Viva i Ferragnez

Fra referendum, migranti e green pass

Provocatoriamente torniamo su un tema dibattuto in questi giorni. Tutto parte da Margaritis Schinas, vicepresidente della Commissione europea. Un accordo sul nuovo Patto europeo su migrazione e asilo avverrà sicuramente dopo le elezioni presidenziali in Francia. All’esame temi come gli immigrati, le ONG, l’accoglienza, la distribuzione, rimpatrio. La coppia di influencer, Chiara Ferragni e Fedez, che si pronunciarono a favore dell’accoglienza intanto debuttano con una serie televisiva…

 

Scegliamo i migranti, facciamo un referendum e, se proprio non abbiamo niente di meglio da fare, parliamo anche dei Ferragnez, i coniugi più famosi dei social, vale a dire Chiara Ferragni e Fedez.

Partiamo dal referendum e la scelta che propende sull’accoglienza, cioè la scelta dei migranti. Una delle ultime notizie riguarderebbe una sorta di pari e dispari su un tema sul quale ci siamo spesi abbondantemente, a favore dei migranti. Non lo diciamo solo noi, lo ricorda la Costituzione, che è bene ripassare ogni tanto. Ripassare, qualcosa che fa bene alla memoria e, sicuramente, al cuore: affrontare un tema così delicato, da spettatori privilegiati (possiamo dirlo?) è più comodo. Pensate le motivazioni che spingono i ragazzi nordafricani a compiere un viaggio, una fuga da guerre e persecuzioni politiche, etniche. Sono sufficienti questi tre motivi ad accogliere gente più sfortunata di noi a braccia aperte.

Dunque, quale sarebbe la notizia che in questi giorni rimbalza da un media all’atro. Il vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, ha affermato che un accordo sul nuovo Patto europeo su migrazione e asilo avverrà sicuramente dopo le elezioni presidenziali in Francia (aprile 2022). Saranno presi in esame temi come, appunto, gli immigrati, le ONG, l’accoglienza, la distribuzione, rimpatrio, le quote e altro ancora. Il diritto di asilo, non lo scopriamo certamente oggi, è tra i diritti fondamentali dell’uomo ed è riconosciuto dall’Articolo 10 (terzo comma) della Costituzione.

 

RIPASSIAMO LA COSTITUZIONE…

Attenzione però, spesso le due definizioni vengono usate come sinonimi, l’istituto del diritto di asilo non coincide con quello del riconoscimento dello status di rifugiato. Quest’ultimo non è sufficiente, per ottenere accoglienza in altro Paese. Nonostante nel Paese di origine siano generalmente represse le libertà fondamentali, occorre che il singolo richiedente abbia subito specifici atti di persecuzione. Il riconoscimento dello status di rifugiato è entrato nel nostro ordinamento con l’adesione alla Convenzione di Ginevra ed è regolato essenzialmente da fonti di rango UE. Il rifugiato è dunque un cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese.

 

CHIARA E LIMPIDA

L’argomento, come si evince da definizioni di carattere legislativo meritano un maggiore approfondimento. E non è detto che non lo si faccia. Potremmo parlare, ora, di un altro argomento, anche questo referendum, che martella nella testa degli italiani, principalmente i “no vax”. Quanti cioè non credono nei benefici del vaccino, nonostante i decessi per covid – per fortuna aggiungiamo noi… – siano scesi in modo esponenziale. Ma anche questo merita maggiori approfondimento.

Ci restano i Ferragnez, che in passato si sono espressi benevolmente sull’accoglienza, attirandosi le ire di quanti si opponevano strenuamente per…partito preso. Non ci interessano gli argomenti a causa dei quali sono bersaglio (più per invidia nei loro confronti, ci viene da pensare…). A noi, il fatto che due ragazzi diventati fra gli influencer più amati al mondo si esprimano in modo favorevole su un tema così importante, sensibilizzando sull’argomento molti giovani, basta e avanza. E, al contrario di qualche giornale che svolta a destra, a noi che i due stiano per cominciare una serie tv, interessa. Hai visto mai che i due, stavolta, invece di trattare l’accoglienza di sguincio, fra una battuta e l’altra, lancino segnali di distensione nei confronti dei nostri ragazzi? Dunque, viva la Ferragni, viva Fedez.

