«Chiamami Alfredo!»

Duncan, calciatore del Venezia, è diventato cittadino italiano

La cerimonia lunedì scorso nel comune di Pescia, vicino Pistoia. «Da oggi sono italiano come voi, questo è un Paese straordinario, mi son trovato subito bene». «E’ un ragazzo d’oro, anche spiritoso», ha dichiarato il sindaco Riccardo Franchi, che ha officiato la cerimonia. Ricorda il centrocampista della squadra lagunare: «Non è stato facile per un bambino, come me all’epoca: lasciare tutto, i propri genitori, la propria terra di origine e trasferirsi altrove e cominciare una nuova vita»

 

«Da oggi chiamatemi Alfredo, sì con la “o”: non più Alfred, ma Alfredo, sono italiano come voi». La notizia riportata dall’agenzia giornalistica Ansa e ripresa dagli organi di informazione, ci ha messo poco a circolare ovunque. Alfredo è noto al grande pubblico, la sua attività di calciatore ha contribuito non poco a portare a conoscenza di molti la sua storia. Bella, come tante altre. Certo lui fa uno dei mestieri più ambiti al mondo, quello del calciatore professionista, ma ci sono tanti suoi giovani colleghi che forse non hanno avuto la stessa fortuna in un perimetro di gioco, però sono felici lo stesso. Hanno trovato o troveranno come Alfredo la loro brava cittadinanza italiana. Si tratta solo di avere pazienza, attendere ed avere i requisiti giusti.

Dunque, Alfredo Duncan lunedì scorso ha formalizzato la sua cittadinanza italiana con un battuta: «Da oggi chiamatemi Alfredo!». Con questa prima frase ha aperto la cerimonia di giuramento per la cittadinanza e per la firma degli atti svoltasi al Comune di Pescia (Pistoia) davanti al sindaco Riccardo Franchi. Pescia, non a caso. Questa è, infatti, la città dove Alfredo ha sempre mantenuto la residenza da quando arrivò in Italia nel 2009.

 

 

DAL GHANA A QUINDICI ANNI

Alfred, non ancora Alfredo, una volta in Italia era stato preso in affidamento dalla famiglia Giusti, con a capofamiglia Leonardo, diventato successivamente il suo procuratore. Perché Alfredo, bravo era bravo a giocare al pallone, ma doveva essere gestito nel migliore dei modi, il suo talento non doveva essere bruciato da personaggi spregiudicati che circolano nel mondo del calcio. Ecco perché la figura paterna di Leonardo nella carriera di Alfredo è stata risolutiva. Duncan quasi subito inizia l’attività di calciatore nelle giovanili dell’Inter. Successivamente gioca con Livorno, Sassuolo, Sampdoria e Cagliari, arriva alla Fiorentina per poi andare a Venezia.

A margine della cerimonia, la dichiarazione del sindaco Franchi. «Ho conosciuto un ragazzo eccezionale, che vuole bene all’Italia, Paese al quale deve davvero tanto; per lui, che dimostra di essere ancora una persona umile, quasi uno della porta accanto, oggi si è realizzato un sogno; un sogno coronato dopo anni di impegno, sacrificio e lavoro; ragazzo spiritoso, a fine cerimonia ha concluso il suo intervento invitandoci a chiamarlo tranquillamente Alfredo, dunque non più Alfred».

La storia l’avevamo raccontata qualche anno fa, su queste stesse colonne. Giunto in Italia da adolescente dal Ghana, era stato affidato quindicenne ad una famiglia di Pistoia.

 

 

«GRAZIE A MIO ZIO…»

Nato ad Accra il 10 marzo del 1993, dal padre Thomas e mamma Laetitia, Duncan arrivò in Italia nel marzo 2009. I nuovi genitori italiani, Francesca e Leonardo Giusti, lo accolsero nella loro casa con tutto l’amore possibile, affiancandolo a Niccolò, il suo fratellino acquisito, a cui Alfredo è molto legato.

In una intervista del 2020, come riporta il sito Derby.it in un articolo di Davide Capano, ha spiegato com’è arrivato in Italia. «Ero piccolo, non è stato facile per un bambino lasciare tutto, i propri genitori, la propria terra di origine e trasferirsi in un Paese completamente nuovo. Per fortuna qui avevo mio zio, che mi ha aiutato a crescere e ad integrarmi; al resto ci ha pensato l’Italia, un Paese meraviglioso».

Da una società all’altra, ma sempre in squadre di prestigio. «A Firenze mi accolsero come un figlio, loro per me sono una famiglia e Pescia è la mia casa; l’Inter è stato qualcosa di inaspettato ma bellissimo, una società importantissima, al top in Italia e in Europa: mi sono allenato e cresciuto con calciatori formidabili, un’esperienza che mi ha fatto crescere tanto». E anche se Wikipedia non ha ancora aggiornato il suo profilo, per noi Alfred è Alfredo a tutti gli effetti. Del resto l’invito lo ha rivolto il diretto interessato.

«Mille scuse, è il minimo…»

Antonello Venditti, in concerto a Barletta, non volendo offende una ragazza disabile

Mentre spiegava un aneddoto, è stato interrotto. L’artista di “Roma Capoccia” sulle prime ha interpretato male dei versi, poi si è scusato. «Mi metterei a piangere, mi dispiace tantissimo, non sono un mostro», si è giustificato sui social. «Con l’artista ci siamo chiariti: continuiamo ad essere tutti suoi grandi fan», la risposta dei genitori

 

Non dovrebbe accadere, ma succede. Quando poi accade a un intellettuale come Antonello Venditti, che di mestiere fa il cantautore, uno che lavora con le parole, e nell’impegno per le fasce deboli si è molto speso, specie agli inizi del suo percorso artistico, un ascoltatore, un lettore non può che restare basito.

E’ successo durante un concerto dell’artista di “Roma capoccia”, “Compagno di scuola” e “Notte prima degli esami”, per citare qualche titolo sparso qua e là, svoltosi a Barletta. In Puglia, spesso ospite con i suoi concerti, sempre acclamati, ad un certo punto si è lasciato andare ad un commento ingenuo. Ingenuo perché non ha nemmeno avuto il tempo di riflettere, pensare che di fronte a lui non ci fosse uno spettatore in vena di polemizzare, ma una persona speciale, una ragazza portatrice di handicap come si è saputo quasi subito.

