«All’inferno e ritorno»

Patrice Evra, ex calciatore, si confessa alla BBC

«Ho venduto droga, chiesto l’elemosina. Poi è arrivato il calcio e mi ha salvato. Devo tanto all’Italia. Ma che sofferenza quando mio padre ci abbandonò al nostro destino. Mangiavamo quello che capitava. Fuori da un Mc Donalds rovistavamo fra i rifiuti…»

«Le persone ci servono da mangiare: due forchette da un lato, due coltelli dall’altro». Sorpresa mista a tristezza, le parole dell’ex Juve e Machester United Patrice Evra, che in un episodio di BBCFreeze ha raccontato come prima di diventare calciatore fosse solito vendere droga e chiedere l’elemosina all’uscita dei negozi.

Un grande calciatore, lo dice il suo palmares. E non solo, lo dice uno dei Saggi del calcio internazionale, Sir Alex Ferguson: «Evra è stato il miglior terzino sinistro in Europa è stato». Classe 1981, senegalese di nascita, ma naturalizzato francese, Patrice con la Francia ha preso parte a due mondiali, 2010 e 2014, stato vice-campione ad Euro 2016. Per quanto riguarda i club, si diceva, ha giocato otto anni nel Manchester United.

Ma Patrice Evra ha giocato anche in Italia. Gli appassionati di calcio ricorderanno i suoi tre anni con la maglia della Juventus (2014-2017). Meno nota la sua esperienza in Serie C, fra Marsala e Monza. Proprio nella squadra siciliana il terzino ha esordito in assoluto nel mondo del calcio professionistico. Furono proprio il calcio e l’Italia a salvare l’ex calciatore da una vita in povertà e disastrosa.

Foto CalcioToday.it

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DEVE TUTTO AL CALCIO

«Sì, proprio il calcio: devo tutto a questo sport. Quando mio padre lasciò casa e la famiglia, per tutti noi fu un delirio. La svolta? A diciassette anni, quando andai in Italia – confessa alla tv inglese – ricordo che mi davano da mangiare e che mi dettero anche una tuta sportiva: telefonai a mia madre per dirle che per me quello era il paradiso». Il paradiso, considerando quanto dichiarato dall’ex-United: la sua infanzia era sta caratterizzato degrado, criminalità e povertà assoluta.

«Il calcio e l’Italia mi hanno salvato – racconta Patrice – ho fatto, se così si può dire, tre lavori prima di diventare un calciatore: ho venduto droga, mendicato davanti ai negozi e, infine, impegnarmi in un’attività nella quale vendevano elettrodomestici. Tra queste cose solo una, purtroppo, non è vera: non ho mai venduto un apparecchio televisivo. Aveva appena tredici anni e chiedere l’elemosina all’uscita dei negozi per me era una cosa normale». Prosegue la sua coraggiosa confessione, Patrice. «Qualche volta, verso mezzanotte, i dipendenti di un Mc Donald gettavano via i Big Mac freddi: noi attendevamo pazientemente, spostavamo spazzatura, buste e carta e li recuperavamo per mangiarli».

Foto CalcioToday.it

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NON TI FIDI PIU’

Fra le confessioni, senza entrare troppo nei dettagli, il calciatore allude anche ad abusi sessuali. Aveva tredici anni, come si può immaginare un’esperienza traumatica, che gli ha insegnato molto, tanto che nelle sue esternazioni ha semplificato: «Subire abusi sessuali a quell’età ha avuto un forte impatto sulla mia vita: ti vergogni di te stesso, non ti fidi delle autorità, in quanto fu proprio il mio principale insegnante a compiere quegli abusi: a quel punto non puoi fidarti più di nessuno».

Patrice Evra oggi ha 40 anni e dal 2018 ha appeso le scarpette al chiodo. Ce l’ha fatta. Ha trovato un gancio in mezzo al cielo e ci si è aggrappato con tutte le sue forze. Ci sono cose che non dimenticherà mai, l’hanno segnato nel profondo, gli hanno fatto male davvero. Nella sua adolescenza è successo anche di peggio. «Essere abusato sessualmente a tredici anni ha avuto un impatto devastante sulla mia vita. Ti vergogni di te stesso. E non credi più in niente e a nessuno – ha raccontato l’ex calciatore – fu un insegnante ad abusare di me e questo ti porta a non fidarti più di nessuno, a non riconoscere l’autorità».

Giuseppe Cataldo, da Lizzano alla Nasa

Una grande storia, fatta di studio e sogni, coronata dal successo

Direttore della protezione planetaria, guida un team che progetterà tutti i sistemi di sicurezza. Gli studi ai Politecnici di Milano e Torino e in Francia, all’Institut Supérieur de l’Aéronautique et de l’Espace di Tolosa. Studente, ha vinto un concorso per l’Accademia americana. Fra i suoi impegni futuri: l’esame dei campioni prelevati da Marte

Ma che storia la storia di Giuseppe Cataldo, trentasei anni, non una ma più lauree raccolte in giro per l’Europa e poi negli Stati Uniti, dove è capitato non per caso, ma per intuizione. Cataldo non è un giovane qualunque, ma uno degli uomini di punta della Nasa. Uno di quegli ex ragazzi che ti scatenano l’orgoglio di appartenenza, uno di quegli esempi di come si possa sognare anche in una cittadina di diecimila abitanti come Lizzano, in provincia di Taranto, ed arrivare a capo di uno dei progetti miliardari della Nasa. Non una qualsiasi organizzazione di studi, ma la Nasa, National Aeronautics and Space Administrations, agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale e della ricerca aerospaziale degli Stati Uniti. I sentimenti e le emozioni, il percorso di studi compiuto da Giuseppe Cataldo, sono stati ripresi in un interessante articolo pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno che bene ha fatto ad indicare una dei maggiori studiosi pugliesi più impegnati al mondo. Detto che gli americani non fanno regali e promuovono solo quelli capaci, mai i raccomandati (o segnalati, se preferiti), perché è qui che si fa la differenza, ecco che lo studioso partito da Lizzano si racconta al quotidiano pugliese che in queste settimane ha ripreso con successo le sue pubblicazioni, unendo la tradizione del cartaceo alla modernità dell’informazione “on line”.

Dunque, parte il racconto. “Dalle stelle che guardava da bambino durante i campi scout, nei boschi di Lizzano dove è nato, a quelle osservate dal «James Webb Space Telescope», la più potente «macchina del tempo» mai progettata per scoprire finalmente le origini dell’universo e studiare la composizione chimica dell’atmosfera dei pianeti fuori dal nostro sistema solare, che potrebbero forse ospitare qualche tipo di vita”.

