«“Costruiamo”, la mia casa»

Adnan, operatore, si racconta

«In Italia per studiare da ingegnere elettronico, a coronare il mio primo sogno ci ha pensato la cooperativa sociale. Fortunato rispetto ad altri ragazzi che vedono l’Italia come occasione di vita. Assisto i ragazzi nelle pratiche, i permessi di soggiorno e, se possibile, nel trovare un lavoro»

Avrebbe voluto fare l’ingegnere, un progetto che non ha abbandonato del tutto, ma con un contratto con “Costruiamo Insieme” ha coronato un suo primo sogno. «Avere un posto di lavoro come operatore, uno stipendio sul quale contare, è fondamentale: nel mio recente passato, proprio la mancanza di soldi per finanziarmi gli studi ha rallentato il mio percorso formativo». Adnan, ventisette anni, tre fratelli rimasti in Pakistan, chi a studiare, chi con famiglia a lavorare, racconta la sua vita di ragazzo che guarda all’Occidente come occasione di lavoro e una vita fatta di soddisfazioni.

«Come molti miei coetanei – dice Adnan – passavo tempo documentarmi su internet, una volta al computer consultavo siti e occasioni di studio, più che di lavoro, a quello – mi dicevo – ci avrei pensato a tempo debito».

Adnan, una cartellina sotto un braccio, la posa per qualche minuto, il tempo di una breve chiacchierata. Custodisce una serie di documenti richiesti alle autorità per conto dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”. Torniamo per qualche istante in Pakistan, davanti a un pc, quello schermo che il ragazzo con in testa un mare di sogni consulta ogni giorno. «E’ proprio in uno di questi approfondimenti che nasce la passione per l’elettronica: nel mio Paese avevo già compiuto un primo ciclo di studi, per completare il mio percorso avrei dovuto proseguire altrove questa mia passione».ADNAN articolo 01Dal computer, a un lungo viaggio, all’arrivo in Italia. «Destinazione Torino, primo passo l’iscrizione al Politecnico: molto bello frequentare l’università, impegnarsi negli studi, c’era però un “ma” con il quale i miei progetti proprio non riuscivano a combinarsi; non era sufficiente, infatti, che lavorassi in un fast-food: per iscrizione, libri e frequentazione universitaria ci volevano soldi, molti soldi; ho studiato un anno, dato esami, avevo imboccato la strada giusta, ma gli studi di ingegneria vanno affrontati con il massimo impegno: dovevo studiare di più e lavorare meno, ma se non lavoravo di più non avevo soldi a sufficienza per garantirmi lo studio, insomma come dite da queste parti era il classico cane che si mordeva la coda».

Fino a quando non ha preso una decisione, saggia, considerando che uno dei suoi sogni lo ha temporaneamente riposto nel cassetto. «C’è un tempo per qualsiasi cosa – spiega Adnan – anzi mi ritengo molto fortunato rispetto a miei connazionali o altri ragazzi che sono arrivati in Italia, o comunque in Europa, con la prospettiva di un posto di lavoro; lavorare per “Costruiamo Insieme”, per me, è un sogno, e non lo dico per compiacere chi mi ha dato questa occasione per guardare più serenamente al mio futuro: faccio un lavoro che mi ripaga in termini di soddisfazioni, molto utile ai ragazzi che incontro, ma si sentono smarriti in un altro Paese o non sanno quali passi compiere per garantirsi un permesso di soggiorno e trovarsi un lavoro».

Adnan, non dispensa solo documenti. E’ prodigo di consigli. «In questo lavoro ci metto l’anima – riprende – lo avverti sulla tua pelle che i ragazzi con i quali ti relazioni hanno bisogno di te, una parola di speranza. Così provo a consolarli quando si sentono giù di morale, do qualche consiglio quando mi chiedono quali passi compiere, con loro ho stabilito un rapporto umano, ma non sono il solo, qui, a provare a risolvere problemi. Non ho una banca-dati, ma se si prospetta l’occasione di un lavoro, sento che qualcuno ha bisogno di ragazzi di buona volontà, ecco, io segnalo loro questa possibilità».ADNAN articolo 02Lo stesso operatore, ci raccontava, ha compiuto un primo percorso. «Ho fatto il cuoco, mi sono inventato questo mestiere: ci vuole voglia di imparare e applicazione, posto che trovi qualcuno disposto a insegnarti; questi miei primi insegnamenti mi sono serviti nel lavorare speditamente in un fast-food; preparare panini e “piatti” con una certa velocità mi è servito molto; intanto a tenere sveglia la mente, lavorando con passione e mai facendo le cose in automatico: anche un solo toast va fatto con impegno».

Adnan, padrone dell’inglese che parla correntemente, ha imparato di corsa anche l’italiano. «Anche questo grazie a “Costruiamo Insieme” – dice il ventisettenne pakistano – in due anni ho perfezionato dizionario e pronuncia; ora parlo italiano e inglese, leggo e scrivo arabo; parlo altre lingue, dialetti della mia terra, urdu, panjabi, hindi e altro ancora; tutto, nella vita, torna utile, lo stesso gli studi svolti prima nel mio Paese, poi quelli appena arrivato in Italia».

A proposito del Politecnico. «Sette anni fa sono partito dal mio Pakistan, un viaggio programmato e non di fortuna: sono arrivato in Italia perché il mio obiettivo era la laurea in Ingegneria elettronica; mi sono dunque iscritto al Politecnico di Torino, fatto il primo anno di studi, poi fermato per i motivi già spiegati: non riuscivo a lavorare tanto e, allo stesso tempo, studiare materie che richiedono massimo impegno e concentrazione; spero di avere solo rinviato quest’altro mio sogno. Il primo, trovare un posto di lavoro, avere autonomia e dignità, l’ho raggiunto: grazie alla cooperativa con la quale sono impegnato da due anni».

Addio agli studi, nemmeno a parlarne. «Se potessi continuare a lavorare e studiare da queste parti, sarei felicissimo: proverò a comprendere se gli esami già svolti al Politecnico di Torino possa trasferirli ad una università vicina, Bari per esempio; intanto proseguo nel mio percorso per “Costruiamo”, la mia casa…».