 

 

VENDITTI DI SASSO…

Venditti è rimasto di ghiaccio, dopo qualche istante dalla sua battuta pesante, rivolta a una «normale persona ineducata», si è reso conto di quanto stesse accadendo. Il pubblico si agitava, rimproverava a Venditti, che poco per volta stava rimettendo insieme i tasselli di quella topica, un atteggiamento discriminatorio. Qualcuno gli ha urlato di vergognarsi quando. Una reazione di pancia, che ci può stare. Come, però, ci può stare che “Core de Roma”, impegnato in una breve introduzione di una sua canzone, senta qualcuno che interloquisce con lui, interrompendolo – per quanto si è scoperto poco dopo – per un eccesso di entusiasmo, di grande euforia per avere non lontano il suo beniamino.

La notizia riportata dall’agenzia Ansa, a firma del corrispondente Vincenzo Chiumarulo, ha cominciato a circolare ovunque. Fra le altre agenzie, i siti, i giornali, qualsiasi social. Tutto, però, dopo le spiegazioni di rito, sembra sia andato a posto. Probabilmente anche ad una velocità impensabile, considerando che le notizie vanno come saette. Così il popolare artista romano, nato al Folkstudio insieme con Francesco De Gregori e Giorgio Locascio, è finito in un inferno di polemiche. Motivo principale: avere insultato una fan disabile che, non volendo, lo aveva interrotto durante il suo concerto a Barletta.

 

«SALI, SE HAI CORAGGIO!»

Venditti era intento a raccontare un aneddoto della sua vita quando dalla platea ha cominciato a sentire parole incomprensibili, pronunciate da qualcuno non distante e fra il pubblico. Reazione dell’artista? Inelegantemente ha iniziato a rifare il verso a quella ragazza, a due passi, e invitandola a salire sul palco «…se hai coraggio!». Apriti cielo. Non appena gli è stato fatto notare che si trattava di una persona “speciale”, ovvero con disabilità, ha risposto, non rendendosi ancora conto della gravità alla quale stava andando incontro. «Ho capito, è un ragazzo speciale che deve imparare l’educazione: non esistono ragazzi speciali, l’educazione è una cosa». Ma, come in tutte le “stories” moderne, ecco un video, uno dei tanti. A chi aveva in pugno il cellulare non pensava che stesse immortalando una gaffe del suo artista preferito.

E, allora, la ripresa è diventata in breve virale suscitando, compresa la risposta dell’intero web, che non va mai tanto per il sottile. Come dicono in molti, il web è tranchant, così l’indignazione non ha tardato ad arrivare: «Vergogna!», il commento più ricorrente. In tanti hanno descritto la sfortunata ragazza, che non riesce ad esprimersi come vorrebbe e che quando è felice si esprime a gesti e, come può, a versi. Da lì a breve, quando Venditti ha compreso l’enorme gaffe, ha rimediato in tempi brevi.

 

 

«SONO DISTRUTTO!»

Ha postato un video su Facebook utilizzando queste parole. «Mi metterei a piangere, mi dispiace tantissimo – ha detto – non sono un mostro, sta montando una polemica stupida per chi mi conosce; ho sbagliato – si appella Venditti – ho sbagliato perché nel buio non mi sono accorto della ragazza; pensavo a una contestazione politica, così ho risposto in maniera molto violenta a questa ragazza che certamente non volevo offendere e mai avrei offeso». «Sono sconvolto – ha ripreso – tutti sanno quanto voglio bene ai “ragazzi speciali”, possono testimoniarlo quanti vengono ai miei concerti».

Nel botta e risposta, sono intervenuti anche i genitori della ragazza in questione. «Con Venditti ci siamo chiariti: per noi e nostra figlia il problema non sussiste; abbiamo capito immediatamente che si era trattato di una incomprensione, ingigantita dai social: ci ha chiamato lo stesso Venditti, che si è scusato, è stato gentile e affettuoso con noi e con nostra figlia; nessun dubbio: continuiamo ad essere tutti suoi grandi fan».

Madonna, meglio la Puglia

La popstar visita l’Italia, pensa al Salento

Un gestore romano. «Hanno ordinato Coca-Cola, aranciate, caffè e cappuccini freddi…». Con tutto il rispetto per la capitale, ma anche gli altri luoghi visitati, qui la grande artista ha solo avuto l’imbarazzo della scelta: riso, patate e cozze, orecchiette con le cime di rapa, cozze arraganate. E vino Primitivo, friselle con olio e pomodoro, focaccia barese, taralli, puccia pugliese, panzerotti al forno. Roba da diventare matti

 

Madonna stavolta non è apparsa in Puglia, ma ha consegnato ai suoi amici ed ai più stretti collaboratori, un messaggio consolante per tutti noi che amiamo questa stella di prima grandezza nel firmamento della canzone e del cinema. Per farla breve, in questi giorni pare si sia lasciata sfuggire, e nemmeno una sola volta, che la Puglia e il Salento occupano (e occuperanno) per sempre un posto privilegiato nel suo cuore.

«Amo questo angolo d’Italia», ebbe a dire l’artista statunitense di origini italiane, in più di un’occasione. Non appena i suoi impegni lo permettevano, ecco che Madonna Louise Veronica Ciccone, si fiondava in Puglia. Ufficialmente per tre volte, e per tre volte per festeggiare il suo compleanno.

Non lasciatevi ingannare dalla sintesi in tre righe. Pensate a una popstar, una donna piena di attività artistiche da qui ai prossimi dieci anni, non solo come produttrice, autrice, cantante, promoter di se stessa e dei brand a lei legati. Fatto? Bene, ora pensate alla sua personale agenda, zeppa di numeri telefonici, un interminabile numero di inviti, amici illustri e date su date. Bene, Madonna, mesi e mesi prima del suo compleanno, prende questa sua famigerata agenda – questa non un’altra – e va a trovare “16 agosto”, anniversario della sua nascita e lo cerchia in rosso. Non per un solo giorno, ma per diversi giorni, prima e dopo il suo compleanno. Una volta in Italia, è il caso di rilassarsi, festeggiare sì, ma anche godersi un sano relax, fra il proverbiale ritiro di Borgo Egnazia, a Savelletri di Fasano (Brindisi) e il circondario, fatto di barocco e vicoli, di gente appassionata e rispettosa.

 

 

MA IL SALENTO E’ NEL CUORE

Stavolta, però, Salento nel cuore, ha ceduto a pressioni, legittime – l’Italia è bella tutta, sette vite per visitarla non sarebbero sufficienti – e il 16 agosto è andato a festeggiarlo a Pompei. Con la discrezione che, però ammanta una popstar, qualcosa come una “coda” di otto van, una sorta di bus blindati, tanto che la gente non ha un solo indizio per comprendere dove la loro beniamina viaggi.  Dunque, Pompei. Madonna è arrivata la sera del 16 intorno alle 22,30 al Parco archeologico di Pompei. Qui era attesa per una visita privata agli scavi. All’ingresso, si diceva, otto van: una trentina di persone, fra queste il fidanzato Akeem Morris, le due figlie Ester e Stella e gli amici più cari.