Foto Il Piccolo

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QUESTA E’ LA STORIA…

E’ l’incipit della storia sulla quale il quotidiano si orienta immediatamente. E lo stesso Cataldo ad intervenire e raccontarsi. Un percorso non semplice, fatto di scelte, talvolta coraggiose, altre volte ambiziose. Viene segnalato lo sforzo congiunto tra le agenzie spaziali americana, europea e canadese che ha richiesto dieci miliardi di dollari di investimento.

Giuseppe, trentasei anni, parte da una cittadina di diecimila abitanti, si diceva, per arrivare alla Nasa, giovanissimo, ancora prima di laurearsi in Ingegneria aeronautica al Politecnico di Milano, realizzando il primo sogno che coltivava fina da bambino.

Aveva ventitré anni, era il 2009. Oggi è l’unico italiano ad avere ricevuto tre riconoscimenti importanti per la realizzazione del telescopio «Webb», rispettivamente per il contributo essenziale al progetto, per i risultati in fase di collaudo e per l’innovazione nei modelli matematici. Praticamente la conferma di trovarci al cospetto di un genio. Gli esami che non finiscono mai, si infittiscono di sfide, come quella, accettata, nella veste di direttore della protezione planetaria inversa. Giuseppe sarà alla guida del team che progetterà tutti i sistemi di sicurezza necessari a portare sulla Terra i campioni prelevati da Marte e a isolarli durante l’analisi, senza che un’eventuale presenza di microrganismi alieni contamini il pianeta.

Non prima del 2027 l’inizio della missione, quando i campioni da porre sotto analisi arriveranno almeno sette anni dopo. Giuseppe Cataldo arriva alla Nasa dopo aver compiuto gli studi ai Politecnici di Milano e Torino e in Francia, all’Institut Supérieur de l’Aéronautique et de l’Espace di Tolosa. Ancora studente, ha vinto un concorso bandito dall’Esa per la Nasa Academy e dopo aver conseguito le lauree, nel 2010, è tornato nell’Agenzia aerospaziale americana dove lo aspettavano un ufficio al Goddard Space Flight Center, una borsa di studio messa in palio dal Nobel John Mather, lo scienziato a capo di «Webb», e la possibilità di frequentare in simultanea il MIT di Cambridge.

Foto Repubblica

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GIUSEPPE, UNA FAVOLA

«Ho sempre desiderato studiare astrofisica – ha raccontato Cataldo – i miei genitori mi hanno sostenuto senza riserve, anche se questo significava trasferirmi a Milano. Dopo la maturità al liceo scientifico-tecnologico “Oreste Del Prete” di Sava, uno dei primissimi in Italia, mi iscrissi alla Statale. Proprio di fronte c’era la residenza Torrescalla di Fondazione Rui, che mi piacque subito: fortunatamente riuscii a entrare e a ottenere una borsa di studio per merito, poi confermata per 4 anni. Pensavo che nel mio futuro ci fosse la ricerca pura, invece un incontro di orientamento con un universitario che frequentava il quarto anno di ingegneria aerospaziale al Politecnico cambiò la mia vita: l’entusiasmo, la passione con cui ci parlò della missione, purtroppo fallimentare, dello Space Shuttle Colombia mi conquistarono. Ecco cosa volevo fare: progettare, costruire, sporcarmi le mani come mi avevano insegnato mio padre e mio nonno, entrambi meccanici. Presa la decisione, occorreva trovare la maniera per cambiare ateneo e facoltà senza perdere l’anno».

Ecco l’importanza della Fondazione Rui, scrive la Gazzetta del Mezzogiorno. La Fondazione gestisce dodici Collegi universitari di merito che non forniscono solo vitto e alloggio, ma anche progetti formativi personalizzati: lezioni interdisciplinari del progetto JUMP-Job University Matching Project, incontri di orientamento con professionisti, serate e incontri con ospiti. «La vita in residenza e la dimensione comunitaria e internazionale, insieme alle iniziative di volontariato, fanno il resto», aggiunge.

I collegi di Milano, Roma, Bologna, Genova e Trieste, sono accessibili a tutti grazie ad agevolazioni sulla retta che raggiungono il 90% dei residenti, borse di studio e convenzioni con le università. «Gli incarichi in residenza sono determinanti – spiega – io al terzo anno sono stato nominato Direttore Studi e questo mi ha fatto crescere moltissimo sotto il profilo della leadership: dovevo coordinare l’attività di una trentina di tutor, tra cui me stesso, studenti più avanti negli studi che aiutano gli altri a dare il meglio, a mantenere la rotta anche nei momenti di fatica e di difficoltà. Ero uno scout, avevo già avuto la responsabilità di guidare dei gruppi, ma quell’investitura ha accelerato moltissimo la mia realizzazione personale».

Foto Pugliain

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A LIZZANO, SPESSO

Qualcuno a Lizzano dice di averlo intravisto. Scappa a trovare i suoi genitori, fa un po’ di vacanza, assapora il verde e i vigneti, la costa, il mare che da queste parti non ha eguali. Di questo ragazzo-prodigio ne parlavano già diversi anni fa. Non erano in molti a dare peso alla storia. Qualcuno, forse, pensava che quel coraggio giovane fosse a tempo, che alla fine a Giuseppe sarebbe arrivata quella botta di nostalgia e al girare il mondo avrebbe preferito restarsene a casa, creandosi un futuro rispettabile, ma mai così importante. Il nostro, oltre all’italiano parla e scrive correntemente l’inglese e il francese. Non chiosiamo la sua storia con un “…da non crederci”. Intano perché crediamo fermamente che tutto possa accadere e che i sogni vadano inseguiti, accarezzati, sostenuti, unico sistema per vederne concretizzare almeno uno, importante. E’ la sintesi della storia di Giuseppe Cataldo, lizzanese, che da piccolo faceva voli con la mente e, alla fine, anche se è solo l’inizio, è davvero volato negli Stati Uniti, destinazione Nasa, per diventare uno degli uomini di punta dell’Agenzia aerospaziale americana.

«Chiamatemi “direttrice”, please»

Beatrice Venezi, la scalata alla direzione di un’orchestra

Non è semplice, per una donna, avere ragione di un ambiente spesso sessista. «Chi ha ambizioni in questa passione ed è una donna, deve dimostrare sempre qualcosa in più rispetto all’uomo. Un giorno un pèrimo violino mi ha mancato di rispetto, l’ho messo a posto, i colleghi orchestrali sono venuti a porgermi le scuse a causa della leggerezza con la quale mi si era rivolto»

Dicono che il fascino aiuti, così come la bella presenza. Qualità che semplificherebbero l’ascesa in qualsiasi lavoro dove c’è da rappresentare se stessi, mostrarsi in pubblico, anche per le sole pubbliche relazioni. C’è stato, forse, esiste tutt’ora l’idea di un tempo, dove l’altezza era “mezza bellezza”, oppure l’aspetto gradevole semplificava eventuali rapporti di lavoro.