«La mia Città vecchia»

Enzo Risolvo, operatore culturale

«Sono nato nel Borgo antico. Con le scuole ho istruito le prime “mini guide”, scritto un dizionario con più di ventitremila vocaboli. L’importanza di De Vincetiis e Gigante, ma anche del grande Giacinto Peluso»

Enzo Risolvo, operatore culturale, autore di numerosi libri sulle bellezze della Città vecchia, prima guida fra i vicoli dell’Isola, in queste settimane ha pubblicato un dizionario sulla lingua tarantina. Il dialetto è stato più volte oggetto di sue pubblicazioni, ma il vocabolario ha richiesto un impegno di più di sei ani. Di questo e altro discorriamo in questo breve incontro.

“Sono nato in città vecchia, vico Zippero, lo dico con orgoglio. A metà degli Anni 90, invece, mi sono allontanato, andando ad abitare al quartiere Tamburi, anche se l’amore immenso per quello che molti chiamano Borgo antico, è rimasto tutto.

In Città vecchia, non lo nascondo, ho vissuto la povertà, il periodo in cui alle famiglie bisognose si donava il pacco-viveri. Da piccolo vedevo in questo gesto una sorta di umiliazione, tanto che è proprio da lì mi è scattato qualcosa dentro: grande affetto e orgoglio nel rivedere riqualificati i palazzi della Città vecchia, ma permettetemi, grande amore per la gente che ha abitato e abita quei luoghi. Da quel momento ho visto il mio impegno sotto l’aspetto sociale, dunque continui contatti con i residenti, relazioni con parrocchie e associazioni, centri sociali, suore, parroci, confraternite, soprattutto con la scuola. Con tutte le scuole svolgo attività culturali, con quelle del Borgo antico anche attività sociale. E lì, quella povertà subita da piccolo, esiste ancora”.ENZO RISOLVO copertina definitivaUn invito forte il suo: prima conoscete la Città vecchia, poi parlatene.

“Quando i ragazzi della Città vecchia una volta superavano il Ponte girevole per affacciarsi al Borgo, venivano apostrofati come “cozzari”. Quasi fosse un’operazione di ghettizzazione del residente, che alla fine penalizza sì l’“isolano”, ma anche il resto della Città, perché Taranto alla fine è una sola. Ecco perché prima di apostrofare qualcuno è bene rendersi conto del suo vissuto”.

La sua associazione culturale “Taranto centro storico”, i turisti e la “sua” Città vecchia.

“Ho iniziato a fare visite guidate negli Anni 80, quando ancora nessuno accompagnava i visitatori a riscoprire le bellezze di una Taranto che ha numerosi tesori nascosti proprio in quel suo angolo. Questo fino a quando con la scuola “Galilei”, nella persona del suo dirigente scolastico, Gennaro Esposito, e alcuni insegnanti, abbiamo pensato a un laboratorio per preparare degli studenti giovanissimi come “mini guide”, che a loro volta accompagnassero coetanei di altre scuole cittadine alla scoperta delle bellezze della Città vecchia. Il destino ha poi voluto che molti di questi alunni, una volta diventati grandi, si iscrivessero all’istituto “Cabrini” e frequentassero corsi professionali per guide. Tornando all’associazione della quale oggi si occupa mia figlia: mediamente nella Taranto antica ogni anno vengono accompagnati dai tredicimila ai quindicimila visitatori”.
ENZO RISOLVO articolo 02Cosa ricorda di quella esperienza in veste di “istruttore”?

“Una cosa per certi versi dolorosa, molte delle scuole che avevano manifestato interesse nel far visitare la Città vecchia ai loro alunni, si presentavano con elenchi depennati: i genitori dei ragazzi non volevano che i loro figli entrassero nel Borgo antico; fine degli Anni 80, inizio dei 90, Taranto registrava conflitti sanguinosi da parte della malavita per il controllo del territorio, dunque comprendevamo anche certe scelte.

Oggi viviamo un’altra realtà, esistono centinaia di guide che accompagnano turisti affascinati dalle bellezze della Città vecchia; l’Isola accoglie ormai da anni la sede universitaria, nel periodo primaverile ogni giorno sono migliaia gli studenti che circolano per le strade della Taranto antica. Diciamo, con orgoglio, che quel nostro lavoro ha rappresentato il primo mattone nel recupero di una storia che diversamente ci sarebbe sfuggita di mano. Non ho mai smesso di coltivare corsi per “mini guide”, tant’è che in collaborazione con le scuole della Città vecchia nel periodo natalizio e in quello pasquale, gli alunni accompagnano coetanei e gente incuriosita da questa singolare modalità, a riscoprire le bellezze di un tempo”.

Infine, Risolvo, sei anni e mezzo per realizzare un dizionario di tarantino pubblicato con la “Scorpione Editrice”.

“Un’esperienza straordinaria, come può essere uno studio che alla fine ha condotto alla stesura definitiva – fino al prossimo aggiornamento – di 23.150 vocaboli, per 1.400 pagine, forse 1.200 se l’editore Piero Massafra, intendesse ridurre i caratteri di stampa; ho consultato il De Vincentiis e il Gigante, approfondendo lo studio con i dizionari siciliani, campani, toscani, perché esistono altri vocaboli che con il tempo i tarantini hanno fatto propri. Fra gli studi, mi piace segnalare quelli svolti su Giacinto Peluso, che andrebbe riscoperto: a lui va riconosciuto il grande impegno nell’aver qualificato la tradizione tarantina”.

Socializzazione e crescita culturale

Modugno, il progetto “Movimento e creatività oltre ogni barriera”

“Costruiamo Insieme” e un’azione-programma per affermare un processo di crescita attraverso uno scambio umano e relazionale

Uno dei progetti nei quali “Costruiamo insieme” è stata impegnata nella sua attività è sicuramente quello scaturito dalla concessione della struttura polifunzionale “Chiccolino”, sita nel quartiere Cecilia di Modugno e promossa in partenariato con l’Associazione Sportiva Dilettantistica “Virtus Modugno”.