Delusi i fan che hanno atteso per ore. La popstar non si è fermata – un percorso netto forse suggerito per motivi prudenziali dalle stesse forze dell’ordine – per dirigersi all’interno degli scavi archeologici, dove avrebbe visitato zone selezionate: il Quartiere dei teatri, la Casa del Menandro e la Casa dei Ceii.

Non solo Pompei, anche Roma. «Tutto mi aspettavo tranne che di vedere Madonna – ha raccontato all’AdnKronos Roberto Vanzo, titolare del Bibo, storico bar e ristorante di Piazza Santi Apostoli – certo, siamo abituati a vedere le forze dell’ordine che passano in massa davanti al nostro locale, tanto che pensavamo a una manifestazione, invece sono arrivati macchinoni e i primi assistenti di Madonna, che abbiamo accolto nel nostro dehors. Poi, è arrivata lei». Da non crederci.

 

 

PREFERISCO IL PRIMITIVO…

La regina del pop ha passato oltre un’ora in compagnia del suo staff. Nessun menù. «Solo da bere, e pochissimo alcol: Coca-Cola, aranciate, caffè e cappuccini freddi, qualche bottiglia d’acqua e molti frullati di frutta: sono fissati con questi milk shake e poi giusto qualche Spritz, null’altro».

«Foto-ricordo – conclude il titolare del Bibo, con una battuta che farà morire d’invidia lo stuolo di fan all’esterno del locale – ne abbiamo fatte una trentina: una giornata meravigliosa, una novità e un regalo con i fiocchi per un locale che compie sessant’anni…». Certo, qui, in Puglia, sarebbe stata un’altra cosa, ma va bene così, purché quel cordone ombelicale che lega la Ciccone alla “sua” Italia, continui ad esistere. Come continuerà ad esistere il suo legame con la Puglia e il Salento. Qui, i menù fanno a cazzotti. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Riso, patate e cozze, orecchiette con le cime di rapa, cozze arraganate. E, ancora, vino Primitivo, friselle con olio e pomodoro, focaccia barese, taralli, puccia pugliese, panzerotti al forno. C’è da diventare matti. E questo, Madonna lo sa.

L’estate sta finendo…

Vistoso calo dei profitti, specie nella categoria “balneari”

Il sindacato di categoria lancia un appello. Ma i privati non possono far fonte da soli ad inflazione e pressione fiscale. Occorre ripartire non appena questa stagione arida di soddisfazioni sarà finita. Si calcola una perdita di circa quaranta milioni di euro nella sola Puglia

 

Calo di presenze di turisti a luglio e agosto. Soprattutto al Sud, con particolare riferimento alle località balneari. Mancano dati ufficiali sulla stagione turistica in corso, ma è certo che dopo il boom dello scorso anno l’ “industria delle vacanze” ha cominciato a fornire i primi segnali preoccupanti. Si parla addirittura, in Puglia, di una perdita secca di quaranta milioni di euro. Staremo a vedere a fine stagione.

Insomma, detto di alcuni exploit, come la promozione del G7, le successive vacanze della premier Giorgia Meloni in Salento, quella attuale – a meno di impennate dell’ultima ora, ma questo accade solo nelle favole – questa è un’estate da dimenticare. In Puglia i primi riscontri su quella che è la tanto attesa stagione balneare dicono che quanto riportiamo pareva scritto fin dal mese di giugno, vale a dire presenze in spiaggia in caduta libera.

 

 

SINDACATO BALNEARI, «SOFFRIAMO!»

Ci sono anche cifre, quelle già manifestate dal SIB, il Sindacato italiano balneari che quantifica la flessione con una forbice che oscilla dal 20% al 30% rispetto allo scorso anno. Praticamente una perdita, si diceva, pari a circa 40 milioni di euro. Numeri che mettono in allarme quanti operano nel settore e che insistono sulla necessità della liberalizzazione delle concessioni che avrebbe provocato danno a tutto il settore. Alla luce della proiezione di queste cifre, appare evidente che l’ipotesi di un recupero in coda all’estate sia pura teoria. Dopo un successo clamoroso, seppure meritato degli ultimi anni, oggi la Puglia è  piegata su se stessa.

«Noi siamo le antenne dell’economia italiana – dichiara il presidente nazionale SIB, Antonio Capacchione – è la nostra categoria a percepire ogni minima flessione della capacità di spesa delle famiglie e le cause che stanno alla base del fenomeno; proprio le famiglie della classe media sono le grandi assenti nei lidi, vale a dire la parte di quella clientela che ci forniva maggiori certezze; pertanto, mancando l’elemento che negli anni ha dato sicurezza e solidità alle nostre aziende, ecco che abbiamo registrato il complicarsi delle cose che ci consentivano risultati sempre più incoraggianti dopo la sciagura della pandemia».

 

 

INFLAZIONE E PRESSIONE FISCALE…

Inflazione e incremento della pressione fiscale, le maggiori cause che hanno tenuto lontane le famiglie dai lidi. Con l’inflazione sono aumentati i prezzi dei prodotti, dal cibo all’energia elettrica, ai carburanti, ma anche dei servizi.

Sul calo del turismo in Puglia, è intervenuta l’ex ambasciatrice della Puglia, Nancy Dell’Olio, che in una intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno ha dichiarato che «lusso non significa solo alzare i prezzi, ma offrire qualità»

«Il calo d’affluenza – ha ripreso la Dell’Olio – nei lidi pugliesi è riconducibile alla denuncia dei balneari; anche le strutture ricettive hanno subito una flessione – tanto che sposa la tesi del presidente SIB – perché il potere d’acquisto delle famiglie italiane è sceso: le performance negative, tra fine luglio e agosto – prosegue l’ex ambasciatrice della Puglia – hanno interessato anche il segmento lusso, così la mancata programmazione della politica regionale si riversa sulla tenuta del settore tanto da manifestare segnali di una bolla a rischio esplosione: senza manager competenti il brand-Puglia finisce per distruggersi».