«Il calcio, il mio riscatto»

Aboubakar Diaby, ventuno anni, ivoriano

«A quindici anni andai via dal mio Paese, ma fui truffato. Persi soldi, fui sequestrato: i miei genitori pagarono il riscatto. Ho fatto il muratore, partito per la Sicilia mi videro giocare: un provino, un tecnico, una squadra più importate, infine il Taranto. Sogno di indossare la maglia della Nazionale e fare un gol da dedicare a mamma…»

 

«Sono felicissimo, è un grande momento per me, non so come spiegarvi: avrò modo di farlo quando mi sarò goduto questa gioia in pieno». Il Taranto, la squadra nella quale gioca anche lui, è stato appena promosso in serie C, campionato professionistico. Aboubakar Diaby, ventuno anni, ivoriano, piange a dirotto per la commozione. C’è felicità e riscatto in quelle lacrime. Bacia il terreno di gioco, la maglia, abbraccia compagni e dirigenti. Il direttore sportivo Francesco Montervino, che lo ha fortemente voluto in maglia rossoblù; il presidente Massimo Giove, che ha dato carta bianca al “diesse” tarantino e che a sua volta ha ricambiato la fiducia assicurando una categoria più appropriata a una piazza come Taranto. Stringe forte Giuseppe Laterza, il tecnico che gli ha trovato la posizione giusta in campo. Il gioco passa dalla sua tecnica e dalla sua forza. Diaby ci ha messo poco a diventare un beniamino dei tifosi. Ha fatto diversi gol lo scorso anno, ne ha messo a segno uno in una gara importante come quella con il Palermo, serie C, campionato professionistico.

Ma torniamo al suo «poi vi spiego». C’è la sua storia in quel pianto a dirotto e quelle mani schiacciate sul viso a coprire le lacrime. Aboubakar Diaby, una pertica, un fisico straordinario, ha una storia da raccontare. E che storia. Come tanti ragazzi della sua età, talvolta più giovani, altre più grandi. Quella di un giovanotto che a quindici anni prova a dare una svolta alla sua vita. Non è facile andare via dalla sua Costa d’Avorio, dove anche “Abou” è una bocca in più da sfamare, e tentare la fortuna in un Paese vicino.

 

QUESTA E’ LA STORIA…

Questa è la storia di un ragazzone amatissimo a Taranto, si diceva, non solo dai tifosi della squadra di calcio, ma anche dalla gente comune. Qui sono tanti i ragazzi neri che circolano per strada, a qualsiasi ora. All’alba li vedi in bici, si dirigono nelle vicine campagne, a raccogliere pomodori, frutta e ortaggi, sotto un sole che picchia duro. Anche a mezzogiorno, spingere un carrello pieno di pacchi, fra generi alimentari e prodotti da sistemare negli scaffali; oppure nel pomeriggio, mentre aiutano un anziano bisognoso di assistenza; uscire dalla porta sul retro di un ristorante dopo aver rimesso a posto tavoli e sedie.

Sono i nostri ragazzi, africani che in poco tempo hanno cominciato ad entrare a far parte del tessuto sociale della città. Pagano il loro soggiorno con l’unica moneta che conoscono: il lavoro. Non si tirano indietro davanti a niente, se c’è da faticare non battono ciglio, si rimboccano le maniche e sotto col lavoro. Ecco perché Diaby e i suoi “fratelli” sono rispettati e amati. Diaby si è aperto al taccuino di un sito fra i più autorevoli del calcio, “gianlucadimarzio.com”. Fabrizio Caianiello, cronista, commentatore sportivo pugliese fra i più preparati, in queste settimane ha portato alla ribalta la storia del ragazzo ivoriano. E noi gliene siamo particolarmente riconoscenti.

