Puglia, c’è il cotone biologico

Pietro e Michele, imprenditori garganici, introducono la rivoluzione nella camiceria

L’idea inizialmente sembrava fuori dagli schemi. Grazie alla loro esperienza sfidano il mercato e colgono nel segno. Un incontro, duecentocinquanta operatori e “bingo!”: la Puglia e il Tavoliere diventano un esempio per l’alta moda italiana

cotone_organico-1170x650Che la Puglia fosse terra dalle mille risorse era un fatto risaputo. A molti sicuramente, tranne a chi vorrebbe staccare il Nord dal Sud, pensando di fare un affare, dimenticando che la ricchezza – prima che l’Italia diventasse una sola – abitava da queste parti prima che l’Italia diventasse una sola. Premessa tirata un po’ per la giacchetta, non diciamo di no, ma è bene non passare solo per essere geniali o, alla fine, solo una riserva di idee e neuroni al servizio dei più scaltri.

Ultimo primato tirato fuori dal cilindro e che spetta alla Puglia è la filiera del cotone biologico, un altro “Made in Italy” nato proprio nella nostra regione. Questa prima filiera di cotone biologico italiano, come riportava nei giorni scorsi “Repubblica”, parte da San Marco in Lamis (Foggia) e precisamente dal Gruppo Albini.

Partire da una cittadina del Sud Italia, presenta sempre qualche problema in più rispetto ad altre realtà. Ma quando il gioco si fa duro, si dice, i duri entrano in gioco. Non si lasciano impressionare dal gap Sud-Nord. A vantaggio del genio e del coraggio dei due protagonisti della storia, Pietro Gentile e Michele Steduto, giocano le idee e il desiderio di ribaltare certi aspetti ormai logori nei confronti del Meridione.

cotone_biologicoMICHELE E PIETRO, CORAGGIO!

Dunque, Pietro e Michele, nonostante la loro voglia di provarci si presenta come un’utopia, cominciano con il ribaltare ogni schema e, finalmente, conquistare il panorama nazionale e internazionale con una produzione biologica e tutta “Made in Italy”. Quel sogno nel cassetto che può diventare realtà.

Pietro e Michele cono due imprenditori illuminati. Provenienti da mondi diversi da quello agricolo e tessile, nel giro di qualche fortunata stagione a San Marco in Lamis hanno messo su un’intera filiera partendo insieme alla conquista della moda italiana.

Tutto nasce quattro anni fa. I due amici e imprenditori, provenienti da realtà lavorative diverse decidono di entrare nel mondo dell’abbigliamento e di produrre camicie di alta sartoria. Detta così può suonare come una bestemmia. Del resto, si tratta di un’attività assolutamente pionieristica che prenderebbe le mosse dal promontorio garganico. I due imprenditori, però, non sono sprovveduti. Sanno il fatto loro: grazie all’esperienza e alla tecnologia, cominciano a creare camicie di alta sartoria, con numerosi passaggi a mano e con tessuti pregiati. Un prodotto riuscito. Bigo, direbbe qualcuno.

CHI SI FERMA…

Invece, Pietro e Michele non hanno alcuna intenzione di sedersi sugli allori, seppure arrivano i primi successi e il gradimento delle loro produzioni. Durante la pandemia decidono di produrre per conto proprio le materie prime. Intanto, quel cotone che in Italia nessuno coltiva, ma che all’estero rappresenta una buona fonte di reddito. I due cominciano con il procurarsi i semi e avviano così una coltivazione sperimentale su tre ettari di terreno tra San Marco in Lamis e San Severo. Quanto scaturisce da questa loro idea si concretizza nel giro di una stagione: il prodotto finale è di buona qualità, le camicie GEST, questo il nome dell’azienda di Gentile e Steduto, iniziano ad attirare l’attenzione del mercato. Insomma, una linea che piace a chi vuol piacere. Adesso si può dire “Bingo!”.

Nel settembre 2020 i due imprenditori registrano la svolta. I due soci decidono di organizzare un convegno a San Giovanni Rotondo dove invitano un certo numero di aziende tessili italiane. In duecentocinquanta, molti provenienti proprio dal Nord, accolgono il loro invito. I due imprenditori pugliesi hanno subito l’impressione di aver colto nel segno. Da quel momento ha inizio un producente dialogo con produttori, tessitori e impianti di tintoria. L’anno successivo la seconda produzione è entusiasmante grazie ad un prodotto totalmente biologico.

cotone-organico2022, LA SCALATA

Nel 2022 gli ettari di coltivazione aumentano e diventano cinquanta, sempre tra Gargano e alto Tavoliere. Il clima della Capitanata si rivela ideale e la fibra raccolta è ottima. È la svolta della svolta. Alla blue seed vengono affiancate varietà greche e turche, che in provincia di Foggia trovano un ambiente ideale.

Pietro e Michele sono in questi giorni prendono parte a Milano Unica, la fiera di riferimento dei tessuti e degli accessori di alta gamma per l’abbigliamento donna e uomo, per presentare la fantastica avventura dell’unico prodotto realizzato interamente con cotone italiano.

«È un’idea innovativa ma soprattutto educativa per i nostri giovani – dicono i due imprenditori pugliesi – poiché la possibilità di rimanere in provincia di Foggia senza fuggire per cercare lavoro è concreta. Certo, da una terra in cui si investe sempre meno, in cui l’industria non esiste quasi, è più facile fuggire. Noi invece ci crediamo e siamo certi che con la volontà e qualche piccolo investimento, tutto si possa fare. Il resto viene da sé».

Addio a Maurizio Costanzo l’uomo che sfidò la mafia

A ottantaquattro anni venerdì 24 febbraio si è spento il popolare giornalista

Il suo impegno più forte: la lotta alla Mafia. Amico di Giovanni Falcone, Cosa nostra gli “dedicò” novanta chili di tritolo in un attentato. «Matteo Messina Denaro aveva fatto un sopralluogo al teatro Parioli: sarebbe stata una strage», disse. I programmi televisivi, le invenzioni in radio e tv, e altri episodi passano in secondo piano rispetto al coraggio che mostrò negli Anni Novanta. Il cordoglio del presidente Mattarella e Maria Falcone

7251119_24164625_maurizio_costanzo_giovanni_falcone«Mi risulta dai magistrati di Firenze che Messina Denaro sia venuto al Teatro Parioli di Roma, durante il Maurizio Costanzo Show per vedere se si poteva fare lì l’attentato: sarebbe stata una strage. Invece decisero di farlo quando uscivo dal Parioli», raccontò un giorno in una intervista, Maurizio Costanzo, il giornalista morto venerdì 24 febbraio. Aveva ottantaquattro anni, una vita dedicata al giornalismo, a radio e tv. Bene ha fatto il Corriere della sera, a ricordare che aveva scritto e condotto programmi ottimi e meno ottimi, buoni e meno buoni. Quando sdoganò il trash in “Buona domenica”, cambiò tutto. Aveva svoltato e dato voce a una tv “mordi e fuggi” che non aveva più niente a che fare con “Bontà loro”, “Acquario” e “Grand’Italia”, i primi talk-show televisivi. Anche lì, ci volle una torta rovesciata addosso al presentatore da Marina Lante della Rovere, nei panni di una cameriera fra i tavolini del programma televisivo, per capire che stava cambiando un mondo.