 

 

L’ESTATE STA FINENDO…

Ma a meno di un miracolo, la Puglia difficilmente ripianerà seppure parzialmente le cifre che raccontano un’estate all’insegna dell’austerità. Programmazione, questa dovrà essere la parola d’ordine dalla quale i nostri manager e i nostri politici dovranno ripartire. Non possono farsi carico del brand solo i privati. C’è chi ha compiuto fior di investimenti nella promozione di alberghi e masserie, per giunta di altissimo profilo, senza avere quegli strumenti di richiamo a fare da contorno. La Puglia non è solo “sole, mare e sabbia”. E’ anche entroterra, masserie appunto, trulli, verde, gastronomia. Ecco da dove ripartire non appena questa stagione avrà fatto scorrere i titoli di coda ad un’estate che prometteva, ma che non ha…mantenuto.

«Papà, ridendo e scherzando»

Silvia Scola, martedì sera allo Yachting di San Vito ha ricordato l’immenso papà Ettore

Uno dei più grandi registi italiani raccontato dalla figlia in un’altra serata sold-out all’interno della rassegna “L’Angolo della conversazione”. E’ l’occasione per parlare di film come “C’eravamo tanto amati”, “Brutti, sporchi e cattivi”, “Una giornata particolare”, “La terrazza”, “La famiglia”, fino al suo ultimo suo film in ricordo del suo amico Fellini: “Che strano chiamarsi Federico”. Aneddoti a non finire, ripresi dal libro “Chiamiamo il babbo”

 

Ettore Scola, uno dei più grandi registi italiani di tuti i tempi. La sua storia di autore comincia a soli quindici anni. Con la famiglia si trasferisce dalla minuscola Trevico, provincia di  Avellino, all’infinita Roma. Ha le idee chiare, si presenta al Marc’Aurelio, bisettimanale che ad ogni pubblicazione vende qualcosa come mezzo milione di copie. Scrive, disegna, inventa, conia una battuta dietro l’altra, piace subito a personaggi come Flaiano e Fellini, principi di quella redazione che non fa sconti a nessuno, nemmeno al fascismo, benché al tramonto.

Dal Marc’Aurelio nascono gli sceneggiatori, i registi, che racconteranno l’Italia del Dopoguerra, anche se i primi riferimenti di un attento Ettore, saranno Rossellini e De Sica. Fra i maggiori registi italiani, ha diretto, fra gli altri, film come “C’eravamo tanto amati” (1974), “Brutti, sporchi e cattivi” (1976), “Una giornata particolare” (1977), “La terrazza” (1980), “La famiglia” (1987) e “Che ora è” (1989). Se “C’eravamo tanto amati” è dedicato alla memoria di De Sica, l’ultimo suo film è un ricordo su Fellini, “Che strano chiamarsi Federico”.

 

 

MEGLIO RIDERCI SOPRA

Per restare nell’area-tributi, bene hanno fatto Paola e Silvia Scola, figlie del grande regista e sceneggiatore, a dedicargli il film “Ridendo e scherzando”. Scola, restio alle interviste, per una volta si presta allo sguardo delle figlie Paola e Silvia, con clip dai film e filmati inediti, e con Pierfrancesco Diliberto (per tutti Pif) a fare da intervistatore. Ed è proprio di “Ridendo e scherzando” che si è parlato martedì 20 agosto allo Yachting Club di San Vito nell’“Angolo della conversazione”, rassegna giunta alla ventesima edizione e a cura di Gianluca Piotti e Daniela Musolino.

Come per l’imbarazzato Pif, nel trovarsi di fronte a buona parte della storia del cinema dai Quaranta in poi, anche il modesto cronista al cospetto della figlia Silvia, si fa assalire da una giustificabile emozione. Cosa chiederle, su cosa soffermarci, su cosa sorvolare. La risposta è alla Scola. «Se proprio dobbiamo fare conversazione, andiamo a braccio, ma niente domande, meglio improvvisare». In realtà, Silvia, come la sorella Paola, purtroppo assente, dispone di una infinita serie di aneddoti che solo la metà della metà basterebbe a mettere a tacere chiunque abbia ambizioni di battutaro.

C’è anche un testo che ci accompagna nella chiacchierata, “Chiamiamo il babbo”, libro dedicato al papà. Pieno di battute che circolavano per caso.

 

 

«CHIAMIAMO IL BABBO, E’ MEGLIO…»

«”Chiamiamo il babbo”, è una battuta di uno straordinario Totò, per il quale papà ha scritto numerosi dialoghi, firmati e non, ma questo ai tempi di quello che “Ettore” chiamava il periodo dello schiavetto, della gavetta: bisognava farlo, era la chiave d’ingresso in un mondo nel quale fu subito accettato, solo che, giovanissimo, doveva farsi le ossa: e così fu. Chiamiamo il babbo, è l’invocazione del Principe quando nel film si trova davanti al giovane e inesperto dentista che temporaneamente fa le veci di suo padre: da qui, “Chiamiamo il babbo”, come a dire forse sarebbe meglio chiamare uno del mestiere; altra battuta, me ne avrei mille, “Insieme alle valigie”: vi dice niente “Totò a colori”, l’onorevole Trombetta, quando Totò lancia dal finestrino ogni cosa appartenga al deputato, perfino la valigia? Bene, quando Trombetta gli passa anche le scarpe, che fanno la stessa fine del bagaglio, e chiede all’occasionale compagno di viaggio dove le abbia poste, Totò risponde “Insieme alle valigie!”. A casa, quando dovevamo disfarci di qualcosa, non ci interrogavamo nemmeno: questa va insieme alle valigie!».

A proposito del libro “Chiamiamo il babbo”, ma in particolare del film-tributo “Ridendo e scherzando”. «Essendo nostro padre – dicono Silvia e Paola – noi figlie abbiamo avuto la possibilità di rappresentarlo anche come uomo e come persona, raccontandolo nel suo privato, con un occhio di riguardo; nel titolo, quello che io e mia sorella Paola abbiamo sempre riscontrato nel cinema di nostro padre, che “ridendo e scherzando” ha affrontato tematiche severe, drammatiche, situazioni sociali critiche; pensiamo, infatti, che ridendo e scherzando si possa essere molto più seri. Così, senza essere seriosi e con la sua stessa cifra stilistica, abbiamo realizzato questo ritratto, pensandolo come un documentario da ridere: leggero».