«Mio padre – racconta Diaby – che ora non c’è più, ammazzato da una malattia che non perdona, voleva che studiassi, mentre io cercavo di conciliare studio e pallone: dalle mie parti quello che non manca è proprio lo spazio; non ci saranno magliette dello stesso colore per fare tornei o società che possano seguirti e darti una mano a crescere e, magari, a tentare a fortuna, ma di campi di calcio improvvisati ce n’è tanti. Così io provavo a sognare: l’unica cosa che dalle mie parti non costa niente».

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Archivio fotografico Aurelio Castellaneta

 

VIAGGIO, TRUFFA, LIBERTA’…

Papà Diaby fa il genitore, irreprensibile, prova a dare buoni consigli al suo figliolo amorevolmente caparbio, che intanto cresce, in altezza e nel fisico. E nella tecnica. Certo, è ancora acerbo, «ma il pallone cominciava a fare quello che dicevo io: lo colpivo e andava dritto nell’angolo, all’incrocio, alle spalle del portiere; alzavo le braccia, esultavo, mi dimenavo come fanno i grandi campioni visti in tv».

Non è stato facile convincere papà. «Devo a un suo amico che mi vide giocare, se il mio genitore si convinse e mi iscrisse ad una scuola-calcio: a patto che continuassi a studiare. Accettai, ovviamente, ero felice di averlo convinto che, forse, il mio futuro potesse passare da un campo di calcio…».

Ma non ci sono osservatori in Costa d’Avorio. Almeno non di quelli che fanno di un giovanotto promettente una stella. Anzi, c’è un gaglioffo, quello sì. «Mi promise un provino, mi chiese di imbarcarmi ed aspettarlo in Libia: meglio se gli avessi lasciato quei soldi che avevo messo da parte con grandi sacrifici. Cosa vuoi che ne sappia un ragazzo di quindici anni…».

 

…E UN SOGNO

Il sogno diventa incubo. «Arrivato in Libia vengo posto sotto sequestro, due mesi rinchiuso in una prigione, maltrattato, fino a quando i miei carcerieri non intascarono i soldi del riscatto dai miei: una volta libero cominciai a fare il muratore. Lavoravo per un maliano, mi prese a benvolere, fu lui stesso a suggerirmi di partire per l’Italia e non tornare in Costa d’Avorio dove la situazione non era delle migliori. Mio padre, purtroppo, non c’era più, aveva perso la sua personale battaglia con quel male che non perdona. Sbarcai in Sicilia, lì ripresi a vivere…».

Infine, l’arrivo a Catania. «Ripresi a giocare, fui notato da chi mi ospitava in una casa-famiglia, mi segnalò all’Aci Sant’Antonio, squadra di Promozione, fui preso: l’allenatore Alfio Torrisi, oggi al Paternò, mi dava consigli per migliorarmi. Un bel campionato, arrivarono le richieste, mi chiamò il Licata, dove andai di corsa, con la benedizione del tecnico, per me un secondo padre. Altro bel campionato, infine Montervino, Laterza e il presidente Giove. Lo scorso anno facciamo un bel salto, dalla D alla C, il mio pianto a dirotto, la mia vita che mi passa davanti come fosse un film, drammatico, ma con un lieto fine: pensai a mio padre, mia madre, il mio Paese». I desideri di Abou, infatti, non finiscono qui. Anzi, cominciano da qui. «Un giorno voglio vestire la maglia della Nazionale del mio Paese, fare un gol e dedicarlo a mia madre: è lei, oggi, la mia famiglia; lei e i miei compagni di viaggio, quelli che mi hanno aiutato nel difficile campo della vita e sul rettangolo di gioco».

