«Che pasticcio la vita…»

Zaki, nigeriano, un papà e due fratelli in Nigeria

Venticinque anni, racconta la fuga in mare, le notti insonni, nascosto in Libia perché i miliziani non lo portassero in prigione. «Il mio più grande desiderio? Riabbracciare mio padre, i miei due fratelli, mamma purtroppo non c’è più: sarebbe bello ci ritrovassimo qui, in Europa, vivere in Africa è un vero tormento».

«Un gran pasticcio!». Tutto questo è la guerra, ler persecuzioni, la fame, la fuga. Tutto questo, per Zakiyyah, questo il suo nome pere esteso, è «un gran pasticcio!». In realtà usa un’altra frase, una delle espressioni più care dalle nostre parti che amiamo accorciare in una sola battuta un concetto, specie se si vuole andare dritti al cuore della questione.

E’ una delle prime cose che il giovanotto di appena venticinque anni ha imparato non appena è sbarcato in Italia. Spiega la crisi dalla quale è scappato, i contrattempi che ha trovato per inserirsi possibilmente in un diverso tessuto sociale, dunque non trova di meglio che questa breve frase. «Un pasticcio esagerato!». E quando le cose vanno ancora peggio, come lo stesso Zaki racconta, la frase, essenziale, che spiega tutto questo disagio, rende meglio l’idea aggiungendo l’aggettivo “grande”. Dunque, com’è la tua vita, Zaki? «…Un gran casino!». E giù a ridere.

«Sono venuto via dalla mia Nigeria quattro anni fa – dice – la città in cui vivevo con la mia famiglia; la situazione era già complicata, sentivamo alle porte delle nostre case le milizie che volevano rispettassimo la volontà del governo: guai opporsi; i miei fratelli, mi dicono, che questa gente se la trovano praticamente in casa, con tutte le difficoltà, gli stenti ai quali la popolazione viene quotidianamente sottoposta».

Foto Sicurezza Internazionale

Foto Sicurezza Internazionale

TREMENDO ANCHE LI’

Dunque, in Nigeria, anche per la famiglia di Zaki è «tutto un gran pasticcio!». «Gli ultimi tempi – prosegue il giovane – avevo vissuto con mio zio; mamma era morta, con papà avevo avuto continue discussioni, così per evitare litigate furiose ho accettato l’ospitalità di mio zio; poi lui è andato via, ha abbandonato casa, i militari li aveva praticamente alle costole, così anche io ho dovuto fare una scelta, dolorosa».

Ma indietro non si torna. «Tornare a casa? Nemmeno a parlarne, avevo compiuto la mia prima scelta, litigare cioè con mio padre e le sue idee; visto che avevo rischiato grosso, tanto valeva proseguire e andare via dal mio Paese: non avevo alternative; andare via, un grande dolore, la sensazione di una sconfitta che brucia tutti i giorni; lasciare i luoghi che ti hanno visto bambino e poi crescere, è quanto di peggio possa accadere a una persona: dopo generazioni sei tu quello che toglie le radici e non dà continuità alla tua famiglia, quello che ti hanno lasciato i padri dei nostri padri…».

«Per fortuna ho ripreso i contatti con la famiglia; con i miei due fratelli, che mi raccontano spesso come vivano la situazione in Nigeria: i militari ce li hanno praticamente in casa, si sentono oppressi; non solo, fanno la fame, come in tutti quei Paesi dove c’è la guerra; quando ci capita di parlare sento nelle loro parole tutta la tristezza del disagio, della paura: e quando sento da settimane quello che accade in Ucraina è come se rivivessi quei momenti».

Il rapporto con papà. «Lo sento – confessa – ci hanno pensato i miei fratelli a mettere pace: sarebbe stato sciocco continuare a mantenere sciocche distanze; non era proprio il caso. Nelle nostre brevi chiacchierate al telefono, i miei fratelli mi spiegano i dolori giornalieri cui la popolazione viene sottoposta: un dolore che si aggiunge ad altro dolore».

Foto Nigrizia

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DESTINAZIONE ITALIA

Il suo viaggio per l’Italia, passando per la Libia. «Sono stato sei mesi lì, mi facevo vedere poco in giro, dormivo dove capitava, per evitare che anche lì miliziani o banditi: se cadevi nelle loro mani, botte e via il denaro dalle tasche, nel caso avessi guadagnato qualche dinaro: nel frattempo ho fatto qualche lavoretto, muratore, specializzato in muri a secco; magari mi capitasse di fare qualcuno di questi lavori qui da voi». C’è un desiderio in cima alla lista. «Dare una mano ai miei fratelli, papà: lasciare a loro la decisione di restare a casa e aspettare tempi migliori oppure affrontare un viaggio sempre pericoloso, a me fortunatamente durato cinque giorni: su un gommone, con altri cento ragazzi, con tanta fame e tanta paura».

Ha grande dignità, Zaki. Se provi ad offrirgli una colazione, lui, il venticinquenne nigeriano risponde con educazione: «No, grazie come se avessi consumato».

Mani in tasca, fissa il mare. Prova a guardare il sole, le cose che più di altro gli danno il senso di libertà. «Non ti nascondo – ammette – che mi capita di pensare ogni giorno ai miei fratelli, a mio padre: tornare ora a casa sarebbe un problema, il viaggio inverso non serve, mi troverei in piena guerra civile; i miei cari non vogliono saperne, stanno male ma stanno a casa, impossibile farli ragionare».

Zaki trascorre le sue giornate senza affanni. «Faccio due passi, chiedo a qualcuno se ha bisogno di una mano, per lavori in muratura e quando sto male mi faccio coraggio da solo: trovare un buon lavoro e riabbracciare la mia famiglia: è il mio desiderio più grande».

Ciak, dirige Riondino

Set e casting a Taranto, da lunedì 4 a venerdì 8 aprile

Debutto dell’attore tarantino dietro una macchina da presa. Confermato l’amore e l’impegno per la sua città. Produzione alla ricerca di attori e attrici (non minorenni) disponibili per piccoli ruoli e figurazioni speciali, originari di Taranto e provincia

Foto Avvenire

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Michele Riondino e Taranto, un amore infinito. Come il suo impegno per la sua città, nel manifestare contro l’inquinamento da acciaio e costruire su solide basi un Primo Maggio, per dirla tout-court, politicamente scorretto. Contro quello televisivamente superato e in doppiopetto realizzato dalla Rai e durante il quale non sempre è possibile parlare di problemi ambientali per non recare disturbo al manovratore.

Detto questo, veniamo alla notizia. Michele Riondino debutta da regista e sceglie come location la sua città, ma anche di fare un certo numero di selezioni per allestire un cast per il suo esordio da cineasta. Non solo parole, ma fatti. Riondino, nonostante qualcuno gli avesse consigliato di trattare l’acciaio del quale vive la sua città con la massima cura, è andato avanti per la sua strada. Talmente bravo come attore, da infischiarsene anche se a qualcuno fosse venuto in mente di mettere qualche sasso sulla sua strada per farlo inciampare. Invece, carriera comunque folgorante, conferma in serie televisive di successo e avanti così, come il suo Primo Maggio tarantino.