Una candidatura, a suo tempo, avanzata considerando le modalità previste dalla normativa in materia di concessione della struttura polifunzionale al fine di realizzare l’Azione-Programma denominata “Movimento e Creatività oltre ogni barriera”. Scopo del progetto, il rafforzamento di percorsi inclusivi attraverso attività di socializzazione, promozione e crescita culturale, benessere psico-fisico rivolti a persone, bambini, giovani e anziani, senza alcuna distinzione etnica, in situazione di fragilità sociale.

Base dell’idea progettuale, la realizzazione di un luogo di incontro-incrocio fra “diversità” (dalla diversabilità alla differenza culturale) in modo tale da generare un positivo processo di crescita fondato sul reciproco scambio umano e relazionale, oltre che sulla promozione di un ricongiungimento generazionale attraverso la trasmissione di competenze e sapere.

L’azione del progetto è stata concretizzata attraverso attività diversificate con l’obiettivo di raggiungere migliori livelli di inclusione sociale, integrazione e autonomia che privilegiassero il movimento e la crescita socio-culturale attraverso: Attività motorie; Attività artistiche manipolative (scultura, disegno, pittura, orto sociale/serra); Attività artistiche espressive(musicali, teatrali, cinematografiche).

La realizzazione delle attività anzidette, oltre al coinvolgimento diretto delle organizzazioni costituenti la partnership attraverso le proprie competenze specifiche e le risorse umane disponibili, si è avvalsa di una rete di soggetti già attivi nello specifico settore delle “diversabilità” e associazioni attive sul territorio con le quali sottoscrivere protocolli di collaborazione. Fra queste, avevano manifestato interesse: l’ASFA (Associazione a Sostegno Famiglie con Autismo) e il Centro Diurno Dipartimentale “Cunegonda” della ASL di Bari.

Una volta formalizzatosi, e alla luce del partenariato stabilito con l’Associazione Sportiva Dilettantistica “Virtus Modugno”, il progetto scaturito dalla concessione della struttura polifunzionale “Chiccolino” di Modugno, nel tempo ha garantito i servizi di custodia e manutenzione degli spazi interni ed esterni nonché l’assunzione e l’onere economico relativo alle forniture di servizi.

Uccise per amore

Il cortocircuito fra l’assoluto ed il relativo

Se etimologicamente il termine assoluto  significa «sciolto da», relativo è invece ciò che non ha l’essere, bensì soltanto l’esistenza, ovvero è unicamente a partire da qualcos’altro: esistenza vuol dire, infatti, “essere da”, cioè ricevere l’essere da un altro.

A dirla come il sociologo Mauro Magatti, quando si afferma la propria unicità e si rivendica il diritto di essere liberi, negando l’evidenza del fatto che noi siamo prima di tutto relazione con il contesto in cui viviamo porta alla modificazione e allo stravolgimento dello stesso rapporto con la realtà, perché tutto viene ricondotto alla propria valutazione, con un atto in cui la volontà di potenza diviene prevaricazione e prepotenza, fino ad arrivare alla perdita del nesso con il mondo in cui si vive.

Infatti, se l’unica cosa che interessa è quella dimensione della realtà su cui possiamo esercitare il nostro potere, riassorbendola nel nostro io, alla fine la relazione con qualsiasi altro da sé viene negata e ci si chiude in una visione unilaterale.

L’attuale diffuso modo di vivere e pensare crea crescenti difficoltà ad entrare in relazione con l’altro: mentre figure tradizionali del rapporto, come la promessa e la speranza, mostrano le potenzialità delle relazioni tra individui, l’attuale ipertrofismo dell’io porta spesso a vedere nell’altro solo ciò che è funzionale all’affermazione del se stesso. Il risultato è che non si dà una vera relazione con l’altro in quanto altro, nell’accettazione della sua alterità, evitando così il necessario impegno per un’analisi articolata della realtà esteriore e interiore.

Quando il maschio (la categoria di uomo sarebbe inappropriata!) si percepisce come “assoluto” e partorisce una idea della donna come “relativo” si sviluppa un algoritmo matematico che sviluppa numeri che non vorremmo mai vedere: negli ultimi 18 anni sono 3100 le donne vittime di femminicidio e da gennaio ad ottobre di quest’anno già 70, uccise brutalmente da chi sosteneva di amarle.

Uccise per amore”: contraddizione in termini e inaccettabile paradosso!

Una sorta di aberrante correlazione, come mi è già capitato di scrivere, con chi uccide nel nome di un dio!

La violenza maschile comincia nel privato delle case ma pervade ogni ambito della società e diventa sempre più strumento politico di dominio, producendo solitudine, disuguaglianze e sfruttamento” affermano dall’Associazione “Non Una Di Meno”. Vi invito alla lettura del manifesto per la giornata antiviolenza 2018.

https://nonunadimeno.wordpress.com/2018/11/06/24-novembre-2018-manifestazione-nazionale-di-non-una-di-meno-a-roma/

«Orgoglio e soddisfazione»

Samba, gambiana, operatore di “Costruiamo Insieme”

«Ho trovato un Paese ospitale e rispettoso, amici e compagni di lavoro splendidi. L’impegno con la cooperativa mi ha aiutato ad alleggerirmi del peso della nostalgia. Ho lasciato a casa, mia madre e mio fratello, praticamente la mia famiglia. Mi manca Bitonto, ma appena posso torno lì»

«Anche per me, come per i miei connazionali, far parte della squadra di “Costruiamo Insieme”, è motivo di orgoglio e soddisfazione».

Samba, ventisei anni, madre gambiana, la sua stessa nazionalità, padre senegalese, un fratello, rimasto a casa, non nasconde neanche un po’ la gioia di essere arrivata in Italia, solito viaggio tribolato, e di avere trovato dopo alcuni mesi di ambientamento un posto di lavoro all’interno della cooperativa sociale che l’aveva già ospitata in un Centro di accoglienza.