C’è stato sempre uno spartiacque nella vita di Costanzo. Quando il personaggio si impossessava dell’anima geniale del giornalista, era la fine. Pur di restare a galla, Costanzo dava l’impressione di accettare piccoli compromessi, contrabbandandoli con «una televisione che sta cambiando», quando la tv degli ultimi cinquant’anni l’aveva scritta lui, compresi gli “acchiappascolti” di Maria De Filippi, sua moglie.

maurizio-costanzo-show-conduttoreVA BENE I PERSONAGGI, MA…

Costanzo ha lanciato decine di personaggi, Vittorio Sgarbi e Fiorello, Enzo Iacchetti e Giobbe Covatta, Valerio Mastrandrea e Ricky Memphis; anche un esercito di personaggini degni di Lilliput, il paese inventato da Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver. Molti fra questi ultimi si sono persi per strada, pensando di aver dato un senso alla loro vita. Dunque meriti, ma anche qualche scheggia impazzita sulla coscienza.

Qualcuno nello scrivere di Costanzo ha menzionato la tessera della P2 di Licio Gelli. Vero, passò i suoi guai, molti colleghi si indignarono; altri, come Gigi Vesigna, direttore di TV Sorrisi e canzoni (ai tempi dei tre milioni e mezzo di copie settimanali), ed Enzo Tortora, suoi amici e per questo ancora più incazzati, non gliele mandarono a dire: gli scrissero “lettere aperte”, condannandolo senza appello. La colpa di Costanzo era stata quella di assicurare che con Gelli e “Propaganda 2” (questo il significato di P2) non c’entrasse nulla. Salvo, qualche giorno dopo, rilasciare una lunga intervista, con tanto di riprese video, al quotidiano “Repubblica” di Eugenio Scalfari. Apriti cielo.

Noi, invece di scrivere tutte le imprese “grandi ascolti”, le sue invenzioni televisive, maneggiamo qualcuno dei suoi impegni sociali, il più coraggioso: quello contro la mafia. Un impegno così forte – come confermato dagli inquirenti – da essere indicato da Cosa Nostra un bersaglio da colpire, costasse quel che costasse. Costanzo, insomma, aveva posto sul piatto della bilancia la sua vita sfidando la mafia. Amico di Giovanni Falcone, aveva condotto numerose battaglie a favore della Sicilia.

Galler8«IO E LA MAFIA…»

«Perché la mafia scelse proprio me? Io faccio il giornalista, avevo molto parlato di mafia al Maurizio Costanzo Show e la mafia si difese a modo suo. Arrivavano lettere con la mia testa in un vassoio, che mandavo alla Digos». Anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in queste ore ha espresso il suo cordoglio per la scomparsa del popolare presentatore. «Non esitò – il pensiero di Mattarella – a schierarsi con coraggio contro la criminalità mafiosa, che reagì rabbiosamente organizzando un attentato contro di lui».

«Ricordo con gratitudine – spiegava Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone – quando fu concretamente vicino a mio fratello dandogli voce e spezzando così l’isolamento che soffriva in quella fase della sua vita: il suo impegno nella lotta alla mafia e nel far crescere la consapevolezza degli italiani sulla criminalità organizzata, che gli costò un terribile attentato, conferma quanto fosse prezioso il suo lavoro, una carriera che lo ha visto protagonista e innovatore dell’informazione italiana».

Maria-De-Filippi-Maurizio-Costanzo-20230224-Newsby.it-MATTEO MESSINA DENARO, ARRESTATO

L’ultimo evento epocale vissuto da Costanzo, proprio l’arresto di Matteo Messina Denaro, il mese scorso a Palermo, dopo trent’anni di latitanza. «E’ la dimostrazione che lo Stato ha vinto e soprattutto che non è colluso, ma ci tengo a ringraziare molto anche i Carabinieri: quando ho appreso la notizia dell’arresto mi sono emozionato, io per fortuna sono qui e posso essere testimone di questa giornata storica».

Maurizio Costanzo ospitò il giudice Giovanni Falcone (ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992). Un messaggio chiaro contro la criminalità, in un momento storico difficile come quello dei primi Anni Novanta, che rende Costanzo un bersaglio. Il 14 maggio 1993, infatti, una “Fiat Uno” imbottita di novanta chili di tritolo esplode a Roma in via Fauro proprio mentre transita l’auto con a bordo Costanzo e la moglie, Maria De Filippi. I due coniugi restano incolumi. Costanzo in un’intervista definisce quel giorno come «…il più brutto e il più bello della mia vita: la mafia mi dedicò 90 chili di tritolo mentre tornavo a casa in macchina con Maria; il bello è stato accorgerci che eravamo vivi».

«Ma i bambini dove sono?»

Italia, crollo delle nascite, per il nostro Paese è un problema

Un’azienda importante come la Plasmon appare preoccupata. Sull’argomento, ne scrive Il Foglio, lo scorso anno Il Sole 24 Ore ha realizzato un lungo podcast. A Genova per tre settimane non è nato un solo bambino, in compenso si sono triplicati i funerali. Va bene aprire agli extracomunitari, ma anche a questi ragazzi occorre prospettare un futuro sereno. E come è triste il Sud

nascite_neonato«Professore, i bambini italiani stanno diminuendo e, se l’attuale trend dovesse continuare, diminuiranno sempre più rapidamente. Capirà bene che per noi si tratterebbe di una catastrofe. Lei crede sia possibile una qualche inversione di rotta?». La risposta del demografo fu un secco «No!». Quarant’anni fa un dirigente della Plasmon, fabbrica di biscotti per neonati, ma anche interessata al consumo di pannolini attraverso altre società. Domanda legittima, risposta molto “italiana”. Il dialogo in due battute lo riposta il quotidiano Il Foglio in un articolo del bravo Giulio Meotti. Sulla riflessione del giornalista e altri documenti pubblicati a tale proposito, torneremo a breve.