Foto Repubblica

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DEBUTTO TARANTINO

Ma occupiamoci, ora, dell’ultimo step che riguarda la sua carriera: quello in veste di regista. Michele Riondino dirigerà a Taranto il suo primo film. Prodotto da Palomar SpA con Bravos Srl. Inizio riprese previsto per metà maggio. In questi giorni l’annunciato casting, la selezione cioè di attori e aspiranti attori per interpretare un ruolo nell’esordio registico del nostro concittadino. La produzione è alla ricerca di attori e attrici (non minorenni) disponibili per piccoli ruoli e figurazioni speciali, originari di Taranto e provincia, ma anche di Brindisi e provincia, della Valle d’Itria e Bassa Lucania. Non solo per tratti somatici, ma anche per tono, passionalità e accento meridionali.

Vista l’epoca di ambientazione del film, spiega la produzione che ha lanciato il casting, è importante che i candidati non abbiano tatuaggi in vista, piercing, tagli e colori dei capelli troppo moderni. Per partecipare occorre inviare dati anagrafici, contatto telefonico, foto (primo piano, mezzo busto e figura intera) e/o un breve video di presentazione agli indirizzi info@afo6.it e castingtaranto22@gmail.com

Verranno prese in considerazione, puntualizza la produzione, solo candidature in linea con le richieste. Per intendersi, non saranno accettate segnalazioni di candidati che abbiano altre caratteristiche. Non potranno, inoltre, partecipare al casting i residenti in altre province e/o regioni. E’ prevista una retribuzione per i selezionati durante la fase di riprese del progetto. I primi incontri si terranno a Taranto nella settimana che va da lunedì 4 a venerdì 8 aprile.

“Battaglini” campione!

Titolo nazionale al liceo scientifico, orgoglio tarantino

Conquista il “Piday 2022”. Gli studenti hanno la meglio su mille colleghi. Il loro elaborato straordinario. La soddisfazione del supervisore del progetto, il docente Vincenzo Valentini, e del dirigente scolastico, Patrizia Arzeni

Altro successo nazionale per il liceo scientifico “Battaglini” di Taranto. Grazie alla straordinaria performance di alcuni alunni dello storico istituto, la nostra città sale sul gradino più alto del podio riservato alla Matematica. Il liceo tarantino dalla straordinaria tradizione, infatti, ha conquistato il “Piday 2022”. Eccezionali gli studenti tarantini che hanno avuto ragione di oltre mille colleghi provenienti da tutta l’Italia.

Con pieno merito hanno conquistato il Concorso generale organizzato dal Politecnico di Milano, in occasione della Giornata mondiale della matematica celebrato lo scorso 14 marzo. Già l’anno scorso i giovani allievi del “Battaglini” avevano ottenuto il primo posto nella sezione “Video animati”, ma in questa edizione “I cavalieri della Tavola rotonda” (questo il nome della squadra supervisionata dal docente Vincenzo Valentini), si sono appuntati sul petto la Medaglia d’oro più ambita del concorso.

Foto TarantoBuonaSera

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ECCO I “CAVALIERI”

Sotto con i nomi delle star matematiche (fra parentesi le sezioni di appartenenza): Claudia Novellino (4 L, capitano), Filippo Pavone (4 L), Giorgia Lapomarda (4 L), Francesco Marinotti (4 D), Stefano Altamura (4 D), Gabriele Morrone (4 D), Giulia Marchisella (4 D), Claudia Miano (2 E), Francesca Vacca (2 E), Salvatore De Stefano (2 E), Gianluca Maggi (2 E), Lorenzo Carella (2 E).

Questi ragazzi hanno studiato e confezionato un video di 3’14”, titolo: “Questione di cifre”. L’elaborato ripercorre, attraverso un viaggio nel tempo, il significato avuto nella storia dal numero irrazionale, così tanto importante per la matematica da meritarsi una celebrazione annuale.

«Quest’ anno il tema prevedeva il Pigreco in relazione alle figure geometriche – spiega il prof. Valentini, supervisore del gruppo matematico – e la squadra dei nostri studenti, che già lo scorso anno aveva vinto il prestigioso premio relativo ai video animati, quest’anno ha conquistato il Primo premio generale, migliorando di fatto il già notevole risultato conseguito precedentemente. Questa la sceneggiatura del video animato ed elaborato dai nostri ragazzi: una ragazza viene in possesso di una calcolatrice magica che la trasposta in un viaggio nel tempo; per tornare a casa, la fanciulla sarà costretta ad inserire il valore esatto del Pigreco: solo quando capirà che ciò è impossibile, data l’irrazionalità del numero, la soluzione le consentirà il rientro a casa e, dunque, il ritorno nel presente».

WhatsApp Image 2022-03-27 at 07.57.02GRANDE SODDISFAZIONE!

«Sono molto soddisfatto del prestigioso risultato raggiunto – ha proseguito il docente – e felice del meritato riconoscimento ricevuto dai ragazzi che hanno profuso nel progetto tanto impegno e tanta passione».

Soddisfatta anche la dirigente scolastica, la dott.ssa Patrizia Arzeni. «Complimenti al docente e agli studenti – ha dichiarato – che per il secondo anno consecutivo hanno dato lustro al liceo tarantino, sottolineando la grande importanza dell’iniziativa in termini di accrescimento delle competenze digitali; non solo, ma anche la grande valenza didattica e di socializzazione del progetto, tanto importante in questo delicato momento storico che ha costretto i giovani a lunghi periodi di forzato isolamento».

«Sotto una pioggia di bombe»

Storie di ucraini e moldavi, in Italia

Racconti fra paure e pianti. «C’è chi arriva e chi parte: gli anziani, che in passato hanno già dato, si riparano nel resto d’Europa», dicono due badanti. «Non dimenticherò l’abbraccio e il pianto di Maria, che ha lasciato l’Italia per raggiungere il figliolo di venti anni: il ragazzo non ha mai visto una pistola e ora dovrà sparare contro suoi coetanei che, come lui, non sanno cosa sia una guerra»

«Non dimenticherò mai l’abbraccio di Maria, la badante di papà, non appena la situazione in Ucraina stava prendendo una brutta piega: piangeva e spiegava, nel suo italiano, ma soprattutto con i suoi occhi, come fosse possibile che suo figlio, appena ventenne, la testa ancora sui libri, mai vista una pistola in vita sua, fosse stato chiamato a combattere per la patria e sparare contro ragazzi della sua età».

