita Silvia, poi è arrivata Federica e, a seguire, Francesca.

«Questa pianta – hanno detto le ragazze, alle quali si deve la straordinaria intuizione – deve essere accudita e non lasciata in un angolo, come fosse un seme che dà germogli e cresce.Natale 05…DONI E PROPOSITI

Presidente e direttore non hanno parole. Sarebbe una notizia, se non fosse che l’emozione si manifesta con un sorriso e poi con un “grazie”, che potrebbe anche dire poco, ma che nell’occasione dice tutto. «E anche di più», aggiunge il presidente. «Sarebbero molte le cose da dire, ma è da qui, dal fare squadra e fare sistema che dobbiamo ripartire».

Nessun cenno, nemmeno lontano, alla politica. La vita nel CAS prosegue nella massima normalità, con quei guizzi di squadra e di socialità che in via Cavallotti incoraggiano. Far sentire gli ospiti come se fossero a casa, spiegare loro anche attraverso i simboli, come si vivano in Italia e, in particolare, a Taranto, certe ricorrenze. Come è accaduto a Pasqua, come è successo e succederà a Natale. Anche quest’anno in via Cavallotti i ragazzi hanno vissuto il Santo Natale. La banda musicale, i dolci tradizionali, il brindisi, gli auguri. E l’immancabile gara natalizia con la gara per l’albero più bello con le votazioni ai manufatti all’ultimo “like”.

Nel pomeriggio anche i ragazzi hanno voluto brindare, alzare il calice e urlare cin-cin con lo scambio di auguri. Il manifesto di speranza del Natale e di auspicio per un anno migliore, passa dal sorriso di Patrick. Si staglia dal suo volto nero che pare l’ideale di uno spot pubblicitario. E’ incoraggiante quel sorriso. Ripartiamo da qui!Natale 02

«Salvato da una tuta!»

Ivoriano, fuggito dalla Costa d’Avorio, la prigionia, il miracolo

«Non me ne separo nemmeno a Natale. Ero ostaggio di gente priva di scrupoli, un uomo mi scelse per il mio indumento da lavoro. E mi aiutò ad imbarcami. Sogno un’officina per riparare tir e autotreni, e mia madre a contare i soldi…». Storia di Alfa, più di trent’anni, un futuro da meccanico.

«Non mi separo dalla mia tuta da meccanico nemmeno a Natale, mi porta bene, mi ha salvato la vita: lassù qualcuno mi ama!». Alfa, nato in Costa d’Avorio, ragazzone di più di trent’anni, accento francese, in passato ci aveva raccontato la sua fuga avventurosa, anche a tinte drammatiche. «Scappai dal mio Paese – spiegò – nonostante il regime fosse stato ribaltato, chiunque avesse una divisa si sentiva in diritto di dettare legge, dunque se alzavi il capo per dire come la pensavi, le prendevi, fino a quando non ti provocavano ferite sanguinanti: avevo il dolore nel cuore, nonostante il vecchio presidente con la moglie fossero stati condannati per crimini contro l’umanità, non si avvertiva il benché minimo benessere: non c’era via d’uscita, se non la fuga verso quella che per me rappresentava la libertà: allontanarmi dalla mia “Costa d’Avorio”».

Facile a dirsi e, questo, Alfa lo sa. «Se tengo stretta a me la mia tuta da meccanico, non di auto, ma di camion, tir e autotreni, è perché questa mi ha già salvato la vita». Sorride Alfa, la sua vita sembra un film, fra alti e bassi, fatto di palpitazioni sempre più forti. «Il mio lieto fine è stato “Costruiamo Insieme”, il Centro di accoglienza dove una volta arrivato in Italia – avevo quaranta di febbre, mi sentivo morire – sono stato preso in cura e restituito alla vita, al sorriso, oggi posso anche dirlo a voce alta: al sogno; ovunque, lontano da un Paese dove la democrazia è solo sulla carta e dove non mi è vietato sognare».

Ha un sogno Alfa, lo sussurra, quasi si vergognasse. «Trovare un lavoro fisso, impegnativo, fare un po’ di soldi da mettere da parte e tornare a casa, finalmente aprirmi un’attività meccanica e far sedere mia madre dietro una scrivania a contare il denaro…». Puntualizza. «Ripeto questa storia solo perché stiamo parlando di un sogno, come se in un film chiudessi gli occhi e con un colpo di bacchetta magica mi trovassi ad essere titolare di una grande officina».