Intanto, prendiamo per i capelli la notizia, allarmante: crollo demografico dell’Italia. Chiamalo “problema”. Anzi, brutta gatta da pelare, come dicono i saggi che vogliono semplificare la comunicazione. Avete mai preso in braccio un gatto per fargli fare una cosa contronatura? Missione impossibile, fidatevi. Dunque, battuta a parte, la crescita zero nel nostro Paese ha contorni preoccupanti, drammatici. Secondo qualcuno è un bene ospitare gli extracomunitari, che possono diventare la forza-lavoro del nostro Paese. Visto che gli italiani non fanno più figli, allora prendiamo ragazzoni già fatti, tutto muscoli e che abbiano voglia di lavorare e dare un vero contributo alla crescita di un’Italia che oggi segna il passo.

Detta così, va bene. Ma ai ragazzi che ospitiamo, facciamo entrare in Italia, vogliamo anche dare gli strumenti di lavoro, di crescita? In cooperativa sono stati creati posti di lavoro, realizzati importanti corsi di formazione. Ora occorre dare ai “nostri” ragazzi, ormai “ragazzi di tutti”, uno sbocco professionale, fare in modo che trovino collocazione e che quanti assumono ragazzi – non solo extracomunitari, intendiamoci – abbiano agevolazioni fiscali. Altrimenti non se ne esce più.

TORNIAMO SUL “CROLLO NASCITE”

Del crollo demografico ne abbiamo già scritto qualche anno fa. Abbiamo sorvolato su alcuni report registrati nei mesi scorsi, ma ora è giunto il momento di tirare le somme. Torniamo dunque, al 1983 e all’articolo di Meotti. Quando cioè il demografo italiano ottimista fu contattato dai vertici della Plasmon. L’azienda era interessata alle analisi sulla popolazione. I manager della Plasmon si dissero preoccupati su una tendenza del nostro Paese, principale mercato di sbocco per i loro prodotti alimentari per l’infanzia. Così: «Professore, i bambini italiani stanno diminuendo e, se l’attuale trend dovesse continuare, diminuiranno sempre più rapidamente. Capirà bene che per noi si tratterebbe di una catastrofe. Lei crede sia possibile una qualche inversione di rotta?». «No!», la risposta secca del demografo.

I dirigenti della Plasmon, racconta Meotti, allora controbatterono: «Sarebbe corretto diversificare rispetto al mercato dell’infanzia dedicandosi a una linea di prodotti “Misura” per adulti?». Questa volta il demografo, più realista del re, rispose: «Sì!». A quarant’anni di distanza, per la Plasmon ci sono solo due soluzioni: diversificare o chiudere. Non è un caso che l’azienda più famosa dei prodotti per bambini abbia realizzato un documentario: “Adamo”. Adamo, inteso non solo come il primo uomo in assoluto, ma anche l’ultimo bambino che nascerà in Italia, raccontato in un cortometraggio con cui Plasmon ci proietta in un futuro neanche tanto lontano, il 2050, una generazione a partire da ora, dove il numero di nascite è diminuito sempre di più fino ad arrivare appunto a una unità. L’ultimo nato in Italia: Adamo.

GENOVA PER NOI…

A Genova per tre settimane non è nato un solo bambino, in compenso si sono triplicati i funerali. Tempo fa dello stesso argomento se n’era occupata Michela Finizio del Sole 24 Ore nell’inchiesta in podcast “L’inverno demografico”. «L’inverno demografico – scriveva la giornalista lo scorso anno – attraversa i numeri dell’indagine della Qualità della vita fin dalla sua prima pubblicazione, nel 1990. Allora il tasso di natalità registrava il suo record a Caserta, dove si rilevavano 14,95 bambini nuovi nati ogni mille abitanti nell’arco dell’ultimo anno: all’ultimo posto Ferrara, con 5,81 nati ogni mille abitanti. Oggi, ben più di trent’anni, il tasso di natalità a Caserta è sceso a 7,9 nuovi nati ogni mille abitanti, la metà rispetto al 1990. Questo a fronte di una media nazionale che sfiora appena i 6,5 nati ogni mille abitanti».

Un declino iniziato nel 2009 e proseguito anno dopo anno. Meno figli anche lo scorso anno, con un calo medio del 3% delle nascite da Nord a Sud. A ritardare l’evento sono sempre più le giovani coppie, frenate anche dalle varie difficoltà nel mettere su famiglia con una instabilità economica che ormai non è più un segreto. Negli ultimi dieci anni è crollato anche l’indice di nuzialità: nel 2021 in Italia sono stati celebrati tre matrimoni ogni mille abitanti, nel 2006 erano stati 4,2.

nascitaCOM’E’ TRISTE IL SUD

A completare i trend demografici arrivano i dati sui trasferimenti di residenza che riflettono l’attrattività, in crescita o in calo, dei territori. Le cancellazioni anagrafiche del primo semestre del 2022 – riporta Il Sole – hanno registrato un incremento record a Crotone (+22% rispetto allo stesso periodo del 2021), Caltanissetta (+18%), Ferrara, Foggia e Lecce (+17%). Le migrazioni interne sono tornate a galoppare e così le nuove iscrizioni, in crescita quasi ovunque ad eccezione di Trieste (-17%) e Pescara (-3%).

Comunque si leggano queste cifre, si provi a mescolare i dati, la preoccupazione è tanta. Lo scrivevamo all’inizio. Deve essere lo Stato, un Governo con l’occhio lungo a pensare a come incoraggiare i nostri giovani, non solo quelli italiani, che nel nostro Paese c’è futuro. Un futuro migliore, fatto non solo di promesse, ma di fatti concreti. Non di aiuti “una tantum”, ma di leggi che aiutino i ragazzi, le nuove famiglie, la gente che viene dall’estero, gli immigrati che vogliono rendersi utili a un Paese che abbia davvero voglia di essere ospitale.