Grazia, modenese, è una delle tante italiane ad aver dato assistenza e lavoro a una ucraina. Maria, una donna diventata, come spesso accade in storie simili, una della famiglia. «Ci siamo strette un istante o un eternità, ricordo però le sue braccia intorno alle mie spalle, mi trasmettevano da un lato tanta forza e dall’altra preoccupazione, tanta preoccupazione: come se Maria in quel momento si stesse aggrappando a una delle poche certezze che le erano rimaste: l’affetto sincero di chi, come me, ma anche altri miei concittadini, e non solo, abbiamo saputo dare a lei e suoi connazionali».

Anche quando prova a spiegare, a dare un senso a qualcosa di disastroso come una guerra, specie di questi tempi, dove basta schiacciare un bottone per fare una strage, Grazia non riesce a trattenere il dolore. «E’ andata via – spiega – quasi corresse a prendersi la sua razione di bombe, comunque a fare la mamma, da scudo al suo ragazzo, poco più di un bambino: è una pazzia, provate a pensare un solo istante ai nostri ragazzi di un qualsiasi liceo, rastrellati da eserciti civili che distribuiscono armi e munizioni?».

Foto La Stampa

Foto La Stampa

AGI SUL PEZZO

Le agenzie giornalistiche, fra queste l’Agi, che da prima che scoppiasse il conflitto in Ucraina, sta svolgendo un puntuale lavoro di informazione, documentano queste e altre storie. Cose che non avremmo mai voluto scrivere, specie, come spiegava Grazia, all’alba di un Ventunesimo secolo, nel quale è sufficiente uno schiocco delle dita per radere al suolo un intero Paese.

C’è chi è arrivato da pochi giorni e ha negli occhi ancora le lacrime e sul volto la paura della guerra, spiega l’Agi in un suo reportage. Chi è qui, in Italia, da qualche anno, ma è preoccupato per i propri familiari, bloccati in Ucraina. E, infine, chi cerca di dare loro una mano: italiani generosi che portano medicine e beni di prima necessità nelle parrocchie dove si raccolgono scatoloni pronti per essere inviati a chi ha più bisogno di noi.

«Non parlo bene la vostra lingua, sono arrivata da poco in Italia, ma provo lo stesso a spiegarmi perché la gente sappia: in tutti questi anni la Russia, ovunque abbia messo mani, ha seminato guerra e rovine», racconta una ucraina di sessant’anni. «Conosciamo perfettamente cosa sia il sacrificio, tanto che alla mia età per aiutare i miei ragazzi, la mia famiglia, non appena una mia amica, già in Italia, mi ha prospettato la possibilità di lavorare qui, non ci ho pensato su due volte: un grande dolore lasciare il mio Paese, un grande dolore tornarci; evidentemente la sofferenza fa parte del nostro vivere, o non vivere, quotidiano».

Nella stessa situazione della donna sessantenne, non unica in questa situazione, altre sue connazionali. «La mia famiglia è lì, il mio cuore lì, con loro: mio figlio, mio marito e i miei nipoti», dice un’altra donna, origini moldave, ma da anni in Ucraina, «da quando, cioè, la Russia ha deciso di invaderci daccapo: voi, In Italia, avete avuto notizie in queste settimane, diciamo dallo scorso 24 febbraio, in realtà sono otto anni che si vive nella paura, le bombe erano già all’ordine del giorno: a nulla erano serviti gli appelli del popolo ucraino, non erano in molti a crederci». «Io, moldava – riprende la donna – ho già superato una guerra, con tutto il dolore, la sofferenza che questa ti trasmette: ci siamo trasferiti in Ucraina e ora è accaduta la stessa cosa; i russi sono così, non cambiano: Georgia, Cecenia e, ora, Ucraina…».

Altro giro, altra storia. Una donna, in Italia da poco meno di vent’anni: «Non dormo la notte – dice, anche lei badante – penso alle telefonate con mio marito e i miei figli, quando ci sono i collegamenti ed è possibile parlarci: purtroppo sono sotto le bombe e io vorrei essere lì con loro; se gli accadesse qualcosa e io fossi ancora qui, non saprei perdonarmelo».

Foto RomaIT

Foto RomaIT

C’E’ CHI RESTA A COMBATTERE

Non tutti riescono a venire in Italia o comunque a fuggire da un Paese sotto assedio. Qualcuna di queste donne ha avuto la fortuna di riabbracciare i familiari. Non c’è stato bisogno di parlare, si sono abbracciati e scoppiati in un pianto liberatorio. «Ma vogliamo tornare presto in Ucraina – dicono – non adesso, consideriamo l’arrivo in Italia come ad un passaggio obbligato in attesa che qualcuno cominci ragionare: non è proprio possibile che oggi si sentano cose così orribili, che niente hanno di umano»

«I miei parenti sono arrivati dalla Polonia in bus – spiega la donna, abbracciando il marito, poco meno di ottant’anni – con lui, mia nuora, un nipotino, un’amica e il suo figlioletto: mio figlio è rimasto lì, deve aiutare; ha ragione, quando dice che alla sua età non si può scappare: se tutti andassero via, chi resterebbe a combattere per riconquistare la libertà?».

Queste le storie raccolte dalle agenzie. L’Agi ce ne racconta tutti i giorni. Storie che toccano il cuore, spiegano un popolo forte, straordinario, che non ha difficoltà nel difendere la propria posizione fino all’ultimo respiro. «Siamo nati per soffrire – dice un profugo, quasi settantenne – e la sofferenza, purtroppo, è l’unica eredità certa che lasceremo ai nostri figli: io stesso avrei potuto fuggire da ragazzo, ma dove sarei andato? In un Paese che non è il mio? E che opinione avrei avuto di me, in fuga costante? Sono nato in un Paese dell’Est sotto l’egemonia di chi vuole impedire a me ed a milioni come me, di sognare un Paese libero; tornerò, potete starne certi: oggi ho accompagnato i miei cari, ma il mio posto è là, sotto quel cielo di bombe!».

Altra morte sul lavoro

Incidente al Porto mercantile di Taranto

A rimetterci la vita, nella mattinata di martedì, Massimo De Vita. Stava svolgendo attività di movimentazione quando è stato travolto durante le operazioni di carico-scarico di pale eoliche. Documento dei sindacati che annunciano uno sciopero nella mattinata di mercoledì. L’intervento dell’arcivescovo Filippo Santoro, la puntualizzazione di Acciaierie d’Italia

A distanza di poco meno di un anno è il secondo lavoratore che nel porto di Taranto perde la vita durante le operazioni di carico-scarico di pale eoliche. A perdere la vita nella mattinata di martedì 22 marzo è stato Massimo De Vita, quarantacinque anni, tarantino. Strappato all’affetto dei suoi cari, stando alle prime informazioni, l’operaio specializzato era intento a svolgere operazioni di movimentazione. L’uomo, che non ha avuto il tempo di realizzare come evitare quanto gli stava accadendo in quegli istanti fatali, è stato schiacciato e ucciso da un grosso telaio in ferro ribaltatosi durante le operazioni di movimentazione a terra di un carico di pale eoliche danneggiate sbarcato poco prima da una nave. Per il lavoratore, purtroppo, non c’è stato scampo.

