«Puglia, la grande bellezza»

G7, nella nostra regione le primedonne in giro fra ulivi, ceramiche e trulli

«Forse qualcuno s’era fatto un’idea sbagliata di questi luoghi, ebbene, tornerà a casa con un’altra idea». Occasione importante per promuovere le straordinarie bellezze del nostro territorio. Prima tappa ufficiale a Grottaglie, poi Alberobello e Martina Franca. Viaggio a bordo di un treno storico. Una settantina le persone hanno compiuto il giro turistico

 

«Devo fare i complimenti a tutti i pugliesi, sono stati molto oltre l’altezza del compito e penso che questa fosse la risposta migliore ai soliti pregiudizi letti sulla stampa internazionale, qualcuno può essere arrivato con un’idea e tutti sono andati via con un’altra idea». Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza conclusiva del G7, forse alludendo – senza mandarle a dire – a un servizio realizzato nei giorni scorsi dalla Cnn che aveva programmato servizio sul G7 e i luoghi che avrebbero accolto il summit con il discutibile titolo “Mafia style”.

Ancora spiccioli e a breve, fine del G7, l’incontro del gruppo che riunisce insieme i Capi di stato e di Governo dei sette Paesi più industrializzati al mondo. Cala il sipario su Borgo Egnazia, lussuosa location di Savelletri di Fasano, che in questi giorni da giovedì13 a sabato 15 giugno ha ospitato incontri blindati ai quali hanno partecipato oltre alla Meloni, anche Biden e Macron.

 

 

SIGNORE, SIGNORI, ECCO A VOI…

Mentre i grandi si affrontavano su temi politici delicatissimi le loro rispettive signore (e signori) si sono lanciate alla scoperta delle bellezze pugliesi. Assenti giustificate, Jill Biden a Brigitte Macron. Per la Puglia, inutile nasconderlo, considerando che per settimane se ne è parlato e scritto ovunque, è stata anche un’occasione importante per promuovere le straordinarie bellezze del nostro territorio.

Per le signore è stato allestito un programma di visite iniziato giovedì all’uliveto millenario di Fortezza di Pettolechia e proseguito il giorno dopo con visite a Grottaglie, Alberobello e Martina Franca. Il viaggio è stato realizzato a bordo di un treno storico. Una settantina le persone hanno compiuto il giro turistico. Fra queste, il first gentleman Heiko von der Leyen, la moglie del presidente del Consiglio Ue Michel Amèlie Derbaudrenghien, la moglie del cancelliere tedesco Scholz Britta Ernst, Ritu Banga (moglie del presidente della Banca Mondiale) e Yuko Kishida, moglie del premier giapponese Kishida.

 

 

GROTTAGLIE, PRIMA

Considerando “giro di prova”, la visita all’Uliveto millenario, la prima tappa del tour programmata venerdì, è stata il Quartiere delle ceramiche di Grottaglie, provincia di Taranto. Visita nella bottega artigiana storica, quella di Nicola Fasano, e Casa Vestita. Immancabile un omaggio per gli ospiti: un piatto in ceramica con loro volto e il loro nome, e un “pumo”, altra realizzazione di ceramica artigianale (un bocciolo di rosa pronto a sbocciare, a rappresentare nascita, prosperità e felicità).

Poi una passeggiata tra i trulli nel centro storico di Alberobello. Breve pit-stop, come definiscono una pausa gli appassionati di Formula 1, posto che il convoglio in movimento poteva a giusta ragione essere considerato una “fuoriserie”. Pranzo nel Borgo antico, nell’invitante menù, le eccellenze enogastronomiche pugliesi servite nel rinomato ristorante “Casanova”. Per gli ospiti, “voci” raramente viste e assaporate tutte insieme: salumi, burrate, focaccia, gnocchi di pane e olive, timballo di cicoria. A completare il giro turistico, l’ultima fermata con vista sull’incantevole Valle d’Itria e l’immancabile visita al Palazzo Ducale di Martina Franca.  