L’ALBERO E UN SOGNO

Non c’è niente di male. Ma in attesa che il sogno diventi realtà, glielo auguriamo di cuore, magari Alfa la sua “lotteria” la trova sotto un albero di Natale sotto forma di regalo. Tutto può succedere. E non è necessario essere cattolico, posto che l’albero non è strettamente legato alla fede più diffusa in Italia. Ci pensa lui. «Nel mio Paese – spiega Alfa – la maggior parte sono musulmani, più o meno la metà; poi ci sono i cattolici, molti anche loro, ma mai quanti credono nell’Islam: in Italia il Natale è tutto panettone e bollicine, da noi non è festa se non si serve in tavola la carne, simbolo della celebrazione».

Torniamo alla tuta che ha salvato la vita ad Alfa. «Devo fare un passo indietro però – il peggio è passato da quasi due anni, può sorridere mentre ce lo racconta – una volta salutata mamma supero Burkina e Niger, dove mi impegno per un anno in lavori saltuari, ma la prima meta è la Libia; da noi quel Paese era un miraggio, ci sono sempre arrivate notizie incoraggianti, dopo un periodo di incertezze quel Paese dava segnali di rilancio: purtroppo non era proprio così, lo imparai a mie spese; fui afferrato da gente armata fino ai denti e sbattuto in un campo con altri cento come me: disperati, senza un futuro all’orizzonte, casa mia e di quella gente tenuta in ostaggio era diventata quel campo nel quale vivevamo di stenti; di mangiare ogni giorno, nemmeno a parlarne, né a provare a farci capire che eravamo davvero allo stremo, avremmo rischiato di essere picchiati».

«…QUELLO CON LA TUTA!»

La tuta, Alfa ci tiene con il fiato sospeso. «Un giorno arrivò la mia lotteria: un signore, ben vestito, fra quanti erano piegati o raccolti in un angolo, indicò me; non uno qualunque, ma proprio me. Una volta pagato il riscatto ai nostri carcerieri, mi confessò che lo aveva impressionato la mia tuta, la indossavo come se fosse un attrezzo da lavoro e, in effetti, lo era stata davvero; questo signore aveva una specie di autofficina, bene attrezzata e, per giunta, non gli serviva un meccanico per auto – cosa che avrei provato a fare, pur di non tornare indietro nel “villaggio dei dannati” – ma per tir e autotreni, proprio l’attività che svolgevo con una certa pratica già nel mio Paese; lavoravo e mi pagava, io incassavo e mettevo da parte: volevo lasciare la Libia, nonostante il pericolo scampato quella prigionia mi aveva messo paura».

Cinquemila dinari libici l’equivalente di tremila euro, il costo del viaggio per l’Italia. «Per fortuna non fui derubato – conclude Alfa – fu lo stesso uomo che mi aveva salvato e aiutato ad accompagnarmi all’imbarcazione per l’Italia: ai saluti ci abbracciammo, lui stava perdendo un amico e un collaboratore, io un titolare e un uomo degno di grande rispetto; mi imbarcai con quaranta di febbre, avevo paura di un collasso: mare aperto, il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, una nave militare italiana, l’Italia, il ristoro, le cure mediche, cominciava la mia nuova vita».

«Brexit, una sciagura»

Antonio Caprarica, intervista alla “web” di Costruiamo Insieme

Il popolare giornalista Rai condivide il nostro punto di vista espresso nel Domenicale. Inghilterra, il fascino di un Impero e la scelta non condivisa dell’abbandono dell’UE. Il corrispondente da Londra, dice la sua. E parla di libri, Salento, “Didone ed Enea”, uno spettacolo che tocca Lecce, Taranto e Grottaglie.

«La Gran Bretagna fuori dall’Unione europea, una sciagura per tutti». Antonio Caprarica, volto popolare della Rai e da decine di anni corrispondente da Londra, è in perfetta sintonia con quanto scritto da noi non più di tre giorni fa, quanto abbiamo riportato  in un nostro “Domenicale” proprio in riferimento alla Brexit, quanto cioè comporta nel bene, poco forse, e nel male, tanto, l’uscita dell’“Impero Britannico” dall’Europa. L’Inghilterra e gli Stati ad essa collegati hanno deciso di non fare squadra, aiutare i più deboli a riposizionarsi nell’economia non solo europea. E’ deciso, gli inglesi sono un popolo a sé stante. Ce ne faremo una ragione, lavoreremo anche per loro.

