Sedicenne accoltella insegnante

Episodio violento in una scuola secondaria di Abbiategrasso

Un ragazzo turbolento, ma non violento, assicurano i compagni. Lo studente avrebbe prima minacciato, poi sferrato un paio di fendenti all’indirizzo di una professoressa trasportata in ospedale. La docente aveva reclamato le scuse per una serie di dispetti che avevano avuto il solo scopo di distrarre la classe. I medici del “San Paolo” avrebbero riscontrato nel ragazzo un disturbo paranoide

 

La notizia, riportata da tutte le agenzie giornalistiche, radio, tv e siti dei più importanti quotidiani, lascia interdetti per la brutalità dell’episodio registrato in un’aula scolastica. Negli Stati Uniti, accoltellamenti, sparatorie e in alcuni casi anche episodi finiti nel sangue con decine di vittime. In Italia, fortunatamente gli episodi di violenza e bullismo sono fortemente contenuti, ma a volte sfuggono alla logica di un insegnante (unico strumento punitivo una nota) o di un genitore (che si stupisce su quanto accaduto).

Dunque, tutto accade durante una normale mattinata fatta di lezioni. Sì, disturbate dalle solite battutine, talvolta insopportabili e sulle quali gli insegnanti – per il quieto vivere e non dover affrontare genitori indulgenti con i propri figli – sorvolano, ma niente lasciava presagire quanto, invece, accaduto in un istituto di secondo grado di Abbiategrasso, in provincia di Milano, dove un ragazzo di sedici anni ha aggredito con un’arma da taglio una professoressa. Stando alle prime informazioni, la donna sarebbe stata colpita ad un braccio e alla testa. Per fortuna senza gravi conseguenze, anche se la paura, fra insegnanti e studenti, è stata tanta.

 

 

EPISODIO SCIOCCANTE

La donna, in evidente stato di choc, è stata condotta in ospedale in codice giallo. Il ragazzo, sedici anni, prima di essere successivamente bloccato dai carabinieri, allertati da una telefonata, aveva anche minacciato i compagni di scuola con una pistola finta.

Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, a Milano per un evento, ha definito l’episodio “inquietante” l’accaduto recandosi personalmente nella scuola di Abbiategrasso. «Dopo l’esperienza del Covid gli episodi di bullismo si stanno moltiplicando – ha dichiarato Valditara all’agenzia Ansa – proprio perché si è interrotta quella relazione interpersonale che è fondamentale nello sviluppo educativo». Una volta ad Abbiategrasso, ha espresso «solidarietà alla docente aggredita e anche per lanciare il segnale che lo Stato, il ministro dell’istruzione e il governo più in generale, sono vicini a tutti gli insegnanti e a tutto il personale della scuola quando questi, nell’adempimento delle loro funzioni, vengono aggrediti».

«Non sapevo che mio figlio avesse preso sei note disciplinari solo quest’anno», ha dichiarato il padre del giovane aggressore, trasferito e assistito dai medici nell’ospedale San Paolo di Milano. Note disciplinari ricorrenti, anche severe, ma che alla fine spiegano poco di quell’inaudito episodio di violenza.

 

 

NON ERA VIOLENTO, DICONO

Cosa facesse il giovane aggressore, però, prima, durante e dopo le ore di lezione, era noto a tutta la classe. E anche agli insegnanti che, spesso, ne parlavano fra loro. All’origine di quelle note, scherzi sciocchi allo scopo di arrecare disturbo alla classe, provocando in qualcuno sì risate, ma anche tanta confusione così da non consentire il regolare svolgimento delle lezioni.

I compagni, che cercano di tenersi alla larga, definiscono quegli episodi come  “dispetti”. Fra gli episodi ricorrenti, staccare la spina della lavagna elettronica, interrompendo le lezioni; uno spray puzzolente usato in aula, allo scopo di far perdere tempo. Quel giorno la classe ha dovuto trovare un’altra stanza per far lezione.

 

 

VOLEVA EVITARE LA BOCCIATURA

Carattere turbolento, ma non violento, fino a quando la testa del ragazzo ha cominciato ad escogitare, presumibilmente un piano per evitare la bocciatura: la minaccia. Così, come ha scritto il Corriere della sera nella sua edizione milanese, il ragazzo si è presentato a scuola con un coltellaccio: il cinque in condotta, che insieme ad un pessimo voto preso nei giorni scorsi, rischiava a una bocciatura, ha scatenato la peggiore delle soluzioni che potessero balenare nella mente di un ragazzo evidentemente sopra le righe rispetto al resto della classe.

Nella stessa mattinata di lunedì, condotto in ospedale in ambulanza, seguito da una pattuglia dei carabinieri, il sedicenne viene medicato dal personale ospedaliero. I medici gli curano le ferite alla testa, che si è provocato da solo, probabilmente con la stessa arma da taglio (un coltellaccio, ha scritto qualcuno) usata nell’aggressione. Stando alle prime informazioni, i medici del San Paolo avrebbero riscontrato nel ragazzo un disturbo paranoide.

Semplicemente la migliore…

Addio a Tina Turner, ottantatré anni, “Simply the best”

E’ stata (e resta) la regina del rock’n’roll. Una vita fatta di vessazioni, un marito violento, fino alla separazione. Poi il successo personale, riparte da zero. Vende duecento milioni di dischi, si ammala. Un trapianto di rene, uno spicchio di serenità, il commiato da quanti l’amarono

 

E’ morta la regina, viva la regina. E’ scomparsa Tina Turner, una leggenda del rock’n’roll. Aveva 83 anni, ci ha lasciati dopo una lunga malattia nella sua casa vicina a Zurigo, in Svizzera. Tina , fra le tante cantanti, interpreti, performer come si dice di questi tempi, era stata la più grande. Una voce unica, graffiante, fra black e pop da alta classifica.

Ann Mae Bullock, questo il suo vero nome, nata a Nutbush (ricordate l’hit “Natbush city limits”?), nel Tennessee, lascia il mondo dopo che un film biografico, due musical, autobiografie e canzoni indimenticabili, tanto da consegnarla alla leggenda.