Aiutiamo Hamdi…

Tunisino, ventuno anni, rischia il rimpatrio

Accusato per il furto di un cappotto con il quale ripararsi dal freddo, una sentenza ne dispone il rimpatrio. Repubblica mette al centro del suo giornale il tema dell’inclusione di extracomunitari. Mai rubato quel cappotto, il ragazzo, ancora minorenne fu fermato e poi rilasciato. Dopo un corso con Cannavacciuolo un posto di lavoro accanto a uno chef. Poi un giudice che si pronuncia. Proviamo a riesaminare il caso. Gli avvocati difensori e Baobab Experience, si oppongono

 

Sta per lasciare l’Italia, a meno di una sterzata all’ultimo momento per riesaminare il caso in seguito a fatti nuovi, il povero Hamdi, il ventunenne tunisino, che anni fa non ancora maggiorenne tentò il furto di un cappotto. Aveva freddo.

Un colpo andato a vuoto, e che risale a tempo fa. Nonostante ciò, il ragazzo, pur avendo un posto fisso in un ristorante italiano, potrebbe pagare le conseguenze di quanto accaduto anni addietro a causa di quel mancato furto. La legge è uguale per tutti, si dice. Non è compito nostro porre al centro di un tema così delicato la giustizia, ma evidentemente le ristrettezze cui fa riferimento la sentenza in questione, tiene conto, senza “se” e senza “ma”, dello status di extracomunitario di Hamdi.

Insomma, un sogno spezzato, come scrive Alessandra Ziniti nel suo articolo pubblicato da Repubblica.  Hamdi, arrivato in Italia, con un provvedimento del governo italiano potrebbe essere rimpatriato con l’accusa di “tentato furto”.

 

 

REPUBBLICA RIPRENDE IL CASO

In men che non si dica, scrive il quotidiano diretto da Maurizio Molinari, Hamdi sarebbe passato nel giro di poche ore dalla Scuola di cucina della “Fondazione Barilla” al Cpr di Potenza con un ordine di rimpatrio che potrebbe essere eseguito nei prossimi giorni se il suo ricorso al giudice (sostenuto dall’Associazione Baobab Experience di Roma), non venisse accolto.

“Il giudice – scrive Alessandra Ziniti – ha disposto l’immediato rilascio del giovane tunisino seppure con un decreto che lo invita a lasciare l’Italia in sette giorni perché il suo permesso di soggiorno è scaduto. Gli avvocati, però, hanno già presentato richiesta di protezione internazionale”.

Dopo quella storia, Hamdi aveva messo la testa a partito. Non solo aveva cominciato un percorso di inclusione, ma aveva partecipato a corsi di gastronomia, tanto da avere davanti una carriera da chef. Fra pochi giorni, Hamdi avrebbe iniziato a lavorare in un ristorante importante, dopo aver compiuto un primo incoraggiante percorso, poi uno stage sotto la direzione di Antonino Cannavacciuolo.

Insomma, un sogno che si trasforma in incubo. “Un sogno della sua vita – riprende Repubblica – interrotto bruscamente dall’ordine di rimpatrio per un tentato furto di una giacca commesso a diciotto anni quando, mandato via al compimento della maggiore età dalla comunità che lo accoglieva, rimase per strada d’inverno al freddo”.

 

 

ANDREA E BAOBAB, “NON CI STIAMO!”

Andrea Costa di Baobab Experience, che aveva raggiunto Potenza per sostenere Hamdi, racconta quella prima storia, quella che tutti noi vorremmo cancellare. “Ci stiamo abituando a convivere, per parafrasare Hannah Arendt, con “la banalità del male”: Tolgono la protezione ad Hamdi perché al compimento del diciottesimo anno di età fu buttato in strada dal centro per minori dove lo avevamo fatto accogliere dopo averlo trovato, a sedici anni, durante il Covid, in mezzo a una strada”.

“Aveva freddo – prosegue Costa nel racconto – e provò a rubare una giacca da Zara, furto che non avvenne; per questo motivo lo rinchiudono in un Cpr e, oggi, vogliono rimpatriarlo: nel frattempo, Hamdi, ha studiato, fa teatro, è stato scelto dalla “Fondazione Barilla” per un super corso di cucina a Parma e la settimana prossima avrebbe cominciato a lavorare con uno chef stellato a Rimini…”.