Un viaggio non molto semplice, con la paura nel cuore e negli occhi. Quegli stessi occhi che, oggi, quasi parlano. Volendo interpretarli, esprimono felicità. Samba è arrivata in un continente del quale aveva solo letto, sentito parlare. In pochi mesi è diventata un elemento importante di quella che lei stessa chiama “squadra”. Tracce di malinconia. Non fa piacere dover lasciare il proprio Paese, il Gambia nel mio caso. «Ma quando si presentano problemi non semplici da risolvere, sei chiamata a compiere una scelta dolorosa: e non importa se per la maggior parte a fare i bagagli e lasciare alle proprie spalle storia e radici, siano in buona parte uomini; anche a te, donna, tocca prendere una decisione, coraggiosa, impacchettare quelle tue poche cose, soprattutto i tuoi affetti, e tentare l’avventura».Samba articolo 02VIAGGIO AVVENTUROSO

Ecco, il viaggio avventuroso. «Pur sforzandomi, non riesco a trovare una parola facilmente traducibile che possa dire quale sia stato il tragitto, tormentato, dal mio Gambia fino a qui, in Italia. Non sapevo, infatti, cosa mi aspettasse “là fuori”: parlo da ragazza gambiana che non ne poteva più di stare in un Paese in continuo conflitto, a fare ragionamenti non sempre condivisi o condivisibili, specie per una donna: alla fine, a malincuore, ho preso una decisione: sana o sbagliata, me lo avrebbe detto quel viaggio che avevo nella mente da tempo».

Che viaggio si immaginasse, Samba, ce lo racconta a tratti. L’epilogo sì, anche perché va ogni oltre più rosea previsione. «Non pensavo che una volta in Italia – spiega l’operatrice di “Costruiamo” – avrei trovato un lavoro che mi aiutasse a tracciare un percorso sereno per il mio futuro in un Paese bello come e ospitale come l’Italia. Il rispetto, poi, altra cosa importante, che purtroppo cominciava a mancare nel mio Paese, il Gambia: insieme con la libertà, il rispetto è una risorsa fondamentale della vita: le due cose, insieme, sono doni di grande valore».

Samba e la “sua” Italia. «Da due anni in questo Paese – spiega – non ci ho messo molto ad ambientarmi, anche grazie alla voglia di apprendere in fretta: l’italiano l’ho imparato subito, ospite in uno dei Centri di accoglienza di “Costruiamo insieme”: in qualità di ospite, non ho mai avuto la sensazione di essere un numero, uno dei tanti extracomunitari ospiti di un CAS; gli operatori avevano grande rispetto nei confronti degli ospiti, offrivano a tutti la massima assistenza; oggi, precisamente da un anno e cinque mesi, questo lavoro lo svolgo io: proprio sulla scorta della mia esperienza in qualità di ospite, ho imparato come ci si muove nei confronti del prossimo».Samba articolo 03GAMBIA, LIBIA, FINALMENTE ITALIA

Non vorrebbe parlarne, lo comprendiamo. Ma le chiediamo, se possibile, uno strappo alla regola. «Il viaggio dal Gambia fino alla Libia – racconta Samba – è durato sei mesi; una volta lì, non avendo soldi per pagarmi il viaggio, ho dovuto adattarmi: così ho fatto la badante, mi sono presa cura del prossimo, una cosa che evidentemente mi è tornata utile anche nel lavoro che svolgo qui, con “Costruiamo”, da circa un anno e mezzo».

Finalmente il viaggio. «Partenza da Tripoli, mentre i ragazzi facevano i muratori, i giardinieri, i meccanici, io mi sono inventata un mestiere: così anche io ho staccato il mio biglietto per l’Italia». Ricorda l’imbarco. «Eravamo in 115 sull’imbarcazione, solo cinque donne, in balia di un mare che faceva impressione per quanto fosse sconfinato: alla fine, una nave ci ha fatti salire a bordo, ci ha rifocillati e accompagnati verso l’Italia e le autorità italiane».

La sua famiglia. «Sento spesso mia madre e mio fratello, sono loro quello che resta della mia famiglia: la loro felicità nel sapermi serena e con un lavoro, qui in Italia, mi rende tutto più semplice; ho nostalgia, ma mi pesa meno se penso di aver trovato anche qui una famiglia, gli operatori di “Costruiamo Insieme”, con cui ho un ottimo rapporto». A proposito di nostalgia. «Provo nostalgia anche di amici e colleghi di Bitonto, dove sono stata ospite e operatore: la vita ti mette davanti a delle scelte, il dolore è sicuramente un’altra cosa, se penso a quanti nella traversata del Mediterraneo verso la libertà, non potranno mai raccontarlo, ma non posso nascondere che ragazzi e ragazze di Bitonto mi mancano; ma anche a questo c’è rimedio, appena posso vado a trovarli, lì ho ancora casa: il peggio è passato, oggi guardo serena il mio futuro».

Musica e pettole

“Costruiamo Insieme” e l’ingresso nelle festività natalizie

Santa Cecilia, cinque del mattino. La cooperativa sociale di via Cavallotti, invita una banda musicale, frigge nella sua cucina multietnica e offre il simbolo della tradizione tarantina. Un “regalo” ai residenti e a quanti sono legati alle tradizioni.PETTOLE articolo 01 - 1Santa Cecilia, 22 novembre, prima delle cinque del mattino, una sorpresa musicale per molti dei ragazzi ospiti della sede di “Costruiamo Insieme” di via Cavallotti a Taranto, ma anche per le centinaia di residenti, anche quest’anno favorevolmente sorpresi per l’inattesa sorpresa. La banda musicale diretta dal maestro Berardino Lemma esegue novene per la gioia di tutti.

Come lo scorso anno, all’alba uno degli operatori del Centro di accoglienza spalanca il portone e il cuore per accogliere la ventina di musicisti che intona marce già celebri ai tarantini da sempre legati a questa tradizione. Ci sono molti ragazzi, stretti fra giubbotti con bavero alzato a seguire le esecuzioni della banda musicale “Lemma”. Decine e decine le persone ai balconi, per ascoltare le musiche ed applaudire le esecuzioni di musicisti professionisti.
PETTOLE articolo 02 - 1E’ un momento di grande emozione. Anche i ragazzi ospiti del “Centro”, escono sui balconi, si uniscono idealmente ai cittadini scesi in un baleno dalle proprie abitazioni. Anche qualche anziano segue l’esempio dei giovanotti già in strada ad assaggiare le pettole calde, appena uscite dalla “frizzola” allestita nella cucina del Centro. A causa del primo freddo, si chiude in un giaccone, preferisce osserva l’evento dall’alto. E’ l’abbraccio ideale fra genti. I migranti alla ricerca di speranza e calore; i tarantini, ad invocare speranza e anche un futuro migliore, per allontanare una crisi che parte da lontano.

