Valencia, dolore infinito

Continua a salire il numero delle vittime causato dalla Dana

Finora sarebbero 211 le persone decedute, ma ci sono gli scomparsi (allestite morgue per accogliere questi ultimi). Accuse contro il governo per il ritardo dei soccorsi, gestiti in modo improprio. I reali di Spagna contestati e presi di mira con lancio di fango. Posizione di grande spessore quella assunta dai piloti del GP Motociclistico, da Bagnaia, campione del mondo in carica, a Martin e Marquez

 

Non si arresta il doloroso bollettino quotidiano che ci aggiorna sui sugli spagnoli deceduti a causa dei danni causati dalla Dana: il numero delle vittime della catastrofe provocata nella provincia di Valencia, fino a ieri, notizie riportate dall’Agenzia giornalistica Ansa, dunque una delle fonti più autorevoli, parlava di 211 persone decedute. L’informazione è del Centro operativo di emergenze del governo regionale della Generalitat, confermato dalle forze di sicurezza.

Il numero delle vittime, però, sale, posto che il Ministero dell’Interno alza a 217, includendo nell’elenco i morti registrati nelle altre regioni della Spagna. Il sospetto, anche se l’auspicio è contrario, è che il numero fin qui riportato dalle agenzie e dall’Unità di crisi è praticamente fermo a sabato scorso, mentre sui social si rincorrono cifre sempre più discordanti. Questa imprecisione sarebbe da addebitare al fatto che le vittime segnalate dai comuni viene inoltrato alle Forze di polizia, ma che non sempre aggiorna in tempo reale le liste.

 

 

E POI I DISPERSI

C’è anche un’altra cifra che dolorosamente prova a farsi largo, ed è quella relativa al numero di dispersi. Un numero ancora indefinito, tanto che la mancanza di informazione non fa altro che dare al Paese la sensazione che la catastrofe abbattutasi su Valencia e dintorni possa essere stata molto più grave. Dall’ufficiale a capo dell’Unità militare dell’esercito al comando dei 7.800 militari, ha confermato che è stata allestita una sala mortuaria per 400 persone, che potrebbe avvicinarsi al numero complessivo dei dispersi.

Accanto a questa attività, si affianca anche quella altrettanto tragica che riguarda l’identificazione delle vittime dove squadre di medici legali hanno finora realizzato 190 autopsie e identificato con certezza 111 dei cadaveri recuperati. Un’attività che ha permesso di espletare le formalità con la consegna dei corpi restituiti ai familiari.

Nei giorni scorsi la notizia di un Pecco Bagnaia, più volte campione del mondo di Moto GP, aveva assunto una posizione intransigente, a proposito del Gran Premio che sarebbe dovuto svolgersi proprio a Valencia: l’ultima gara della stagione sulla pista spagnola, proprio in una località martoriata dalla terribile alluvione, non si svolgerà. I piloti, in testa Bagnaia, che ha dichiarato “A costo di perdere il Mondiale, non corro”, sono stati fra i più attivi contro lo svolgimento della corsa di chiusura nel Mondiale a Valencia. Oltre a Bagnaia, i due centauri spagnoli, evidentemente i più influenti, Jorge Martin e Marc Marquez.

 

 

“NO” DEI PILOTI, FANGO SUI REALI

Più diretto, si diceva, era stato il campione del mondo in carica, Pecco Bagnaia, disposto – parole sue – a rinunciare al titolo iridato pur di tenere fede al suo principio di non voler correre nella città spagnola martoriata da centinaia di vittime. Infine, ma non ultima, a proposito delle notizie che circolano su quanto accade a Valencia e dintorni. Durante la visita del re di Spagna Felipe VI e la regina Letizia a Paiporta, altra città colpita dalle inondazioni, i due reali sono stati aggrediti da numerosi abitanti furiosi che hanno scagliato contro loro fango urlandogli contro, tanto da costringere l’intera delegazione ad interrompere la visita.

La regina Letizia in lacrime e sporca di fango ha voluto lo stesso salutare quella gente meno inferocita, ma ugualmente critica, a causa della risposta tardiva e mal gestita in occasione di quello che viene indicato come il peggior disastro degli ultimi decenni.

Cani e gatti, impariamo

Quando le bestie insegnano una serena convivenza

Matteo, già proprietario di un cane, si imbatte in una micina, Principessa. Prova solo ad accudirla, le costruisce perfino una cuccia, ma quell’anima, lui ancora non lo sa, lo ha già adottato. E per finire, la piccola seduce un cagnone che oggi si prende cura di lei. Gli uomini dovrebbero meditare sulla saggezza degli animali

 

Per una volta il nostro “domenicale”, rubrica che raccoglie curiosità che scaturiscono dalle colonne della stampa e dalla cronaca, racconta una piccola grande storia. La storia fatta di accoglienza, quella di un signore che si imbatte in un gatto, e di tolleranza, considerando che l’uomo avendo in casa già un cane, alla fine fa convivere il suo nuovo ospite, un micetto, con quelli che sulla carta sono i loro nemici giurati, e cioè il suo fido.