Come in tutte le cose, però, esiste anche una, due, tre, controindicazioni così da fare della bellezza un bagaglio ingombrante. In un bell’articolo-intervista di Edoardo Semmola, apparso in questi giorni sul Corriere fiorentino, leggiamo per esempio di come una direttrice d’orchestra, brava e di bella presenza, abbia dovuto fare ricorso a tutto il suo carattere per mettere in chiaro certe attenzioni che un musicista, più spigliato di altri, le aveva dedicato.

Foto Corriere.it

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Beatrice Venezi, a 25 anni era la più giovane direttrice d’orchestra d’Italia (“direttrice”, secondo la collega Gianna Fratta che tiene in particolar modo al sostantivo “direttore” declinato al femminile). «In un attimo diventi celebre – spiega a Semmola – specie se vai al Festival di Sanremo: visibilità ma anche tantissime critiche quando venne fuori la voce che volevo farmi chiamare “direttore” e non “direttrice”, oltre alle osservazioni sessiste. Per non parlare della decisione di partecipare a un programma “pop”: non ti perdonano l’aver “contaminato” la purezza di una musica elevata rispetto alla cosiddetta “leggera”: insomma, si mette in moto la macchina della cattiveria e della malafede».

Differenza di genere. «Al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano non godevo delle stesse occasioni che, invece, offrivano ai colleghi maschi. Circolavano le solite battute sessiste del tipo “E’ una donna, cosa volete che faccia?”, oppure che non potessi indossare abiti femminili come se dovessi per forza somigliare a un uomo: forse gli insegnanti, non volendo, provano a creare piccole copie di se stessi. Del resto non esistevano ancora modelli femminili a cui in qualche modo ispirarsi».

Foto Informatore Coop

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Ha diretto all’estero, ma l’Italia è un passo indietro. «Qui, da noi, sembra si faccia cultura solo se si rimane seriosi, guai a ridere o divertirsi: all’estero, in Francia per esempio, dove ho diretto, non è così. Nonostante il mio percorso virtuoso, nell’ambiente accademico mi additano ancora come se fossi un “prodotto commerciale” di intrattenimento, come se fossi un bluff. Questo in Italia, all’estero è un’altra cosa».

Le prove, prima del debutto. «Con alcuni primi violini non ci si intende subito – ha spiegato Beatrice Venezi a Semmola del “Corriere Fiorentino” (sul sito la lunga, interessante intervista) – quelli che sognano di fare i direttori e non ci riescono: due anni fa un violinista di nome, di un’orchestra importante, si rivolse a me in modo paternalistico come a dire: “Non ti preoccupare, ci penso io, sono un uomo e sono più grande di te”. Avrei voluto reagire, ma un direttore non deve mai scendere allo stesso livello di un provocatore, anche perché l’autorità non si dimostra alzando la voce: il fatto che io abbia mantenuto la calma mentre lui cercava di provocarmi probabilmente lo ha fatto uscire dai gangheri: si è alzato e se n’è andato: ho continuato a lavorare con gli altri che sono venuti a scusarsi per lui».

Altamura, grotte, pane e…

Borgo antico, cattedrale, tavola e festa medievale medievale

Alla scoperta delle mille bellezze della Puglia. Questa volta ci soffermiamo su una cittadina in provincia di Bari. Fiorente e ordinato, uno dei periodi più belli è legato a Federico II al XIII secolo. Di origine carsica, sono diventate famose grazie al ritrovamento dello scheletro del cosiddetto Uomo di Altamura (Homo neanderthalensis). Insomma, l’Italia non è solo Roma, Firenze, Venezia

Non è campanilismo dire che la Puglia è la regione più bella del mondo. E’ un titolo del quale importanti quotidiani e riviste internazionali, dagli Stati Uniti all’Europa, passando per la Francia e l’Inghilterra, che in quanto a bellezze non sarebbero seconde a nessuno, ci hanno fatto regalo a più riprese in questi ultimi anni. Prova ne sia che molte star di Hollywood, non solo vengono a trascorrere le vacanze dalle nostre parti, ma addirittura acquistano immobili, campagne. S’industriano perfino nella produzione di prodotti locali, che per clima e collocazione, possono sbocciare solo qui, in Puglia.

Dunque, non ci meraviglia che un sito autorevole, come “Proiezioni di Borsa”, nelle sue pagine consigli una Puglia tutta da visitare. Insomma, in sostanza, in questa regione, Tacco dello Stivale, ovunque caschi, caschi bene. Un esempio? Basterebbe tirare a sorte fra le mille bellezze quotidianamente sotto gli occhi di tutti, che avremmo comunque e sempre qualcosa di unico, una storia scritta dai nostri avi e che abbiamo potuto annotare solo noi.

Chi sceglie di trascorrere una vacanza in Italia può farlo in qualsiasi periodo dell’anno, scrive Proiezioni di Borsa. Ha perfettamente ragione, il nostro Paese, infatti, offre attrattori possibili da visitare in qualsiasi stagione dell’anno, dall’inverno all’estate. Il mare e le montagne sono mete molto molto ambite. Roma, Firenze, Venezia e tantissime altre città sono talmente belle da essere mete di turisti durante tutto l’anno. Per un fine-settimana, però, esistono posti meno conosciuti, tranquilli e nei quali rilassarsi, in dolce compagnia o con la famiglia. Sono numerosi i piccoli centri di provincia, ricchi di storia e tradizioni.

Foto Repubblica

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CONOSCIAMO LE GROTTE…

Borghi, da Nord a Sud. Nati durante il Medioevo: castelli, vicoli e chiese di grande valore artistico e culturale. In alcuni, come è noto, si organizzano suggestive ricostruzioni storiche. E qui, veniamo alla Puglia: conosciamo Altamura. In provincia di Bari, parte del suo territorio fa parte del Parco nazionale dell’Alta Murgia. I primi insediamenti si fanno risalire a 40.000 anni A.C. Altamura: nome che deriva dalle alte mura, le mura megalitiche risalenti al 500 A.C. Il periodo in cui il complesso abitato fu fiorente e ordinato è legato a Federico II nel XIII secolo. Se qualcuno viene in vacanza in Puglia o vuol conoscere meglio la sua regione, suggeriamo la visita nelle grotte di un antico borgo famoso per il pane DOP (denominazione di origine protetta) e una festa medievale.