Secondo quanto trapelato da fonti bene informate, le pale eoliche erano state sistemate in una zona provvisoria, a terra, nella quale si sarebbe svolto il posizionamento dei telai in ferro. Per motivi in via di accertamento, uno di questi telai si è ribaltato travolgendo lo sfortunato operaio. Massimo De Vita è uno degli operai presi in carico dall’Agenzia per il lavoro portuale dopo la messa in liquidazione della Taranto Terminal Container. De Vita era stato assegnato alla Compagnia portuale per svolgere lavori di movimentazione con la qualifica di operaio specializzato seguiti da una ditta d’appalto.

Foto Avvenire

Foto Avvenire

ACCIAIERIE NON C’ENTRA

Con riferimento alla morte di De Vita, Acciaierie d’Italia in una nota precisa di non avere alcun coinvolgimento nelle operazioni che hanno condotto all’incidente, né direttamente né tramite attività svolte da appaltatori per conto di Acciaierie d’Italia. L’azienda ha comunicato, inoltre, di non avere in gestione lo sporgente numero 4-Lato Ponente del porto di Taranto, la zona in cui ha perso la vita l’operaio quarantenne.

L’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, non appena informato sull’accaduto ha così commentato la notizia: «Apprendo con sgomento dell’incidente mortale avvenuto al Quarto sporgente del porto, la mia paterna vicinanza alla famiglia del giovane operaio Massimo De Vita; questa terra continua ad immolare lavoratori, vite umane sacrificate al profitto lì dove il lavoro dovrebbe essere occasione della promozione della dignità umana e di emancipazione sociale; mi unisco all’appello accorato già lanciato da Papa Francesco: basta morti sul lavoro. È importante dare dignità all’uomo che lavora ma anche dare dignità al lavoro dell’uomo, perché l’uomo è signore e non schiavo del lavoro».

Nella stessa mattinata, stavolta al secondo sporgente, durante le operazioni di scarico nel porto di Taranto, gestito da Acciaierie d’Italia, si è verificato un altro incidente, per fortuna senza vittime. Lo ha comunicato la stessa Acciaierie d’Italia, precisando che non si segnalano danni alle persone operanti nell’area.

Foto Repubblica

Foto Repubblica

PROCLAMATO SCIOPERO NAZIONALE

Intanto, Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno indetto per mercoledì 23 marzo, lo sciopero nazionale di un’ora ad ogni fine turno o prestazione di lavoro di tutti i lavoratori dei porti ed il suono delle sirene, alle ore 12. Questa manifestazione, si legge in un comunicato sindacale congiunto, si terrà in segno di lutto a seguito dell’incidente sul lavoro costato la vita a un operaio, Massimo De Vita, schiacciato da un grosso telaio in ferro durante lavori di movimentazione di pale eoliche al porto di Taranto.

Filt Cgil, la Fit Cisl e Uiltrasporti che si stringono al dolore dei familiari di Massimo De Vita, ricordano che circa un anno fa, il 29 aprile, Natalino Albano perse la vita nel tentativo di sfuggire ad una pala eolica che precipitò dopo essersi sganciata dall’imbracatura della gru che la stava sollevando. L’incidente di martedì mattina riaccende tristemente i riflettori sugli elevati rischi del lavoro portuale. Secondo le tre organizzazioni sindacali, occorre rimettere al centro la parola sicurezza nell’agenda delle istituzioni ministeriali e del Governo, a partire dalla emanazione dei necessari provvedimenti di aggiornamento del decreto legislativo 272/99, ripetutamente sollecitati.

Bergoglio, Fatima e…

Il pontefice interviene sul conflitto scatenato dalla Russia

Sono lontani i tempi in cui papa Giovanni XXIII intervenne per evitare che l’ex URSS piazzasse missili a Cuba. Lo stesso le preghiere di Paolo VI per il cessate il fuoco in Vietnam. Secondo il quotidiano Libero, non è più «il Bergoglio più dei movimenti popolari che lancia slogan rivoluzionari»

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Fonte Facebook Francesco Bergoglio

Russia da consacrare e Terza guerra mondiale. Come dire: apocalisse imminente. E’ una sintesi da prendere con le molle, però. Come molti dei discorsi che partono dalle stanze del Vaticano, una volta centro del mondo. Altre volte, ago della bilancia nella politica internazionale. Basti pensare ai filmati in bianco e nero che circolano di Giovanni XXIII a pregare per scongiurare il terzo conflitto mondiale fra Stati Uniti (presidente Kennedy) e Unione Sovietica (presidente, o meglio, “segretario generale del partito”, Krusciov) a causa dei missili intercettati nell’ottobre del 1962 mentre venivano trasferiti dall’URSS a Cuba. A quelle più frequenti di papa Paolo VI perché cessasse la guerra nel Vietnam del Nord, con gli Stati Uniti nella metà degli Anni Sessanta a sferrare attacchi al popolo vietnamita a causa del presunto incidente del Golfo del Tonchino (gli americani sostennero a lungo di essere stati aggrediti).

Papa Francesco, secondo il quotidiano Libero, che nei giorni scorsi ha scritto sull’intervento del pontefice, che non sembrerebbe più «il Bergoglio dei movimenti popolari che lancia slogan rivoluzionari sostenendo i limiti della proprietà privata, il diritto degli sfruttati a ribellarsi». Di colpo, scrivono, sia pure con il suo modo dolce e familiare di parlare, sarebbe identico a quei pontefici degli ultimi cento anni.

Foto Comunione e Liberazione

Foto Comunione e Liberazione

DESTRA, SINISTRA E…

Destra e sinistra, politicamente parlando. La sinistra, è il punto di vista di Libero, lo ritiene il suo leader mondiale per la dottrina sociale. Da destra lo si critica esattamente per questo stesso motivo. Francesco si era rivolto ai giovani, aveva definito la Madonna «influencer» per compiacere i giovani, mentre adesso non esita a ricalcare il messaggio di Fatima. A Fatima la Madonna aveva chiesto espressamente questa consacrazione della Russia, in unione a tutti vescovi, altrimenti avrebbe diffuso «i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte».

Vengono in mente le parole, che un grande pontefice, diventato poi santo, Giovanni Paolo II usò meno di quarant’anni fa, e precisamente nell’84. «O Madre degli uomini e dei popoli – diceva il papa – Tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, Tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al Tuo Cuore: abbraccia con amore di Madre e di Serva del Signore, questo nostro mondo umano, che Ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli. In modo speciale Ti affidiamo e consacriamo quegli uomini e quelle nazioni, che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno».