Qualche anno fa, suo figlio Craig, avuto quasi adolescente da una relazione precedente a quella drammatica con Ike Turner, si è suicidato a 59 anni. Ultima mazzata di una vita piena di drammi: Ike Turner, il marito con cui aveva messo in piedi una band che è stata determinante per la nascita del rock’n’roll e che l’ha resa famosa, si rivelò un uomo violento, una sorta di schiavista domestico, che, nonostante il clamoroso successo di brani come “Proud Mary”, “Nutbush city limits” e “River deep mountain high”, trasformò la vita di Tina in un incubo, scrisse l’agenzia giornalistica Ansa.

 

Foto Facebook

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

Una carriera, quella della grande Tina, che comincia con un rapporto a dir poco tempestoso con Ike Turner, musicista del quale si era perdutamente innamorata fino ad annientarsi. L’uomo, fondatore del gruppo Ike & Tina Turner, fu abbandonato nel ’76. Una separazione finita in tribunale, perché Ike picchiava Tina, la tradiva, fino ad annientarla. Fino ad assumere un avvocato e presentarsi davanti a un giudice piena di lividi, il naso gonfio, un occhio nero, un labbro rotto. Picchiata, bastonata come fosse qualcosa di sua proprietà. Lei avrebbe dovuto solo obbedire. Invece, si ribellò e confessò: «Mi diceva “Sei mie e di te ne faccio quello che voglio!”».

Riuscì a liberarsi, a fuggire da quell’incubo, senza un dollaro, ma con in tasca quel cognome che lei aveva reso celebre. Riprese il suo cammino con “Let’s Stay Together” di Al Green, cui fecero seguito “Private Dancer”, “What’s Love Got To Do With It” e “The Best”, un successo dietro l’altro fino a raggiungere duecento milioni di copie vendute. Dunque, concerti, Grammy Award, il Kennedy Center Honors, i tributi di splendide colleghe e  ruoli al cinema, come l’Acid Queen di “Tommy” e la Aunty Entity di “Mad Max” (splendida la colonna sonora, con il brano “We Don’t Need Another Hero”).

Diventata cittadina svizzera, si era sposata con Erwin Bach, un uomo più giovane di lei. Quando sembrava che potesse vivere serenamente il resto della sua vita, ecco un altro dramma (non il solo…): un ictus, un tumore all’intestino, una grave insufficienza renale. Una sciagura dietro l’altra, tanto che la grande star aveva ammesso di aver pensato anche al suicidio assistito.

 

 

«UNA VITA DI VERGOGNA»

Il marito le ha donato un rene, dandole qualche anno di una vita serena. Così, come ricorda l’Ansa, definendola “la donna che visse tre volte”, riprendendo un titolo di Hitchcock (Ike, la carriera come Tina e il rene…), la grande artista non c’è più, anche se resterà la regina del rock’n’roll.

«Ho vissuto una vita piena di vergogna – aveva raccontato la Turner nel suo film-documento – e ho cercato un modo di convivere con questa vergogna; dovetti fuggire tra auto che mi sfrecciavano accanto».

La decisione però di divorziare arriva solo nel ’76. Prima di arrivare a quel punto, la cantante aveva provato anche a farla finita ingoiando decine di pasticche di sonnifero. Un gesto, fortunatamente non andato a “buon fine”.

Negli Anni Ottanta rifiorisce. Nel 1984 pubblica l’album “Private Dancer” e nel 1993 esce il film autobiografico “What’s Love Got to Do With It” con Angela Bassett nei panni di Tina e Laurence Fishburne nei panni di Ike. 

«Bruce, perché hai ignorato il dolore?»

Roberto Vecchioni contesta Springsteen in concerto a Ferrara

Le sue parole riprese dal programma televisivo e dalla rivista Rolling Stone. L’Emilia-Romagna era stata sommersa da un alluvione. Decine di morti, migliaia rimasti senza casa. «D’accordo dare lavoro a un po’ di operatori, tecnici, operai, ma durante lo spettacolo avrebbe dovuto ricordare le vittime e un intero territorio colpito da una sciagura senza precedenti»

 

«Perché Springsteen a Ferrara non ha fatto sapere che era con chi stava soffrendo?», ha detto il cantautore Roberto Vecchioni. Non è stato l’unico ad aver attaccato l’artista americano che aveva un contratto per un concerto a Ferrara, dunque Emilia Romagna, zona vessata da maltempo ed eventi luttuosi, e lo ha rispettato. Mettiamo le cose a posto, nel senso che The Boss – come viene chiamato l’artista di “Born to run” – ha fatto il suo, quello per il quale era stato posto sotto contratto. Poi sta all’artista, alla sua sensibilità, a quella di quanti gli stanno intorno, pronunciarsi, far saltare il concerto – complicato, a dire il vero, visto che si lavora mesi prima, fra prevendite e costi di promozione dell’evento – o pronunciarsi durante il suo “live” a favore di quanti sono stati colpiti dalla sciagura di un alluvione che ha spazzato le vite di decine di persone e le case di migliaia e migliaia di famiglie. Sarebbe stato sufficiente che Springsteen avesse impegnato un palcoscenico e la sua immagine – che avrebbe circolato in tutto il mondo – pronunciandosi a favore delle vittime dell’alluvione. Non si pretendeva beneficenza (questo, magari, lo avrà pensato qualcuno), ma almeno sensibilizzare la gente, fornire un conto corrente sul quale convogliare anche contributi simbolici. Niente di tutto questo.

 

Foto vecchioni.org

 

COSI’ NON VA, BRUCE

Così il cantautore Roberto Vecchioni, che nelle scorse settimane ha perso un figlio, ha voluto dire la sua su un collega più famoso e celebrato. Lo ha fatto a modo suo, senza nascondersi dietro frasi politicamente corrette, spettinando i giochi. E consegnando la sua posizione circa la “non posizione” di Springsteen nei confronti degli abitanti dell’Emila Romagna, all’autorevole rivista Rolling Stone.