E’ cominciato il Natale. All’interno della sede, i ragazzi stanno allestendo l’albero di Natale. Sarà addobbato a tempo di primato per l’inizio delle festività che, com’è noto, a Taranto cominciano con largo anticipo. Il giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre, è lontano più di due settimane, ma qui il profumo delle pettole racconta già un’altra storia. Gli odori del fritto hanno cominciato a sprigionarsi nell’aria: siamo ufficialmente nel Natale tarantino. E non solo, posto che in provincia e nel resto della Puglia, ognuno introduce il “suo” Natale secondo le proprie tradizioni.
PETTOLE Copertina - 1In città cominciano all’alba. In alcuni quartieri anche prima. Quando è ancora buio, già riecheggiano i profumi del fritto e, nel silenzio, i rumori delle portiere delle auto, richiuse non appena escono i musicisti. Due minuti, il tempo necessario per sistemare ancora una volta la divisa e disporsi sul marciapiedi, all’ingresso della sede di “Costruiamo Insieme”, in via Cavallotti 84. Il maestro Lemma, come da tradizione tramandata dal suo papà, famoso artigiano e fondatore di una delle bande musicali più celebrate nel Tarantino, dà il segnale ai suoi musicisti.

E’ un attimo, dalle abitazioni vicine, si aprono porte e finestre, il Natale passa anche da qui. Dal cuore dei ragazzi che vogliono integrarsi, accorciare le distanze con il territorio, cominciando da un gesto semplice. «Non vogliamo essere un corpo estraneo di questa comunità», dice qualcuno dei ragazzi. Si documentano, si consultano i ragazzi dalla pelle scura e dal cuore candido. A Taranto il Natale comincia prima. Dolci, fritti e conditi con un cucchiaino di zucchero, dal nome e dall’accento strano, le pettole; le novene eseguite dalle bande musicali che introducono alla festa più lunga dell’anno. Così gli ospiti del Centro mettono insieme le due cose, musica e “pettole”, ne parlano con gli operatori che trasferiscono questo desiderio alla direzione. Detto, fatto. E’ l’alba, Santa Cecilia, un “Benvenuto” alle feste natalizie.

«Il turismo è un’altra cosa»

Piero Massafra, docente, editore, operatore culturale

«Non bastano Castello aragonese, Museo nazionale, Città vecchia, questi li visiti in un giorno e mezzo. I problemi economico, finanziari e occupazionali, si risolvono diversamente. Vi spiego…»

Piero Massafra, docente, operatore culturale, editore. Qual è oggi la sua visione di Taranto?

«Bisogna fare confronti, diversamente non si hanno riferimenti. Le forze nuove che si affacciano sulla ribalta tarantina sono soprattutto i giovani. I giovani, però, sono in crisi: non c’è lavoro, non c’è prospettiva, dunque, inevitabilmente si distaccano dalla città. Esistono fermenti, non si può negare, però mi pare che tutto questo non abbia un indirizzo preciso verso cui muoversi. Certo, la cultura contemporanea non aiuta ad approfondire i temi: non per scimmiottare Bauman, ma questa è una società liquida, tutto è immediatamente fruibile, ma anche allontanato; gli strumenti di comunicazione non giovano ad un rapporto costruttivo, forte, pensato per una città come Taranto. Perché Taranto è sempre una enclave: lo è in Puglia, lo è in Italia; è la terza città del Sud del nostro Paese, ha una storia straordinaria, ma ha internamente problemi di sopravvivenza; adesso, pare, trovato una quadra per l’Ilva: personalmente non sono a favore, né contro l’industria, non si può eliminare il tutto in un’unica soluzione: si fa fatica, però, a comprendere è che Taranto è costruzione recente – lasciamo stare la Città vecchia cui affidiamo millenni di atrofizzazione – in quanto fondata centocinquanta anni fa; e questo incide non poco nel rapporto di pancia con la città: Taranto è stata fondata da una immigrazione che nel giro di pochissimi anni ha portato da diecimila a ottantamila abitanti; viviamo apertamente un rapporto con la città, ma all’interno siamo ancora un po’ calabresi, friulani, campani e questo non giova al costrutto civico. Qualcosa sta cambiando, le nuove generazioni che non hanno più quelle forti radici familiari incominciano, forse, ad avere un senso di appartenenza. Dunque, vedo Taranto aperta a diverse soluzioni, ma francamente non posso dire quale possa essere la soluzione primaria: non credo nel turismo, il turismo è una cosa seria».PIERO MASSAFRA copertina - 1Piero Massafra, editore, le pubblicazioni, i riscontri di un lavoro di decine di anni. 

«Da più di trent’anni la Scorpione editrice è sul territorio, non è uno scherzo: tremila, tremilacinquecento titoli pubblicati, molti dei quali si muovono nella bibliografia internazionale. Un nome, forse, fastidioso: lo scorpione non è un animaletto che vorremmo trovarci in casa; uno degli antichi stemmi della città, non quello classico, bensì post-classico, fu realizzato anche per dire “Noi veniamo dopo, scopriamo anche quello che non sappiamo, ma che c’è stato”; in buona sostanza, del mondo classico si sa, è la parte internazionale della fama di Taranto, così la “Scorpione” nacque con queste finalità aprendo a operatori culturali degli Anni Sessanta, primi Anni Settanta.

La casa editrice ha pubblicato il 90% di quello che riguarda il Museo nazionale della Magna Grecia, il che significa lavori non rivolti alla città, ma a tutto il mondo della scienza e del turismo significativo: aggiungo inoltre, con soddisfazione, che da qualche anno esiste grande attenzione sulla città; sono state sufficienti due, tre trasmissioni forti di una tv come “Sky”, perché una certa fama di Taranto diventasse planetaria; dunque, c’è una ricchezza di ricerca e di richiesta sulla nostra città, tanto che l’incremento dei visitatori ha determinato una crescita nelle vendite; vendite che si muovono in tutto il mondo, considerando l’effetto a catena: parte dall’informazione, proseguendo con pubblicazioni di valore, ha contribuito al far ririfiorire questo senso di appartenenza. Ecco, forse, bisognerebbe scommettere molto su questo».