«Trullo, magico rifugio»

Lucia Silvestri, creative director di “Bulgari”

Ci sono voluti cinque anni, un giro fra le campagne di Alberobello. Scovata la costruzione, decadente, l’intervento per restituire il manufatto a nuova vita e goderselo. «La sera qui è magico, m piace prendere un aperitivo nel cortile e guardare il cielo pieno di stelle…», ha confessato al periodico Bazaar

 

E anche il trullo ha la sua griffe. Con il massimo rispetto su quelle che sono le regole da rispettare e non possono derogare a piacimento. Ci pensa una griffe importante, il braccio creativo di “Bulgari”, Lucia Silvestri, a dare al trullo quello che è del trullo: una struttura povera, pensata ai suoi primordi come il deposito degli attrezzi da lavoro di contadini e agricoltori. Sia che lavorassero la propria, sia che lavorassero la terra altrui. Per poi diventare abitazioni, da monolocale a costruzioni di tre, quattro trulli insieme. La storia è lunga, meglio tenerci sulla notizia, scovata e rilanciata dalla rivista Bazaar, anche questa una griffe, sicuramente una delle più importanti in circolazione, in Italia e all’estero.

Ma il passo indietro, prima di parlare (scrivere, è meglio…) del trullo con tanto di griffe, è comunque necessario. Dunque. Fave e cicoria, frisella olio e pomodoro. Sono solo alcune delle soluzioni veloci e da qualche tempo anche costose, nonostante gli ingredienti, buonissimi non diciamo di no, non giustifichino prezzi esagerati.

Partiamo da una soluzione, più che una cucina balisare, basica direbbero quelli aggiornati e fagocitati da internet, per introdurvi a un ragionamento molto semplice: quanto piace ormai a chiunque la Puglia?

 

 

PASSO INDIETRO

Facessimo un passo indietro, fino ad arrivare ai primi innamoramenti della nostra Penisola – ci riferiamo al Tacco d’Italia – ci accorgeremmo che il fenomeno ci è letteralmente scoppiato fra le mani, senza che avessimo il tempo di accorgercene.

Bene, qualcuno se n’è accorto, voleva investire e cementificare ovunque, senza problemi e, una volta stoppato, ha avuto il barbaro coraggio di darci dell’“ignoranti”, solo perché difendevamo la natura, il numero chiuso di turisti sui quali la nostra economia si era sempre mantenuta.

La creative director di Bulgari, Lucia Silvestri – scriveva giorni fa Bazaar – trascorre molto tempo alla ricerca di gemme eccezionali; quando lo fa, non si concentra solo sul colore e sul taglio di un gioiello ma cerca anche vibrazioni positive. «Cerco pietre che mi parlino», dice la Silvestri, quando tiene in mano una gemma speciale. Perchè riesce a percepirne l’energia e, quando sei anni fa ha visitato per la prima volta la Puglia – aggiunge sempre Bazaar – ha sperimentato immediatamente le stesse sensazioni positive. «Quando sono arrivata in Puglia – dice – ho sentito un forte legame: mi sono subito rilassata e sentita a casa». Parole sue.

 

AMORE A PRIMA VISTA

E’ stato dopo uno dei suoi viaggi, stavolta a Sud della capitale, dove ha casa Lucia Silvestri, a spingere prima la sua curiosità, poi a lasciarsi andare ad un fascino così contagioso: quello per la Puglia, appunto, e per quanto la circonda e ha fatto diventare questa terra proverbiale: a cominciare dai trulli. «Sarebbe bello metterci mano – abbiamo pensato noi provando per un momento a sostituirci alla creative director – sempre nel rispetto della salvaguardia di queste opere secolari».

E’ qui che la donna ha conosciuto la vita in una di queste storiche case in pietra calcarea sormontate da un tetto conico, tipiche della Puglia e che sembrano uscite da una fiaba. Pensateci, sembra davvero che i trulli siano sbucati da una favola. Il resto lo ha fatto Alberobello, patrimonio mondiale dell’Unesco. E’ di tutto questo che l’elemento di punta di “Bulgari” è rimasto affascinato, per mettersi successivamente (e personalmente) alla ricerca di un trullo perché questo diventasse finalmente tutto suo.

 

 

«ECCOLO, E’ MIO!»

Infine, eccolo finalmente: costruito nel 1600, il fatiscente trullo in pietra era fatiscente. Era, insomma, in uno stato non troppo incoraggiante, tanto da rendere complicato il restauro. I trulli, infatti, spiegavamo, sono protetti da regole severe imposte dal governo, ma la casa – finalmente – è stata completata dopo una ristrutturazione durata cinque anni.

Cinque anni, alla fine dei quali Lucia Silvestri ha finalmente tirato un sospiro di soddisfazione. «La sera qui è magico, m piace prendere un aperitivo nel cortile e guardare il cielo pieno di stelle e le luci della valle sottostante: qui dormo molto bene, nessun rumore, solo qualche cinguettio di uccelli». «Non potete immaginare quanto ci sia da scoprire in questa regione», confessa a Bazaar. Confessa alcuni dei suoi luoghi preferiti per il fine settimana: Martina Franca, per la sua architettura barocca; Ostuni, conosciuta come la Città Bianca, per il suo meraviglioso mercato dell’antiquariato; i chilometri di spiagge di sabbia bianca della Puglia. Benvenuta a casa.

«Ferragosto a lavoro, ma finché pagano…» 

Supermercati aperti anche il 15 di agosto, i dipendenti accettano

«Non è il caso di formalizzarsi, è così: una volta fatta l’abitudine, sorvoli», dice Antonio. Un tempo la chiusura era sacrosanta, ma dopo il decreto Monti, tutto è cambiato. Accade solo in Italia. «Non ne faccio un dramma, mi sono organizzato con la famiglia e i piccoli, andremo lo stesso al mare, nel pomeriggio: recupererò un po’ di sonno all’ombra…»

 

«Fin quando pagano, va bene anche così». Antonio il suo Ferragosto lo trascorre fra scaffali e la cassa, alla chiusura, perché il flusso della clientela non cala e c’è bisogno di una grossa mano. «Ci tocca, egregio signore», aggiunge l’ex giovanotto che svolge il doppio incarico all’interno di uno dei supermercati aperti anche il 15 di agosto.

Ieri, infatti, giornata di Ferragosto. Chi va al mare, chi in collina. Comunque lontano dalla città. Relax sacrosanto, per chi può permetterselo. C’è poi un risvolto, quello di chi resta in città: per libera scelta; perché non ama la confusione da spiaggia; chi non può permettersi un sano recupero delle energie mentali e fisiche; chi, invece, come Antonio, il Ferragosto, giorno dell’Assunzione (lo scriviamo per i cattolici…), invece resta in città, e non certamente per libera scelta, ma per motivi di lavoro.

«Non mi lamento, sono ancora giovane, ho messo su famiglia e mi tocca stare qui, a fare due conti “dietro” la cassa, perché mi spetta: ma, dicevo, fino a quando hanno rispetto di te e ti riconoscono il dovuto, quello contemplato per i lavoratori, va benissimo: per rilassarci, io e la mia famiglia insieme, c’è tempo».