Dunque, Antonio Caprarica, noto giornalista televisivo. Soprattutto popolare per i suoi eleganti reportage da Londra, si apre con il nostro sito. Rilascia una intervista, come si dice in gergo, a tutto tondo. Il suo ultimo libro, l’opera “Didone ed Enea” una produzione patrocinata dall’ICO Magna Grecia con la direzione artistica del maestro Piero Romano, nella quale sarà voce narrante nei teatri di Lecce, Taranto e Grottaglie, il suo Salento e la sua Inghilterra, considerando che si sente metà e metà: metà salentino e metà inglese.

 «…Ma andiamo per ordine. Sulle assi del palcoscenico in questi giorni sto portando “Didone ed Enea”, un progetto elaborato con il maestro Andrea Crastolla per la regia di Antonio Petris: un’orchestra, un coro, cantanti bravi; tocchiamo Lecce, Taranto e Grottaglie; libri: credo di avere una produzione abbastanza fissa, pubblico mediamente un libro ogni anno. Spesso ho una crisi da sovrapproduzione, tanto che a volte di libri ne pubblico anche due in un anno; sto lavorando ancora a una seconda parte di questa Saga vittoriana, un tentativo di tornare sì alle radici della famiglia reale, ma anche alle stesse radici di un Impero che oggi ha spinto la Gran Bretagna a un passo così grave come l’abbandono dell’Unione europea».

LA NOSTRA TERRA…

Didone ed Enea”, incursioni all’interno dell’opera. In cosa consiste. Come se facesse endorsement a un’opera, un territorio. «L’opera si promuove da sola, ma se mi tiraste per la giacchetta, come se dovessi confezionare uno spot pubblicitario, direi: seguite la grande musica per scoprire i segreti del Salento. La grande musica di un inglese geniale, Henry Purcell, del Seicento per di più: esistono tanti buoni motivi per suscitare la curiosità del pubblico».

Il suo ultimo libro, è da queste parti per “Didone ed Enea”, ma anche per parlare del suo ultimo libro: “La regina imperatrice – Intrighi, delitti, passioni alla corte di Victoria”. «E’ un ritorno, ma avevo proprio voglia di arricchire una ricerca storica attorno a un personaggio straordinario come la regina Vittoria, attribuire quei tratti appassionanti che una donna di grande fascino può avere. Il romanzo, ricordo che di componimento narrativo si tratta, torna utile perché consente una libertà di immaginazione che, naturalmente, un saggio storico non permette».

Salentino di Lecce, ci spiega cosa le è rimasto di una terra, la sua, che non ha dimenticato. «Forse quella specie di inquietudine che abbiamo noi, gente di mare e di terra salentina; la curiosità, la spinta di andare in giro per il mondo. Ovunque io vada, in giro per il mondo, un salentino lo trovo sempre. Siamo eredi di navigatori e marinai».

UN PO’ INGLESE, UN PO’ NO…

Della vita in Inghilterra come corrispondente, Caprarica ha scritto nei suoi libri. Fra i titoli “Intramontabile Elisabetta” e “Dio ci salvi dagli inglesi…o no?”. Sentiamo cosa ha insegnato quel Paese al giornalista, oltre a classe, eleganza e puntualità. «Certamente il rispetto delle cose e degli altri, dell’ambiente che non va sporcato con cartacce gettate a terra e, soprattutto, il senso di comunità, la specifica tradizione e l’abitudine nel considerare la storia collettiva di un Paese come patrimonio comune da salvaguardare».

Torniamo a due elementi di ordine pratico. Quanto ama il suo lavoro e il suo Salento. «Al primo punto di domanda rispondono i cinquant’anni di professione; per ciò che riguarda il Salento, bene, il fatto stesso che dopo cinquant’anni amo questa terra con l’affetto che avevo fin da ragazzino innamorato delle nostre polpette, la dice tutta…».

E per finire, una provocazione non tanto sottile, non tanto originale: quanto si sente inglese, quanto salentino. «Fifty-fifty. Cinquanta e cinquanta…».