Proprio a questo periodo risale la cattedrale di Altamura. All’interno un organo monumentale. Pare sia stato l’imperatore Federico II a volerla costruire per imbonirsi papa Gregorio IX che lo aveva scomunicato. Secondo altre leggende, pare che la cattedrale sia stata eretta dopo la guarigione di alcuni suoi soldati, qualcosa insomma che aveva del miracoloso. A sostegno di questa seconda tesi ad Altamura organizzano una bella festa chiamata Federicus, con tanto di cortei storici, festival musicali e numerose altre iniziative.

Foto Turismo.it

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…E ALTRE BELLEZZE

Oltre alla bellezza del borgo, con le sue chiese, vicoli e piazzette, sono da visitare le grotte nella zona di Lamalunga. Di origine carsica, sono diventate famose grazie al ritrovamento dello scheletro intero del cosiddetto Uomo di Altamura, esemplare dell’Homo neanderthalensis.

Ma il nome di Altamura di questa bella cittadina pugliese è accostato anche al pane, essendosi guadagnata tale riconoscimento con il marchio DOP, Denominazione di origine protetta, si diceva, una ventina di anni fa. Un pane fatto secondo antica tradizione: semola rimacinata, acqua, sale e lievito madre. La caratteristica del pane di Altamura è che si conserva molto a lungo, buono, da gustare anche solo con un po’ di olio, pugliese ovviamente. Oltre al pane, nel territorio si possono mangiare piatti a base di funghi e dolcetti col vincotto. Dunque, più di un motivo per spingersi a visitare le grotte di Altamura, partecipando alle feste, ma anche sedendosi a tavola per gustare le prelibatezze di un territorio, permetteteci di sottolinearlo, unico al mondo.

«Viva l’Italia!»

Kadiatou, venti anni, guineano, la fuga il viaggio fino al nostro Paese

«Amavo studiare, la morte dei miei genitori mi ha cambiato la vita. Schiavo di uno zio che mi maltrattava, decisi di andare via. Un lungo viaggio, un lavoro in Libia, i soldi per pagarmi il viaggio verso la libertà e il rispetto»

«Ho studiato dieci anni nel mio Paese, la Guinea; questo fino a quando è stato possibile, poi, ad un certo punto, non ho avuto più le certezze di qualche tempo prima tanto che ho dovuto abbandonare, non senza grande rimpianto, gli studi e la mia terra: verso un mondo sconosciuto, diverso, con la speranza che fosse più accogliente e rispettoso…».

Kadiatou, venti anni, guineano. Non è il primo, né l’ultimo ad arrivare in Italia da quel Paese. Dallo scorso settembre la Guinea è ripiombata in un governo militare, che ha imposto ai cittadini gravi restrizioni. Insomma, in Guinea si vive quotidianamente un conflitto, da quello civile a quello politico. E se dalle nostre parti esiste un confronto civile, basato sui ragionamenti, sul reciproco rispetto delle idee, lì è un’altra cosa. «Devi essere d’accordo sempre e solo esclusivamente con il Governo, che ti sorveglia, come se ti avesse installato addosso una telecamera: le telecamere sono gli occhi dei vicini, dei delatori, quelli che spesso raccontano una realtà di comodo per trarne vantaggi, talvolta nemmeno di carattere economico: il dramma sta proprio lì, la tua parola non vale quanto quella di chi ti ha denunciato, e ti ritrovi nell’occhio del ciclone senza saperne nulla, indicato come uno che svolge attività antigovernative…».

Kadiatou, regolare permesso di soggiorno, esprime il suo pensiero. In Italia da poco più di due anni, parla bene l’italiano. «Penso di avere un dono – spiega chiaro, senza fraintendimenti – le lingue le imparo subito e l’italiano è una di quelle che più mi affascinano: in Guinea studiavo il francese, per una decina di anni ho frequentato la scuola. Fino a quando è stato possibile: credo di avere la vocazione per lo studio, sono assetato di conoscenza e voglio imparare, imparare, imparare; assorbire, se possibile, quanto più possibile».

Foto RedattoreSociale

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PARTIRE, UN DRAMMA

«Abbandonare casa è stato come vivere un dramma: un distacco che non auguro a nessuno, mi incoraggiava l’unica cosa che mi spingesse a fare questo tipo di scelta: la mancanza di un’alternativa; fossi rimasto in Guinea non so come sarebbe andata a finire: avevo perso i miei genitori, nessuno più poteva assicurarmi lo studio».

«Mamma era morta, mio padre si era risposato, ma non era cambiato molto, lui mi garantiva l’accesso allo studio: vedermi seduto fra i banchi mi faceva sentire bene, ripetere la lezione che l’insegnante aveva appena spiegato mi inorgogliva: “Kadiatou, mi dicevo, vuoi vedere che diventi uno importante?”». Un medico, un insegnante, un commerciante, come il papà. «Ecco il dramma: un brutto giorno mio padre, chiusa l’attività si stava ritirando a casa quando fu fermato da due brutti ceffi che gli intimarono di mollargli l’incasso; papà aveva pochi spiccioli, quella giornata da dimenticare: testimoni hanno sostenuto che mio padre si difendeva come poteva, a mani nude: non gli credettero, così uno dei due dopo averlo minacciato gli sferrò una coltellata al petto: trasportato di corsa nel presidio sanitario più vicino dopo due ore morì».

E con la morte del papà, per Kadiatou si spense anche il sogno di diventare “qualcuno”. «Cominciai ad andare saltuariamente a scuola, ma non ero più lo studente-modello di qualche tempo prima: studiavo poco perché lavoravo per mio zio, fratello di mio padre, che evidentemente non era la stessa cosa; mio padre mi sgridava, mi diceva come andava fatto un lavoro, mio zio no: non pensava nemmeno cosa fosse una domanda».

Foto Avvenire

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DOLORE INFINITO

«Qualsiasi cosa gli chiedessi sembrava fosse un rifiutarmi all’obbedienza, così botte, schiaffi, calci, perfino ustioni provocate con una lama rovente, nemmeno fossi una bestia a cui imponi un marchio! Volevo continuare gli studi e mio zio, di questo, non voleva sentirne nemmeno lontanamente parlare: da qui il proposito di abbandonare qualsiasi cosa, fare fagotto e andare via».

Attraversa Guinea, Mali, Algeria, fino alla Libia, Kadiatou. «In Libia trovo lavoro, anche se non proprio quello che cercavo: in una masseria o qualcosa di simile, accudisco animali per qualche mese, il tempo materiale di guadagnare un po’ di soldi e finalmente mettere insieme di che pagarmi il viaggio per l’Europa».