Il concerto di Bruce Springsteen a Ferrara era stato anticipato dalle proteste ambientaliste, scriveva il Rolling Stone. Motivo della protesta: la salvaguardia di faune ed ecosistemi, con l’aggiunta delle polemiche riguardanti la conferma dell’evento nonostante i gravi disagi provocati dall’alluvione. Come ogni sabato, ospite del programma Rai “Le parole”, Vecchioni ha criticato Springsteen. Motivo delle critiche mosse da parte del cantautore milanese verso Springsteen: il mancato omaggio alle vittime dell’Emilia Romagna durante la sua esibizione.

«Io che sono un centesimo di Springsteen – ha ripreso il Rolling Stone – probabilmente non avrei fatto il concerto, ma bisogna stare attenti a separare ideale e reale: l’ideale è che l’umanità è una gran cosa meravigliosa, sopra a tutto, e quindi sarebbe stato un gran bel segno rimandare il concerto; il reale è un’altra cosa: sono quelle decine e decine di migliaia di persone che volevano vedere passare il re».

 

Foto brucespringsteen.net

 

E NON FINISCE QUI

La polemica prosegue, Vecchioni fa un esempio. «Come nei racconti di Kafka – dice – il re sarebbe passato una volta sola nella vita, potevano vederlo solo in quel momento, sapendo che si poteva fare perché era abbastanza lontano; c’erano centinaia di persone che avevano lavorato, avrebbero guadagnando i soldi forse di un mese, due mesi, operai: alla fine la scelta è anche accettabile; quanto non è accettabile, invece, è non sapere in che realtà sei».

«Me lo sarei aspettato dall’ultimo rocker del mondo – conclude Vecchioni, ripreso dalle colonne di Rolling – ma non dal più grande, il più grande per cuore e per anima; lui che ha sempre detto che l’umanità è tutta uguale, che il dolore è per tutti: bene, avrebbe potuto far capire non solo all’inizio del concerto, ma anche ogni tanto, canzone per canzone, che era con chi stava soffrendo». Né più, né meno, aggiungiamo noi.

«I miei ottanta, suonati»

Al Bano, un compleanno di successo

Uno special televisivo su Canale 5. Alcuni suoi grandi amici a cantare duettare: Morandi, Zero, Tozzi, Ricchi e Poveri. E poi Romina, i suoi figli…

 

Al Bano, ottant’anni appena compiuti. Con i festeggiamenti cominciati al Festival di Sanremo dove è stato protagonista di una sfida a colpi di classici della canzone insieme ai suoi amici Gianni Morandi e Massimo Ranieri.

All’Arena di Verona ha registrato lo spettacolo televisivo “4 Volte 20”, un concerto in cui ha raccontato la sua vita e la sua carriera con amici speciali come Morandi, Zero, Tozzi, Ricchi e Poveri, e altri ancora. Ma anche Romina Power e i figli.

Niente male per un ottantenne «cresciuto a pane e valori, spesso più valori che pane», come ha spesso raccontato l’artista partito da Cellino San Marco, paesino del Brindisino, per Milano. Non per Roma, dove, a quei tempi, c’era una importante RCA, ma per Milano, dove le case discografiche fioccavano come se niente fosse: Ricordi, Cgd, Cbs e via così.

Al Bano, ottanta suonati. Ottanta e non sentirli, mettersi ogni volta in discussione, con tonalità alte, originali, come se dovesse ancora mostrare di essere uno dei pochi, se non l’unico artista, ad arrampicarsi su scale vocali che solo Mina può ancora replicare.

La storia di Al Bano Carrisi è lunga e sudata. Al Bano non rientrava fra gli artisti “più amati” dai selezionatori in radio. «I nostri programmatori radiofonici sono stitici – attaccava senza giri di parole – hanno qualcosa contro la canzone italiana, sono una manica di esterofili: quando sento le radio, li ascolto strillare titoli dei quali non conoscono nemmeno il significato».

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

SPETTINARE I GIOCHI

Non aveva tutti i torti. Al Bano è stato uno a cui piaceva spettinare i giochi. Non diceva mai cose banali, anzi, spesso si smarcava dal “politicamente corretto”. Intervistare Al Bano, questo lo sanno giornalisti e radiofonici, non è semplice: sai da quale argomento cominci, ma non sai mai dove vai a finire. Ventisei dischi d’oro e otto di platino (quando il Disco d’oro te lo incartavano solo se superavi il milione di copie vendute).

Nella storia umana e artistica del Maestro di Cellino San Marco c’è, per esempio, un ristorante nel quale un giovanotto “salito” dalla provincia brindisina, lavora per pagarsi il soggiorno a Milano. Nelle sue note, più che nelle sue corde, non c’è spazio per un futuro da cameriere. Lui, Al Bano, non “vuole”, “deve” fare il cantante.

Entra nel Clan di Adriano Celentano, nelle serate DEL Molleggiato riscalda il pubblico con la sua voce da spavento. Sbanca, appena ne ha la possibilità. In tv, è il ’66, a “Settevoci”, trasmissione ideata da Pippo Baudo. La sua “Nel sole”, nel ’67, arriva prima a “Canzonissima”, poi entra di prepotenza nella “Hit parade” radiofonica lanciata da Lelio Luttazzi. Il “ragazzo che sorride” si sta spianando la strada. E’ diventato una star. Passa dal piccolo al grande schermo, interpreta “musicarelli” accanto a Romina Power, figlia di Tyrone, l’attore più bello di Hollywood, e Linda Christian. Con Romina sboccia l’amore, i due si sposano con un matrimonio dalle mille e una notte a Cellino.

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

SECONDO TEMPO…

E’ il primo tempo della sua vita artistica. Con Romina aveva già scaldato i motori con “Acqua di mare” e “Storia di due innamorati”. Rinverdirà quei successi a due voci con l’aggiunta di successi di vendita straordinari “Ci sarà”, “Nostalgia canaglia”, “Cara terra mia” e “Felicità”. Al Bano e Romina vincono Sanremo, diventano un’industria, registrano in Germania, come le grandi star del rock e del pop europeo.