Ecco, talvolta, cosa c’è dietro ad una semplice storia. Basta saperla leggere, perché ad interpretarla, come avrete modo di constatare, saranno loro, cane e gatto, quelle che i dizionari definiscono “bestie”.

La storia è bella, divertente oseremmo dire, piena di significato, come in qualche modo già spiegato. Sta tutto nella capacità di persuasione di una gattina, che chiameremo Principessa. Minuscolo essere, smarrito, abbandonato, che una sera tende un agguato romantico ad un ignaro signore. Questo piccolo spaccato di vita che non ci ha trovato indifferenti. Tante volte è il caso di fermarsi a riflettere, perché spesso, come vedrete, c’è da imparare più da una storia così semplice che non da quei pistolotti esagerati, con applausi a comando, scaturiti da uno dei tanti talk show televisivi.

 

 

QUA LA ZAMPA

La menzione la merita a tutto tondo il quotidiano La Stampa, che ha una rubrica, molto interessante, dalla parte degli animali. Se le storie non trovano spazio sul cartaceo, ecco che una delle più autorevoli testate giornalistiche, rimedia on line. E non solo, La Zampa può essere seguita su Facebook, Instagram e X. Inoltre, per non perdere notizie e storie, è possibile iscriversi ad una newsletter settimanale, naturalmente gratuita.

Dunque, veniamo alla storia. C’è un signore, che noi chiameremo Matteo. Lavora in un albergo. La serata scorre lenta, non succede niente di particolare. E’ il caso di vivacizzarla facendo due passi, per sgranchirsi le gambe e stiracchiarsi un po’ all’aria fresca. E’ passata la mezzanotte, nel parcheggio all’ingresso dell’hotel, il massimo silenzio. E’ un attimo, quando quel silenzio, viene rotto da un miagolio disperato, che si fa largo fra le vetture. E’ una minuscola creatura. La sua “vocina” sottile chiede aiuto. Matteo, alla fine della storia, confesserà di non aver mai avuto a che fare con i gatti, prendendosi per giunta già di un cane al quale è affezionato tanto che non potrebbe mai infliggergli un colpo a sorpresa. E, invece…

La Zampa, riprende la confessione dell’uomo che si è imbattuto con quel gatto. «Miagolava forte, spaventata, era sotto un’auto: per un quarto d’ora ho provato a farla uscire, ma non si muoveva».

 

 

ACQUA E PAZIENZA…

Dopo tentativi, la gattina spaventata si è rifugiata in un cespuglio. Solo grazie a un po’ di acqua e pazienza, Matteo riuscì a guadagnarsi abbastanza fiducia così da poterla avvicinare. L’aveva in qualche modo rassicurata. «Missione terminata, posso allontanarmi, ho compiuto la mia buona azione quotidiana». E invece, no, Matteo, quella che a te sembrava conclusa, era solo un’incompiuta. Principessa, ormai, aveva fatto la sua scelta: non voleva più restare sola, così prese a seguire Matteo mostrandogli tutta la sua determinazione esplicata con un piccolo balzo aggrappandosi alle sue gambe.

Non consentiva all’uomo di fare un passo: ogni volta che Matteo cercava di liberarsi di Principessa, il suo miagolio si faceva più disperato. Matteo aveva pensato anche a un soluzione transitoria, creare attorno alla micina un rifugio con una scatola e una coperta. Questo nella mente dell’uomo, che non era evidentemente la stessa di Principessa: l’unico posto dove sembrava trovar pace, spiega il giornale on line, era la sua spalla, tanto da non perdere occasione per saltarci sopra.

 

 

«LA MIA SPALLA: CASA SUA»

«Era tranquilla – riprende l’uomo – solo se stava sulla mia spalla o sul petto: ogni volta che provavo a spostarla, miagolava e risaliva subito: ha passato così la notte, tra coccole, riposini sulla spalla e occhiate di gratitudine, quel piccolo spirito aveva finalmente trovato un rifugio».

Così, emozionato e convinto che la cosa che stava per fare era la più giusta, Matteo aveva deciso di portare Principessa a casa sua. Unica preoccupazione, il suo cane e un interrogativo: come, l’inquilino già accasato fra le mura domestiche, avrebbe reagito alla nuova presenza? Un primo controllo ha un che di incoraggiante: i due animali hanno avuto solo brevi incontri, ma il cagnolone di Matteo pare eccitato e incuriosito dai nuovi odori e suoni che provengono dalla stanza dove Principessa sta prendendo le misure di questa sua nuova e più stabile abitazione.