I tarantini, il loro rapporto con i libri. Quanto leggono?

«Come riferimento ho le mie edizioni: prima i tarantini leggevano di più. Abbiamo un settore, fondamentale della Casa editrice, che è quello scientifico, divulgativo, soprattutto arte e archeologia, storia; per quanto riguarda altre cose, la letteratura tarantina, devo dire che i tarantini di una generazione che oscilla fra i cinquanta e i sessant’anni – quella sostanzialmente meno curata dalla cultura ufficiale – avverte il desiderio di recupero, apprendimento, curiosità; le cose di e su Taranto, lo dico con dispiacere, i giovani non le leggono. Forse perché bombardati dalla pubblicità delle grandi case editrici che promuovono i grandi nomi, che alla fine risultano piuttosto “leggerini” nei contenuti – mi permetto questa osservazione – ma non trovo ci sia tutta questa grande richiesta da parte del mondo giovanile tarantino; la fascia fra i cinquanta e i sessanta, invece, resiste e vuol sapere leggendo. Forse perché come me non sa usare il telefonino…».PIERO MASSAFRA articolo 02 - 1Cosa aggiungerebbe o toglierebbe a Taranto?

«Toglierei tutto quello che ci ingombra, dal carattere un po’ buffonesco, che fa parte della nostra jacquerie, di un popolo che non riesce mai ad essere tale e risulta sempre così ammiccante al plebeo; manterrei, invece, come punto di riferimento la vera aristocrazia tarantina: quella operaia, che viene dalla tradizione arsenalotta, insegnava ai figli a dover studiare perché la vita non è uno scherzo, ma un impegno per tutti: questa parte, Taranto, non l’ha mai curata, poteva invece essere un punto di partenza per una generazione popolare di grande dignità».

Una battuta ancora al turismo: Castello aragonese, Città vecchia, Museo nazionale della Magna Grecia, non bastano?

«Il turismo è una cosa più complessa, abbiamo punti di riferimento di grande eccellenza per un turismo colto, ma se proviamo ad immaginare il “grande turismo”, quello che risolve gran parte dei problemi economico, finanziari e occupazionali, dobbiamo arrivare a pensare che per raggiungere il mare deve esserci anche uno strumento per arrivarci; per andare al mare, dobbiamo trovare un mare libero, non inquinato, non assediato; il turismo che risolve il problema, pertanto, non è quello rappresentato da chi viene a Taranto con il desiderio di vedere queste tre cose, sta un giorno e mezzo e va via: il turismo è un’altra cosa».

Reti civiche urbane

Bari, quartieri San Paolo, Stanic e Villaggio del Lavoratore

“Costruiamo Insieme” avanza la sua candidatura alla proposta è indirizzata alle ultime classi dei cicli didattici elementari e medie inferiori. Quinta elementari e Terze medie inferiori delle scuole del territorio che manifestano interesse, In totale, dieci interventi complessivi nell’arco temporale dei 18 mesi. Quaranta ore distribuite in venti giorni. Periodo scolastico: 2018-2019-2020.

Reti Civiche Urbane (RCU) presso i quartieri della città di Bari. La creazione del progetto lo ha reso noto con un Avviso il Comune di Bari. Composte da associazioni, soggetti del terzo settore, comitati territoriali, parrocchie, fondazioni e imprese, le RCU potranno presentare proposte progettuali interdisciplinari orientate a stimolare la partecipazione civica dal basso con l’obiettivo di rafforzare il capitale sociale e relazionale presso le aree target, promuovendo lo sviluppo di progetti di comunità (culturali, artistici, sportivi, sociali, di riuso ecc.) orientati ad un coinvolgimento ampio dei residenti.

Ciascuna proposta deve essere in grado di mobilitare sul territorio competenze, risorse e conoscenze, manifeste e latenti presso le comunità, in una logica di progetto collaborativa e tesa al soddisfacimento di un bisogno collettivo e/o alla valorizzazione di un’identità condivisa.

Detto del progetto, del quale più avanti riportiamo una sintesi, “Costruiamo Insieme” ha ufficializzato la partecipazione alla Rete in questione, relativa ai quartieri San Paolo, Stanic e Villaggio del Lavoratore, proponendo un’azione nell’ambito specifico dell’istruzione e della cultura denominata “Pacchetto didattico sulla storia delle migrazioni”.

“Di fronte a dinamiche sociali sempre più caratterizzate da processi di esclusione determinati da una profonda crisi etico-culturale – relaziona “Costruiamo insieme” – documentare la migrazione umana assume una importanza fondamentale, considerata la necessità, sempre più pressante, di indagare per diffondere e collettivizzare i motivi che spingono ingenti masse di uomini, donne e bambini a lasciare i Paesi o i luoghi di origine”.

“I motivi delle migrazioni – prosegue il documento – su larga scala hanno origini differenti che si incrociano e trovano un fattore comune nell’istinto di sopravvivenza. Ma, dimenticati e sottaciuti, esistono processi di migrazione interna alla base della storia del territorio (target dell’intervento) cominciati negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso e che, a Bari, hanno dato vita alla nascita della prima grande periferia urbana (Centro di Edilizia Popolare, poi Quartiere San Paolo) attraverso lo spostamento pianificato di migliaia di persone dal centro cittadino determinando un nuovo contesto storico, sociale e culturale che ha prodotto meccanismi di costruzione di una nuova “identità” in luogo della progressiva perdita dell’identità originaria.

L’attuazione dell’intervento nei luoghi e nei contesti indicati (le scuole ma, qualora venisse manifestato interesse, anche altri e diversi luoghi di aggregazione) avverrà attraverso l’apporto diretto di persone qualificate e settorialmente specializzate nello specifico ambito di azione (esperti in didattica della storia, giornalisti, psicologi, sociologi, migranti)”.