Nel ’92 circola voce che Michael Jackson nello scrivere “Will You Be There” (“Dangerous” l’album), si sia ispirato a “I cigni di Balaka” (“Libertà” l’album). Gran parte della stampa italiana, che non deve avere in grande simpatia l’artista cellinese, gli si schiera contro. Trova pretestuoso che Al Bano si rivolga al pretore di Roma per denunciare un presunto plagio. Mettendo quelle due canzoni a confronto, la sensazione è che giornalisti celebrati “I Cigni” non li abbiano nemmeno ascoltati.

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

QUELLA CANZONE UN PO’ COSI’…

Cosa può essere accaduto? Chissà. Ma viene in mente un’ipotesi, solo un’ipotesi. Al Bano registra in Germania, in studio grandi musicisti. Arrivano da ogni parte del mondo: leggono spartiti, eseguono le musiche, tengono a mente – anche non volendo – quelle note. Non è difficile che qualcuno di questi ascolti e riascolti talmente tante volte quei provini e che, alla fine, metta – sempre non volendo – sulla base dei “Cigni” un testo in inglese che ne ripercorra il senso per sottoporlo successivamente all’entourage di Michael Jackson.

L’ultima volta Al Bano stava parlando con Giancarlo Lucariello, già suo produttore e regista discografico dei successi di Pooh, Riccardo Fogli, Alice, Gianni Togni, Viola Valentino, Tosca e altri ancora. Parlano, parlano, parlano. Chiacchierano e fra una battuta e l’altra, qualcosa di veramente serio. Alle volte intavolano un progetto Magari per fare ancora cose con Maurizio Fabrizio (autore-arrangiatore di Almeno tu nell’universo, I migliori anni della nostra vita…). Vedremo, se è vero che la vita comincia ottant’anni, c’è da aspettarsi ancora altro. Buon compleanno, Al Bano.

Re Giorgio, incoronato

Armani, laurea honoris causa a Piacenza

«Giovani, lavorate E tenete duro. Non dimenticate che a casa avete il gatto, la mamma o l’amante; capisco le proteste pacifiche: lo studio è un diritto».  «Uno dei figli più illustri di questa città», ha detto il rettore Franco Anelli. «Per la dimensione internazionale del marchio, per l’approccio olistico alla sostenibilità», fra le motivazioni lette dalla preside Anna Maria Fellegara

 

Prima l’introduzione del rettore, Franco Anelli, a seguire l’intervento della preside della Facoltà di Economia e Giurisprudenza, Anna Maria Fellegara, che ha letto le motivazioni con cui la Facoltà ha riservato il riconoscimento accademico a un “imprenditore diventato protagonista del global business grazie alle sue straordinarie capacità creative, organizzative e strategiche”.

Ci sono giornalisti, inviati, corrispondenti, rappresentanti della stampa italiana e internazionale alla cerimonia svoltasi nella sua città. Giorgio Armani, “lo stilista”, è commosso. Persona di grande spessore, intellettuale, genio della moda, molto legato allo sport così da essere vicino anche fisicamente alla “sua” squadra di basket, si lascia andare ad un breve, ma significativo discorso. Le domande dei giornalisti fanno il resto. Re Giorgio risponde senza problemi, con quella calma e quello stile che lo hanno contraddistinto in decenni in cui l’Italia, e non solo la sua Piacenza, deve conoscergli il merito di aver promosso il suo (e nostro) brand in tutto il mondo. «Ai giovani dico: lavorate, tenete duro ma non scordate che a casa avete il gatto, la mamma o l’amante; capisco chi protesta pacificamente per quello che è un diritto, per tutti, allo studio», dice fra le altre cose Armani.

 

 

OTTANTANOVE A LUGLIO

Ottantanove anni a luglio, Armani è cresciuto a Piacenza. Qui ha frequentato il Liceo scientifico “Lorenzo Respighi”, per trasferirsi successivamente a Milano insieme con la famiglia. E’ nel capoluogo meneghino che lo stilista degli stilisti diventa imprenditore di se stesso e fondatore del marchio diventato uno dei più grandi simboli del “Made in Italy”. Oggi, il suo ruolo, è quello di Presidente e Amministratore Delegato del “Gruppo Armani”. Azienda della moda e del lusso, leader nel mondo, conta più di ottomila dipendenti e nove stabilimenti di produzione.

Commosso, addosso toga e tocco, Armani si è rivolto ai giovani: «Con la mia storia, vorrei essere un esempio, uno stimolo e ricordare a voi tutti che il lavoro vero e l’amore portano lontano». «Ricevere questa laurea – ha proseguito –  è qualcosa che mi ha toccato profondamente: non solo perché mi è stata conferita nella mia città natale, che amo profondamente, ma perché è un riconoscimento all’imprenditore, a quella figura che ho dovuto inventarmi partendo da zero e superando, soprattutto all’inizio, momenti di grande difficoltà».

Interviene ancora Armani, parla con leggerezza per raggiungere il cuore dei più giovani. Non parla del mondo degli affari, ma della vita. I presenti, letteralmente affascinati dalle sue parole, dagli esempi che non fanno una grinza, proprio come i suoi abiti esportati in decenni e decenni in tutto il mondo. «Essere qui – dice – mi obbliga a ricordare il percorso molto impegnativo che ho svolto, dimenticando molte volte me stesso; per questo mi rivolgo ai giovani dicendo loro: lavorate, tenete duro ma non dimenticate che a casa avete il gatto, il cane, la mamma, la nonna o l’amante, perché poi andando avanti avrete bisogno di persone al fianco».

 

 

TORNA QUANDO PUO’

A Piacenza, Armani torna spesso, a pranzo, ma anche per la sola colazione, per farsi un giro, guardarsi intorno, vedere come è cresciuta la sua città. «Ho rivisto la mia infanzia, le gite in bici sul Trebbia e mia mamma che durante la guerra mi portava dalla mia camera al quinto piano in cantina al rifugio».

«Mi piace pensare che la mia personale esperienza possa essere in qualche modo di esempio per chiunque miri a realizzarsi. In particolare, proprio per i giovani che, in un momento storico così complesso, spesso faticano a individuare la strada giusta; oggi sono richieste grandi competenze e la realtà è una sfida, non sempre rassicurante; sento di dire, però, che non è il caso di arrendersi: studiate con impegno, lavorate giorno dopo giorno seguendo istinto e passione».