Foto Vatican News

Foto Vatican News

FELTRI E LO SPIRAGLIO

Insiste, su quello che sarebbe uno stile sostanzialmente diverso da parte di Sua Santità, Libero. «Ora Francesco precisa (a proposito di Russia e Ucraina): la nostra Russia e la nostra Ucraina. Non è in ritardo. Ma è l’ultima ora probabilmente. Benedetto XVI, che scelse il nome di Benedetto anche in onore del predecessore con il medesimo nome, visitò imprevedibilmente Fatima nel maggio 2010. Pregò e pregò. Poi sostenne due cose con i giornalisti: che il famoso e cosiddetto terzo segreto non aveva esaurito la sua minaccia, ma che comunque alla fine “la misericordia è più forte”».

Chiosa, il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, con una sorta di post-scriptum: nel frattempo «..c’è stata una videochiamata tra Francesco e il patriarca Kirill di Russia: buon segno».

«Ferite che bruciano»

Sunday, nigeriano, la fuga, le torture, la libertà

«I soldi non hanno valore, se hai imparato che la vita è appesa al grilletto di una pistola. Mio padre ucciso, ho lasciato mia madre e una sorella. Le coltellate, le ferite e il mare, il senso di libertà. E se un giorno facessi il meccanico…»

«Ciao, amico mio!». Ci metti un attimo a strappare un sorriso a un ragazzo che ne ha passate davvero tante. «Vorrei ridere, piuttosto che sorridere», ci dice, «ma con una guerra in corso a due ore dall’Italia non hai lo spirito giusto: le guerre sono la peggiore cosa che l’Uomo – e sottolineo l’Uomo – potesse inventarsi per farsi del male; lo dico da profugo, da fuggitivo, io che sono scappato dalla Nigeria, un Paese che amo, ma che se non sei allineato con i poteri forti, sei destinato a vivere nelle sofferenze». Sunday, nigeriano, trent’anni, da quattro in Italia, parla un discreto italiano. «E come gli italiani comincio ad aiutarmi nei discorsi a furia di gesti: questo amo degli italiani, che provano in tutti i modi a farsi comprendere, anche se sei straniero e non parli una sola parola della loro lingua: mi è successo i primi tempi, c’era chi per farsi capire alzava il tono della voce, urlava quasi, e si aiutava compiendo gesti…». Quando è arrivato in Italia parlava solo inglese, oggi, dicevamo, Sunday, vanta un buon italiano. Fuggito dalla Nigeria, un Paese nel quale fra militari, miliziani e bande armate, rischi comunque di fare un pieno di bastonate sempre. «E senza giustificazione: sfuggi a uno di loro e ti ritrovi al centro di una mattanza con altri che ti hanno preso sulla punta del naso: riempiono così le loro giornate; ti fermano, ti chiedono i documenti, pur non essendo militari, con lo scopo di metterti le mani in tasca e di svuotartele di quei pochi soldi che hai guadagnato in un lavoro faticoso, ma sempre sporco».

Prosegue Sunday, spiega che quando non hai scampo, c’è solo una soluzione: rannicchiarti e invocare pietà, sperando che si muovano a compassione. «Difficile, ti riempiono di calci e pugni, mentre i compagni ti tengono sotto tiro. E se le legnate non ti hanno fatto ancora uscire il sangue dalla testa, insistono, con il calcio di una pistola, di un fucile per provocarti: lo scopo è, comunque, provocarti ferite».

Foto La Repubblica

Foto La Repubblica

AFRICA, DOLORE OVUNQUE

La situazione non è tanto diversa in altri Paesi africani. «Sono perseguitato dalle botte, forse perché me le merito, non so – sorride Sunday, aiutandosi a gesti, indicando ferite su un braccio, un ginocchio – spesso hai come la sensazione che, come ti muovi, le prendi e nemmeno una sola volta: a me è successo in Libia, dove sono stato prigioniero per molti mesi, non ricordo quanti: volevano che un mio parente pagasse il riscatto, alla fine ci rimettevano acqua e un pugno di riso al giorno, così mi hanno cacciato a calci da quella prigione: avevo paura che avessero fatto una scommessa su me, farmi allontanare e giocare al bersaglio; succede anche questo: la vita vale meno di niente».

Ricorda il passato, il trentenne nigeriano. «Papà, ucciso durante la guerra civile: a casa sono rimasti mamma e una sorella; il viaggio per arrivare qui, in Italia, è durato mesi: forse tre di questi passati nella prigione libica».

Giorno e notte non esistono. «Durante i mesi da recluso, gli aguzzini ti svegliavano e giù calci: ovunque capitasse, il più delle volte nello stomaco e nel bassoventre, dove il dolore è infernale, come se stessi esalando l’ultimo respiro: la tua vita era appesa al grilletto di una pistola; al mattino, solita sveglia, brusca: “Chiama i tuoi familiari, convincili a farti mandare soldi, sennò domani non ti svegli: mi mostravano la pistola o un fucile, come se ti indicassero la morte durante il sonno…».

Sunday, un altro momento di inaudita violenza. Gli occhi pieni di lacrime, come se lo stesse rivivendo per noi. «Picchiavano me e gli altri compagni con una violenza mai vista: con un calcio a un prigioniero fecero saltare i denti davanti e solo perché non capiva la loro lingua, quello che gli dicevano. Poi la fuga, quella libertà che odora di paura, perché mentre ti hanno restituito la vita, a qualcuno di quelli potrebbe venire in mente di togliertela un istante dopo con una palla nella schiena: ne ho visti morire così, non facevano in tempo a gioire, che nel gioco perverso di chi ha potere di vita e morte su dei poveracci come noi, qualcuno premeva il grilletto e ti lasciava disteso lì, alla mercé di topi, sciacalli, altre bestie…».

«SIGARETTE SPENTE SULLA PELLE»

Sunday, si fila il giubbotto, alza una maglia e mostra un braccio, pieno di ustioni cicatrizzate. «Sigarette accese spente sulla pelle, come se fossimo posacenere; coltelli con la lama rovente o talmente affilata da farsi largo nella pelle come se affondasse nel burro: ogni ferita è il volto di uno dei carcerieri; in quei momenti non sai cosa gli stia passando per la testa: non sai cosa gli stia passando per la mente e allora, da non crederci, ma bisogna trovarsi in quelle circostanze, non aspetti altro che la morte ti sottragga a un dolore talmente forte tanto da pregare che la facciano finita».

Cinquecento, anche seicento dinari libici. «Tanto vali in quel momento: per loro sei una spesa, un pugno di riso, un pezzo di pane e un po’ di acqua, anche sporca, ogni giorno; se i soldi non arrivano sei destinato a una lunga agonia, fino a quando la bocca dello stomaco non ti si chiude e, allora, è la fine».

Un desiderio. «Vorrei fare il meccanico – dice Sunday – sono stato sempre affascinato dalle auto e dai motori: in Nigeria spesso aggiustavo camion, furgoni, moto, era una festa quando dovevo mettere mano a un’auto; qui ho lavorato saltuariamente in un’officina, quando stavo per trovare la mia strada è arrivato il covid e ogni sogno è svanito».