«L’ITALIA IN MANO AI BULLI»

Ragazzo vittima di vessazioni a scuola, i genitori si trasferiscono in Germania

«A nulla sono valse le nostre proteste: il prepotente è ancora lì, mio figlio a casa. Se un colloquio di lavoro andasse bene, a malincuore lasciamo il nostro Paese». Istituzioni impotenti, ma inaspettatamente entra in gioco il Ministero dell’Istruzione e del Merito

woman-2048905_960_720Può, una famiglia, esasperata nel registrare episodi di bullismo decidere di lasciare l’Italia e trasferirsi in un altro Paese? Pare proprio di sì, se alla luce di una delle tante aggressioni subite dal proprio figlio, padre e madre, insieme con i propri figli, decidono a malincuore di lasciare il proprio Paese. Evidente si sono sentiti poco tutelati dalla scuola frequentata dal proprio figliolo-vittima, poi dai piani sempre più alti della filiera scolastica. La risposta più immediata, invece, arriva dopo un articolo pubblicato dal quotidiano “Il Giorno” e ripreso da “TS”, il quotidiano della scuola, addirittura dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, che apre un tavolo di confronto a seguito di una lunga serie di episodi di bullismo accaduti nelle scuole italiane.

Se la scuola di base, secondo circolari e altri documenti, deve seguire un iter che lascia poco scampo agli alunni vittime di bulletti di quartiere, la posizione del Ministero è sicuramente più severa. «Qui non si muove nulla, me ne vado in Germania», aveva dichiarato giorni fa il padre dello studente bullizzato al quotidiano “Il Giorno”.

person-1821413_960_720«MIO FIGLIO A CASA, IL BULLO IN AULA»

«Mio figlio – aveva raccontato l’uomo al quotidiano milanese – è qui mentre tutti gli altri sono a scuola; nessuno si è fatto vivo: nessuno dalla scuola, nessuno dal Comune, nessuno da alcuna parte. Noi abbiamo scritto, abbiamo fatto presente la situazione. Ci è stato riferito che il bambino era atteso a scuola, dove sarebbe stato accolto e protetto. Ci è andato a scuola, ma è successo tutto daccapo. Un disinteresse che ha minato, insieme, la credibilità della scuola e quella mia. Pessima figura delle istituzioni con il risultato che mio figlio in quella scuola non vuole più andarci. Mentre chi lo vessa è sempre lì, senza che si prendano provvedimenti adeguati».

Nell’intervista resa al quotidiano “Il Giorno”, il papà dello studente bullizzato ha parlato anche di cambio della scuola. «Ma ovunque abbia chiesto – racconta – non c’era posto, e dove c’era posto la retta era troppo cara per noi. Così ho scelto un’altra strada: partire per la Germania. Vicino Stoccarda ho un conoscente che da anni lavora da quelle parti: mi ha procurato un colloquio di lavoro con un’azienda nella quale offrono lavoro come magazziniere. Vado a sostenere il colloquio e, se mi prendono, qui chiudiamo tutto e ce ne andiamo».

bullying-6932049_960_720TAVOLO FAMIGLIE-STUDENTI CONTRO IL BULLISMO

Quello raccontato al quotidiano “Il Giorno” è solo uno dei tanti episodi accaduti in questi mesi nelle scuole italiane. Dopo l’ennesima vicenda, nei giorni scorsi il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha ricevuto al Ministero il Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola (FONAGS). Durante l’incontro è stata condivisa la decisione di istituire un Tavolo permanente di confronto tra le associazioni delle famiglie e le rappresentanze degli studenti. Il Tavolo, è stato detto, ha l’obiettivo di affrontare le criticità che caratterizzano il mondo della scuola: le priorità sono il ripristino della cultura del rispetto nelle classi e la lotta al bullismo.

«Questo Tavolo- ha dichiarato il ministro Valditara – rientra pienamente negli scopi che il mio Ministero sta perseguendo: il ritorno della serenità nelle aule e la ricostruzione del patto educativo tra scuola e famiglia, ma anche tra studenti e docenti. È questo il senso della Grande Alleanza che è stata da subito il riferimento principale della nostra azione».

QUANDO NAPOLI DIVENTO’…TARANTO

“Io speriamo che me la cavo”, girato trentuno anni fa in città

Protagonista Paolo Villaggio diretto da Lina Wertmuller. I vicoli della Città vecchia come quelli del capoluogo partenopeo. I bambini diventati adulti, qualcuno diventato attore professionista, qualche altro imprenditore. I ricordi di Adriano Pantaleo nel docufilm “Noi ce la siamo cavata” diretto da Giuseppe Marco Albano

spriamo-che-me-la-cavoUn pomeriggio con Paolo Villaggio, nella hall dell’Hotel Plaza di Taranto. Dalle cinque, ora del thè, alle otto di sera. Una lunga intervista, come fossimo vecchi amici, in realtà non era così. Parlammo di tutto, di Totò e Sordi, del cinema di Kurosawa e di Fantozzi. Non la finivamo più. Ma questa è davvero un’altra storia. Poi, alle otto, un responsabile della produzione chiamò un taxi e imbarcò Villaggio invitato a cena in un ristorante della Città vecchia.

Nell’Isola stavano facendo le riprese di “Io speriamo che me la cavo”. Il film era “Io speriamo che me la cavo”, ispirato al best-seller del maestro Marcello D’Orta, diretto da Lina Wertmuller. I vicoli tarantini sostituivano quelli napoletani. Nella hall c’era tutta la classe nella quale “insegnava” Villaggio. Bambini vispi, che mostravano di saperla lunga. Disinvolti, alcuni si stringevano a mamma e papà. La produzione, tassativa, assicurava ai piccoli la presenza di almeno un genitore. Parlavano ch’era una bellezza. Qualcuno di questi si è fatto strada, è diventato un volto popolare; altri hanno desistito dalla carriera cinematografica o televisiva e, dopo quella esperienza, hanno scelto di inseguire altri sogni, di fare altro.

Fra i più vivaci, un ragazzetto, dentini in disordine, orecchie a sventola, ma già sveglio: Adriano Pantaleo, che farà strada al cinema e in tv. Proprio in questi giorni, Fanpage, servizio a cura di Gennaro Marco Duello ha incontrato il popolare “Vincenzino” cinematografico per chiedergli se fosse al corrente su cosa facessero oggi quei suoi “compagni di classe” di allora. In realtà Pantaleo ha fatto di più. Nel tempo, quando è stato possibile, ha mantenuto rapporti con qualcuno di loro, tanto da aver curato un documentario dal titolo “Noi ce la siamo cavata” diretto da Giuseppe Marco Albano.