Le parole di riconoscenza del rettore Franco Anelli: «Uno dei figli più illustri di questa città». La motivazione letta da Anna Maria Fellegara: «Per la dimensione internazionale del marchio, per l’approccio olistico alla sostenibilità, per la ricerca inesausta di miglioramento e per la consapevolezza della centralità dell’impresa nella creazione di valore condiviso». 

«Una botta di culo…»

Willie Peyote, uno degli artisti italiani più amati, scherza sul suo lavoro

«Lavoravo in un call center, esperienza utile, poi ho lasciato; mi ero dato un anno di tempo, ho stretto la cinghia, fatto sacrifici, poi un pizzico di fortuna che mi ha cambiato la vita», spiega l’artista torinese

 

«Willie, visto che te lo hanno chiesto anche gli altri, possibile fare un selfie, io e te?». E lui, il Peyote: «Volentieri, che problema c’è?». Basta questo flash, inteso come attimo, per comprendere appeal e disponibilità dell’artista torinese, tifoso del Toro, di fronte ad un pugno di giornalisti. Di solito il cronista attende sempre le mosse del collega: chiedere una foto è da provinciali, ma quando il meccanismo è stato oliato, ecco la compilation di scatti. «Fanne un altro, alle volte al primo tentativo fossi venuto con gli occhi chiusi, cosa piazzo sui social…». Wille Peyote, Guglielmo Bruno all’anagrafe, è di una disponibilità disarmante. Un antidivo, scriverebbe qualcuno per darsi un tono da giornalista che la sa lunga. In realtà, lui è proprio così. Prima di farci due chiacchiere a un’ora dal concerto con l’Orchestra della Magna Grecia a Taranto, ci siamo documentati. Se non altro per comprendere meglio il tratto artistico di un musicista che ha rilasciato interviste a Daniele Tinti e Stefano Rapone (“Tintoria”), oppure quelle concesse a Gianluca Brambilla (“Open”) ed Elena Barbati (“Cromosomi”).

«Stasera dedicherò “Che bella giornata” a questa città, Taranto, che ho conosciuto in occasione dell’Uno Maggio, il controfestival dalla parte di chi cerca lavoro e un futuro migliore, minato negli affetti più cari – a cominciare dai bambini – da una industria inquinante che qui ci ha messo le radici: speriamo che questa canzone sia di buon auspicio».

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

FINITE LE PROVE…

Finite le prove nel teatro Orfeo, è lo stesso Peyote a fare un cenno a quel gruppetto di anime con microfono e videocamere che staziona in platea in fondo. Primo piano, camerini a vista, ci fa strada Valerio Gabriele, uno dei più stretti collaboratori dell’artista. «Cantare con un’orchestra di un simile spessore – attacca – è una grande emozione; sarà un concerto molto impegnativo: mi sento messo alla prova, considerando il grande lavoro che c’è dietro questo evento; alla fine del concerto, mi auguro di aver superato la sfida: non nascondo la trepidazione che avverto nel misurarmi, fra un’ora, con i professori dell’Orchestra della Magna Grecia, così bravi: una cosa ho imparato durante le prove – e in questo è stato bravo il direttore d’orchestra, Enzo Campagnoli – che è vietato distrarsi. Cos’altro aggiungere: spero di essere all’altezza della situazione».

Willie è un rapper e cantautore italiano. Il nome d’arte unisce il personaggio, “Willy il Coyote”, con il peyote, un cactus dagli effetti allucinogeni proveniente dall’America del Nord. Peyote si è avvicinato al mondo della musica grazie al padre, seguendolo anche in tournée. Dopo aver sperimentato vari generi musicali, tra cui rock e punk, nel 2004 entra nel mondo dell’hip hop e fonda gli S.O.S. Clique. Nel 2021 partecipa al Festival di Sanremo con il brano “Mai dire mai”, con il quale vince il prestigioso “Premio della critica – Mia Martini”.

«“Rapper” è come dire bimbominkia, “cantautore”, invece, a orecchio è parente stretto di una certa sinistra, quella che si associava alla Festa dell’Unità, un tempo “festival”, altri tempi…».

 

E’ ANDATA BENE…

Peyote, soddisfatto di fare questo mestiere. Di più. «Rispetto ad altri lavori, ammetto che mi è andata di culo: faccio quello che ho sempre sognato di fare, quasi fosse stata un’investitura da parte di mio padre, musicista professionista che ho seguito da ragazzo; lavoravo in un call center ai tempi delle mie prime cose in studio: anche quelle telefonate fatte a migliaia di persone mi sono servite, ho conosciuto un mondo e un modo, quello degli italiani, disponibili ma talvolta diffidenti nei confronti di chi li chiama, come se qualcuno volesse rifilargli la fregatura. Per fortuna, ho smesso: chiamasi colpo di fortuna…».

Vasco ha scritto e cantato: “le canzoni nascono da sole, vengono fuori già con le parole”. «Proprio così, qualche volta lavoro sulla base, in altre occasioni l’idea che mi balena nella testa, gira che rigira, fin quando non le prendo la misura giusta. Una cosa è certa, non scrivo di getto, se non si scatena una prima idea, non decollo: non mi ci vedo davanti a un foglio bianco a scrivere o fare ghirigori in attesa dell’illuminazione».

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

CANTAUTORE, RAPPER O…

Più cantautore o rapper: «Esistono dei punti di contatto fra i due generi, ma non credo di essere stato il primo e nemmeno l’ultimo ad aver reinterpretato il cantautorato in chiave hip hop»; tre artisti italiani, invece, cui sente di dover dire “grazie”: «Giorgio Gaber, Fred Buscaglione, Paolo Conte non fosse stato per loro stare ancora formulando numeri telefonici per suggerire tariffe telefoniche più vantaggiose o abbonamenti a questa o quella tv».