Bye-bye Inghilterra

Brexit, Gran Bretagna fuori dall’Unione europea

Dopo un primo accordo con l’UE, si attende il responso del Parlamento. Ripercussioni non indifferenti sul potere d’acquisto della sterlina, che in Borsa rimedia uno scivolone dopo l’altro. Cambia perfino il calcio più ricco del mondo. Per non parlare della fine della libera circolazione, ora ci vorranno viste e passaporto.

Maggioranza assoluta per i Conservatori e tanti saluti all’Europa. L’accordo sulla Brexit negoziato a Bruxelles ora attende l’approvazione del Parlamento, con il premier che sta accelerando le pratiche previste per l’approvazione definitiva per gennaio.

Londra esce dall’Unione europea a fine anno secondo quell’accordo già concordato, che intanto garantisce i diritti acquisiti dei cittadini europei. Per chi già vive e lavora in Inghilterra nessun cambiamento. Cambiano le cose, invece, per l’Irlanda del Nord, soggetta a un regime diverso rispetto al resto della Gran Bretagna, per evitare il ritorno a un confine rigido con la Repubblica d’Irlanda a Sud: l’Irlanda del Nord rimarrà legata al sistema doganale europeo e al mercato unico, mentre il resto della Gran Bretagna ne sarà fuori.

Ma vediamo cosa accade nel campo dell’immigrazione. Con la Brexit finisce il regime di libera circolazione con l’Europa. Londra attuerà una politica che avvantaggia i lavoratori qualificati rispetto ai “non qualificati” (baristi, camerieri, parrucchieri, per indicare alcune categorie). Questi ultimi dovranno avere già un contratto prima di partire per l’Inghilterra e potranno fermarsi solo per breve tempo (pare non più di un anno), senza poter maturare il diritto alla residenza. Diverso per medici e docenti, che potranno ottenere visti di lavoro più lunghi (forse cinque anni) e acquisire la residenza permanente. Novità anche per i turisti: per loro passaporto e visto elettronico.

E veniamo a un altro aspetto, che avrà sicuramente una eco più popolare: il calcio. Nato in Inghilterra, è lo sport più famoso e praticato nel mondo. Dunque, Brexit e calcio. Con l’uscita della Gran Bretagna dalla UE le conseguenze sulla Premier League inglese rischiano di essere enormi. Prima di conoscere nuovi scenari e regolamenti, però, bisognerà attendere una serie di passaggi e, in particolare, la formazione del nuovo governo che dovrà dialogare con gli organi calcistici come la federazione inglese e quella internazionale.

Ma i primi risvolti sono palpabili. Il crollo della sterlina registrato dalla Borsa ha avuto subito effetti sul potere d’acquisto delle società e, soprattutto, sul valore dei calciatori esterni all’Unione europea e che, comunque, militano nelle competizioni britanniche (oltre trecento i calciatori extracomunitari), in leggero calo, rispetto ai tesserati nel resto delle squadre dell’Unione europea, un numero in costante crescita.

E non dimentichiamo che molti calciatori fuori dal Regno Unito potrebbero pensarci due volte prima di trasferirsi in un Paese che ha tagliato i ponti con il resto dell’Europa. Va ricordato, infatti, che con il regolamento vigente in GB le norme sugli extracomunitari sono legate ad una determinata percentuale sulle presenze nelle competizioni internazionali. Per avere un permesso di lavoro in Inghilterra un giocatore extracomunitario deve aver giocato nei ventiquattro mesi precedenti al trasferimento.

Potrebbe esserci un vantaggio per i presidenti italiani, quello per esempio di ottenere uno sconto sui nuovi “stranieri” della Premier League mentre il nuovo cambio di rotta (quasi) consiglierebbe ai direttori sportivi a scartare dal tavolo degli affari le società britanniche dopo il calo della sterlina. Per farla breve:  alla Juventus, in futuro, potrebbe convenire la cessione del cartellino di un suo calciatore a un Barcellona piuttosto che a un Liverpool.

Altro passaggio delicato, nella Brexit, riguarderebbe il divieto dei trasferimenti dei giovanissimi tra i 16 e 18 anni ancora senza contratto professionistico all’interno dell’UE. Con la Brexit i club britannici non potranno più strappare alla concorrenza i giovani dei vivai europei.