 

 

ANTONIO E GLI ALTRI…

Antonio, nome di pura fantasia a tutela della privacy del lavoratore e per eventuali ritorsioni della sua azienda per aver rilasciato un paio di battute sul posto di lavoro. Non dice nulla di male, Antonio, è evidente. Anzi, difende la società per la quale lavora, puntuale nel riconoscergli quanto dovuto per l’attività in un giorno di festa. Ma di questi tempi, se pensiamo che aziende hanno licenziato dipendenti solo per aver postato dichiarazioni (a favore dell’attività per cui lavoravano!), meglio andarci piano.

Così, Antonio, alto, slanciato, il sorriso sempre pronto, come la battuta per ciascun cliente che si appresta a pagare gli acquisti (in buona parte generei alimentari, bibite, gelati), insieme al suo collega, distante un paio di metri e impegnato su un’altra cassa, si lascia andare a brevi, ma significative considerazioni. «In piedi da stamattina alle sette – dice ancora – ancora un paio d’ore e poi, alle 14.00, stacco e torno a casa, sarà mia moglie, alla fine a decidere, se andare a mare con i due piccoli, oppure restare a casa: penso propenderà per la spiaggia; condivido, la gente a quell’ora torna a casa, lascia la spiaggia libera e noi piantiamo l’ombrellone e stiamo fino a sera: io, non nascondo, mi farò una mezz’oretta all’ambra, nel senso che se mi si chiuderanno gli occhi asseconderò la stanchezza…».

Antonio, come il collega, altrettanto eloquente, altrettanto soddisfatto del trattamento economico, è bene sottolinearlo, appartiene a quelle decine di migliaia di lavoratori impegnati nella grande distribuzione che hanno lavorato a Ferragosto.

 

 

QUANTI SUPERMERCATI APERTI!

Sono, infatti, numerose le catene di supermercati, che hanno deciso di restare aperte per la festa agostana e consentire così alla affezionata clientela rimasta per mille motivi in città, gli acquisti dell’ultimo momento.  Ciò, badate bene, non accade solo nelle località turistiche, dove la presenza di turisti in questo periodo rendono necessaria l’apertura degli esercizi commerciali, ma anche in città, nelle periferie, dove si serve la clientela del circondario, delle vicine cittadine.

Le aziende cui sono riconducibili i supermercati hanno deciso così, perché in Italia, al contrario di quanto accade negli altri Paesi europei, la legge non prevede alcun limite alle aperture delle attività commerciali.

Proprio così. Si può lavorare tutto l’anno, anche l’intera giornata, senza salvaguardare le domeniche e i festivi. L’Italia, insomma, per quanto dica Antonio, soddisfatto del trattamento economico, è l’unico Paese in cui la scelta sulle aperture e le chiusure spetta esclusivamente alle imprese. Accade dal 2011, dalle liberalizzazioni contenute nel decreto “Salva Italia” siglato dal governo Monti. La norma, voluta dall’allora premier, cancellò di colpo a Comuni e Regioni ogni decisione autonoma circa le regolamentazioni fino ad allora esistenti. Intervennero perfino rappresentanti della Chiesa, niente da fare: le aziende hanno facoltà di chiedere al personale di lavorare anche nei giorni festivi.

 

 

SINDACATI E MANI LEGATE

Con la libera concorrenza, la contrattazione tra enti locali e imprese, necessaria per decidere quando e a che condizioni lavorare, è sparita. «E’ tutto nelle mani delle imprese – dicono i sindacati – le scelte badano al profitto: non crediamo abbiano portato benefici all’intero sistema; non c’è stato alcun miglioramento delle condizioni di lavoro, né una crescita nell’occupazione: solo disagio familiare a cui sono sottoposti i lavoratori».

Il sindacato del cosiddetto terziario ha addirittura compiuto un appello. Ha, infatti, chiesto ai cittadini di non fare la spesa a Ferragosto, con lo scopo di boicottare la scelta dei supermercati. Non è che tenendo aperto un giorno in più – in buona sostanza la riflessione dei sindacati – le persone fanno più spesa, cambierebbe solo il giorno in cui la fanno. Il consumatore italiano non è più ricco perché i negozi restano aperti. Il potere d’acquisto resta sempre lo stesso. Solo che viene distribuito su giornate diverse. In buona sostanza, il tema non è quello di tenere chiusi, a prescindere, i supermercati durante i giorni festivi, ma avere (tornare!) ad una regolamentazione più efficace e conciliabile fra clientela e lavoratori. Detto in soldoni: pianificare meglio le aperture in funzione delle reali necessità della comunità. Con buona pace di Antonio e la sua lunga, sterminata categoria di colleghi impegnati ogni giorno dell’anno, Ferragosto compreso.

“La storia siamo noi…”

Internazionalitalia, le ragazze del volley scrivono una grande pagina di sport e di vita

Origini ivoriane e nigeriane, russe e tedesche. L’abbraccio è uno solo, come l’inno che le eroiche giocatrici guidate dall’argentino Julio Velasco, intonano al momento della consegna della medaglia d’oro. E Paola Egonu infligge una “mazzata” al razzismo

 

Myriam Sylla, origini ivoriane, Loveth Omoruyi e Paola Egonu nigeriane, Sarah Fahr tedesche, Ekaterina Antropova russe. Cinque delle campionesse olimpiche di volley, la nazionale femminile che ci ha fatto sognare portandoci domenica scorsa all’ora di pranzo sul podio più alto di Parigi conquistando l’oro, hanno origini straniere. La cosa più bella alla chiusura del terzo set contro gli Stati Uniti schiacciati 3-0 (un solo set perso nella serie di incontri a cinque cerchi), l’abbraccio, il pianto e l’emozione condivisa fra le ragazze ed esteso a tutti i livelli. Eroiche, imbattibili, la squadra azzurra da oggi chiamatela InternazionaIitalia! E al diavolo quelle due, tre sciocchezze che avevano più che il sapore, la puzza di un gettare messaggi razzisti. Perfino il direttore di un quotidiano italiano dal taglio politico in un programma si era rimangiato il titolo fatto due anni fa nel quale il suo giornale scriveva a caratteri cubitali qualcosa di simile come “Egonu va via? Meglio, ce la togliamo dalle scatole”. E, invece, Paola, big Paola agli americani – che vivono da una vita l’insieme dei vari colori di pelle – gli ha fatto la festa con quelle “mazzate” (le schiacciate nel volley) che scuotevano il palazzetto e le nostre tv. E il tecnico, il coach, il capitano non giocatore, il condottiero? Origini straniere anche lui, nato in Argentina, Julio Velasco è naturalizzato italiano.