“Che bella giornata”, punto di partenza e, adesso, di chiusura. Il messaggio è quello di inseguire un desiderio: lasciare un’attività non del tutto soddisfacente, per fare qualcosa di meglio. «Quando ho deciso di lasciare il call center, nel quale ero formatore, avvertivo forte la sensazione che stavo andando nella direzione giusta: fare questo lavoro. Mi sono dato un anno di tempo per farcela: ce l’ho fatta. Ma, al tempo stesso, suggerisco ai ragazzi di non prendere decisioni alla leggera, lasciare un posto per inseguire un sogno è scelta azzardata: per questo mi sento fortunato; ho fatto un po’ di sacrifici, ho stretto la cinghia, poi ho cominciato a vedere uno spiraglio: un po’ l’incoscienza, un po’ la fortuna, ed eccomi qua…».   

Arriva Zelensky, Roma blindata

Incontrerà il presidente Mattarella e papa Francesco

Prosegue il giro europeo del presidente dell’Ucraina. Incontrerà anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Prevista la visita in Vaticano. Il leader ucraino sarà ospite di Bruno Vespa in uno speciale della trasmissione “Porta a Porta”

 

Prosegue il giro europeo di Volodimyr Zelensky, atteso in queste ore a Roma. In programma gli incontri con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Prevista anche la visita in Vaticano per l’incontro con Papa Francesco. Il presidente ucraino prima di recarsi in Germania sarà infine ospite di Bruno Vespa in uno speciale della trasmissione “Porta a Porta”. Nel salotto televisivo di Raiuno interverranno direttori di quotidiani e telegiornali nazionali.

Roma, tra le massime misure di sicurezza, il presidente ucraino Zelensky, sarà in visita in Italia e in Vaticano per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa. Il leader ucraino ha incontrato il presidente Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni. Dopo la visita a Capo dello Stato e presidente del Consiglio, Zelensky si recherà da papa Francesco, nel rispetto della missione di pace auspicata dalla Santa sede.

Percorsi blindati e sotto osservazione, con tempi e spostamenti non ancora ufficializzati per evidenti ragioni di sicurezza. Lo stesso Vaticano, nell’auspicare l’incontro con il Capo dello Stato ucraino, parla di incontro possibile. Inutile nasconderlo, in circostanze simili una un segnale frainteso ostacolerebbe ogni tentativo di dialogo fra Ucraina e Russia.

 

 

AGENZIE, VATICANA E RUSSA

Secondo fonti vaticane, l’agenzia russa Tass ha sottolineato che l’eventuale incontro tra Zelensky e Papa Francesco non sarebbe direttamente legato all’incontro a Mosca del quale ha parlato il Pontefice sul volo di ritorno dall’Ungheria nei giorni scorsi. Trattandosi di un’iniziativa speciale, pertanto non ancora non pubblica, ha riportato la fonte vaticana all’agenzia di Mosca puntualizzando che il presidente ucraino ha fatto richiesta di essere ricevuto da Francesco alcuni giorni fa e che, come consuetudine il Pontefice incontra quei capi di Stato che in occasione delle loro visite nella capitale italiana, avanzino richieste alla Santa sede.

Per ciò che riguarda l’Italia, sarà il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani ad accogliere Zelensky a Ciampino e scortarlo al Quirinale, dove sarà ricevuto dal presidente Sergio Mattarella di ritorno dalla visita in Norvegia, dove ha manifestato l’impegno nel contrastare la politica aggressiva della Russia e cercare con i soggetti interessati al conflitto  un approdo di pace.

Proprio Mattarella intervenuto in questi mesi per spiegare all’opinione pubblica italiana la necessità di sostenere l’Ucraina nella guerra contro l’invasore anche facendo ricorso all’invio di armi. E’ possibile, inoltre, che Zelensky proprio da Roma rinnovi ai partner occidentali la richiesta degli aerei da caccia.

 

 

PREMIER E VICEPREMIER

Dopo l’incontro con il premier Giorgia Meloni, la visita sarà allargata alle due delegazioni. Non ci sarà Matteo Salvini, l’altro vicepremier. Non sono né premier, né ministro degli Esteri, ha specificato il leader leghista, manifestando comunque massima disponibilità in qualità di ministro delle Infrastrutture a lavorare per la ricostruzione dell’Ucraina.

Zelensky porterà a compimento la sua giornata romana con un’intervista in diretta televisiva nel corso della trasmissione “Porta a Porta” condotta da Bruno Vespa, prima di recarsi in aeroporto e volare in Germania. Come noto, anche Berlino ha rafforzato le proprie misure di sicurezza. Domenica mattina, infatti, dovrebbe essere ricevuto dal cancelliere Olaf Scholz e dal presidente Frank-Walter Steinmeier. Fra gli altri impegni del presidente ucraino, un viaggio ad Aquisgrana per ritirare il “Premio Carlo Magno” assegnato quest’anno proprio al popolo ucraino e al suo presidente.

Quel gran genio di Adhara…

Undici anni, messicana, laureata in Ingegneria dei sistemi

Quoziente intellettivo superiore ad Einstein e Hawking. Sogna di lavorare alla Nasa e intanto inventa un braccialetto che registra le emozioni dei bambini. I genitori ringraziano, i compagni di classe che la bullizzavano, chiedano scusa

 

Undici anni, messicana e già una laurea nel cassetto. Anche se questo cassetto l’ha già aperto a uno dei suoi sogni: partire per gli Stati Uniti e lavorare alla Nasa. Perché quello è il sogno dei ragazzi, spesso invitati a ragionare con il mondo dei desideri. I maschietti di solito rispondono “l’astronauta”; trattandosi di una adolescente, Adhara, a questo punto il suo, di sogno, è quello di mandare in orbita uno dei suoi coetanei aspiranti a volare nello spazio.

La storia dell’undicenne messicana è complicata. Non si presenta nel migliore dei modi agli occhi dei genitori. La piccola non fa le cose da…piccola; fa ragionamenti complicati, i genitori non riescono a starle dietro, lo stesso i suoi compagni di scuola, che quando c’è da fare squadra e bullizzare il più debole, ci mettono poco a circondare la piccola. Adhara, infatti, non ha la testolina come i bambini con cui va a scuola, non riesce a seguire nemmeno l’insegnante che scandisce le parole aiutandosi a gesti: i bambini vanno aiutati. Alla bimba messicana i banchi della scuola elementare vanno stretti. Ad accorgersene sono gli specialisti a cui papà e mamma l’hanno affidata scongiurando che si tratti di una forma di autismo.