Io_speriamo_che_me_la_cavo_Pura_poesia_cinematografica_Ritorno_a_scuola«COSA FACCIAMO OGGI…»

«Che fine avessimo fatto? È una domanda che mi ha accompagnato praticamente in tutti questi anni – spiega – tutte le volte che mi riconoscevano: mi chiedevano che fine avessero fatto quei miei compagni di classe. Un giorno la stessa domanda me l’ha posta Albano, il regista del docufilm. Abbiamo annodato insieme, dove è stato possibile, i fili di alcune di quelle storie personali, ma anche di una città, di un paese, di una società cambiata nel tempo. Ci sono voluti quattro anni per realizzare un lavoro soddisfacente».

Fra le storie che Adriano racconta a Fanpage, quella di Mario Bianco, «l’ex bambino cicciottello della classe, Nicola: tutti si ricordano di lui per essere il bambino della “prima brioche”, della “seconda brioche”, tanto che da grande ha aperto cornetterie, esportando a Torino un cornetto notturno e la cucina napoletana aprendo un ristorante».

Altro ex giovanotto vispo, tanto da aver proseguito come Adriano l’attività di attore, Ciro Esposito. «Un grande amico che ho incontrato più volte artisticamente: altra storia, quella di Dario Esposito con cui sono diventato parente. Mia madre e sua madre erano diventate molto amiche negli anni di “Io speriamo che me la cavo”, tanto che lui ha finito per innamorarsi di mia cugina Alessia, che poi ha sposato: vivono a Piacenza, lui è militare, lei un’ostetrica, hanno due figli fantastici».

Io_speriamo_che_me_la_cavo_2019_film«COME, NON E’ “FANTOZZI”?»

Nel docu ci sono tratti coraggiosi, la storia di tre “compagni” che hanno scelto altre strade, tanto da aver conosciuto il carcere. Ma le storie, racconta Adriano, sono state documentate con molto tatto. Poi torna il sorriso, quando gli chiedono di Paolo Villaggio.

«Eravamo quasi scioccati. Noi bambini tra i sette e i dieci anni, vedevamo “Fantozzi” in tv, il nostro personaggio preferito: insomma, pensavamo di incontrare una persona che ci avrebbe parlato come il suo grande personaggio, invece ci siamo trovati al cospetto di un grande attore, un grande uomo che ci ha spiegato la differenza che passa una cinepresa accesa e una spenta. Quando è spenta, si spegne un po’ di quella magia. Venni a sapere che era stato proprio Villaggio a chiedere al produttore Ciro Ippolito, di interpretare il ruolo del maestro elementare che per errore invece di andare a Corsano, in Liguria, viene spedito a Corzano, praticamente Napoli. Grande concentrazione sul set, poi a cinepresa spenta, se avevamo fatto i bravi ci premiava interpretando “Fantozzi” solo per noi».

Infine la regista di “Io speriamo che me la cavo”. «Lina Wertmuller è tra le persone che porto nel cuore. L’ho incontrata spesso negli anni; per me è sempre stata un punto di riferimento, tanto che è stata fra le prime a sapere che sarei diventato papà: “Vedrai, ti cambierà la vita ma soprattutto ti cambierà il modo di vedere e intendere il tuo lavoro” mi disse: aveva ragione».

«NUTELLA AMARA…»

Nei pressi di Locorotondo rinvenuto un quintale di crema di nocciola

«Non mi darò pace fino a quando non assicureremo i colpevoli agli inquirenti. Tutta quella cioccolata avrebbe fatto felici decine e decine di bambini. L’azienda Ferrero, non appena venuta a conoscenza della vicenda mi ha contattato», racconta Michelangelo Schiavone a capo di un gruppo di volontari dell’Unità Interregionale di protezione ambientale Wardpark

Think_Puglia_LR_Locorotondo_1In questo spazio ci occupiamo di temi sociali, poniamo l’accento su episodi talvolta sconcertanti, altre volte spiazzanti. C’è gente che soffre, bambini che patiscono il freddo – pensiamo ai piccoli e agli anziani sotto le bombe in un conflitto al quale non sapremo mai dare risposte certe – e non possono mangiare un pasto caldo, nutriente, figurarsi una fetta di pane spalmata con una crema di nocciola. Se poi questa è la crema di nocciola più famosa e appetita al mondo, la Nutella, ad occupare le pagine dei giornali, gli spazi su internet, il disappunto è di proporzioni ciclopiche. Alcuni giorni fa in una zona boschiva nei pressi di Locorotondo è stato rinvenuto un quintale di Nutella, in barattoli, purtroppo scaduta nel 2021. Esistono codici a barre, non dovrebbe essere complicato risalire a chi (o comunque restringere il campo delle ipotesi) quella crema alla nocciola sarebbe stata inoltrata.

nutella-bari-ulivi-2-1121x768«NON SO DARMI PACE»

«Quel quintale di Nutella trovata nel bosco mi è andato proprio storto. Devo trovare il colpevole!», ha scritto nei giorni scorsi sul suo profilo social Michelangelo Schiavone, a capo di un gruppo di volontari dell’Unità Interregionale di protezione ambientale Wardpark che ha rinvenuto quei cento chili di cioccolata. «Mi hanno telefonato direttamente dalla Ferrero – rivela Schiavone – non credevo alle mie orecchie! Al telefono ho trovato persone sconcertate quanto me. Sono determinati a trovare il loro cliente incivile. E non solo, si sono messi a disposizione per lo smaltimento, gesto da azienda seria. Per arrivare a ciò sicuramente si è dato il giusto seguito alla notizia, grazie alla stampa locale e nazionale che ha a cuore le tematiche ambientali».

L’azienda Ferrero, infatti, attraverso propri rappresentanti ha raggiunto gli uffici delle guardie ambientali per andare a fondo su quanto accaduto. «Grazie per quello che fate e che avete fatto e grazie per aver preso a cuore questa vicenda quanto noi. La Ferrero è un’azienda seria e non transige assolutamente su cose simili», le parole di quanti si sono fatti interlocutori di una delle aziende italiane più importanti nel mondo.

nutella-abbandonata-foto-m-s-wardapark-1-1LA STORIA

La storia risale a pochi giorni fa. Ha contorni misteriosi. Sono molti ad interrogarsi su chi possa avere abbandonato quel quintale di barattoli di Nutella tra gli ulivi della Valle d’Itria. La domanda se la sono posti in molti da queste parti.