Quel Castello sul mare…

Massimo Cimaglia trasforma la fortezza in un set

Attore e regista, racconta una storia del Quattrocento. Schermidore professionista, interpreta pagine di storia dando ad esse un taglio cinematografico. Il pubblico seduto nella piazza d’Armi dell’antica fortezza tarantina, su un maxischermo le immagini degli attori che rappresentano in uno scenario di grande suggestione. Marina militare, Comune, privati in sinergia

 

Fosse vissuto sul finire degli anni Cinquanta o Sessanta, nel secolo scorso, quando Cinecittà era considerata una piccola Hollywood, Massimo Cimaglia sarebbe stato uno dei protagonisti di quel cinema di genere. Attore e regista, si sa, ma anche ottimo “spadaccino”, nel senso più stretto del termine, essendo uno schermidore professionista, sarebbe sicuramente stato fra i protagonisti di film di cappa e spada che hanno segnato un’epoca.

Roma, Massimo l’ha frequentata, l’ha vissuta. Si è mosso con disinvoltura fra teatro e tv, lavorato con registi e attori importanti. Poi, la nostalgia canaglia, che è un orologio, si presenta puntuale. Si fa sentire. Ma non è solo quella. Quando Cimaglia torna a Taranto per ripercorrere i luoghi della sua gioventù, perché nella testa gli sta balenando un primo progetto, forse due, riscopre una città dal grande fascino. Ogni angolo risplende, ognuno di questi può essere uno spunto per raccontare una storia. Ecco, Massimo, nel tempo, sta diventando il nostro cantastorie, nel senso più nobile del termine. Un “contastorie”, diremmo noi. E bene ha fatto nel raccontare certi aspetti della tarentinità. Attore, regista maturo, quando porta in scena un suo lavoro, Cimaglia mette in conto che deve mimare, aiutarsi con il linguaggio del corpo. Oltre che interpretare col giusto tono, la giusta inflessione, caricando le parole di gesti mai banali o fuori contesto. Non ci meraviglia, dunque, che Cimaglia abbia pensato e realizzato alla sua ultima creatura, “Il Castello sul Mare”, straordinario evento che si terrà  sabato 2 ottobre alle 20.30 nel castello Aragonese di Taranto. Evento gratuito (3396259355 e 3355394694).

 

CINEMA, TEATRO…

Cinema e teatro, visita virtuale e tour itinerante – raccontano le note del suo lavoro – colpi di scena e azioni rocambolesche. Il tutto ambientato nel Quattrocento, pubblico seduto nella piazza d’Armi. Trenta personaggi in abiti d’epoca che raccontano un evento senza precedenti in Puglia. Far rivivere uno dei simboli della nostra città, questo lo scopo dell’opera. Non solo uno spettacolo – viene spiegato – ma una storia che è parte integrante della vita del luogo che la ospita, che lo anima. L’organizzazione è di Terra Magica Arte e Cultura e nasce dal testo dell’autrice Barbara Gizzi e dalla direzione dello stesso attore-regista Massimo Cimaglia. Evento inedito e originale, totalmente gratuito, che non mancherà di coniugare la bellezza del “monumento”, il Castello, con quella del paesaggio naturale che lo circonda, il mare.

Accompagnare il pubblico in una immersione totale nelle storie raccontate. L’idea è un viaggio dentro un’avventura quattrocentesca animata da cavalieri, usurpazioni, drammi, amore, battaglie, che avviene nel continuo intrecciarsi di teatro e cinema. Praticamente un film, dalle grandi suggestioni. Segrete, prigioni, fossati, saloni, e poi il canale navigabile. Insieme diventano luoghi di azione che saranno proiettate, che completeranno lo spettacolo dal vivo, su un maxi schermo (installato nella piazza d’Armi della fortezza) davanti alla gente in platea. Tutto ambientato nel periodo in cui il Castello fu completato nella sua veste attuale dall’architetto Di Giorgio Martini.

 

PERSONAGGI E INTERPRETI…

Il comparto artistico è composto interamente da pugliesi. Protagonisti sono Francesco Iaia (il principe Raimondo) e Valeria Cimaglia (la principessa Sofia) insieme ad attori, figuranti e comparse rigorosamente in abiti d’epoca, forniti dall’associazione Maria D’Enghien. La parte tecnica è diretta da Francesca Gemmino, per la realizzazione della parte cinematografica. Ospite speciale, l’attrice Barbara Amodio che ha “prestato” la sua voce per il prologo dello spettacolo. In scena anche lo stesso regista Massimo Cimaglia, nelle vesti de il principe Giovanni.