E veniamo al pacchetto didattico da proporre alle scuole, indirizzato a studenti e professori, immaginando anche una ricaduta positiva sulle famiglie. Esso si fonda su una breve ricostruzione storica delle migrazioni prodotta dal Prof. Consolo e si articola in interventi di n°4 ore ciascuno suddivise in due incontri per classe:

–          Il primo incontro propone una riflessione sulle dinamiche dei processi migratori a partire dall’analisi di un testo breve fornito anticipatamente ai docenti e si conclude con una proposta di ricerca documentale “domestica” dopo una breve illustrazione sulla differenza fra storia e storiografia.

–          Il secondo incontro si apre con la verifica e la discussione breve sui risultati della ricerca proposta (foto, racconti, oggetti, vecchie lettere, ecc.) e dedica la seconda parte al confronto con una storia di migrazione realmente vissuta.

La proposta è indirizzata alle ultime classi dei cicli didattici elementari e medie inferiori (Quinta elementare, Terza media inferiore) delle scuole del territorio che manifestano interesse per un totale di 10 interventi complessivi nell’arco temporale dei 18 mesi. Durata in ore/giorni: n°40 ore per n°20 giorni. Periodo di svolgimento: periodo scolastico 2018-2019-2020.

Realtà tossica!

Colla, coca ed eroina senza musica

Fare i conti con la realtà fa parte della dimensione umana. E’ una cosa che, per quanto vorresti tenere lontana, prima o poi devi affrontare, non puoi sfuggire.

E la realtà, di solito, non ha una dimensione ristretta, privatistica, semplicemente personale. Ha una dimensione collettiva che non è guidata da fattori  spazio-temporali che ti consentono di esimerti, di estraniarti, di guardare dal di fuori a cose che ti sembrano tanto lontane da non poterti toccare.

E, a volte, basta leggere dei numeri dentro l’articolo di un settimanale per toccare con mano una realtà che avresti riposto dentro la sfera del surreale.

A settembre 2018 L’Espresso ha pubblicato un reportage sull’uso e lo sviluppo della dipendenza da sostanze tossiche che tengo in vista sulla scrivania da tempo sempre combattuto fra l’affrontare l’argomento o no.

Non ci sono noti nomi dello spettacolo, dello sport o della politica.

Neanche giudici, magistrati o avvocati.

Sarebbe stato tutto troppo scontato, come dire, nella normalità dello scorrere quotidiano.

Ci sono i bambini!

Dentro uno scenario all’interno del quale non li avrei mai collocati, da un punto di vista spaziale, nel nostro contesto di vita.

Non mi voglio addentrare in analisi, vi lascio al confronto con una realtà cruda proponendovi alcuni stralci del reportage.

Bambini che a 8 anni hanno già sperimentato le droghe più devastanti: colla e solventi. Tredicenni che si prostituiscono per una dose, rimangono incinte e sono costrette ad abortire. Adolescenti legati con le cinghie ai letti di contenzione, sottoposti a trattamenti sanitari obbligatori negli ospedali psichiatrici per adulti. Eroina non più fumata ma sparata direttamente in vena, così che a 13 anni hanno già il corpo massacrato dai buchi delle siringhe, si ammalano di epatite e Aids, come i vecchi tossici negli anni Ottanta”.

Le scuole medie, Riccardo, le ha viste solo da lontano. Quel giorno di settembre è arrivato davanti al cancello dell’istituto, l’ha fissato per alcuni secondi e poi se ne è andato. Per lui non ci sarebbero stati libri, compagni, compiti in classe. Aveva 12 anni e una sola necessità: farsi di coca e farlo in fretta.
Oggi Riccardo, 16 anni appena compiuti, tossicodipendente da quattro, in fuga da tre diverse comunità terapeutiche, praticamente analfabeta, fa parte di quella generazione di ragazzi interrotti che aumenta giorno dopo giorno”.

Le loro storie, raccolte dall’Espresso, fanno rabbrividire. Sono contenute nei verbali delle forze dell’ordine che ogni giorno prestano servizio nelle piazze dello spaccio e nei boschi della droga. Sono scritte nero su bianco nelle relazioni dei Tribunali per i minorenni. Escono dalla bocca di quegli stessi ragazzi che a fatica accettano di parlare, dalle comunità dove stanno cercando lentamente di riemergere dagli abissi della tossicodipendenza.
Un’emergenza alla quale il nostro Sistema sanitario nazionale non riesce più a stare dietro. Secondo i dati ottenuti dall’Espresso, da Nord a Sud la presa in carico da parte dei Servizi sanitari locali dei minori che fanno uso di droga negli ultimi 5 anni è quasi ovunque raddoppiata. Anche i Tribunali per i minorenni – sia civili che penali – registrano un’impennata di baby consumatori: quasi tutti italiani, iniziano ad assumere droga in media a 12 anni.
Mentre le comunità terapeutiche per minori con problemi psichici causati dalle droghe – il vero fenomeno di questi ultimi anni – si contano sulle dita di una mano. E così i bambini tossicodipendenti con disagi mentali spesso sono trasferiti a centinaia di chilometri di distanza dalle loro famiglie in luoghi non idonei. O trattenuti in reparti neuropsichiatrici per adulti, dove non potrebbero stare.

http://m.espresso.repubblica.it/inchieste/2018/09/19/news/colla-coca-eroina-l-emergenza-droga-comincia-a-8-anni-1.327107?fbclid=IwAR3sMErH0xslx-aj5D9_reNcfsicRI5-4VPMuwdBpx8aX-Av362gPM1DTJw

«“Costruiamo”, una famiglia»

Sillah, ventuno anni, operatore

Da quattro anni in Italia, viene dal Gambia, dal giugno dello scorso anno contratto con la cooperativa sociale. «Da allora è come se fossi a casa, ho lavorato in pizzerie e ristoranti, buone esperienza, ma…una polmonite a causa della neve spalata per ore e ore, ma ho già dimenticato. Adesso ho un motivo per pensare al futuro». 