Un quadro complicato, se parliamo di calcio, che poi è la lingua che parlano in milioni in tutta Europa. Detto dei campioni della sfera, prestiamo attenzione, ora, alla sterlina e alla Borsa. Una ripercussione sul calcio britannico diventato il più ricco in assoluto, sarebbe solo un risvolto rispetto a quello che potrebbe registrare l’economia inglese in un prossimo futuro, anche se non è esclusa un’onda lunga che potrebbe abbattersi, in una sorta di effetto-domino, sul resto dei mercati internazionali.

«Un piccolo aiuto»

Natale in Africa, fra gioie e problemi

«Un momento di preghiera e riflessione. Ognuno festeggia come può, nel massimo rispetto. E quando c’è un sorriso sincero è sempre festa!». I nostri ragazzi, le abitudini, alberi e addobbi, tradizioni e canti, ognuno ha i suoi riti. Sempre condivisi, anche se la fede religiosa è diversa.

La scorsa settimana ci siamo lasciati con un pugno di amici transitati da “Costruiamo insieme”: Haroon, Samuel, Ali, Sambou, Michael e Lamine. Ragazzi che hanno vissuto o vivono la città con il massimo rispetto. Qualcuno di loro è musulmano, ma festeggia il Natale secondo tempi e modi nostri. «Solo il fatto di vedere gente con il cuore che si riempie di gioia, scatena una festa!». I ragazzi con la cooperativa nel cuore, fanno squadra. E’ la loro interpretazione di un sentimento popolare, qui, in Italia. Certo, il taglio evidentemente commerciale fa della nostra Festa dell’anno, la natività, un evento appena più piccolo, a causa di quell’aspetto consumistico che negli anni la cosiddetta società civile ha riservato a un sentimento religioso. Ma tant’è, si dice. Forse oggi c’è il bisogno di promuovere l’aspetto legato ai regali. Il nostro territorio ha bisogno di agitare un po’ di economia. Ma questa è un’altra storia.

E dopo la prima parte, ecco la seconda. Scrivevamo del natale in Africa e in alcuni Paesi del medio Oriente. Di come in quelle terre, basta poco per essere felici in questi giorni. Di come il gesto, più che un regalo, venga apprezzato più di ogni cosa. Basta il gesto, infatti, avevamo scritto.

Dunque, dopo la Santa messa, i cristiani africani festeggiano il pranzo di Natale con amici e parenti. In Sud Africa, le famiglie comunemente si riuniscono per un barbecue (braai) o ricordano le proprie origini coloniali britanniche con un pasto tradizionale a base di tacchino, prosciutto affumicato e tortini di carne macinata.  In Ghana, il pranzo di Natale non è completo senza il fufu e la zuppa di okra, mentre in Liberia non possono mancare riso, manzo e crackers.

Sempre secondo quanto appreso dai ragazzi e dagli scritti degli stessi ragazzi o, comunque, da chi in quei Paesi ci è stato davevro, la storia del Cristianesimo in Africa risale al Primo secolo. E’ da allora, che tutti i missionari arrivati sul posto si rendono conto di quanto le popolazioni africane siano profondamente spirituali. Partecipare alla Santa messa di Natale è solitamente il centro delle festività natalizie. Lo stesso vale per i canti sacri e, talvolta, le danze celebrative.

BUON NATALE, SI DICE…

In Malawi, gruppetti di bambini vanno di porta in porta per ballare e cantare canzoni di Natale vestiti di gonnelloni di foglie, accompagnando i loro canti con strumenti musicali fatti in casa, chiedendo in cambio qualsiasi cosa.

«Le comunità cristiane dell’Africa – spiegano i ragazzi – decorano  le vetrine di negozi, chiese e le proprie case; a Nirobi si decorano le vetrine con neve finta. In Ghana, le palme vengono decorate con candele accese, mentre in Liberia con piccoli campanelli».

Come si dice “Buon Natale” in Africa? «In eritreo e in tigrino, buon Natale si dice “Rehus-Beal-Ledeats” ; in Zimbabwe, il Natale si chiama Kisimusi; in afrikaans, “Buon Natale” si dice “Gesëende Kersfees”». Sembra più “scandinavo” che africano, ma i nostri amici, confermano: è proprio “africano”. In Africa, ne abbiamo scritto spesso, esistono centinaia di lingue e dialetti diversi. Ognuno ha il suo modo specifico di augurare Buon Natale. Se la forma cambia, il significato resta lo stesso.