Tiscali Notizie, riprendendo sul suo sito l’intera vicenda, scrive della Nutella, uno degli alimenti più apprezzati e desiderati dai bambini e non solo. «È una crema di cioccolato e nocciole famosa in tutto il mondo – riporta il sito – eppure c’è chi, non se ne conosce il motivo, abbandona la Nutella nei campi».

«Quelle confezioni – ha dichiarato Schiavone ai microfoni di Telebari – sarebbero potute andare a persone che ne avevano necessità, a bambini che magari in quel momento, durante la pandemia, non potevano permetterselo». Legittimo il disappunto. Da un articolo a un post sui social, fatto sta che l’azienda Ferrero non appena venuta a conoscenza dell’episodio ha inviato i propri incaricati sul posto per ritirare la merce. Ovviamente ancora non è dato sapere su chi si sia reso responsabile di quanto accaduto e del perché una merce così preziosa e appetita dai piccoli, come dai grandi, sia stata abbandonata nei campi.

nocciole«INCHIESTA DELLA NOCCIOLA»

Una scoperta inattesa e del tutto insolita quella fatta qualche settimana fa tra i boschi di Locorotondo, in provincia di Bari.

I barattoli di Nutella, tutti sigillati e integri sono scaduti nel 2021. Fra le domande, la principale: chi avrà lasciato scadere quella crema alla nocciola per poi gettarla lì, in mezzo alla natura? A seguito del ritrovamento è scattata un’operazione denominata «Inchiesta della nocciola». Il caso, si diceva, è stato preso a cuore direttamente dalla Ferrero. L’azienda, dopo essere stata informata dell’abbandono, ha inviato il team “Security Ferrero” che ha esaminato il caso e ha ritirato il lotto rinvenuto per provvedere allo smaltimento dello stesso secondo quanto indicato dalla legge.

«SE CONTINUIAMO DI QUESTO PASSO…»

Italia, calo demografico, destinata a scomparire

Allarme lanciato dal presidente del Governo, Giorgia Meloni. Il New York Times pone l’accento su un tema delicato. Notiziari e quotidiani nazionali insistono e mettono al centro del dibattito quanto sta accadendo da vent’anni a questa parte nel nostro Paese. In un panorama sconfortante, si invocano interventi. E intanto la Puglia ha perso trecentottantamila ragazzi

giorgia-sitoL’Italia è un Paese destinato a scomparire. Detto così suona come un allarme, in realtà in questi ultimi anni non hanno fatto altro che confermare che l’italiano medio – sul quale facciamo ricadere, per comodità, tutte le nostre colpe – non pone attenzione al tema sulle nascite in Italia.

Abbiamo provato a studiare e mettere in relazione una serie di servizi apparsi fra siti, stampa e tv, sull’argomento. Ne hanno scritto e documentato dal New York Times al Foglio, fino al nostro TG3, quello regionale, in un interessante servizio firmato da Chiara Merico.

Tutto parte da uno studio americano, ripreso dal New York Times, che deve particolarmente amare la nostra terra, e non parliamo solo di Italia, bensì di Puglia, considerato che la stampa americana ha incoronata un anno dietro l’altro la nostra regione come la più bella del mondo.

Dunque, il NY Times, dicevamo. L’Italia, secondo una sua attenta analisi sarebbe il Paese occidentale che si sta rimpicciolendo a passo spedito. La provocazione del quotidiano americano: forse, il Belpaese, è destinato a scomparire nel giro di poche generazioni, salvo che non intervenga un radicale cambiamento.

nascita-rapporto-madre-figlio-1080x628RIPRESA LONTANA

Ripresa economica dopo due grandi guerre e il benessere che ne è derivato avevano spinto la popolazione italiana a mettere su famiglia, facendo registrare al Paese un notevole incremento demografico. A quei livelli l’Italia non è più tornata, anzi negli ultimi decenni ha fatto registrare un grave calo nelle nascite, senza che in questi anni ci sia stato una manifesta inversione di tendenza. Molte le città italiane che stanno vivendo una drastica diminuzione dei loro abitanti con un numero sempre maggiore di coppie che decidono di non fare figli, o di metterne al mondo solamente uno.

La cause sarebbero da ricercare non solo nel Covid che ha inflitto una pesante sferzata alle sicurezze degli italiani, con rincari in qualsiasi settore (a cominciare da quello alimentare). Sono praticamente vent’anni che la tendenza è la stessa. Più volte, ma a parole, è stato asserito che servirebbero politiche sociali che aiutino le famiglie, che permettano loro di restare nel mondo del lavoro e al tempo stesso di prendersi cura dei propri figli. Niente da fare, i propositi il più delle volte sono finiti nel vuoto.

E la situazione in Puglia? Dati dell’Istat, a dir poco allarmanti: nel 2027 la popolazione Puglia rischia di calare a due milioni e mezzo di abitanti, dai quasi quattro milioni attuali. Sono ben trecentottantamila i pugliesi all’estero.

stefano bronzini 2-2PUGLIA, VIA TRENTAMILA LAUREATI

In dieci anni trentatremila laureati pugliesi hanno fatto le valigie, diretti per la maggior parte verso le località del Centro e del Nord Italia. Ma dalla Puglia si parte anche per espatriare. Secondo l’Aire, su sei milioni di italiani residenti all’estero trecentottantamila, si diceva, sono pugliesi. Una tesi confermata nel servizio del Tg regionale da Stefano Bronzini, rettore dell’università di Bari, e di Gianfranco Viesti, docente di economia applicata all’ateneo barese.

A proposito di Istat, il quotidiano Il Foglio, in un servizio a firma di Giulio Meotti, ha intervistato il presidente Istat, Giancarlo Blangiardo.

«La popolazione italiana sta invecchiando e si sta riducendo al ritmo più veloce dell’occidente, costringendo il Paese ad adattarsi a una popolazione di anziani in forte espansione che lo pone in prima linea in una tendenza demografica globale», ha dichiarato Blangiardo.

Il primo ministro Giorgi Meloni ha detto che l’Italia è «destinata a scomparire a meno che non cambi». Resta da capire quando sarà troppo tardi per uscire dalla “trappola della bassa natalità”. «Che la trappola esista è un dato di fatto e se le cose restano così, anche solo per inerzia, il finale della storia è noto», dichiara il presidente Istat al Foglio.