Speriamo di non aver scritto dell’ennesimo sogno infranto. Sarebbe una grave sconfitta, non solo per Hamdi, ma per tutti.

Ebony and Ivory, che Nazionale!

Azzurri di Atletica senza precedenti, agli Europei sono i migliori

Corrono per la stessa bandiera i ragazzi venuti dall’Africa, di pelle nera nati in Italia, che in queste sere hanno sventolato con gioia il tricolore. Qualcuno provoca (“Possono avere anche la cittadinanza ma restano sempre africani…), mentre i francese applaudono la loro squadra di calcio con nove “coloured”: Maignan, Thuram, Mbappé, Koundé, Konaté, Upamecano, Kantè, Camavinga e Dembelé

È la miglior Nazionale di Atletica di sempre. Grazie anche a Lorenzo Ndele Simonelli (tanzaniano), Yemaneberhan Crippa (etiope), entrambi medaglia d’oro: il primo nei 110metri ostacoli uomini, il secondo nella mezza maratona uomini; Mattia Furlani (origine senegalese), argento nel salto in lungo uomini; altre due medaglie, bronzo negli 800metri uomini con Catalin Tecuceanu (romeno) e Zaynab Dosso (ivoriana) 100metri donne. Di medaglie ne vinceremo ancora, intanto grazie ragazzi. Soprattutto perché, incuranti di qualche imbecille – il solito leone da tastiera, fiero ma vigliacco – avete orgogliosamente compiuto il giro di campo con la bandiera tricolore dell’Italia usata come fosse un mantello di un supereroe. Perché questo siete, degli eroi. Per fortuna, per quanto dica una certa politica, le cose stanno cambiando e i conti dovranno farli anche con noi (noi e voi), che abbiamo sempre creduto nell’accoglienza e nell’inclusione. Qualcuno di questi ragazzi, forse, non conoscerà nemmeno cosa sia l’Africa, un pericoloso viaggio della speranza fra onde alte venti, trenta metri, compagni di viaggio che volano giù dalla “zattera” e scompaiono fra i flutti di un Mediterraneo che inghiotte qualsiasi cosa.

 

 

GRAZIE RAGAZZI!

Grazie ragazzi. Insieme con gli ori di Antonella Palmisano (20km marcia donne), Nadia Battocletti, (5000metri donne), Leonardo Fabbri (getto del peso), Marcell Jacobs (100m uomini), Sara Fantini (lancio del martello); l’argento di Valentina Trapletti (20km marcia donne), Pietro Riva (mezza maratona) e Filippo Tortu (200 metri uomo) e il bronzo Francesco Fortunato (20km marcia uomini).

Che squadra, ragazzi. Un neroazzurro che inorgoglisce un colore unico, il bianco, il rosso e il verde di un Paese fiero di avere aperto le porte a chiunque chiedesse asilo. Poi i matrimoni fra bianchi e neri, come quei tasti di un pianoforte invocati da Stevie Wonder e Paul Mc Cartney in “Ebony and ivory”, che insieme non solo stanno bene, ma fanno armonia.

E bene hanno fatto gli atleti della Nazionale italiana di origine straniera a leggere alcuni messaggi razzisti a sostegno della campagna “Speak out against hate speech – Atleti contro il razzismo”. Cosa scrivono i soliti leoni da tastiera che si nascondono fra nomi e nickname fasulli, pensando di farla anche franca, considerando che i partiti di Destra hanno vinto le ultime elezioni europee. Leggono i messaggi durante lo spot.