 

 

POVERA SI’, MA RICCA DI NEURONI

La piccola, nata in un quartiere povero di Città del Messico, mostra in un primo momento mostra disturbi comportamentali – si diceva – atteggiamenti successivamente collegati a una forma di autismo (sindrome di Asperger). Il rapporto con i compagni di scuola non è dei migliori, tanto che a seguito di episodi di bullismo, i genitori decidono di sottoporla alle attenzioni di specialisti. Sono proprio questi, che dopo una serie di test si accorgono che Adhara ha un potenziale straordinario. Insomma, non è una bambina come le altre: la piccola ha, infatti, capacità sorprendenti.

In seguito ai numerosi cui si sottopone, emerge che il quoziente intellettivo di Adhara è particolarmente elevato. Per fare un paragone: superiore perfino a quello di Albert Einstein e Stephen Hawking. Tanto che gli analisti consigliano alla madre di far frequentare alla figliola un centro scolastico per bambini dotati.

 

 

DIPLOMA A SEI, LAUREA A UNDICI

Così, ad appena sei anni, finisce il ciclo della scuola primaria presentando una relazione, attenzione, non sul “Cosa vorresti fare da grande?”, bensì sui buchi neri e sull’astrofisica. E’ in un clima a lei evidentemente più congeniale che Adhara lascia esplodere le sue incredibili di apprendimento, dimostrando di conoscere a memoria la tavola periodica degli elementi e presentando l’anno dopo una relazione sui “buchi neri” che lascia di stucco i suoi insegnanti.

Conseguito il diploma a soli otto anni, si laurea a undici anni in Ingegneria dei Sistemi. Non finisce mica qui. Durante gli studi per laurearsi, la ragazzina sempre molto attiva, si dedica alla stesura di un libro autobiografico (“Non mollare”) per iscriversi successivamente a un master di Matematica. E ancora, studia e realizza un braccialetto smart per registrare le emozioni dei bambini. Parole sue: “Sto creando un braccialetto che misura le emozioni dei bambini e quindi i genitori potranno vedere cosa provano i loro figli controllando un telefono, un tablet o un computer”. Benvenuta nel mondo dei grandi Adhara, quei grandi che possono cominciare non solo a scusarsi, ma anche a ringraziarti per quello che stai facendo e quello che farai, per loro e per tutti noi. 

«Promessa mantenuta»

Niccolò Fabi a Taranto per inaugurare il parco per bambini ai Tamburi

Anni fa lanciò il progetto nel quartiere cittadino più problematico dal punto di vista ambientale. “I sorrisi di Tamburi” a cura dell’associazione “Parole di Lulù” dello stesso cantautore romano per ricordare la figlia Olivia. Realizzato con “Fondazione Pizzarotti”, Comune di Taranto e Gruppo Intesa Sanpaolo. In tre mesi raccolti centoquarantacinquemila euro

 

«Era un impegno che avevo assunto con questa città dopo aver partecipato all’edizione dell’Uno Maggio tarantino nel 2007; oggi, posso finalmente dire di essere pienamente soddisfatto, visto che il progetto che avevamo in mente, oggi è sotto gli occhi di tutti. Questo parco, nel cuore di un quartiere-simbolo come i Tamburi, rappresenta sicuramente un omaggio alla città, ma anche un segnale forte, concreto di quanto la questione-ambientale, la salute dei suoi cittadini, con un pensiero in particolare rivolto ai bambini, stia a cuore a tutti noi». Queste le parole del cantautore Niccolò Fabi, che lo scorso 9 maggio ha inaugurato nel quartiere Tamburi di Taranto un parco giochi a poche centinaia di metri dallo stabilimento ex Ilva.

Trova concretezza, dunque, il progetto “I sorrisi di Tamburi”, nato dalla sinergia fra l’associazione “Parole di Lulù” dello stesso Fabi e Shirin Amini, per ricordare la figlia Olivia – scomparsa a soli due anni, nel 2010, a causa di una meningite fulminante – insieme con la “Fondazione Pizzarotti” e il Comune di Taranto.

Un progetto selezionato da Intesa Sanpaolo all’interno del Programma Formula, in collaborazione con Fondazione Cesvi, finanziato mediante raccolta fondi attiva da ottobre a dicembre dello scorso anno su For Funding, piattaforma di crowdfunding di Intesa Sanpaolo dedicata a sostenibilità ambientale, inclusione sociale e accesso al mercato del lavoro per le persone in difficoltà.

 

 

145MILA EURO IN TRE MESI

Raccolti in tre mesi più di centoquarantacinquemila euro grazie al contributo di cittadini, imprese, della stessa banca e delle società del suo Gruppo. Il parco, situato nel quartiere Tamburi, sorge nell’area verde di proprietà del Comune di Taranto, accanto al plesso “Gabelli”. Lo scopo del progetto è quello di accogliere nella massima sicurezza gli alunni nelle ore ricreative e i piccoli del quartiere con le loro famiglie fuori dall’orario scolastico.

Il parco giochi è stato interamente pensato con materiali certificati, ecocompatibili e sostenibili. I progetti non finiscono qui. In collaborazione con l’iniziativa “Nati per Leggere”, quanto studiato intende realizzare una biblioteca con libri dedicati ai bambini nella fascia d’età dai cinque mesi ai sei anni. Fra quanti hanno partecipato all’inaugurazione del parco, anche rappresentanti di “Intesa Sanpaolo”, “Fondazione Pizzarotti” e “Fondazione Cesvi”.   

Il tema dell’ambiente è sempre stato a cuore al cantautore romano che il prossimo 16 maggio compirà cinquantacinque anni. Il suo impegno, precedente sicuramente al 2017, concerto al quale allude, risale ad anni precedenti. Lo ricordò, infatti, proprio a Taranto, ai giornalisti in una delle pause di una delle edizioni dell’Uno Maggio tarantino. «Ogni concerto ha grandi motivazioni, sentite da tutti: da chi organizza, chi porta il furgone, vende birra e panini, chi suona e chi ascolta: abbiamo tutti in mente la stessa cosa, il concerto, quello vero, che lascia una emozione, un sentimento che alimenta una speranza in quelle persone che questa speranza la cercano».