«SONO AFROTARANTINO»

La storia di Ibrahima, da fuggitivo a chef

«Sono gambiano, avevo una laurea che ho dovuto riporre in un cassetto. Ho studiato nell’Istituto alberghiero, mi sono diplomato. La gente della “mia” città mi ha subito voluto bene. Ho cominciato a lavare i piatti e pelare le patate, poi Massimo Bottura…»

immigrati-1200-690x362Trentaré anni, gambiano, si sente molto italiano, anzi “afrotarantino”, come giustifica lui questo legame con la Città dei Due mari. Oggi – come ha avuto modo di raccontare in questi giorni a Repubblica, nei mesi scorsi alla Gazzetta del mezzogiorno – è un affermatissimo chef, conteso da ristoranti importanti e dalle tv: il suo colore è un attrattore. Pensate, la cucina italiana condita e servita da un africano, un nero. Succede. Meritatamente poi, considerando sacrifici e ostacoli che ha dovuto superare fra mille difficoltà.

Lui è Ibrahima Sawaneh, la città cui allude è, evidentemente, Taranto. Una laurea in tasca, che gli è servita poco, avendo dovuto compiere nuovi studi per conseguire, discutendo il suo titolo di studio, in un italiano da lasciarti di stucco, un diploma all’Istituto alberghiero. Insomma, Ibrahima, bravo, bene, bis.

Arrivato in Italia con una laurea, ha dovuto rimboccarsi le maniche, chinarsi daccapo sui libri e seguire le lezioni pratiche che impartivano i suoi professori. Ha dovuto gettarsi nello studio, leggere e studiare in italiano, la stessa lingua con la quale avrebbe poi svolto gli esami. Diplomato. Ma gli esami, e questo Ibrahima lo sa, non finiscono mai. Per inserirsi nel mercato del lavoro inizia come lavapiatti, per passare dal retrocucina alla cucina a pelare patate. Poi arriva l’occasione, uno stage all’Osteria francescana. E da lì, il percorso diventa discesa.

taranto_notteMI SENTO A CASA!

«Sono “afrotarantino”: mi sento africano, ovviamente, ma anche italiano, poi anche tarantino, se permettete, visto che a questa terra sono legatissimo. Ho fortemente voluto fare il lavoro che, oggi, svolgo con grande gioia: ho trasformato la mia grande passione per la cucina in lavoro: faccio il cuoco nelle cucine degli chef stellati e con lavoro e applicazione – mi dicono – sto scalando le vette della popolarità: fra i recenti riconoscimenti, l’“Eraclio d’oro”: titolo della mia composizione: “la mia tradizione africana in Puglia”».

Nonostante il successo, Ibrahima non perde occasione per raccontare e raccontarsi quanto accadutogli prima di approdare sulle coste italiane e nella sua città adottiva, Taranto. Partito dal suo Gambia, il viaggio in mare, dolore, pericolo, coraggio, speranza e amore, l’arrivo a Taranto, l’accoglienza.

Il primo compito di uno stagista, spiega il giovane chef, sono le preparazioni lunghe, fra brodi e piatti base. La sua attività parte dalle retrovie. Bravo com’era è stato promosso al servizio in cucina. Gli tocca preparare antipasti e primi piatti di una certa importanza. «Ero sulla buona strada, ma spesso non posso fare a meno a pensare che ho iniziato a cucinare molto tardi.

requisiti-cucina-ristoranteLA MIA CUCINA…

Gli inizi non sono nella Scuola alberghiera. Da piccolo, nel mio Paese, cucinado e imparando da solo le prime tecniche che col passare del tempo mi sono tornate utili».

«Mia madre non l’ho conosciuta, è morta che ero ancora piccolo: cucinavo e immaginavo di essere parte di quel gruppo familiare che non ho mai potuto vivere come avrei voluto». Poi la conoscenza con uno dei più grandi chef di statura internazionale: Massimo Bottura. I ragazzi del corso non hanno il coraggio di sottoporre all’attenzione dello chef stellato le proprie composizioni, Ibrahima sì. Bottura è esigente, chiede l’originalità, qualcosa che non ha mai assaggiato.

«Se mi dice che fa schifo – mi sono detto – vuol dire che devo ancora lavorare: allora, mi conviene provare!». Così, “Ibra” ha preparato un piatto tipico del suo paese, il Domodà. Mentre tutti erano lì ad assaggiare prima, a mangiare di gusto poi, ecco Bottura: «Chi ha cucinato? E’ veramente buono, questo sì che è un piatto originale, complimenti al cuoco!». «Per la prima volta ho iniziato a piangere di gioia, di felicità. Ho pianto pensando a mia mamma».

«CONSEGNE A DOMICILIO: UN VERO LAVORACCIO»

Trentasette anni, dalla pandemia in poi fa il rider

«Mi tocca la partita Iva, non posso concedermi il lusso di una febbre. Se non produco niente soldi. Posso sfamarmi d’aria, ma ai miei figli non deve mancare nulla. Colpa dell’algoritmo e di una concorrenza spregiudicata»

pexels-photo-7706574Trentasette anni, due figli e una voglia di spendersi, lavorare, spezzarsi la schiena – come lascia intendere lui stesso in una lunga intervista rilasciata al Gazzettino – pur di non far mancare nulla alla sua famiglia. Sardo, da anni gira il Friuli, si sposta a seconda delle sedi che gli assegnano per svolgere uno dei lavori più faticosi che questo inizio di Millennio potesse destinare a un essere umano: quello del rider. Vale a dire il ciclista che consegna a domicilio qualsiasi tipo di vivanda ordinata per telefono. Il cliente chiama, gli risponde un centralino e non sa, il più delle volte, da dove gli arriverà la consegna. Talvolta si tratta di chilometri, ma di questo l’ordinante è ignaro. Questo è il lavoro del rider: consegnare in tempi brevi, ovunque sia la destinazione, l’ordinazione che il cliente ha comunicato a un centralino.

Trieste, Pordenone, Udine, Gorizia, sono le città nelle quali il trentasettenne di origine sarda ha lavorato. Non si danna, il papà che è in lui. E si capisce, quando si racconta. Parte subito con una dichiarazione da padre responsabile: «Io posso anche mangiare pasta e aria, ma i miei figli no, non se ne parla nemmeno: una cosa simile non la permetterei mai».

riderSPERANZE NEL CASSETTO…

L’ex giovanotto di belle speranze che è in lui, lo ha lasciato una volta diventato papà una, due volte. Come altri suoi colleghi italiani, fa in qualche modo concorrenza a un vero esercito di fattorini stranieri e studenti. «Ma, attenzione, rispetto a quest’ultima categoria, lodevole, perché molti ragazzi si autofinanziano gli studi – puntualizza – non faccio il rider per arrotondare: questo lavoro lo faccio per sopravvivere. Senza lo stipendio di mia moglie riuscirei neppure a sbarcare il lunario».