Con tanto di benedizione a Matteo e a quel cagnone che ha entusiasticamente accettato la convivenza. Anzi, pare che il cucciolone si stia prendendo cura di Principessa come fosse un suo simile. E qui ci vorrebbe daccapo quel dizionario cui alludevamo: simile. Analogo o affine nell’aspetto, nei caratteri. Nonostante uno dei detti più popolari – ma andrebbe sicuramente aggiornato – continui a recitare: «Si odiavano come cane e gatto». Gli uomini prendano esempio su come due, all’apparenza differenti fra loro, possano convivere, rispettarsi e prendersi cura l’un l’altro.

«Gli esami non finiscono mai»

Mogol, il più grande di tutti, 88 anni, ritira una Laurea ad honorem

«Riprendo Battisti in uno spettacolo che debutta il prossimo 3 novembre a Milano», racconta Giulio Rapetti. «Ho scritto per Lucio, ma anche per Celentano e Cocciante; scoprii Gaber e lanciai Tenco». Una, dieci, cento storie, lo stesso numero di canzoni: Emozioni, La canzone del sole, Acqua azzurra acqua chiara, Il mio canto libero…

 

«Oggi è il giorno più bello della mia vita». In mano la preziosa pergamena, sulla testa che ha pensato mille canzoni, il tocco accademico, il copricapo che i laureati indossano unitamente alla toga. Lunedì scorso l’Università Iulm di Milano a Mogol, al secolo Giulio Rapetti, ha conferito il master ad honorem in Editoria e Produzione Musicale.

Come a dire, che gli esami non finiscono mai. Lo scriveva e recitava in una delle sue più celebri commedie un altro grande autore, Eduardo, a dimostrazione che far lavorare la mente non porta a grandi risultati culturali, titoli di studio che mai prima d’ora, ma anche ad essere longevi. Studiare, pensare, tenersi in esercizio, come recitava una compagnia telefonica tanti anni fa, “allunga la vita”.

Mogol, ottantotto anni, più che suonati, scritti. Alla musica ci pensava un altro genio, Lucio Battisti, che insieme con Rapetti ha costituito la coppia di autori di maggior successo, “finché Grazia Letizia – moglie dell’artista di Poggio Bustone – non ci separi”, verrebbe da dire.

 

 

«HO STUDIATO TANTO…»

La laurea, tiene a sottolinearlo, raccontandosi ad Andrea Spinelli in un bel “botta e risposta” rilasciato al quotidiano Il Giorno. «Ho studiato tanto, una delle mie scoperte: Giorgio Gaber, aveva stoffa, quando gli proposi un contratto pensò a uno scherzo…».

Battisti, un giorno, raccontò del suo incontro con Mogol a Milano, alla Ricordi, dietro l’insistenza di Pietruccio Montalbetti dei Dik Dik. «Mi chiese di fargli ascoltare alcune cose condite da un inglese maccheronico: “Fanno schifo, mi disse schietto”; in realtà un po’ anche a me, gli confessai; la cosa non ci scoraggiò e andammo avanti». La storia dette ragione ai due artisti di “Emozioni”, “Acqua azzurra acqua chiara”, “La canzone del sole”, “Il mio canto libero” e decine di grandi successi cantati e ricantati in tutto il mondo.

«Ma attenzione – confessa sempre Rapetti – nessuno nasce con la penna in mano; la prima canzone scritta, “Mamma guitar”, faceva davvero pena: veniamo al mondo con un talento da individuare, ma poi bisogna crescerlo con la passione, il lavoro, l’autocritica».

 

 

NON SOLO BATTISTI, PERO’…

Dici Mogol e pensi, inevitabilmente, a Battisti. Ma di canzoni, ne ha scritte a bizzeffe: per Celentano, Zero, Cocciante e tanti altri. Indietro nel tempo, prima di Battisti che era lì lì per esplodere. «“Se stasera sono qui” la scrissi con Tenco, primi anni Sessanta, ma Luigi – che aveva una voce molto interessante e un’attitudine alla Nat King Cole – non era del tutto convinto: un giorno, mentre andavamo in trattoria, ci fermammo nel mio studio in Corso Buenos Aires, gliela feci registrare. Quel brano, era il ’67, Wilma Goich lo presentò al Disco per l’Estate; qualche mese dopo recuperammo il provino originale, lo completammo con gli arrangiamenti orchestrali di Gian Piero Reverberi, lo pubblicammo trasformandolo in uno dei grandi successi di Tenco».

Mogol potrebbe raccontare ancora tanto, un’infinità di cose. Ma, si dice, una cosa per volta. Lui, Doc Mogol, non ha fretta. Cominciamo dall’impegno più immediato. Il 3 novembre al Lirico presenterà “Emozioni, la mia vita in canzone”, spettacolo in cui con Gianmarco Carroccia (provate a trovare su internet una delle sue tante interpretazioni, chiudete gli occhi e ascoltate e poi diteci…) tra i successi scritti con Lucio Battisti. Sul palco anche l’Emozioni Orchestra, un ensemble composto da venti elementi diretti dal maestro Marco Cataldi, che ha curato gli arrangiamenti.