 

 

LA NAZIONALE, SEMBRA AFRICANA…

Cosa scrivono questi quattro imbecilli: “Possono avere anche la cittadinanza ma restano sempre africani”, “Questa sera gioca la nostra nazionale, speriamo che sia italiana e non ci siano stranieri”, “Non tifiamo per una nazionale fatta di gente non italiana”: sono solo alcuni dei messaggi razzisti letti Il video realizzato sotto il patrocinio del Coni è nato da un’iniziativa di Astoria Wines in collaborazione con CIAI, il Centro italiano aiuti all’infanzia. Protagonisti del messaggio, gli atleti della Nazionale di atletica leggera Eyob Faniel, Najla Aqdeir, Yohanes Chiappinelli, Yassin Bouih, Eusebio Haliti e la tuffatrice Noemi Batki. Lo spot fa parte di un progetto più ampio che prevede un bando rivolto ai videomaker sul tema del contrasto ai discorsi di odio.

Intanto godiamoci questo primato insieme. Pensiamo alla Francia di calcio, nell’amichevole dell’altra sera, quando ad un certo punto i giocatori che indossavano la maglia dei transalpini erano otto, nove e si abbracciavano fra loro, mentre il pubblico francese applaudiva, si spellava le mani per Maignan, Thuram, Mbappé, Koundé, Konaté, Upamecano, Kantè, Camavinga e Dembelé.

 

 

PIU’ FORTI DI TUTTO!

E’ la Nazionale più forte di sempre, sottolineano i canali sportivi di Sky che insieme con quelli della Rai in questi giorni ci stanno facendo fare salti di gioia. Fortissimi, dicono i numeri. La conferma arriva sabato sera, 8 giugno, tre quarti d’ora che resteranno scolpiti nella mente e nella storia dell’Azzurro Italia. In soli 42 minuti, sotto il cielo di Roma e incoraggiati da un pubblico straordinario, arrivano uno dietro l’altro tre ori per l’Italia dell’Atletica. Un oro dopo l’altro. Accipicchia quanto dona quel tricolore a Jacobs, Simonelli e Fabbri. E’ il sogno degli Europei 2024 di Atletica a Roma.

A oggi, dopo i primi quattro giorni di gara, siamo primi nel Medagliere: 17 medaglie (8 ori, 6 argenti e 3 bronzi). A seguire la Francia con 9 medaglie (4 ori, 2 argenti, 3 bronzi) e la Gran Bretagna con 9 (2 ori, 3 argenti, 4 bronzi). “Viva l’Italia, l’Italia che non ha paura”, canta De Gregori. E noi con lui.

«Invecchiare con intelligenza»

Helen Mirren, l’attrice britannica e salentina d’adozione

«Puoi affrontare il passare degli anni in modo sano, in modo positivo. Poi goditi i cosmetici, la skincare e il trucco. Se ti senti bene, il tuo aspetto migliora. E anche un po’ di spavalderia aiuta: esci fuori e sentiti stupenda»

 

Helen Mirren, settantotto anni, ad agosto uno in più. Legata al Salento, tanto da averci comprato casa e terreno, si prende cura di una e dell’altro come se vivesse da queste parti da una vita. Meglio ancora, come se nel Tacco d’Italia ci fosse proprio nata. Non è un caso che non appena le hanno chiesto di dare una mano a un gruppo che voleva sensibilizzare su un tema come la Xylella, la peste degli ulivi, lei, Premio Oscar per “The Queen”, ha subito accettato. Di recente aveva perfino spiritosamente detto sì al comico Checco Zalone, che mai avrebbe sognato di ospitare una star della sua statura in un suo video (“La vacinada”).

In questi giorni la grande attrice, protagonista fra l’altro di Gosford Park, State of play e Red, ha rilasciato un’intervista alla versione inglese del settimanale Elle. Fra le tante cose, riflette sull’avanzamento dell’età e del come il passare degli anni vada preso con filosofia. Si lascia andare a riflessioni e quel pizzico di filosofia che dalle nostre parti facciamo passare tout-court come saggezza.

 

 

THANKS HELLEN!