Foto Taranto Guide

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IL DENARO NON COSTA UNA VITA

Il valore del denaro. «Non conta, dopo che sei scampato alla morte qualsiasi tipo di lavoro va bene: qualcuno ne approfitta, ma la maggior parte ha rispetto per me, i miei connazionali, i fratelli africani: è questo il bello dell’Italia, la maggior parte della gente ha grande rispetto per te, ha il senso dell’ospitalità: non c’è molto lavoro, per un certo periodo ho anche lavato le scale, ma qualcuno si è lamentato che quel lavoro lo facesse un nero, in uno stabile non mi volevano».

Sunday ci lascia una “cartolina”. «Quando mi capita di passare davanti al Lungomare di Taranto il mio cuore batte forte, il mare per me è la vita: l’ho sempre amato, fra un viaggio in mare o uno sulla terra ferma, non avrei dubbi: mare tutta la vita, nonostante il mio viaggio per l’Italia sia durato a lungo; non avevo soldi, uno di quelli che si occupa del trasporto per mare, da me non volle niente: imbarcarne uno in più su un totale di un centinaio di persone, non gli pesava, così mi fece segno di salire a bordo. Onde da paura, poi finalmente una nave mercantile che ci prese a bordo, poi la Sicilia da lontano e, finalmente, la libertà. Ecco, il mare, così grande, è come la libertà, un desiderio immenso».

«Grazie per l’accoglienza»

Anatolii Vasylkivskyi, direttore dell’Orchestra di Kiev

«Fare musica: non abbiamo alternative, mettiamo il nostro cuore in ogni nota; suoniamo per i nostri familiari, per la gente che ci ascolta e per tutto il popolo ucraino che sta soffrendo», dice il portavoce dell’ensemble bloccato in Italia dalla guerra dichiarata dalla Russia. Concerto a Taranto, nella chiesa di Sant’Antonio di Padova

«Fare musica in queste condizioni è molto difficile, ma non abbiamo alternative». Cordiali, un sorriso accennato, la voglia di incontrare subito il pubblico per sentire l’abbraccio solidale. Sabato sera nella chiesa Sant’Antonio di Padova a Taranto, l’esibizione della National Chamber Orchestra Soloists di Kiev, l’ensemble di diciotto elementi bloccato in Italia dallo scorso 24 febbraio, lo stesso giorno in cui l’artiglieria russa ha invaso il territorio ucraino.

E’ stata una grande emozione, più volte sottolineata da lunghi applausi, alla presenza di un pubblico che ha mostrato grande sensibilità e generosità. Presenti, fra gli altri, l’arcivescovo, Monsignor Filippo Santoro, e il prefetto di Taranto, Demetrio Martino. L’invito ufficiale alla National Chamber Orchestra di Kiev è stato rivolto da Confindustria Taranto, Orchestra della Magna Grecia, Arcidiocesi e Comune di Taranto, in collaborazione con Ministero della Cultura e Regione Puglia.

«E’ molto difficile essere qui, per noi – ha dichiarato Anatolii Vasylkivskyi, direttore della National Chamber Orchestra Soloists di Kiev, a nome dei musicisti ucraini – in quanto il nostro Paese da più di due settimane è in guerra; siamo molto preoccupati per le nostre famiglie e il nostro popolo; quando siamo partiti, la situazione era abbastanza tranquilla, non potevamo immaginare che le forze russe avrebbero puntato Kiev e altre città: invece è successo; fare musica in queste condizioni è molto difficile, ma al momento non abbiamo alternative, vogliamo onorare questo impegno (il concerto, ndr), raccogliendo tutte le nostre forze, mettendo tutto il nostro cuore in ogni nota di questo concerto: suoneremo per i nostri familiari, per voi e per tutto il popolo ucraino che sta soffrendo; attraverso la musica vogliamo lanciare un messaggio di pace e condividere la speranza e l’auspicio che questa guerra si fermi immediatamente». Un breve comunicato, toccante, letto dal Maestro Enzo Di Rosa, oboista, da giorni impegnato insieme con l’orchestra ucraina che sta portando in tournée il messaggio “La musica che unisce”.

Foto Aurelio Castellaneta

Foto Aurelio Castellaneta

«PRONTI AD OSPITARE PROFUGHI»

«Ci siamo mobilitati, solidali – ha dichiarato l’arcivescovo, prima del concerto – con il popolo dell’Ucraina che sta soffrendo terribilmente, con due milioni e mezzo di persone in fuga da case abbattute da un attacco tanto inatteso quanto brutale; ci uniamo al Santo Padre, Papa Francesco, che invita chiunque a fare qualsiasi cosa per ottenere la pace, mediante un dialogo nel quale si faccia invito a deporre le armi; il concerto dell’Orchestra ucraina è un momento di arte, cultura, riflessione, che apre il cuore alla solidarietà e alla speranza; un invito, inoltre, a chi può farlo, a mettere a disposizione case per l’accoglienza dei profughi, attività che la Diocesi ha cominciato a svolgere, dando disponibilità ad ospitare intere famiglie, bambini, donne; in molte parrocchie si cerca di fare altrettanto, coordinati dalla Caritas; è un momento atroce e proprio per questo deve vederci tutti attivi nella solidarietà, pregando perché cessi al più presto la barbarie provocata dalla guerra e regni la pace».

«SITUAZIONE GRAVE»

«Questa grave situazione – ha detto Piero Romano, direttore artistico dell’ICO Magna Grecia – la sentiamo affine alla nostra sensibilità, tanto che abbiamo inteso sostenere immediatamente i nostri amici, i musicisti ucraini, con due concerti; uno a Taranto, uno a Matera; tutto ciò è stato reso possibile grazie alla disponibilità di Confindustria Taranto, del suo presidente Salvatore Toma, dell’Arcidiocesi di Taranto e dell’arcivescovo Monsignor Filippo Santoro e del Comune di Taranto, che hanno affiancato l’Orchestra Magna Grecia a sostegno di questa causa; preziosa anche in questo caso la vicinanza del Ministero della Cultura e della Regione Puglia. Il secondo evento ha avuto luogo a Matera, nella Chiesa del Cristo Re, con il patrocinio dell’Arcivescovado e del Comune di Matera, in collaborazione con Ministero della Cultura e Regione Basilicata; oltre ad un biglietto simbolico, abbiamo istituito una raccolta di fondi confidando sulla generosità di pubblico, sponsor e altri imprenditori; ciò per consentire ai musicisti ucraini di superare l’attuale emergenza e poter tornare in Ucraina a riabbracciare le famiglie in difesa della libertà».

I diciotto musicisti della National Chamber Orchestra Kyiv Soloists bloccati in Italia intendono riabbracciare al più presto le proprie famiglie (isolate da qualsiasi tipo di comunicazione). Unica strada percorribile per i musicisti, continuare a suonare per sostenersi economicamente e finanziarsi il viaggio di ritorno in Ucraina. I circuiti bancari del loro Paese, infatti, attualmente risultano essere bloccati per qualsiasi tipo di operazione.