«Abbiamo fatto rete con tantissime realtà e istituzioni del territorio, per un regalo alla città», dice il comandante del Castello Aragonese C.F. Vito Mannara: «Confermiamo l’impegno della Marina Militare per offrire i suoi spazi come contenitore culturale e artistico». L’opinione del vicesindaco di Taranto e assessore alla Cultura, Fabiano Marti: «L’Amministrazione Melucci continua a puntare sui grandi eventi per il rilancio socio-economico di Taranto».

Il progetto rientra nel dossier di candidatura Taranto Capitale della Cultura italiana 2022. Sostenuto da Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese (custodiamo la Cultura in Puglia, PACT – fondo speciale per la Cultura e il Patrimonio Culturale L.R.40 art.15 comma 3 – Investiamo nel vostro futuro), Comune di Taranto, Comando marittimo Marina Sud, Crest, Associazione Maria d’Enghien, Cinema Teatro Orfeo, Istituto Musicale Giovanni Paisiello, Palio di Taranto, Pro loco Taranto. C’è anche uno sponsor privato, necessari per realizzare grandi progetti (SCM Ingegneria). Inoltre l’evento gode del patrocinio di Università “Aldo Moro” di Bari, Soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo, Club Unesco Taranto e l’Associazione Amici del Castello Aragonese.

«Covid, io sparo!»

Omicidio di un cassiere di venti anni

Il giovane aveva invitato un cliente ad indossare la mascherina. L’uomo è tornato a casa, ha preso una pistola e ha ammazzato il lavoratore che faceva solo rispettare le norme previste ai tempi della pandemia. «Mi sono sentito stretto nell’angolo, l’unica via di uscita era dare un segnale forte», ha dichiarato l’assassino agli inquirenti.

 

«Prego, indossi la mascherina, altrimenti non posso servirla», il cassiere ventenne. Lui, il cliente, un uomo di quarantasette anni, si procura una pistola e fredda il giovane, che stava facendo solo il suo mestiere: applicare una di quelle poche regole previste per combattere il covid. Per salvaguardare se stesso e la clientela della quale lo stesso assassino faceva parte. «Non ci ho visto più, sono andato a casa, mi sono procurato l’arma e una volta tornato nel supermercato ho sparato contro il ragazzo: colpa del covid e di quanto gli sta intorno, non ce la faccio più…».

Questa la notizia. Arriva direttamente dalla Germania, fra qualche istante entriamo nella cronaca riportata dalle agenzie di mezzo mondo e pubblicata anche dal Messaggero. La sintesi perfetta del quotidiano romano ci porta a fare una serie di considerazione. Intanto che lo stress, qualsiasi cosa lo provochi, possa essere un’attenuante o una scusa per commettere qualsiasi follia, come nel caso dell’omicidio del povero ragazzo ventenne che altro non stava facendo che far rispettare quanto gli era stato indicato dal suo datore di lavoro per evitare sanzioni salate da parte della polizia tedesca.

 

UN PIENO DI BIRRA

Non era lucido l’omicida scriverà qualcuno nei commenti. Quel briciolo di lucidità, però, il quarantasettenne l’ha conservata per ricordarsi della pistola custodita in casa, assicurarsi che l’arma fosse carica e per condannare di lì a qualche minuto quel giovanotto che come tutti i giorni aveva salutato la famiglia per andare a lavorare e guadagnare qualcosa. Insomma, la storia dello stress da pandemia non regge. O meglio, non può essere una scusante, l’omicida dovrà rispondere del suo gesto folle alla giustizia tedesca che, pare, non sia molto tenera nei confronti chi compie un delitto, seppure in condizioni di stress.