Intanto, grazie ancora una volta Hellen. Per non perdere occasione di parlare di Salento, ospitalità e benessere che fanno di questa regione – lo confermano perfino inchieste turistiche dagli Stati Uniti – la più bella al mondo. Tanto da incoraggiare chiunque venga in Italia a visitare il Colosseo, la Reggia di Caserta, la Galleria d’arte di Firenze, piazza e basilica San Marco, Duomo e le decine di bellezze del nostro Paese, di spingersi da queste parti. La Puglia, il Salento, non sono solo luoghi da visitare – fa capire ogni volta che ne parla – ma un’emozione. Il suo desiderio, ha confessato fra l’altro, invecchiare con noi, con la nostra terra. E noi che di lei eravamo fan sfegatati, da quel momento siamo innamorati di lei.

Dunque, maturare piuttosto che invecchiare. Come una bella bottiglia di Primitivo.  Salentina d’adozione, vivendo in provincia di Lecce, non vuole sentir parlare di problemi legati all’invecchiamento. Anzi. In un’intervista alla versione britannica di Elle, l’attrice inglese fa un elogio all’invecchiamento. Si rivolge ai ragazzi. «La prima cosa – spiega la Mirren – è abbandonare il termine anti-aging».

 

 

PRO INVECCHIAMENTO, FIDATEVI

Non affronta il tema di sfuggita, tutt’altro. «Il fatto che invecchieremo – riprende – è assodato, non c’è via d’uscita; quando hai vent’anni non puoi nemmeno immaginare di arrivare ai settanta, ma è solo se sei fortunato, molto fortunato, che potrai vivere questa esperienza». E solo allora ti dirai: “sono così fortunato ad aver raggiunto questa età ed essere ancora in grado di interagire e godermi la vita”. La definizione giusta è pro-invecchiamento, pro-aging e non anti-aging: cambiamola!».

La vita nel Salento, assieme alla natura che la circonda e per la quale – si diceva – si è battuta e continuerà a battersi, ha uno stile più lento. Una modalità che ha fatto maturare nella star del cinema una consapevolezza diversa. «Sì, invecchierai, ma puoi invecchiare in modo sano, in modo positivo, e potrai goderti i cosmetici, la skincare e il trucco; Se ti senti bene, il tuo aspetto migliora; certo, anche un po’ di spavalderia aiuta: esci fuori e sentiti stupenda!».

 

 

VANITY FAIR, ELLE UK

Scriveva Vanity Fair, che la Mirren non vuol sentir parlare di chirurgia estetica: non ne ha intenzione, tant’è che sfoggia con orgoglio i segni del tempo e le rughe, nonostante la sua pelle sia sempre curata, luminosa e idratata.

A settantotto anni, l’attrice si batte contro la parola anti-age: le donne devono sentirsi comunque bellissime anche se gli anni passano. Dopo aver sfilato sul red carpet di Cannes attirando l’attenzione di tutti i fotografi, la Mirren ha concesso un’intervista a Elle UK parlando della sua visione dell’invecchiamento. Un’intervista dalla quale abbiamo ripreso alcuni dei passaggi appena riportati.

«Questa terra, è la mia terra»

Ernesto Chevanton, la salita, la discesa, la serenità

Calciatore amatissimo nel Salento, dopo aver smesso di giocare al calcio entrò in depressione. «Non vedevo l’ora che arrivasse sera, per mettermi a letto e dormire», dice l’attaccante. «Soffrire, compravo auto, cose costose e inutili, ma nessuno si accorgeva del mio “mal di vivere”»

 

«Dopo il ritiro dal mondo del calcio mi ero sentito solo, non avevo più la voglia di vivere; mi svegliavo la mattina e non vedevo l’ora che fosse sera per tornare a dormire e staccare la spina». Essere un idolo, in una città di provincia, o in una metropoli, uno sportivo amato ovunque, forse cambia poco. Ernesto Chevanton, calciatore uruguaiano che ha indossato la maglia giallorossa con il Lecce, potrebbe spiegarcelo. Con parole sue, di quelle che ti lasciano di stucco. Può un giocatore amato da un popolo calcistico eclissarsi, desiderare che venga subito sera per staccarsi da un mondo che non gli appartiene più e andarsene finalmente a letto? O peggio, staccarsi dal mondo intero? Non solo quello calcistico, che lo ha reso popolare, ma che a quarantatré anni, se potesse, forse cancellerebbe.