«Salii a bordo di una grossa barca piena di ragazzi, uomini, donne e bambini, un centinaio in tutto: tunisini, marocchini e guineani. Stavamo un po’ stretti, ma a quel punto a chi importava più, ci eravamo imbarcati per la libertà. Partiti di notte da una spiaggia, qualcuno non era mai stato in mare: c’era chi stava male, vomitava. Il viaggio di notte era illuminato dalla sola luna».

Kadiatou non sapeva dove erano diretti, aveva intuito che sarebbero andati in Europa, ma lui aveva in testa un unico obiettivo: ritrovare serenità e continuare gli studi. E finalmente, una mattina, al primo sole, la costa. Non sapeva ancora da che parte stesse indirizzando quel barcone il comandante. Era l’Italia.

Patrick, evita polemiche

Lo studente egiziano, tifoso del Bologna, si scaglia contro la Juventus

«Non hanno smesso di pagare», ha scritto alludendo alla squadra bianconera e Calciopoli. Nella sua posizione, da arrestato in Egitto e ancora in attesa di giudizio dal tribunale del Cairo, avremmo evitato di offendere una passione con frasi moralizzatrici. Come se la sofferenza autorizzasse a bacchettare chiunque su qualsiasi argomento. A partire dal calcio, che in un Paese come l’Italia va sempre maneggiato con cura

«Hai ragione. Se vieni incolpato di qualcosa, evidentemente è vero. Giusto o no, Zaki?»; «Chissà quanto sei costato alla Farnesina, serviranno più rate che per Locatelli»; «Beh, almeno hai fatto capire che sei un uomo qualunque. Uno che si aggrappa alle minchiate, altro che paladino…magari visto quello che hai passato un poco più di rispetto e di morale la dovresti avere»; «Se non era pe’ i soldi degli juventini stavi ancora al gabbio zio». Questi alcuni commenti dei tifosi bianconeri in risposta a un post sopra le righe pubblicato sulla sua pagina Facebook da Patrick Zaki, lo studente egiziano trasferitosi a Bologna, ma tratto in arresto nel suo Paese di origine mentre faceva visita ai suoi familiari.

Non sono mancati anche i commenti di tifosi juventini che hanno saputo dividere i due diversi mondi, sport e politica, criticando chi aveva attaccato il ricercatore tirando in ballo questioni ben più grandi. E anche coloro che hanno risposto polemicamente ma soltanto in ambito sportivo, come è giusto che sia.

Insomma, lo sport, dicono, unisca. Ma il calcio, che pure dovrebbe far parte della stessa cultura, quella sportiva, come abbiamo letto divide. E in modo violento, pure. Non conosce limiti, barriere. Certo, uno come Patrick Zaki, egiziano trasferitosi a Bologna, avrebbe potuto evitare in un momento delicato come il suo certi commenti. Non sono state offese pesanti le sue, ma provocazioni che personalmente gli avremmo caldamente sconsigliato. Ma, evidentemente, a lui queste cose divertono – come scrive su uno dei suoi social – e, allora, ecco una lunga serie di commenti, molti dei quali, sia chiaro, inaccettabili. Ma, ripetiamo, essendo diventato, suo malgrado, personaggio pubblico, noi caro Patrick avremmo sorvolato. Poi, padronissimo di scrivere, sempre nel perimetro della massima educazione, quello che gli pare, comprendendo che sui social accade di tutto, anche beccarsi commenti sopra le righe. Così, da intellettuale, deve comprendere che lo sfogatoio social può diventare una sorta di sassaiola.

Foto Repubblica

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PATRICK, CHI E’…

Ma chi è Patrick Zaki. Zaki è un attivista egiziano, trentuno anni, ha fatto parte dell’associazione per la difesa dei diritti umani, con sede al Cairo. Nell’autunno del 2019 stava frequentando un master universitario in studi di genere all’Università di Bologna.

Il 7 febbraio 2020, tornato in Egitto per fare visita ai parenti, dopo l’atterraggio all’aeroporto del Cairo è stato arrestato dagli agenti dei servizi segreti. Solo il 7 dicembre 2021, al termine della terza udienza, il tribunale ne ordina la scarcerazione, che potrà rimanere in libertà per la restante durata del processo. La scarcerazione è stata eseguita il successivo 8 dicembre.

Dopo un commento sulla gara di calcio tra Juventus e Bologna, si diceva, lo studente egiziano è stato sommerso da una pioggia di insulti. Non è finita, Patrick, proprio come un “ultrà”, è tornato a replicare: «Due cartellini rossi – ha scritto – stanno ancora pagando. Forza Bologna». «Ho deciso di commentare – ha spiegato – la partita tra Bologna e Juventus, dicendo qualcosa che credo sia molto normale tra i tifosi di calcio di tutto il mondo. Mi sono trovato di fronte a decine di insulti e aggressioni, fino all’odio. Non mi dispiace avere regolarmente discussioni accese con i tifosi di diverse squadre, amo il calcio e apprezzo questo tipo di divertimento. Tuttavia, quando ho scoperto che la gente sperava che io tornassi in prigione e fossi messo a tacere, mi ha davvero colpito come il discorso d’odio possa essere innescato così facilmente. Sinceramente non capisco come questa escalation sia stata così rapida e perché dopo due anni di silenzio, vengo attaccato dalle stesse persone che una volta mi sostenevano, solo perché ho detto la mia opinione sulla partita. Non volevo offendere nessuno con le mie parole e accetto il diritto di ogni persona di esprimere la propria opinione, spero solo che le persone mi lascino esercitare il mio diritto fondamentale di dire la mia opinione su una partita», ha aggiunto.

Foto Virgilio.it

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NO ALLE BACCHETTATE

Non difendiamo i tifosi della squadra bianconera, ma a qualcuno, forse, non sarà andata giù quella sorta di moralizzazione, tipica di chi è convinto che la verità sia solo da una parte. Ma sentiamo ancora Zaki. «In un mondo pieno di ogni sorta di censura da parte di vari attori – continua – io scommetto sempre sulla gente per proteggere i diritti di libertà di parola degli altri anche se non sono d’accordo. Se non posso dire la mia opinione sul calcio senza essere attaccato, non sono sicuro di come dovrei recuperare la mia voce in questioni più importanti. Eppure, amo tutti i tifosi di calcio e capisco che a volte il nostro amore per la nostra squadra ci rende un po’ sulla difensiva, ma io traccio la linea per attaccare la vita personale di qualcuno e augurare cose cattive su di loro. Alla fine, voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno sostenuto in qualsiasi momento e quelli che ancora mi sostengono, voi riaccendete la mia fede nell’umanità. Forza Bologna», la conclusione del post. Ecco perché gli consigliamo di impegnarsi su cose, come ritiene lo stesso studente egiziano, «molto più importanti che non su una gara di calcio». Quello di cui questo Paese non ha bisogno, sono i moralizzatori, i bacchettatori “a prescindere”. Non esiste cosa più bella della libertà, così anche il rispetto della passione altrui. Alla prossima, perché abbiamo la sensazione che la cosa non finisca qui.