Dunque, passo indietro. Idar-Oberstein, nel Land della Renania, parliamo di Germania. Un giovane cassiere indica a un cliente dell’attività per cui lavora di indossare la mascherina e l’uomo, per tutta risposta, gli spara e lo uccide. Vittima, si diceva, è un ragazzo di venti anni, ucciso senza pietà, in modo efferato: un colpo di pistola dritto alla testa. La Germania è rimasta letteralmente sgomenta per l’episodio che ha “condannato” quel povero ragazzo che aveva solo aver fatto notare al cliente della stazione di benzina dove lavorava come cassiere, che lì era previsto l’obbligo della mascherina.

 

UN GESTO FOLLE

Secondo quanto stabilito dagli inquirenti, l’uomo di quarantasette anni era entrato sabato scorso nella stazione di servizio, non per pagare un pieno di benzina, ma per acquistare una confezione di birre. Il ragazzo, responsabile alla cassa, nel fare applicare le norme anti-covid, si è rifiutato di servire il cliente perché non indossava la mascherina.

Nessun litigio o scambio vivace di parole fra i due. Il quarantasettenne non batte ciglio, va via, torna un’ora dopo, naso e bocca coperti, come richiesto dalla procedura nei luoghi pubblici al chiuso. Al momento di pagare le birre, ecco la sfida e il gesto folle insieme: l’uomo si scopre daccapo il volto. Il ventenne invita il provocatore e rimettersi la mascherina e lui, per tutta risposta, lo ucciso: un colpo di pistola alla testa.

L’uomo arrestato poche ore dopo ha ammesso l’omicidio. La giustificazione che non regge e non sappiamo quanto, questa, potrà indurre i giudici ad alleggerire una pena che sarebbe molto severa, e che «quanto generato dalla pandemia lo ha messo sotto forte stress». L’assassino si sarebbe «sentito stretto nell’angolo, e l’unica via di uscita era dover dare un segnale forte». L’uomo che evidentemente respinge le norme anticovid, ha anche affermato di aver inizialmente dimenticato la mascherina. Un folle omicida in più e un gran lavoratore in meno in circolazione.

«Sono Mike, nero…»

Vittima di cori gravemente offensivi, il campione reagisce con classe

«…e orgoglioso», scrive sui social il portiere del Milan preso di mira da “alcuni tifosi della Juventus”, puntualizza nel suo sfogo. Il resto dello stadio ha sommerso di fischi quei quattro imbecilli. «Finché potrò usare la voce per cambiare le cose, lo farò», promette. Non vuole impartire lezioni sul razzismo, ma assume una posizione netta, decisa che fa riflettere chi governa il calcio. «Uniti in una battaglia contro un problema sociale più grande del calcio stesso»Conosciamolo meglio attraverso un profilo della società rossonera.

 

Vittima di insulti razzisti all’Allianz Stadium durante Juventus-Milan, Mike Maignan, ventiseienne portiere della squadra rossonera, ha voluto pronunciarsi con un post pubblicato sul suo profilo Instagram.

«Domenica sera all’Allianz Stadium alcuni tifosi bianconeri mi hanno preso di mira con insulti e grida razziali. Cosa volete che dica? Che il razzismo è sbagliato e che quei tifosi sono stupidi?».

Una lettera aperta, una lezione a quanti usano le parole come se fossero sciabolate, seminando i social di odio. Mike, nato a Cayenne, nella Guyana francese, invece, conta fino a tre ed esterna come fosse un fratello di quanti si sono lasciati andare in quei cori irripetibili e stupidi. Roba da branco, perché gran parte dei tifosi bianconeri non solo si è dissociata da quelle urla, ma ha preso a fischi quella sparuta minoranza. Tanto che lo stesso Magic Mike nel suo pensiero scrive solo di “alcuni tifosi”, facendo salva la maggior parte dei presenti nello stadio torinese.

