Siamo entrati nel vivo della campagna elettorale e, come da sempre siamo abituati a sentire, uno dei temi centrali del dibattito fra i diversi schieramenti è il lavoro.
Certo, se le promesse che sentiremo elargire fino al 4 marzo incidessero sulla crescita del prodotto interno lordo l’Italia azzererebbe il debito pubblico. Ma così non è, come non è nostra intenzione entrare nel merito della campagna elettorale in corso.
Ci diletteremo, piuttosto, a guardare le cose da un altro punto di vista cominciando da questo domenicale che vi propone la lettura di un articolo di Martin Caparròs che potrà sembrare una provocazione ma, di fatto, è una semplice approfondita riflessione sul mondo del lavoro nella quale molti riconosceranno la propria dimensione.
Buona lettura.
“La scomparsa del fine settimana”
Martín Caparrós, giornalista e scrittore
Il fine settimana è un’invenzione recente. La settimana no: il fatto che esista e che duri sette giorni è il risultato di un errore babilonese. Quegli iracheni credevano che fossero sette i pianeti esistenti, e che ognuno di loro definisse un giorno di quella settimana che decisero di inventare.
Per migliaia di anni chi doveva lavorare lo faceva per sei giorni, e semmai riposava il giorno del signore. Ma all’inizio dell’ottocento i padroni delle fabbriche inglesi, stanchi che gli operai si assentassero tutti i lunedì per colpa della sbronza domenicale, gli offrirono di staccare il sabato a mezzogiorno, bere, riposarsi la domenica e tornare in fabbrica il lunedì mattina presto: inventarono il “sabato inglese”.
Nonostante ciò, gli orari di lavoro restavano eterni: gli operai dei paesi ricchi continuarono a battersi per ottenere un po’ più di vita. Nel 1926 Henry Ford introdusse nelle sue fabbriche la settimana lavorativa di cinque giorni: non solo compiaceva e stimolava i suoi dipendenti, ma gli lasciava anche più tempo per consumare, perché gli operai si stavano trasformando in consumatori. Poco dopo, la crisi del 1929 portò un’ondata di disoccupazione, e meno ore di lavoro a testa significarono un po’ più di lavoro per tutti. La settimana lavorativa di quaranta ore divenne, paese dopo paese, la norma.
A chi come me ha più di trent’anni e meno di cento il fine settimana di due giorni sembra la cosa più naturale del mondo. C’erano tempi in cui era inviolabile. Soprattutto in Europa, il fine settimana era rigido: una ventina di anni fa, a Parigi, Monaco o Stoccolma era molto difficile trovare una libreria o un calzolaio aperti. Funzionavano solo i servizi pubblici: i trasporti, i luoghi di svago, i servizi sanitari, la polizia. Ora non è più così: si è imposto il modello americano, in cui il fine settimana è un momento per comprare, e ciò comporta che ci siano milioni di persone occupate a vendere.
Ma anche così le differenze per un po’ si sono mantenute: quei lavoratori accettavano di lavorare durante giornate speciali, che erano un’eccezione e di solito erano pagate a parte. Il grande cambiamento è che adesso i confini tra lavoro e tempo libero sono sempre più labili. Ci sono sempre più persone che lavorano sempre e ovunque. Alcuni di noi lo fanno perché ci piace quello che facciamo, altri perché sono troppo preoccupati da quello che fanno, molti per una sapiente combinazione di entrambe le cose.
Aiuta lavorare da casa (e quindi la mancanza di un limite spaziale tra il tempo libero e il lavoro) e che i dispositivi mobili facciano sì che, anche per quelli che hanno orari e uffici, il lavoro li segua ovunque vadano. In un’epoca in cui un lavoro non è visto come un peso ma come un privilegio, ci si aspetta che quelli che ne hanno uno se ne prendano cura mantenendosi disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, o quasi.
L’entusiasmo di avere tempo a disposizione per se stessi, blindato contro qualsiasi meccanismo di mercato, non va più di moda. Ma, come si suol dire, non tutto il male viene per nuocere. C’è una cosa che i dottori chiamano “effetto weekend”: i pazienti ricoverati durante il fine settimana muoiono un dieci per cento in più di quelli ricoverati durante i giorni feriali. Non si sa né come né perché, ma succede.