 

 

TAMBURI, SCELTA SENTIMENTALE

Toni misurati a chi gli domanda se le organizzazioni sindacali hanno fatto il massimo a tutela dei dipendenti e della salute dei cittadini. «Le contrapposizioni, talvolta strumentali, le trovo inutili: è fuori discussione, però, che la potenza sentimentale che si respira a Taranto è molto forte e se sono qui è perché ho fatto una scelta».

A proposito della sua attenzione rivolta al quartiere Tamburi. «E’ una scelta sentimentale: dietro le problematiche che denuncia questa città, simbolicamente c’è una sofferenza collettiva di tutti noi; nel momento in cui un uomo si trova di fronte ad una scelta criminale, ingiusta, come lavorare per sostenere i propri figli e allo stesso tempo vivere con questi stessi in un luogo che ne condizionano la salute, ritengo sia cattiveria allo stato puro».

Per finire, sarà stato l’Uno Maggio tarantino a svegliare la coscienza di molti? «Delle problematiche di questa città – conclude Fabi – ne eravamo a conoscenza ancor prima di venire qua; poi c’è chi approfondisce più, chi meno: la grande differenza sta nel guardare negli occhi quelle persone che vivono una realtà che tu pensi di conoscere; è qui che scatta l’immedesimazione, che poi è la motivazione più forte».

«Mamma orsa innocente»

Una perizia medico-legale scagionerebbe Jj4

Autore dell’aggressione e dell’uccisione del povero Andrea, sarebbe un orso di grandi dimensioni. Sulla vicenda un comunicato della Lega Antivivisezione, del presidente della Regione Trentino e della famiglia del giovane runner

 

Non sarebbe stata mamma orsa, nota come Jj4, ad aggredire e uccidere il runner durante un’escursione in Trentino. Secondo una nota diffusa dall’agenzia giornalistica, infatti, stando ad perizia veterinaria i segni lasciati dai canini dell’orso che ha ucciso il giovane Andrea Papi «non sarebbero compatibili con quelli di Jj4 perchè le femmine di orso presentano misure inferiori rispetto ai maschi sia come massa corporea sia come misure dentali».

Insomma, la perizia scagionerebbe – usiamo il condizionale, non sia mai arrivasse una smentita della smentita… – da un lato l’orsa condannata all’abbattimento da un provvedimento della Regione a firma del suo presidente, Maurizio Fugatti, ma di fatto accuserebbe un orso maschio, considerando le ferite mortali inflitte al corpo del povero Andrea.

Dunque, secondo l’Ansa, che riprende un comunicato della Leal, la Lega Antivivisezione, l’orsa Jj4 sarebbe innocente. Lo stabilirebbe una controperizia veterinaria forense. I medici intervenuti nella perizia affermano che le impronte dei denti ritrovate sul corpo di Papi, deceduto il 5 aprile scorso, sarebbero di un orso maschio e non femmina. Una perizia in virtù della quale la Leal chiede la liberazione immediata dell’orsa.

 

 

LEAL: ECCO LA PERIZIA…

Questa la sintesi della perizia veterinaria. Nella perizia autoptica svolta sul corpo di Andrea, riporta l’Ansa, «sono state rilevate lesioni identificabili come da penetrazione di coppia di canini caratterizzate da una distanza tipica dei canini di un orso maschio adulto». In virtù di tale documento, la Leal è intervenuta con un suo documento nel quale sottolinea, che «dalla relazione tratta dalla perizia veterinaria forense, si apprende che non è stata l’orsa JJ4 ad aggredire Andrea Papi». E, ancora, «la dentatura di un animale, per la medicina veterinaria forense, ha lo stesso valore delle impronte digitali umane e quindi la scienza in questa perizia smentisce quanto raccontato» successivamente all’accaduto.

Avrebbe, inoltre, un nome invece l’orso che ha aggredito il fratello del sindaco di Rabbi, in Trentino, domenica 5 marzo scorso. «Si tratterebbe anche in questo caso di un esemplare già classificato nei database della Provincia autonoma di Trento», ha dichiarato il presidente Maurizio Fugatti, «denominato MJ5, un maschio di diciotto anni nato da orsi sloveni che hanno dato avvio al progetto “Life Ursus” sulle Alpi negli anni Novanta. L’orso, che avrebbe aggredito l’uomo, è presente da anni in Trentino e avrebbe viaggiato molto. Secondo Fugatti, “in un largo lasso di tempo avrebbe frequentato tutto il Trentino occidentale muovendosi molto, circolando anche in provincia di Bolzano, una delle zone più frequentate del Brenta meridionale».

 

 

…E I GENITORI DEL POVERO ANDREA

Gli interventi non finiscono qua. Detto che i genitori di Andrea Papi si sono detti contrari all’abbattimento dell’orsa ritenuta fino ad oggi responsabile dell’uccisione del figlio, i coniugi Papi intervengono sulle ultime notizie diffuse, e in particolare sul comunicato-stampa della Lega Antivivisezione. «La famiglia Papi – chiariscono i legali – legge con stupore il comunicato della Leal che afferma come i propri consulenti abbiano determinato, mettendo con ciò in dubbio gli esiti comunicati dalla procura della Repubblica, come l’aggressione ad Andrea non sarebbe avvenuta da parte dell’orsa Jj4 ma da parte di un orso maschio adulto; la famiglia intende prendere le distanze da ricostruzioni che allo stato attuale, secondo gli atti ufficiali, non trovano oggettivi riscontri».

Il prossimo 25 maggio, riporta infine l’agenzia giornalistica Ansa, la sezione unica del Tar di Trento deciderà le sorti dell’orsa Jj4 che dal 18 aprile è rinchiusa presso il Centro faunistico del Casteller a Trento Sud. I giudici dovranno decidere se ripristinare le ordinanze di abbattimento disposte dal presidente della Regione, Maurizio Fugatti, al momento sospese, o prevedere un trasferimento, come indicano Ministero, Ispra e le diverse associazioni animaliste, in un rifugio all’estero.