La National Chamber Orchestra Kyiv Soloists, solista Enzo Di Rosa, primo oboista nell’Orchestra di Santa Cecilia, nella Chiesa di Sant’Antonio di Padova a Taranto ha eseguito musiche di Tommaso Albinoni, Myroslav Skoryk, Maxim Berezovsky, Vivaldi, Rota, Morricone e del pugliese Bellafronte, presente nella chiesa di Sant’Antonio di Padova a Taranto, la sera del concerto.

Un battito d’ali…

Figlie e compagne benestanti contro la guerra

Il vento potrebbe cambiare, le “colombe” spazzano i “falchi” e i propositi del “governo di pochi”. La parte più moderna dell’oligarchia, in particolare quella al femminile, si ribella alla politica sanguinosa. Potrebbe essere l’inizio di una svolta. L’atteggiamento spiazza il Cremlino, che però prosegue nell’invasione dell’Ucraina. Corsera percorre un sentiero sfuggito a molti

Foto HuffPost Italia

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Non tutti, viva il Cielo, la pensano come Putin. La Russia si sarebbe sentita minacciata dall’Occidente che aveva aperto una via a poche centinaia di chilometri da Mosca, con il Patto Nato. Questo potrebbe essere stato un tema di discussione, l’apertura di un dibattito internazionale, quando Biden – non ancora presidente degli Stati Uniti – vent’anni prima aveva ammonito l’espansione indiscriminata di Paesi sempre più vicini all’Europa occidentale, e sempre più lontani dal centro dell’Unione sovietica di un tempo. Invece, il presidente russo ha scagliato le sue armate contro l’Ucraina e un popolo inerme, in fuga minacciato da bombardamenti quotidiani che mietono vittime, fra uomini, donne e, soprattutto bambini, come nel caso dell’ospedale pediatrico nel quale hanno perso la vita decine di persone, fra queste, diversi piccoli. Questo difficilmente il mondo lo dimenticherà.

In questi giorni sono stati pubblicati diversi articoli a dare voce a questo o quel rappresentante della politica belligerante russa. In un articolo, puntuale, preciso sotto i diversi aspetti analizzati, scritto da Marco Imarisio e pubblicato sul Corriere della sera, si sottolinea che questi, ormai, non sarebbero più “affari di famiglia, ma di un intero Paese”. Sembravano la conseguenza di un’onda emotiva, scrive infatti il Corsera, i primi “No alla guerra” riportati dai social dalle figlie degli oligarchi russi. Oligarchia, “governo di pochi”. Infatti, due delle eredi più celebri, come Sofia Abramovich, nota per postare su Instagram ogni dettaglio della sua vita sontuosa, e poi Elizaveta Peskova, primogenita del potente Dmitry, portavoce di Vladimir Putin, avevano subito fatto marcia indietro, cancellando le tracce della loro presa di posizione sul web. Dunque, non più sfacciatamente per un tenore di vita permesso dal benessere prodotto dai propri congiunti, tutt’uno con i potenti. Ma una posizione più prudente.

Foto AbruzzoWeb

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DOPO IL DISAGIO, I PRIMI “NO ALLA GUERRA”

Dopo il disagio, come scrive Imarisio, adesso altre defezioni illustri stanno trasformando queste piccole e altolocate ribellioni nell’unità di misura del disagio. Non certo della società russa, basta guardare il tenore di vita delle figlie in questione per capire la distanza che le separa dalla vita quotidiana della Russia profonda, ma di quelle élite che devono molto, quasi tutto, al Cremlino.

Quella stessa élite, scrive il quotidiano, che in questi vent’anni di relativa briglia sciolta si sono trasformate in una immagine lussuosa della Russia cosmopolita, che considera ancora Mosca e San Pietroburgo come un affaccio sul resto del mondo al quale sentono di appartenere. Infatti, volendo mettere in fila l’elenco delle defezioni dall’ortodossia putiniana, emerge il legittimo sospetto che si sia davvero aperta una linea di frattura, forse non solo generazionale.

Dunque, l’analisi del Corsera. Non solo padri allineati e muti contro figlie (e qualche figlio) loquaci e dissenzienti. Ma anche giovani che forse – forse, beninteso – parlerebbero a nome e delle loro famiglie, e, sempre forse, utilizzati per mandare un messaggio. Non si spiega altrimenti la lista sempre più lunga dei distinguo via social operati dai giovani rampolli dell’oligarchia russa. E l’ultima definizione va presa in senso esteso. Non solo quella economica, ma anche quella politica.

Foto TeverePost

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COLOMBE CONTRO FALCHI

Legami all’apparenza indissolubili – conclude Imarisio nella sua lunga analisi sul Corsera – sui quali è stata costruita la storia recente della Russia, che oggi alla prova del salto di generazione appaiono meno scolpiti nel marmo di quanto si pensava. In casa di ogni falco sembra annidarsi una colomba. Anche del più rapace di tutti, come può esserlo il ministro della Difesa Sergej Sojgu, l’uomo che ha assecondato e forse incoraggiato la scelta ucraina.

Alexej Stolyarov, marito di Ksenja, la sua seconda figlia, ha risposto agli auguri di compleanno con un messaggio nel quale sostiene che il miglior regalo possibile sarà la pace. Senza ricorrenze da festeggiare, Karina Boguslasvkj ha scritto su Instagram che occorre chiamare «i nostri cari, “compagni”, “amici”», chiunque possa porre fine «a questa tragedia». Sembra quasi un messaggio all’indirizzo di a papà Irek, deputato di Russia Unita e amico personale di Putin. “Se son colombe, un giorno fioriranno”, auspica Imarisio. Anche dalle parti del Cremlino.

Insomma, secondo il Corsera, se son colombe – riprendendo il concetto appena espresso – sorvoleranno il Palazzo della “politik”, scacciando dalla testa dei guerrafondai “a prescindere”, qualsiasi proposito sanguinoso, con un solo battito d’ali.

Jasha, un italiano al Bolshoi

Jacopo Tissi, etoile a Mosca

Quanto sta accadendo in Ucraina fa porre domande. Ma l’arte prende le distanze dalla politica. In attesa di conoscere gli sviluppi del conflitto e delle trattative di pace sulla strada Russia-Ucraina, ecco la parabola del successo dell’erede di Roberto Bolle. Corriere della sera, Repubblica e la Gazzetta dello sport elogiano le sue evoluzioni

«Dico ai genitori che dubitano: abbattiamo le barriere, un figlio che sceglie l’arte, trova un mestiere speciale, dategli fiducia; i ragazzi che non hanno la fortuna di avere il sostegno dei genitori, devono credere ancora di più in sé stessi e cercare il supporto di parenti e amici. Il cammino è lungo». Così, Jacopo Tissi, italiano, etoile del Bolshoi, al Corriere della sera, per spiegare quanto sia complicato farsi strada nel mondo della danza classica, in apparenze tutta applausi e lustrini. E invece, minimo duecento rappresentazioni l’anno. Dovesse mollare, anche in un momento così critico – inutile nascondersi che la guerra sferrata dalla Russia contro l’Ucraina fa porre al grande ballerino più di una domanda – ce ne sarebbero dieci, cento, disposti a prendere il suo posto, a qualsiasi costo. Anche a costo di ulteriori sacrifici.