 

 

ORIGINI STRANIERE, ORGOGLIO ITALIANO

Origini straniere, cinque su dodici, panchina compresa. Una bella media, non c’è che dire. Era necessaria una squadra femminile e un nocchiero in panchina come lui, Velasco, che la panchina l’ha scaldata appena (tanto era in piedi…) per spingersi in quell’impresa mai riuscita prima.

A Parigi, nel giorno del sipario sui Giochi olimpici, l’Italia piazza il colpo di scena finale. E che mazzata: le azzurre del volley sono le nuove campionesse olimpiche. Coincide con la medaglia numero quaranta della spedizione italiana in Francia. Un oro preziosissimo che non ha precedenti. In un’Arena Sud le nostre ragazze annientano le americane con un secco 3-0. Un match mai in discussione, gestito di testa e fisico, e che ha trovato nella grande Paola Egonu la stella di un firmamento fatto di comprimarie: brave tutte, nessuna esclusa. Neppure le ragazze in tuta estromesse dalla formazione. Erano in campo anche loro, soffrivano quanto le loro compagne che non hanno mai smesso di dare tutto, anche di più.

Ventidue punti per la Egonu, premiata come “la giocatrice più forte al mondo”. Però, a detta della stessa ciclopica Paola, questa è stata la vittoria di un’intera squadra. Come fosse quella strofa che ci ha perseguitati ovunque durante gli Europei, “la storia siamo noi, nessuno si senta offeso”. Sembra quasi che Francesco De Gregori l’abbia scritta per le nostre ragazze. Le americane, sportive, a fine gara non hanno potuto che prendere atto dalla superiorità delle italiane. I-ta-lia-ne, chiaro no?

 

 

MAMELI, TUTTE INSIEME!

La cima dell’Olimpo adesso è azzurra. Ce l’ha fatta il grande Julio, a settantadue anni, con le sue ragazze, lui che purtroppo aveva mancato l’appuntamento la squadra più maschile più forte del secolo, ma che non riuscì a ripetersi dopo i campionati del mondo, conquistando l’argento ad Atlanta nel 1996.

Velasco aveva ereditato questa squadra dopo i saluti di Davide Mazzanti nell’ottobre dello scorso anno. Julio si è rimboccato le maniche nonostante il poco tempo a disposizione, l’ha costruita come solo lui sa fare, guardando “a quello che si è fatto e non a quello che si dovrà fare”.

Salgono tutte sul podio. Dall’Italia giungono immediati i complimenti del presidente Sergio Mattarella e della premier Giorgia Meloni, che hanno assistito in tv, non senza emozionarsi, le gesta eroiche del sestetto azzurro. Sullo scalino più alto salgono le ragazze della nuova Italia. L’inno nazionale lo cantano tutte. Abbiamo l’impressione che anche le statunitensi conoscano l’inno italiano e quasi accompagnino le note di Mameli insieme alle vincitrici. Diteci voi se non è il giorno nel quale viene scritta finalmente una pagina bellissima di sport e di vita. La Nazionalitalia che batte le avversarie e il razzismo. Grazie a tutte!

«Khaleesi? No, ci spiace»

Storia di un passaporto negato a causa di un nome “originale”

Lucy, mamma sui quaranta, appassionata della serie televisiva “Il trono di spade” chiama sua figlia con un nome in un primo momento “irregolare”. C’è di mezzo la Warner Bros che detiene il marchio di fabbrica sulla produzione tv su HBO. L’intervento di un avvocato, il lieto fine come uno di quei film americani…

 

Negato il passaporto a una ragazza. Ha il nome di un personaggio della serie televisiva di successo “Il trono di spade”. Succede anche questo, sì. Partiamo dal fatto che, restando nel rispetto delle leggi e senza offendere alcuno, uno attribuisce al proprio figlio, alla propria figlia, il nome che più gli o le aggrada. Del resto, una legge prevede che una volta diventato maturo il soggetto quel nome, qualora lo sentisse scomodo, può cambiarlo. Restiamo curiosi, per esempio, se Nathan Falco, proseguirà con questo suo doppio nome o farà un dispetto al celebre papà cambiandoselo. Ma questa è davvero un’altra storia. Ciò detto, basterebbe che un genitore riflettesse appena e scegliesse un nome più, come dire, normale. Ma sia fatta la sua volontà.

Ma torniamo a noi, alla storia sulla quale stavolta abbiamo voluto soffermarci. Mamma si chiama Lucy, il suo nome le sta anche bene, ma per la figlia ha pensato a qualcosa di originale, possiamo anche dirlo: Khaleesi. Originale, no? Troppo.

 

 

GALEOTTA FU LA SERIE TV…

Partiamo dal fatto che quando un qualcosa, al cinema o in tv in questo caso, appassiona fortemente lo spettatore, può creare una sorta di corto circuito. Colpa di una serie tv, a volte di una squadra di calcio, di basket: la voglia di creare un nodo con quella «benedetta roba che danno in tv» è troppo invitante. il desiderio di creare un legame è fortissimo.

E’ quanto succede a Lucy, si diceva, mamma prossima ai quarant’anni grande fan di una serie televisiva trasmessa dal canale americano HBO: Il trono di spade. E’ proprio questa serie ad ispirare mamma Lucy, che a un certo punto decide di chiamare la propria figliola appena nata Khaleesi. Lo stesso titolo che ha interessato Daenerys Targaryen dopo aver contratto matrimonio con Khai Drogo.

Una scelta che sulle prime lascia sbigottiti i parenti, ma Lucy è la mamma, Khaleesi è Khaleesi. Ben presto la scelta causa più di qualche contrattempo quando Lucy ha dovuto espletare per la sua bambina uno dei primi documenti personali, in particolare quando ha dovuto richiedere il passaporto.

 

 

«BENEDETTO AVVOCATO, GRAZIE!»

Mamma e figlia dovevano compiere il primo viaggio insieme, a Disneyland Paris, per essere precisi. E’ il primo viaggio importante di Lucy con sua figlia  Khaleesi. Sembra tutto apparecchiato quando giunge a casa della richiedente una lettera dell’ “Ufficio Passaporti”: «Ci spiace non poter espletare la pratica da Lei richiesta, in quanto occorre l’approvazione della Warner Bros in quanto è la Casa produttrice ad essere in possesso del “Marchio di fabbrica».  