Maledetta pandemia. E’ da lì che nasce tutto. Le attività, principalmente i ristoranti, chiudono. Il personale, in larga parte, deve reinventarsi. «Cercavo lavoro, non potevo stare a pensare troppo, serviva una decisione veloce: così ho preso la bicicletta e ho cominciato a portare il cibo a domicilio».

«La mia nuova attività, senza un vero contratto – perché lavoro con partita Iva – comincia da Trieste: di brand impegnati nel servizio a domicilio ne ho conosciuti tanti». Entra – scrive il Gazzettino – in una delle categorie più svantaggiate, quella legata solo al trillo dell’algoritmo: è questo che decide dove devi andare e in quanto tempo devi arrivare alla porta del cliente. Insomma, in buona sostanza: zero tutele, zero protezioni.

Rider, tra corse record e stipendi minimi. Chi sono i 600 fattorini del Fvg che consegnano cibo a domicilio. Centosessanta euro a settimana, confessa il rider. «Ecco perché senza mia moglie non ce la farei: il lavoro, a tratti, è tremendo. Sono sempre sulla strada, non ci sono soste: pioggia, bora, freddo non ti danno tregua. E’ la forza di volontà ad aiutarmi, diversamente getterei la spugna: ma devo farlo per i miei due figli. I clienti? Ci chiedono di essere sempre più veloci, di correre di più».

305.0.968192025-kPJC-U314013477695433DD-656x492@Corriere-Web-SezioniDANNO E BEFFA

Incidenti sul lavoro, anche quelli. Ne segnala uno in particolare. «Dicembre, pioggia incessante, il mio impermeabile non reggeva: per farla breve, sono finito contro una macchina, tanto che al proprietario ho dovuto anche pagare i graffi che avevo provocato al suo mezzo. Per non parlare dei danni a bicicletta e impermeabile».

C’è qualcosa che contraria più di altro il trentasettenne rider. «Il mio non è un lavoro autonomo – conclude – la verità è che siamo governati da un’applicazione che decide tutto: se sono stanco, devo lavorare; se ho la febbre, devo lavorare. Non ho “malattia”, né un giorno libero: se mi servisse un solo giorno di riposo o per svolgere una qualsiasi cosa personale, nessuno mi paga. Per non parlare competizione con gli altri rider: una follia, tutto per prendere l’ultima consegna».

E’ così che va. La concorrenza porta sempre più i brand ad abbassare l’asticella, non solo in termini di prodotti, ma anche di tempi di consegna. Il guadagno sulla qualità è passato in cavalleria, oggi a scandire l’attività di un’attività è la quantità. Il tempo è più che denaro. E poi, contro l’algoritmo, non puoi farci niente. E pensare che questo sistema doveva esserci d’aiuto per ottimizzare qualsiasi attività: evidentemente è l’indole dell’uomo, usare qualsiasi beneficio solo per un tornaconto personale.

Turchia e Siria, è tragedia!

Si stimano ventimila vittime provocate dal terremoto

Aiuti da tutto il mondo. Gente che manca all’appello, altra sepolta sotto le macerie. Non si registrava una simile sciagura da decenni. Un italiano fra i dispersi, l’unità di crisi è già attiva. Una neonata salvata dal cordone ombelicale della mamma morta sotto le macerie. Complicato l’invio di soccorsi, ma i soccorritori invocano interventi e coperte, kit igienici, alimenti

terremoto-turchiaIl primo pensiero, nelle prime ore del giorno, come gli ultimi che accompagnano la nostra giornata va alle vittime del terremoto registrato fra Turchia e Siria. A oggi si parla e si scrive di ventimila vittime, una stima approssimativa maturata appunto fra i due Stati interessati da una delle più grandi sciagure degli ultimi cento anni. Si teme che il numero delle vittime già a partire dalle prossime ore possa aumentare.

Secondo notizie raccolte puntualmente dall’Ansa, l’agenzia di stampa italiana più autorevole, funzionari dell’Organizzazione mondiale della Sanità avrebbero stimato ventimila vittime.

1200x-1QUANTI DRAMMI

Un dramma dietro l’altro. Ogni vittima ha una storia. Fortunatamente si registrano anche salvataggi miracolosi. E’ il caso della neonata trovata viva ancora con il cordone ombelicale attaccato alla mamma, deceduta sotto il peso delle macerie. Un miracolo all’interno di un tragedia. Una madre e due sue figlie sono state estratte vive dalle macerie dopo trentatré ore in una delle zone più colpite dal terremoto abbattutosi sul sud-est della Turchia.

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, si diceva, il bilancio complessivo potrebbe salire a ventimila vittime. Tempestivo, immediatamente dopo le scosse del terremoto e di una prima verifica che accertava una sciagura di enormi proporzioni, l’intervento del presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha dichiarato lo stato di emergenza per i prossimi tre mesi in dieci delle province del sud-est del Paese.

Angelo ZenANCHE IN SIRIA…

Non solo Turchia. Anche in Siria, infatti, la situazione è drammatica. Numerosi gli appelli che invocano aiuti. Sul Paese si è abbattuta una catastrofe e i soccorritori chiedono di tutto: coperte per affrontare il freddo provocato dal rigido inverno, cibo, kit igienici e beni di prima necessità. Quattro scuole sono andate distrutte, una cinquantina di edifici scolastici sono parzialmente danneggiati, mentre alcune delle scuole scampate alla sciagura sono state adottate come Centri di accoglienza temporanei.

Infine, ci sarebbe un italiano, informa sempre l’agenzia giornalistica Ansa. Angelo Zen, sessant’anni, veneto. Continua la sua ricerca da parte dell’Unità di crisi in costante contatto con il governo turco attraverso i suoi rappresentanti. Zen avrebbe dovuto incontrare un socio turco in mattinata, ma dal terremoto in poi non ci sono più notizie del nostro connazionale. Non ci sono collegamenti telefonici, non è facile raggiungere le persone, si stanno vivendo momenti drammatici. Dalla Farnesina fanno sapere, inoltre, che l’Unità di crisi è anche in stretto contatto con il Ministero della Difesa per spedire materiale utile nelle zone colpite dal terremoto. Più complicato l’invio di materiale in Siria che passerà verosimilmente attraverso Beirut.