Cosa si fa a Natale, lo avevamo accennato già la volta scorsa. Questo dipende molto dal Paese africano in cui uno si trova. Di solito, il Natale in Africa coincide con il periodo della raccolta del cacao. Quindi, in molti Paesi africani non si festeggia il 25 dicembre ma il 7 gennaio, secondo il rito della Chiesa copta ortodossa. «Per Natale, tutti i lavoratori tornano alle loro famiglie, mentre i giovani girano per strada intonando canti natalizi; nei Paesi di religione cristiana, Ghana e Kenya, per esempio, il Natale si celebra seguendo le funzioni religiose comandate».

PALME ADDOBBATE

L’albero di Natale è uno dei simboli di questo periodo. Ma, per ovvi motivi legati al clima, trovare un abete non è proprio facile, tanto che in alcuni Stati, come la Liberia, si ripiega sull’addobbo di palme.

Cosa mangiano in Africa a Natale. «Cambia da un Paese all’altro: pranzo e cena di Natale prevedono zuppa di pane e carne, arrosto di capra, riso e pasta di patate, stufato di pollo…». Nei Paesi cosiddetti “occidentalizzati” è, invece, più facile trovare una tavola imbandita con tacchino arrosto, maialino da latte, uva passa, verdure.

Curiosità. «Il Natale in Sudafrica cade in piena estate, così i sudafricani lo passano in spiaggia, nuotando nell’Oceano, mangiando, cantando e divertendosi per tutta la giornata; mentre qui fa freddo, nel continente africano fa caldo anche a dicembre».

Detto delle singole tradizioni, «Il Natale, in Africa, è un momento per dimenticare, anche solo per un giorno, una serie di problemi purtroppo ancora grandi: fame, diritto all’istruzione negato, precarie condizioni igieniche, disuguaglianze di genere…», solo per elencarne qualcuno. Ma, forse, il Natale può essere il momento giusto per cominciare a fare qualcosa per i Paesi che hanno bisogno di un gesto di aiuto. E le associazioni serie sono tante, basta cercare su internet e farsi guidare dal cuore. C’è una canzone dei Pooh, “C’è bisogno di un piccolo aiuto”: provate ad ascoltarla. E «Buon Natale da noi tutti!».

«Impegno costante»

Intervista al dott. Emilio Serlenga, Centro trasfusionale SS. Annunziata

«Lavoriamo a stretto contatto con Ematologia e le associazioni del territorio. L’importanza di interfacciarsi con l’Admo. Taranto soffre, ma reagisce a epatite, talassemia e patologie neoplastiche»

 Ospite gradito della rubrica “Assistenti e assistiti” a cura della Cooperativa Costruiamo Insieme, il dott. Emilio Serlenga, direttore del Centro trasfusionale dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto.

Qual è l’attività principale del suo reparto?

«Il Centro è un reparto  importante per la sua attività svolta a trecentosessanta gradi in quanto rivolta a svariate tipologie di utenza; oltre alla normale raccolta di sangue, infatti, è nostro compito garantire anche la sua erogazione. E’ nostro impegno collaborare con i reparti di trapianto di midollo, nello specifico con quello di Ematologia – diretto dal dott. Patrizio Mazza – per ciò che attiene il prelievo di cellule staminali da sangue periferico; e, ancora, a seguito delle ultime delibere regionali, siamo diventati polo di reclutamento per il prelievo di sangue per la tipizzazione di midollo osseo, oltre ad essere fortemente coinvolti in tutte le procedure previste per il risparmio del sangue».

Il rapporto fra sangue donato e sangue richiesto?

«Nonostante gli sforzi compiuti insieme con le associazioni di volontariato, in Italia, e nello specifico al Sud, esiste una sottile distanza fra quantità di sangue donato e quantità richiesta per le trasfusioni. Su richiesta a livello nazionale, il Centro trasfusionale ha, inoltre, l’obbligo  di impegnarsi nella fornitura di plasma da scomposizione del sangue intero e da  aferesi per la trasformazione industriale in plasmaderivati, ancora oggi fortemente carenti nelle regioni del Sud.  Ciò si ripercuote sul risparmio nel Sistema sanitario, obbligato ad acquistare all’estero quel plasma non prodotto attraverso la donazione. Detto questo, lo stesso direttore del Centro nazionale sangue, ildott. Giancarlo Maria Liumbruno, ha dichiarato che nel 2017 l’Italia ha risparmiato qualcosa come un miliardo di euro nell’approvvigionamento di plasmaderivati rispetto all’anno precedente grazie all’incremento della produzione di plasma da donazione, dato che rende l’idea sulle cifre che circolano nel settore».SerlengaLa mole di lavoro fra personale medico e paramedico.