Primitivo è solo di Puglia!

Camillo Langone puntualizza l’origine del nostro vino

Quello doc, per noi, resta quello di Manduria. Ma il giornalista del “Foglio” ne ripercorre le tappe, attraverso letture e citazioni. E suggerisce “Primitivo. Il vino dei due mondi” di Antonio Calò e Angelo Costacurta

Oggi prendiamo spunto da un articolo di Camillo Langone, giornalista del Foglio. In punta di penna, un po’ provocatorio, un po’ generoso, interviene su una delle cose che ci stanno particolarmente a cuore, nonostante qualcuno negli anni, nel tempo, nei secoli, provi a spostare – come fossero pedine su uno scacchiere – la residenza del Primitivo. Il Primitivo doc è di Manduria, punto. Il classico gioco delle tre carte lasciatelo al Made in Taiwan.

Prima di Langone, ottimo il suo breve articolo-riflessione, cerchiamo di comprendere a quale libro il giornaliste del Foglio si sia in qualche modo ispirato: “Primitivo. Il vino dei due mondi” (Kellermann editore) di Antonio Calò e Angelo Costacurta.

Le note sul libro, intanto. Armonia, ordine, bellezza del paesaggio, qualità del vino, che nel caso del Primitivo si aggiungono ad un termine irrinunciabile: tradizione. Se il vino nasce dalla composizione delle vigne, dobbiamo considerare che i cambiamenti nell’ambito produttivo viticolo sono per natura lenti, legati al fatto che trentennale è la normale vita di un impianto. I trent’anni poi sono il seguito della tradizione mitigata da ponderata innovazione. Chi scelse il nome del Primitivo? La memoria, che è storia ed è anche leggenda, ci racconta di un religioso, appassionato di botanica, don Francesco Filippo Indellicati, di Gioia del Colle, la città pugliese a metà strada dallo Ionio all’Adriatico. Sul finire del Settecento individuò il vitigno, oggetto di scambio con la Costa orientale adriatica, confacente alla sua idea di rinnovamento viticolo. Un vitigno che fruttificava presto, primo a maturare. Nel 2000 Antonio Calò individuò il felice futuro del Primitivo, qualità emergente fra i rossi, accanto al Negroamaro, al Nero d’Avola e a pochi altri. E aveva ragione.

Foto cookist

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A PROVA DI INVASIONI…

«Le invasioni barbariche, i saraceni, la grande gelata del 1234 – scrive, invece Langone – la grande peste del 1348, i bruchi del 1504, i dazi francesi del 1887, e subito dopo la fillossera, il marciume, le crittogame, e spesso il dramma della siccità… Anziché andare al Vinitaly leggo “Primitivo. Il vino dei due mondi” (Kellermann editore) di Antonio Calò e Angelo Costacurta, una storia del vitigno omonimo e del vino pugliese tutto, dove si capisce come la vigna sia un patema continuo».

Riprende, il giornalista nella sua breve, rispettabile riflessione. «Ovunque, ma intorno a Bari di più. Io poi alle piaghe materiali aggiungo più recenti piaghe morali come la piaga della barrique, la piaga dello chardonnay, la piaga della vendemmia tardiva (degna di palati asiatici, come nel libro coraggiosamente nota il produttore Gregory Perrucci), la piaga delle razzie dei grandi gruppi del centro-nord nei confronti delle cantine del sud e ora la piaga del rosé finto-provenzale…». E così via, come non condividerne il senso.

E per finire. «Oltre al riscaldamento globale, piaga appunto planetaria ma che sulle rive del Mediterraneo è peggio – conclude Camillo Langone del Foglio – Ogni volta che trovo un buon vino pugliese mi domando: come ha fatto questo vignaiolo a vincere tante avversità e tante pressioni? Forse è la sovrannaturale protezione fornita dal prete di Gioia del Colle, don Francesco Filippo Indellicati, che a fine Settecento scoprì un vitigno senza nome: era il primo a maturare, lo battezzò Primitivo».

«Partecipare, un atto di fede»

Franco Pignatelli, decano della Processione dei Misteri

«Una tradizione cominciata nel Dopoguerra con papà Luigi, il “cavaliere”». «Andare in processione deve essere devozione, non ostentazione», osserva Angelo Lecce

Dal Dopoguerra ad oggi, fatta eccezione per un paio di anni, fra una troccola portata nella processione dell’Addolorata e una nei Misteri, Franco Pignatelli ha proseguito nella tradizione di famiglia nel rispetto del simbolo della Settimana santa, la statua di “Gesù morto”. Con il benestare dei confratelli, puntualizza. «Le ultime parole papà – ricorda con profonda emozione – le rivolse alla mamma, furono una raccomandazione: “…Dì a Franco, la statua di Gesù morto!”». Il papà di Franco era Luigi Pignatelli, noto in città come “il Cavaliere”, presidente del Taranto in una delle più brillanti e appassionate stagioni calcistiche della squadra rossoblù.

Nel suo studio in via Cavallotti 70, pieno centro cittadino, c’è anche Angelo Lecce. Con lui, più di una volta, è stato “sotto” la statua di “Gesù morto”. «Ringrazio i confratelli del Carmine – precisa Pignatelli – che più di una volta mi hanno autorizzato a prendere, insieme ad altri, le sdanghe di “Gesù”: negli ultimi anni avevamo assistito a gare per l’aggiudicazione dei simboli non sempre rispettose del periodo di crisi, lungo purtroppo, che sta attraversando la città; a cose fatte, ho ritenuto giusto fare ricorso a una gara ragionata quasi una forma di riconoscenza nei confronti della mia famiglia che ha sostenuto la Confraternita con grande passione anche nei momenti di crisi».

“SCATTI” A RAFFICA

Franco Pignatelli mostra foto incorniciate e appese nel suo studio. «Don Angelo Monfredi, l’avvocato Cosimo Solito, Fulvio Santovito e Salvatore Fallone; io da piccolo, pantaloncini corti; e qui – indica una delle tante foto – il Cavaliere, immancabile; molti ricordano la sua fede per le processioni, Città vecchia e Borgo, come quella per Sant’Antonio, santo al quale era molto devoto: anche gli ultimi anni papà è stato sempre presente, i titolari delle varie attività facevano quasi a gara a offrirgli una sedia per riposarsi durante i Sacri riti che lui seguiva passo dopo passo…».