Quindi forse la progressiva scomparsa del fine settimana avrà uno di quegli effetti secondari che nessuno calcola, e queste persone non moriranno più. Forse senza fine settimana saremo tutti immortali. O, chissà, forse succederà esattamente il contrario.
(Questo articolo è stato pubblicato su El País).

«Un casino!». Guerra, persecuzioni, fame, fuga. Tutto questo, per Abraham è un «casino!». E’ una delle prime espressioni che ha imparato non appena è sbarcato in Italia. Per spiegare la crisi dalla quale è scappati e i contrattempi fisiologici che ha trovato per inserirsi possibilmente in un diverso tessuto sociale, non trova di meglio che questa breve frase. «Un casino!». E quando le cose vanno ancora peggio, come lo stesso Abraham, nigeriano di trentatré anni, ci racconta, la frase, essenziale, che racconta tutto questo disagio, si arricchisce di un solo aggettivo, giusto per rendere meglio l’idea: «…un gran casino!».

Promuovere vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore. Tra queste dimensioni va riconosciuto il giusto valore alla dimensione religiosa, garantendo a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professione e pratica religiosa. Molti migranti e rifugiati hanno competenze che vanno adeguatamente certificate e valorizzate. Siccome «il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i popoli», incoraggio a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati, garantendo a tutti – compresi i richiedenti asilo – la possibilità di lavorare, percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva e un’informazione adeguata nelle loro lingue originali. Nel caso di minori migranti, il loro coinvolgimento in attività lavorative richiede di essere regolamentato in modo da prevenire abusi e minacce alla loro normale crescita. Nel 2006 Benedetto XVI sottolineava come nel contesto migratorio la famiglia sia «luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori». La sua integrità va sempre promossa, favorendo il ricongiungimento familiare – con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti –, senza mai farlo dipendere da requisiti economici. Nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di disabilità, vanno assicurate maggiori attenzioni e supporti. Pur considerando encomiabili gli sforzi fin qui profusi da molti paesi in termini di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria, auspico che nella distribuzione di tali aiuti si considerino i bisogni (ad esempio l’assistenza medica e sociale e l’educazione) dei paesi in via di sviluppo che ricevono ingenti flussi di rifugiati e migranti e, parimenti, si includano tra i destinatari le comunità locali in situazione di deprivazione materiale e vulnerabilità.
«A casa mia, un tempo, la mia vita era tutta studio e campo di calcio, quel rettangolo che riuscivamo a mettere insieme, spesso con quattro canne di bambù a delimitare le porte in un rettangolo di gioco, spesso improvvisato…». Poi qualcosa, nella vita di Lanssana, senegalese di Dakar, diciannove anni, da un anno e quattro mesi in Italia, cambia. In Senegal, relaziona Amnesty international, i politici limitano diritti e libertà d’espressione. Carceri sovraffollate per chiunque manifesti un’idea bollata in quanto non in linea con il governo. Poliziotti impuniti, nonostante uccidano senza motivo. Questo il quadro che si presenta agli occhi del giovane. Un dramma familiare. «Mio padre viene a mancare – ricorda – con la sua scomparsa anche il sostegno alla famiglia che, comunque, di sacrifici anche fino a quel momento, ne aveva fatti: due anni di studi, nella scuola superiore, frequentata in quel momento sono costretto a cestinarli, non abbiamo più soldi per completare il mio ciclo di studi; del resto, devo spendermi per la famiglia, dare il mio contributo, anche se modesto: mi cimento in lavoretti, mercatini, mi invento qualsiasi cosa».
Cantieri “Costruiamo Insieme”. C’è la web radio, l’ultimo progetto fortemente voluto dalla cooperativa. Cominciano i lavori, dunque. Come a dire, «per noi l’integrazione è una cosa seria, passa attraverso qualsiasi strumento che possa dare voce ai nostri ragazzi». 