Maignan, riprende. «Non si tratta di questo – razzismo sbagliato e tifosi stupidi – non sono né il primo né l’ultimo giocatore a cui questo succederà; finché questi eventi vengono trattati come “incidenti isolati” e non viene intrapresa alcuna azione globale, la storia è destinata a ripetersi ancora e ancora e ancora…».

 

GRANDE LEZIONE…

Giocatore di grande tecnica, educazione e lealtà sportiva, però, si concede un’entrata dialettica a gamba tesa e pone delle domande, cominciando con il porle a se stesso per primo. «Cosa facciamo per combattere il razzismo negli stadi? Crediamo veramente che ciò che facciamo sia efficace? Faccio parte di un club impegnato come leader nella lotta contro ogni discriminazione. Ma bisogna essere di più e uniti in questa battaglia contro un problema sociale che è più grande del calcio stesso. Nelle stanze che governano il calcio, le persone che decidono sanno cosa si prova a sentire insulti e urla che ci relegano al rango di animali? Sanno cosa fa alle nostre famiglie, per i nostri cari che lo vedono e che non capiscono che possa ancora succedere nel 2021? Non sono una “vittima” del razzismo. Sono Mike, in piedi, nero e orgoglioso. Finché potremo usare la nostra voce per cambiare le cose, lo faremo».

Conosciamolo meglio attraverso un profilo dei profili rossoneri, milanpress.it. La sua carriera – come del resto la sua vita – non è stata sempre facile. Nel 2018 era finito fuori rosa al Lille, ma da lì è ripartito e nel 2019 è stato eletto miglior portiere di Ligue 1. E adesso in nazionale ha scalzato anche Areola diventando il candidato principale a diventare titolare. Da giovane, però, Maignan faceva prima l’attaccante e poi il centrocampista, mentre da bambino, lui – tifoso del Liverpool – sarebbe potuto diventare un delinquente alla Scarface: del resto è cresciuto in uno dei Paesi più malfamati della periferia di Parigi, dove nel 2007 scoppiò una rivolta dopo la morte di un paio di ragazzini inseguiti dalla polizia.

 

…E TANTO DI CAPPELLO

Poi è cresciuto e oggi si autodefinisce «organizzato, esigente, perfezionista e molto rancoroso». Ha uno strano hobby: “Metto in ordine il mio garage, almeno due ore a settimana, così posso trovare tutto anche a occhi chiusi». Un duro dal cuore tenero. «Vincere quattro Champions non ha valore, il vero trofeo è far felice la mia famiglia e rendere fiera mia mamma». Prima di fare il titolare a Lilla, Maignan si è fatto le ossa al Psg: il suo futuro compagno di squadra al Milan Zlatan Ibrahimovic lo prendeva a “sassate” in allenamento e lo insultava se non parava: “Zlatan mi piace, è un tipo vero che ti dice le cose in faccia, ma mi è capitato di rispondergli a tono, anche se all’epoca ero un ragazzino; ricordo un allenamento, avevo diciassette anni, primo anno da professionista: Ibrahimovic calciava pallonate a quattrocento orari, nemmeno dovesse segnare a Buffon o a Julio Cesar. Non riuscivo a parare e allora mi dice: “Sei un portiere di m…”, mi diceva. Quando subito dopo gli parai un tiro, gli risposi a tono: “E tu sei un attaccante di m…”. Sul momento mi ha ignorato, ma poi in spogliatoio mi ha detto che mi apprezzava e ho capito che mi piaceva non solo come giocatore ma anche come persona”.

Altre scintille Maignan le ha avute con lo iuventino Rabiot. “Con Adrien ci siamo quasi menati, la seconda volta che ci siamo visti. Colpa di una battuta che lui ha preso come mancanza di rispetto. È un tipo tranquillo, ma ha un carattere molto forte. Da allora andiamo d’accordo…”. Del resto, se Maignan non avesse avuto una personalità così forte, diciamo pure a soli ventisei anni, non avrebbe scosso il calcio con quelle parole pesanti come macigni proprio perché leggere. Chapeau, Mike magic. Tanto di cappello, magico Mike.