Un fulmine a ciel sereno, racconta la donna alla BBC. «Era la prima volta che sentivo una cosa del genere, ma la gioia per la prima trasferta intercontinentale di Khaleesi sembrava veramente a un passo dall’esserle negata». Interviene, per fortuna, un avvocato: il trademark o marchio di fabbrica, non può essere esteso ai nomi. «Non capivo – prosegue Lucy nel racconto alla popolare tv – e mi sentivo frustrata; strano non si fosse creato alcun problema quando ho fatto richiesta del Certificato di nascita, anche quello era un atto formale». Ma tutto è bene ciò che finisce bene, così Khaleesi quando sarà più grandicella, oltre a qualche inevitabile sfottò da parte di qualche compagno di scuola, potrà rileggere un passaggio della sua giovane storia. Come il più classico dei film americani, finisce – provate a pensarci, mamma sulla soglia della porta, il postino che le ha appena consegnato una raccomandata – con una bella lettera di scuse da parte dell’Ufficio per il rilascio dei passaporti.

Senna, bere o affogare

Olimpiadi francesi inquinate, rischio di malattie, dermatiti, problemi agli occhi

La sindaca ci regala il primo tuffo della stagione per mostrare che le loro sono “chiare e fresche, dolci acque”. Poi si sfila dal fiume di contraddizioni, indossa l’accappatoio, si sottopone a visite di controllo e dice “Oui, tre bien, allons enfant…”. Forza ragazzi. Un corno, aggiungiamo noi se le nostre nuotatrici mostrano graffi, un principio di dermatite e Paltrinieri prima della gara si allena in una normale piscina

 

Prima delle Olimpiadi, la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, accompagnata dal presidente del comitato organizzatore dei Giochi Olimpici e appresso una pletora di figure istituzionali si tuffa nella Senna. Lo documentano tutte le agenzie del mondo, fra quelle italiane, la più autorevole, l’Ansa, scrive in qualche modo che dopo le sue due bracciate, i francesi non soddisfatti del tuffo “sindacale” organizzano una competizione in acque libere con numerosi nuotatori professionisti. Questi sì che sono uomini.

Avviene dieci giorni prima della cerimonia inaugurale di Paris 2024. Pare, e sottolineiamo pare, rientrare l’allarme sull’inquinamento del fiume parigino: le autorità francesi sono fiduciose: le prove olimpiche di nuoto di fondo e triathlon potranno disputarsi senza problemi.

Sempre la stessa agenzia pochi giorni fa scrive che nonostante gli sforzi messi in atto dall’Amministrazione francese e dal Comitato olimpico per rendere balneabile la Senna e permettere le gare in acque aperte, i rischi sanitari per gli atleti delle Olimpiadi 2024 legati all’inquinamento della Senna non possono essere completamente eliminati. Ci sarebbe da aggiungere: bere o affogare.

 

 

EFFETTO-SENNA

Sì, perché gli effetti della Senna sulle nuotatrici italiane, sono sotto gli occhi di tutti. A prima vista non sfuggono le braccia ricoperte di graffi. Le nostre atlete vanno oltre, Il Fatto Quotidiano scrive delle nostre nuotatrici Ginevra Taddeucci e Giulia Gabrielleschi. Reduci dalla “Dieci chilometri di fondo” alle Olimpiadi, spiegano cosa significhi nuotare nella Senna. Si espongono davanti al mondo e ne hanno ben donde, dicono: «Speriamo non ci accada niente, incrociamo le dita». Noi, sommessamente: ma è proprio necessario gareggiare nella Senna? Non esiste un Piano B, un Piano C che trasferisca tutto in piscina congelando i primati olimpionici nelle diverse categorie in gara?

Ginevra e Giulia mostrano quei graffi sulle braccia. «Schiacciatevi al muro – ci hanno detto – e ci siamo impigliate in alcuni rovi». La domanda, puntuale, di un collega cui non sfuggono quei graffi, la rivolge per Fanpage.it .  Se li sarebbero procurati mentre nuotavano rasentando l’argine della Senna, sfregando le braccia contro muretti e cespugli di erbacce incontrati lungo il percorso della “Dieci chilometri di fondo”. La prima ha vinto la medaglia di bronzo, l’altra è giunta sesta.

Domanda: perché le nuotatrici azzurre hanno nuotato «rasentando l’argine della Senna»? Per caso è stato riscritto un nuovo regolamento per questa edizione, oppure c’è stato un intervento a parziale correzione sull’esistente? Mistero. Uno in più in una edizione nella quale abbiamo assistito a di tutto e di più.

 

«NON VI ALLONTANATE»

«Se ti allargavi anche di venti centimetri – dicono ancora le due nuotatrici – la sentivi bella forte, anzi ad ogni giro lo era sempre di più e in certi punti era impossibile pensare di procedere contro corrente: anche trovare sempre la posizione giusta ai giri di boa era un’impresa perché tutte cercavano il passaggio corretto, migliore per non finire risucchiati cento metri più giù». Basta così o andiamo avanti? Quante domande però, dirà qualcuno.

Situazione paradossale, scrive dal suo canto il Fatto Quotidiano. La Federazione italiana non è del tutto convinta. Diciamo che, italianamente, si pone al centro della vicenda: la risposta è sempre “ni”, cioè “sì” e “no” insieme.

Domenico Acerenza e Gregorio Paltrinieri, come le loro colleghe, non hanno fatto mancare il loro disappunto circa la situazione di disagio, tanto che hanno deciso di allenarsi in una piscina del circuito olimpico. «Ci fidiamo degli organizzatori – hanno dichiarato – delle professionalità medico-scientifiche deputate ai controlli della Senna, ma preferiamo evitare rischi di contaminazioni di qualsiasi genere provando il campo gara».

 

 

FINIRA’ ALLA FRANCESE

L’argomento meriterebbe maggiore spazio, maggiore approfondimento. Come andrà a finire, “all’italiana”. No, correggiamo il tiro, “alla francese”. Fosse all’italiana finirebbe con uno sberleffo, una “perculata” di quelle ciclopiche. Invece, “alla francese”, diventa un’altra cosa: l’importante è trascinare alla fine questa Olimpiade, poi se accadesse qualcosa a qualche atleta, si potrà dire che «è accaduto a casa vostra», perché il peso politico Oltralpe è un’altra cosa.

Eppure, l’uomo della strada, noi stessi, che la bazzichiamo, ci poniamo una domanda. Come mai esisteva un divieto di balneazione e a francesi e turisti era impedito anche di mettere un piede nel fiume della discordia. E, peggio ancora, quanti hanno provato a farsi un bagnetto, come la sindaca. Nessuno, vi giuro nessuno. Invece per lo sport e l’immagine della Grande Francia, questo e altro. E agli atleti: le regole sono riscritte, dunque “bere o affogare”.