Una cosa è certa, Ernesto, amico di tutti qui, in Salento, un giorno ha deciso di restare in quella che sente la sua terra, la sua casa, scacciando finalmente quegli incubi. Pensava addirittura di farla finita, non appena lascò il calcio. Di colpo la gente che lo aveva osannato, applaudito, portato in spalla, era scomparsa, aveva eletto altri calciatori a propri beniamini. E’ la parabola del calcio. Ernesto, ormai, faceva parte del passato, ma non aveva ancora messo in conto che da mattina a sera la sua vita cambiasse radicalmente.

 

 

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO

Ernesto in questi giorni ha compiuto un altro colpo di tacco, uno dei suoi, da fuoriclasse. Ha regalato a Sportweek, settimanale della Gazzetta dello sport, la sua storia. Una storia fatta di gioia e amarezza. Anche il sito calciomercato.com ha ripreso il suo sfogo, una parabola dalla quale tutti, nessuno escluso, possiamo trarre insegnamento.

«Dopo il ritiro – racconta Chevanton – mi ero sentito solo, avvertivo forte il peso di quel macigno rappresentato da un brutto sentimento: non avere più la voglia di vivere; chi mi stava vicino non percepiva segnali inequivocabili, non avvertiva quanto invece soffrissi. Mi svegliavo la mattina e non vedevo l’ora che fosse sera per tornare a dormire e staccare la spina. Ho toccato il fondo, sono stato depresso. Come provavo a combattere la depressione? Compravo auto e altre cose costosissime, quasi volessi farmi del male, finire i soldi e poi, non so… Pensavo che non avrei più visto la luce, invece la campagna mi ha rigenerato. Arrivo qui, nel mio bel pezzo di campagna, stacco il telefono, felice di rimboccarmi le maniche».

Chevanton, la sua vita dopo il ritiro. «Mi sveglio alle prime luci del mattino, qui fa già caldo: vado dal fruttivendolo, faccio un bel “pieno” di frutta e verdura e la porto qui, nella mia terra, per sfamare i miei animali. Ho trovato il terreno per caso; quando l’ho comprato, qui c’era solo una piccola casetta. A due chilometri da qui c’è la villa di Corvino, un’istituzione per il Lecce, è stato lui – grande direttore sportivo – a trascinare il Lecce ai fasti una squadra e un popolo che meritano il palcoscenico della serie A».

 

 

CORVINO, DIRETTORE E INSEGNANTE

Riconoscenza per Corvino, il direttore. «Dopo avermi acquistato dal Danubio Montevideo nel 2001, mi portò a vedere la sua campagna. Rimasi folgorato dalla personalità di un uomo che aveva a che fare con i potenti del calcio internazionale, considerare quel fazzoletto di terra la sua gioia. Quella volta ci pensai a lungo, oggi capisco perfettamente il senso di quell’insegnamento. Spero che un giorno il direttore venga a trovarmi: stavolta sarei io a mostrargli la terra che mi ha salvato».

Ernesto e il Lecce. «Mi sarebbe piaciuto arrivare a un traguardo importante come le cento reti con la stessa squadra, ma gli anni passavano e le nuove esperienze calcistiche bussavano alla porta. Qui mi vogliono bene, un affetto ricambiato. Lecce, nel frattempo, è diventata la città delle mie figlie». Oggi Ernesto Chevanton non è solo un uomo che ama quel fazzoletto di terra e quegli animali che nutre con frutta e ortaggi che il suo amico gli fa trovare ogni mattina. Allena una squadra giovanile. Con la maglia della nazionale uruguaiana ha disputato 22 gare dal 2001 al 2008, mettendo a segno 7 reti e giocando con la Celeste la Copa América del 2001.

Nell’estate del 2001 si trasferisce al Lecce, nella Serie A italiana. Militerà per tre anni nel club giallorosso. Il debutto in Serie A nel 2001: Lecce-Parma (1-1), gara in cui segna il suo primo gol; ruba il pallone al portiere avversario, Sebastien Frey, impegnato in un rinvio dalla sua area.