Una Taranto d’altri tempi. «Gli Anni 70 – osserva Pignatelli – erano quelli del boom economico della nostra città, il siderurgico, l’indotto, i negozi; una Taranto in grande salute, con la voglia di partecipare in concreto alle tradizioni, per dare grande importanza a uno dei momenti più sentiti dai tarantini».

Angelo Lecce, uno dei confratelli con cui Pignatelli è stato «sotto la statua». «Da più di venti anni – spiega Lecce – partecipo alla Processione dei Misteri: puntualizzo, non è un fatto di prestigio come potrebbe pensare qualcuno, ma un atto di fede: facciamo attenzione quando parliamo dei nostri Riti, la partecipazione deve essere sempre devozione e non ostentazione; non è la prima volta che prendo parte alla Processione dei Misteri con Pignatelli, mi auguro non sia nemmeno l’ultima: l’auspicio è che il Signore ci dia la forza per dare il nostro contributo alle tradizioni».

Schermata-2021-03-05-alle-15.31.58MA UNO “SCATTO” PAGATO CARO

Non è andata, però, sempre liscia se così si può dire. «Ricordo nell’82, una gara forse rimasta nella storia, quando un paio di confratelli fecero di tutto per farci concorrenza: padroni di fare offerte, ma non giocare al rialzo quasi fosse un dispetto; papà, “U’ Cavaliere”, ci restò molto male, non sapeva darsi pace, s’interrogava su quell’atteggiamento ingiustificato, stavamo parlando di voti, penitenza, chiesa; mi colpì una sua espressione: “A nuje?!”, come a dire “Siamo stati sempre corretti, non abbiamo mai ostacolato nessuno e qualcuno vuole quasi prendersi gioco di noi?”».

C’è un altro episodio. Franco Pignatelli lo ha rimosso, non vorrebbe tornarci sopra. «Ma sì, più avanti tutto è stato chiarito – argomenta – accadde nel 2007, anche stavolta finì sui giornali: quell’anno la gara era stata accesa, come accade raramente; prendemmo ancora una volta “Gesù Morto”, ma anche qui con una concorrenza inspiegabile tanto da spingere in alto l’aggiudicazione; purtroppo non finì lì, a porte chiuse: chi aveva lanciato la gara, ma aveva perso, seguì la Processione quasi con fare provocatorio».

Da qui, la reazione. «Che non dovrebbe esserci – giustifica – ma commisi l’errore di “chiamare” la sdanga, qualcuno che mi sostituisse per qualche istante sotto la statua; eravamo in via Di Palma, chi aveva giocato al rialzo non si stava comportando correttamente, sguardi, sorrisini, poco rispetto per chi faceva penitenza, pregava; da lì, il parapiglia: ebbi un anno di sospensione, come nell’82; ma, ripeto, questo non dovrebbe mai accadere e di questo mi sono pentito amaramente, con il Signore e con la Confraternita…».

Per concludere. «Diamo spazio – conclude Pignatelli – anche agli altri confratelli, scelta dovuta a un normale turnover; detto questo, ho prestato giuramento tanto alla congrega del Carmine quanto a papà mio: fin quando Dio vorrà parteciperò alla Processione dei Sacri misteri con il massimo rispetto».

«Artem, ma che fai?»

Quindici anni e il saluto nazista durante l’inno di Mameli

Russo, campione di kart, corre con licenza italiana, dal podio sfodera braccio teso e sorriso in un gesto eloquente. Il suo team lo licenzia in tronco: «Ci vergogniamo profondamente per il comportamento del nostro pilota: meditiamo il suo licenziamento»

Due volte la mano sul cuore, poi il braccio teso. E’ un inequivocabile riferimento al saluto nazista. A compierlo è un giovane pilota russo, Artem Severyukhin, kartista di quindici anni, al quale verrà anche da ridere mentre compie quel gesto fuori da ogni grazia, ma è un atteggiamento talmente spregevole da essere condannato senza “se” e senza “ma”.

La sceneggiata, il giovane Artem, la interpreta mentre viene intonato l’inno nazionale italiano. Il video della doppia, infelice performance – scrive Il Messaggero – diffuso da Nexta tv, emittente di opposizione bielorussa, che trasmette dalla Polonia, fa esplodere il caso mediatico. Difficile cercare di capire cosa sia passato per la testa del biondo kartista, che corre con licenza italiana (da qui l’esecuzione dell’inno di Mameli) per “Ward Racing”, un team svedese. Un gestaccio, non c’è altra parola, un saluto nazista mentre l’esercito di Putin continua a mietere vittime su vittime con lo scopo di «de-nazificare», così dicono, l’Ucraina.

Tutti questi elementi vengono manifestati a Portimao (Portogallo), dopo la gara di kart vinta da Severyukhin. Ma la storia non finisce lì. Anzi, è solo il primo passaggio di una bufera conduce dritto al licenziamento anche del team svedese che segue il giovanissimo pilota russo e dall’annuncio dell’Aci (Automobile club Italia) di provvedimenti, a cominciare dalla revoca della licenza di guida concessa nel nostro Paese.

Foto Urban Post

Foto Urban Post

QUINDICI ANNI, UNA FOLLIA

Il quindicenne pilota di kart paga salato quel braccio teso, che ha attirato l’attenzione della Federazione internazionale dell’automobile (che organizza, fra gli altri, il “Karting European Championship”), dell’ACI provocando grave imbarazzo in Svezia. L’ACI vede in quel gesto compiuto da Artem un comportamento deplorevole con un procedimento disciplinare d’urgenza che all’autore della guasconata potrebbe concludersi con il ritiro della licenza.La posizione del “Ward Racing”, il team svedese, è ancora più dura sui social: «Ci vergogniamo profondamente per il comportamento del nostro pilota, tanto da meditare in queste ore di porre termine al suo contratto per le gare, non ritenendo più possibile continuare a collaborare con lui».

Dura, pertanto, la condanna nei termini più netti possibili del gesto, che non rappresenta in alcun modo punti di vista e valori di “Ward Racing”, che ricorda al suo giovane pilota, ma anche agli strumenti di comunicazione che ospita tre famiglie ucraine. «Siamo orgogliosi del nostro Paese – riporta in un articolo Il Messaggero, che racconta l’intera vicenda – che ha preso la storica decisione di inviare armi all’Ucraina per combattere contro l’esercito russo».