«Con l’aiuto delle diverse associazioni che ci sostengono, preleviamo almeno ventimila unità di sangue: il problema è che ne eroghiamo quasi altrettanto; consideriamo, inoltre, che fra il sangue prelevato e quello effettivamente a disposizione, c’è sempre uno scarto legato alle eliminazioni di unità per la loro non idoneità, per problematiche spesso legate al nostro territorio: la Puglia, infatti, è una delle regioni con un numero elevato ancora oggi di portatori sani di epatite B ed epatite C. Corriamo, insomma, il rischio di annullare per positività – in quanto esistono donatori nuovi – un gran numero di unità prelevate che avrebbero dovuto essere, invece, disponibili per le trasfusioni. Taranto, inoltre, ha un elevato numero di pazienti che hanno la  talassemia – trasfusione dipendente – che richiede un quantitativo di sangue pari al 20-25% del sangue prelevato; con questi numeri andiamo spesso in difficoltà, ma non nascondiamo che il nostro obiettivo è diventare totalmente autonomi».

Puglia, si soffre di epatite B e C, da cosa dipenderebbe?

«E’ una condizione preesistente alla Medicina trasfusionale; dal punto di vista epidemiologico, la percentuale di casi di epatite B e C in Puglia, e in gran parte del Sud Italia, è notevolmente superiore rispetto all’Italia in generale, a sua volta superiore rispetto agli altri Paesi europei».

Cosa si è fatto nel frattempo. 

«In Italia, il test diagnostico di epatite C è stato introdotto nel 1990, mentre in Inghilterra per fare un confronto la stessa prova d’esame è diventata obbligatoria solo qualche anno fa. Da noi il problema andava gestito con una diagnostica accurata, mentre in Inghilterra questa necessità non era ancora considerata: per gli inglesi, oggi, questa prassi è diventata necessaria anche in seguito ai flussi migratori, storicamente importanti, anche dalla stessa Europa verso il loro Paese».
Serlenga 3La domanda di trasfusioni a Taranto rispetto alla media nazionale.

«E’ complicato parlare di “domanda” a livello locale. Non esiste un indicatore certo: si può, infatti, avere una richiesta minima di sangue a Taranto e, allo stesso tempo, una domanda di ricovero di pazienti con la stessa necessità, ma provenienti dal resto della Puglia. Per quanto riguarda i pazienti tarantini, però, possiamo dire che il numero di richieste è sostanzialmente nella media nazionale, forse con appena qualche punto sopra, avendo il reparto di Ematologia molto impegnato; il Pronto soccorso, per esempio, è chiamato a far fronte a un elevato numero di incidenti stradali. E infine, ma non ultime, le problematiche ambientali: queste costringono i pazienti con patologie neoplastiche, non ematologiche, a subire terapie fortemente invasive, debilitanti, che spesso necessitano un supporto trasfusionale».

Utenza, rapporto con le associazioni di volontariato del territorio e timori da sfatare a proposito dei prelievi.

«Da quando sono a Taranto, ho sempre trovato un punto di contatto con le associazioni. Attivate positivamente nel rapporto con i giovani, le stesse si sono aperte anche all’interlocuzione con l’associazione Admo, essendo Taranto una delle città più attive in campo nazionale per la tipizzazione del midollo osseo. Abbiamo tutti lo stesso obiettivo: contare su donatori in buona salute, per quanti, meno fortunati, potranno giovarsi del loro gesto di solidarietà. Un donatore in buona salute diventa un esempio positivo per gli altri. Ancora oggi, però, abbiamo un rapporto popolazione/donatori inferiore rispetto alla media. Ribaltare il trend negativo è possibile solo con una collaborazione onesta e sincera. E nelle associazioni del territorio sono riuscito a trovare interlocutori seri».