Per Jacopo bellezza e presenza non sono sufficienti per diventare una étoile. Occorre essere un vero atleta, prosegue Corsera, e, allo stesso tempo, anche un grande artista, perché la danza è un mix in cui il corpo e la perfezione del movimento sono al servizio dell’arte.

Jacopo Tissi è considerato l’erede di Roberto Bolle, simile a lui per bravura e aspetto fisico che lo rendono perfetto nel ruolo del Principe, una delle figure più ricorrenti in gran parte dei balletti. La sua avventura di étoile di uno dei teatri più importanti al mondo, il Bolshoi di Mosca, era cominciata a gennaio.

Foto corriere.it

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LA BELLEZZA NON BASTA

In numerose interviste Tissi ha ripetuto che «anche se aiuta, la bellezza non è nulla nella danza se non ci sono anche l’ostinazione, la perseveranza e la dedizione totale a questa disciplina: fondamentale deve essere la costanza negli allenamenti e nelle prove». Tissi, al Bolshoi, si è esibito di recente nella “Raymonda” e ne “Il lago dei Cigni”, balletto grazie al quale ha cominciato ad appassionarsi alla danza.

La folgorazione a soli cinque anni. Mentre guarda in tv “Il Lago dei Cigni”, Jacopo ha come una folgorazione. Chiede ai genitori di seguire delle lezioni di danza. La sua famiglia asseconda le sue richieste, lo sostiene, lo incoraggia. Quando il direttore del Bolshoi, a fine dicembre, al termine dello “Schiaccianoci” in cui Jacopo ha interpretato, nemmeno a dirlo, il Principe, ha annunciato che lo avevano eletto a furor di popolo l’étoile del teatro moscovita, i genitori del ballerino italiano erano lì con lui. «Non ti sei mai accontentato – ha ripreso il Corriere della Sera facendo sintesi di una dichiarazione della mamma di Jacopo – delle situazioni comode e hai scelto la strada più difficile: questa la ricompensa che meriti».

Jacopo ha poi dichiarato al “Corriere” quanto sia importante il sostegno della famiglia. «Papà, mamme, non fatevi assalire da dubbi: un figlio che sceglie l’arte trova un mestiere speciale, dategli fiducia». E, ancora: «I ragazzi che non hanno la fortuna di avere il sostegno dei genitori, devono credere di più in se stessi e cercare il supporto di parenti e amici, perché il cammino non è semplice: è lungo».

Foto ilmattino.it

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A UNDICI ANNI ALLA “SCALA”

La sua biografia spiega il percorso intrapreso dal ballerino italiano. Tissi ha preso le prime lezioni da bambino in una scuola di danza privata della sua città, Landriano, in provincia di Pavia, dove è nato nel ‘95. A undici anni è entrato nella Scuola di Ballo del Teatro alla Scala dove nel 2014 si è diplomato con lode. L’anno dopo ha danzato al Vienna State Ballet, diretto da Manuel Legris (che ora dirige la Scala), poi nel 2015-2016 è tornato a Milano, diretto da Makhar Vaziev che nel 2016 lo ha poi portato con sé nella compagnia del Bolshoi, primo italiano a essere scelto per il teatro russo. A Mosca, in pochissimo tempo, Jacopo Tissi è stato promosso da ballerino aggiunto a primo ballerino e poi ha raggiunto il grado più alto, quello di étoile.

La vita di Jacopo Tissi è stata finora scandita da lezioni di danza al mattino con il suo coach personale Alexander Vetrov , poi tante ore di prove per preparare gli spettacoli, che al Bolshoi sono numerosissimi, si balla per duecento giorni l’anno. Anche dopo la fine delle prove, Jacopo restava in sala per perfezionare passi e combinazioni o ripassare la coreografia, lavorare su qualche parte del balletto e studiare il personaggio e farlo proprio. E al di fuori della sala prove studia i personaggi riguardando i balletti del passato e come sono stati interpretati dai più grandi ballerini della storia della danza, poi, ovviamente, cerca di aggiungere qualcosa di suo. Infatti, come ha detto in una intervista a Repubblica, «più che bello e bravo, danzando devi essere speciale. Il che non vuol dire perfetto. Bisogna essere qualcuno che colpisce e resta».

E il lavoro in palestra. Fondamentale anche quello, almeno due giorni a settimana, e i risultati, sul suo fisico di un metro e novanta centimetri di altezza si vedono tutti.

Foto Il Pendolo

Foto Il Pendolo

IL RUSSO IN PUNTA DI PIEDI

Pendolare per otto anni Jacopo si è mosso tra Landriano e Milano. Niente in confronto a quello che ha dovuto fare quando a venti anni è arrivato a Mosca. Inizio non semplice. Ambientarsi a un inverno particolarmente freddo che noi italiani non possiamo nemmeno immaginare, e abituarsi a un cibo completamente diverso dal nostro, non è stato semplice. Tutto è cambiato, in meglio, non appena ha imparato a parlare russo. Perfettamente integrato a Mosca, Tissi oggi ha tantissimi fan che lo chiamano Jasha perché, dice, «Jacopo? Troppo difficile da pronunciare per un russo». Lì, in Russia, non tutti lo sanno: i ballerini sono delle star al pari dei più grandi atleti e hanno i loro tifosi, esperti di balletto, li seguono e vanno a vederli ovunque ci sia una rappresentazione.

Un elemento su Jacopo ce lo dà ancora un altro quotidiano, sportivo. La Gazzetta dello sport, la voce più autorevole in fatto di calcio e “altri mondi” (pagine che hanno avuto un certo successo fra i lettori della Rosea). Qual è la notizia. Bene, a fare compagnia alla popolare etoile c’è Leo, un volpino, arrivato nella primavera di due anni fa, dopo che Tissi aveva perso Jedy, la cagnolina che gli aveva fatto compagnia per anni.

Nel frattempo Tissi è diventato anche una star del web. Durante la quarantena ha mostrato ai suoi follower la sua giornata-tipo. che Comincia con un caffè, per proseguire con tante flessioni, esercizi alla sbarra, pasti sani ed equilibrati che si sa preparare da solo e relax con qualche lettura. Questo è, oggi, Jacopo Tissi, italiano, stella del firmamento russo che oggi deve vedersela nel rispondere, quando può, a domande a volte anche fuori luogo. Di questo, sempre in questi spazi, ne abbiamo già scritto. Guerra bocciata a prescindere, oggi uno spargimento di sangue, in nome di qualsiasi fede, non solo politica, non solo è fuori luogo, ma è fuori dal tempo.