«In prima linea come operatore con “Costruiamo Insieme” dal giugno dello scorso anno, sto facendo una grande esperienza umana: stabilisci con gli ospiti del Centro di accoglienza un bel rapporto, anche di amicizia: le regole da rispettare, però, sono la cosa principale cui sono richiamati i ragazzi». Sillah, gambiano, ventuno anni, in Italia da quattro, è l’espressione solare della cooperativa. Ha un sorriso per tutti, anche se poi, cartellino di riconoscimento a vista, quando si tratta di fare il proprio lavoro diventa fra i più intransigenti. «Basta far comprendere che se fai rispettare le regole interne alla struttura, lo fai anche per il loro bene e tutto fila liscio: nel tempo ho coltivato rapporti umani e di amicizia, questo è uno dei tanti aspetti positivi di questo lavoro».

Operatore con “Costruiamo Insieme”, come coronare un sogno. «Dal punto di vista umano, la cosa bella è che non sei un numero, uno dei tanti, ma sei uno di famiglia: coinvolto nelle attività, non solo quelle di controllo che alla fine sarebbero pura routine».

Sillah ha dimestichezza con l’italiano, lo parla correntemente, ma parla anche inglese, arabo. Anche mandinka e wolof, dialetti: il primo del suo Gambia, l’altro del Senegal. Ma come si evince dalla chiacchierata, comprende anche il francese senza alcuno sforzo. «Amo dire le cose come stanno, al francese ci sto facendo l’abitudine, ma prima di diventarne padrone, voglio compiere ancora un pezzetto di strada: poco per volta, ho appena ventuno anni e, se il Cielo lo vorrà, di tempo per imparare altro ne avrò».SILLA Articolo 01Dimestichezza con l’italiano, ma anche con uno degli aspetti più complicati del nostro sistema: la burocrazia. «Basta entrarci, capire come muoversi e tutto risulta più facile: sì, la burocrazia i primi tempi rappresentava quasi un freno a mano – so di cosa parlo, ho preso la patente qui in Italia… – occorreva fare strade e percorsi apparentemente senza via d’uscita, ma basta entrare nel meccanismo, avere la giusta dose di pazienza e il gioco è fatto». Sorride anche il giovanotto venuto dal Gambia. Non vuole essere frainteso, puntualizza. «Sono arrivato in questo Paese quattro anni fa – spiega – avevo solo una gran voglia di rendermi utile, è stato amore a prima vista con l’Italia: ho subito fatto amicizia con tanti ragazzi tarantini, spesso quando non lavoro usciamo insieme, cinema, pizzeria, cose così…».

Tanta la voglia di inserirsi nel mondo del lavoro. «Non volevo – come si dice – , ero disposto a qualsiasi sacrificio, anche andando oltre, e se avete tempo vi spiego cosa intendo; ho lavorato a Crispiano e Martina, poi Taranto, in una pizzeria, in un ristorante, sapevo che dovevo farmi in quattro, dimostrare in qualche modo la mia riconoscenza ad un Paese che mi aveva accolto a braccia aperte».

Abbiamo tempo, sentiamo a cosa si riferisce quando dice di essere andato “oltre”. «Mi sono trovato bene ovunque sia andato – dice Sillah – tranne in una sola occasione, quando a ritmi di lavoro non indifferenti, dovevo dimenticare l’orologio a casa: ci sta, sono ampiamente riconoscente a chiunque mi abbia offerto lavoro, ma un giorno sono andato a finire in ospedale, proprio a causa della mia generosità e di una certa arroganza del titolare di un ristorante: circa due anni fa, aveva nevicato senza un attimo di pausa tutta la notte; avevo smesso di lavorare dopo la mezzanotte, tavoli rimessi a posto, pulizia e pavimento lustrato come se fosse uno specchio; vado a dormire, al mattino, presto, vengo svegliato di soprassalto: c’era da spalare davanti al ristorante e, soprattutto, sulle tende con sopra decine di centimetri di neve; mi metto con la buona volontà, da solo, senza un attimo di tregua libero il marciapiedi per consentire l’ingresso nel locale, ai fornitori di entrare, alla gente di passare davanti all’attività – perché, mi dicevano, anche questa è pubblicità – liberamente; indossavo solo la giacca da lavoro: sudavo e sentivo freddo, ma spalavo, mi dannavo l’anima perché volevo fare le cose per bene; senza alcun sistema di sicurezza ero a tre metri da terra, un freddo incredibile, considerando la temperatura a zero gradi: sudavo e tremavo; non toccai cibo, volevo che alle cinque del pomeriggio tutto fosse pronto».
Patente-twitter-1024x492Alle cinque del pomeriggio, dopo una lunga serata di lavoro alle spalle, una sveglia al mattino e lavoro, dalle otto del mattino, avrà tirato il fiato. «Niente affatto, alle cinque ho avuto una crisi, letteralmente gelato non riuscivo a parlare, avvertivo la sensazione di uno svenimento: qualcuno doveva accompagnarmi in ospedale; niente, mentre andavo in ospedale, quello che era il mio titolare mi intimò: “Vai a casa, cambiati, fra mezz’ora devi essere di ritorno: andai in ospedale, mi ricoverarono subito, avevo preso una brutta polmonite; non ebbi una sola telefonata dal titolare del ristorante, anche per sapere come stessi: mandò un collega in ospedale per dirmi di ritenermi licenziato. Incassai la delusione, presi le mie quattro cose e andai via, non mi sono mai rivolto a nessuno per avere uno straccio di giustizia, non voglio provocare danni, del resto – mi dicevo – a modo suo anche quel signore per un pezzo di strada mi aveva aiutato e, soprattutto, mi aveva insegnato che il sentiero non sempre è in discesa».

Poi è arrivata “Costruiamo Insieme”. «Avevo capito già tante cose, nonostante la mia giovane età – conclude Sillah – l’occasione con la cooperativa sociale per me è stata pari a un senso di liberazione, mi sono sentito rispettato, gratificato, incoraggiato: rispetto all’ultima esperienza, unica negativa, ho cominciato ad assaporare il vero gusto della vita; il lavoro, attento, preciso, ma anche la libertà di dedicarmi del tempo, coltivare amicizie e dedicarmi alla passione del calcio, io che amo giocare al pallone e seguire le partite dei campionati italiani e stranieri; l’attività di operatore mi offre due occasioni in una: non dimentico da dove vengo, al tempo stesso ho grande riconoscenza a “Costruiamo Insieme” che mi mette in condizione di pensare più serenamente e umanamente al futuro».