Foto Corriere.it

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COME IVAN KULIAK

Non è il primo grave atto consumato da un giovane russo diventato di colpo popolare grazie ad attività sportive. La posizione assunta dal biondo kartista ci riporta a quella del ginnasta russo Ivan Kuliak. Kuliak, come Severyukhin, rischia la squalifica di un anno dalle competizioni per aver indossato, durante la premiazione della gara di Coppa del mondo di ginnastica in Qatar di inizio marzo, la canottiera con al centro una “Z”, lo stesso simbolo che i militari russi hanno dipinto sui loro mezzi corazzati e da trasporto con i quali hanno invaso l’Ucraina. Non si può parlare di una leggerezza. Si tratta di atti sicuramenti studiati e sostenuti da ragionamenti, se poi queste provocazioni vengono manifestate davanti a milioni di persone. Gesti di grave follia, specie se a compierli sono dei ragazzi, che dovrebbero pensare ad altro, ad allenarsi per esempio; a socializzare con altri coetanei per alzare il livello intellettuale condannando qualsiasi regime totalitario e, soprattutto, invasioni ed eccidio di popolazioni civili indifese. Lo sport è un’altra cosa.

«Torre di controllo, c’è un problema…»

MOMENTI DI PANICO SUL VOLO NEW YORK-PARIGI

L’aereo ha un breve black out in fase di atterraggio. Bravi i piloti nel rimandare di qualche minuto il rientro. Cambiano pista, incassano l’ok e planano finalmente senza problemi su un’altra pista. L’ente investigativo francese ha aperto un’inchiesta

«Torre di controllo, ci sentite? Qui Boeing 777-300ER di Air France, c’è un problema: l’aereo non risponde ai comandi». Trattasi di dramma, come evoca quella frase pronunciata dall’equipaggio dell’Apollo 13 diventata, poi, rappresentativa, di qualcosa che era più di “un problema a bordo”.

Ma cosa è accaduto l’altro giorno a quel volo dell’Air France del quale i piloti per qualche istante hanno perso il controllo? Come riportato dal giornalista Leonard Berberi dalle colonne del Corriere della sera, con dovizia di particolari aggiornamento compreso, l’episodio che ha del drammatico è accaduto mentre l’equipaggio del volo New York-Parigi si preparava ad atterrare nell’aeroporto della capitale il “Charles de Gaulle”.

L’aereo per lunghi, drammatici istanti, non rispondeva ai comandi. Un po’ come quando il pc non dà segnali di vita e invoca il reset. Insomma, il Boeing non riceveva segnali e per motivo i piloti hanno annullato la procedura di discesa. Tanto che gli è toccato fare il giro dello scalo e atterrare sulla pista del “de Gaulle” in un secondo momento. Quanto accaduto è stato confermato, si diceva, al Corriere della Sera dalla compagnia aerea e da Bea, l’ufficio francese per le indagini e l’analisi sulla sicurezza dell’aviazione civile. L’audio del comandante e del primo ufficiale, conferma le difficoltà affrontate in quei momenti.

Foto Unione Sarda

Foto Unione Sarda

DICIASSETTE ANNI DI SERVIZIO…

«Il Boeing 777-300ER di Air France, da diciassette anni in servizio – scrive il Corriere della sera – stava operando il volo AF11 ed era decollato dall’aeroporto “JFK” di New York la sera prima; non è chiaro quanti fossero i passeggeri a bordo e la compagnia non l’ha chiarito; avvicinandosi verso il “Charles de Gaulle” di Parigi i piloti hanno iniziato ad avere problemi nella gestione del velivolo: come spesso accade, le conversazioni sono state registrate dagli appassionati nei dintorni dell’aeroporto e sono state confermate al Corriere dagli addetti ai lavori».

«Qui volo Air France AF11, procediamo verso la pista 26 sinistra», il cambio di programma annunciato da uno dei piloti alla torre di controllo parigina. «Air France AF11, siete autorizzati ad atterrare sulla pista 26 sinistra!», risponde a quel punto il controllore assegnato a gestire l’atterraggio dell’aereo. «Ci confermate che siamo autorizzati ad atterrare sulla pista 26 sinistra?», chiede il pilota. «Confermo, Air France AF11», la replica dalla torre. Fin lì sembra tutto normale, fino a quando pochi secondi dopo si sentono le smorfie dei piloti che lanciano un urlo mentre in sottofondo suona l’allarme: il Boeing non risponde ai comandi. «Stop, stop!», dice un pilota.

Suoni e voce allarmano la torre di controllo. «Air France 11?», chiedono da terra. «Ti richiamo», dice il pilota. «Air France interrompete l’avvicinamento immediatamente», l’ordine che arriva dalla torre. «Ok ci fermiamo a 1.500», rispondono dalla cabina. Ma l’allarme suona ancora, mentre il pilota continua a svolgere una manovra ancora non del tutto chiara. «Qui AF11, facciamo il giro, vi richiamiamo», dicono dall’aereo.

Ed ecco il secondo tentativo di atterraggio. Dopo alcuni palpitanti secondi e mentre il Boeing si prepara a un’altra manovra di atterraggio, la torre viene contattata di nuovo dalla cabina. «Abbiamo fatto il giro per problemi ai comandi di volo: l’aereo non rispondeva», spiegano stavolta dalla cabina. «Siamo pronti a riprendere la discesa con le indicazioni radar. Dateci il tempo di gestire la situazione poi guidateci fornendoci il vento in coda». «Ok AF11, ho notato l’aereo deviare alla sua sinistra sul radar», spiegano dalla torre. «Volete tornare sulla pista 26 sinistra?». «Preferiremmo la pista 27 destra», risponde il pilota. Dopo qualche altro batticuore, finalmente l’aereo atterra senza ulteriori gravi contrattempi.

Foto Wikipedia

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INTANTO, VIA ALLE INDAGINI

Cos’era accaduto. Un portavoce del Bea, l’ente investigativo transalpino e tra i più avanzati al mondo, spiega al “Corriere” che gli esperti stanno analizzando i dati delle due scatole nere del velivolo. Una registra gli audio della cabina, l’altra memorizza tutti i parametri di volo. Il giorno dopo l’ente conferma di aver aperto un’inchiesta per determinare le cause di questo «incidente grave, le cui circostanze indicano che c’è stata una forte probabilità di incidente».

Air France replica «che il personale del volo AF11 ha dovuto annullare l’atterraggio, fare un go-around per un problema tecnico durante la discesa: l’equipaggio ha gestito la situazione e ha fatto atterrare normalmente l’aereo dopo un secondo tentativo». Dal suo canto l’aviolinea transalpina si rammaricata del disagio causato ai viaggiatori, ma ricorda che gli equipaggi sono formati e regolarmente istruiti su queste procedure utilizzate da tutte le compagnie aeree per garantire la sicurezza dei voli e dei passeggeri. L’articolo, specifica il Corsera, è stato successivamente aggiornato con la comunicazione dell’apertura dell’indagine dell’ente investigativo francese.