Adnan, operatore, si racconta
«In Italia per studiare da ingegnere elettronico, a coronare il mio primo sogno ci ha pensato la cooperativa sociale. Fortunato rispetto ad altri ragazzi che vedono l’Italia come occasione di vita. Assisto i ragazzi nelle pratiche, i permessi di soggiorno e, se possibile, nel trovare un lavoro»
Avrebbe voluto fare l’ingegnere, un progetto che non ha abbandonato del tutto, ma con un contratto con “Costruiamo Insieme” ha coronato un suo primo sogno. «Avere un posto di lavoro come operatore, uno stipendio sul quale contare, è fondamentale: nel mio recente passato, proprio la mancanza di soldi per finanziarmi gli studi ha rallentato il mio percorso formativo». Adnan, ventisette anni, tre fratelli rimasti in Pakistan, chi a studiare, chi con famiglia a lavorare, racconta la sua vita di ragazzo che guarda all’Occidente come occasione di lavoro e una vita fatta di soddisfazioni.
«Come molti miei coetanei – dice Adnan – passavo tempo documentarmi su internet, una volta al computer consultavo siti e occasioni di studio, più che di lavoro, a quello – mi dicevo – ci avrei pensato a tempo debito».
Adnan, una cartellina sotto un braccio, la posa per qualche minuto, il tempo di una breve chiacchierata. Custodisce una serie di documenti richiesti alle autorità per conto dei ragazzi ospiti del Centro di accoglienza di “Costruiamo Insieme”. Torniamo per qualche istante in Pakistan, davanti a un pc, quello schermo che il ragazzo con in testa un mare di sogni consulta ogni giorno. «E’ proprio in uno di questi approfondimenti che nasce la passione per l’elettronica: nel mio Paese avevo già compiuto un primo ciclo di studi, per completare il mio percorso avrei dovuto proseguire altrove questa mia passione».
Dal computer, a un lungo viaggio, all’arrivo in Italia. «Destinazione Torino, primo passo l’iscrizione al Politecnico: molto bello frequentare l’università, impegnarsi negli studi, c’era però un “ma” con il quale i miei progetti proprio non riuscivano a combinarsi; non era sufficiente, infatti, che lavorassi in un fast-food: per iscrizione, libri e frequentazione universitaria ci volevano soldi, molti soldi; ho studiato un anno, dato esami, avevo imboccato la strada giusta, ma gli studi di ingegneria vanno affrontati con il massimo impegno: dovevo studiare di più e lavorare meno, ma se non lavoravo di più non avevo soldi a sufficienza per garantirmi lo studio, insomma come dite da queste parti era il classico cane che si mordeva la coda».
Fino a quando non ha preso una decisione, saggia, considerando che uno dei suoi sogni lo ha temporaneamente riposto nel cassetto. «C’è un tempo per qualsiasi cosa – spiega Adnan – anzi mi ritengo molto fortunato rispetto a miei connazionali o altri ragazzi che sono arrivati in Italia, o comunque in Europa, con la prospettiva di un posto di lavoro; lavorare per “Costruiamo Insieme”, per me, è un sogno, e non lo dico per compiacere chi mi ha dato questa occasione per guardare più serenamente al mio futuro: faccio un lavoro che mi ripaga in termini di soddisfazioni, molto utile ai ragazzi che incontro, ma si sentono smarriti in un altro Paese o non sanno quali passi compiere per garantirsi un permesso di soggiorno e trovarsi un lavoro».
Adnan, non dispensa solo documenti. E’ prodigo di consigli. «In questo lavoro ci metto l’anima – riprende – lo avverti sulla tua pelle che i ragazzi con i quali ti relazioni hanno bisogno di te, una parola di speranza. Così provo a consolarli quando si sentono giù di morale, do qualche consiglio quando mi chiedono quali passi compiere, con loro ho stabilito un rapporto umano, ma non sono il solo, qui, a provare a risolvere problemi. Non ho una banca-dati, ma se si prospetta l’occasione di un lavoro, sento che qualcuno ha bisogno di ragazzi di buona volontà, ecco, io segnalo loro questa possibilità».
Lo stesso operatore, ci raccontava, ha compiuto un primo percorso. «Ho fatto il cuoco, mi sono inventato questo mestiere: ci vuole voglia di imparare e applicazione, posto che trovi qualcuno disposto a insegnarti; questi miei primi insegnamenti mi sono serviti nel lavorare speditamente in un fast-food; preparare panini e “piatti” con una certa velocità mi è servito molto; intanto a tenere sveglia la mente, lavorando con passione e mai facendo le cose in automatico: anche un solo toast va fatto con impegno».
Adnan, padrone dell’inglese che parla correntemente, ha imparato di corsa anche l’italiano. «Anche questo grazie a “Costruiamo Insieme” – dice il ventisettenne pakistano – in due anni ho perfezionato dizionario e pronuncia; ora parlo italiano e inglese, leggo e scrivo arabo; parlo altre lingue, dialetti della mia terra, urdu, panjabi, hindi e altro ancora; tutto, nella vita, torna utile, lo stesso gli studi svolti prima nel mio Paese, poi quelli appena arrivato in Italia».
A proposito del Politecnico. «Sette anni fa sono partito dal mio Pakistan, un viaggio programmato e non di fortuna: sono arrivato in Italia perché il mio obiettivo era la laurea in Ingegneria elettronica; mi sono dunque iscritto al Politecnico di Torino, fatto il primo anno di studi, poi fermato per i motivi già spiegati: non riuscivo a lavorare tanto e, allo stesso tempo, studiare materie che richiedono massimo impegno e concentrazione; spero di avere solo rinviato quest’altro mio sogno. Il primo, trovare un posto di lavoro, avere autonomia e dignità, l’ho raggiunto: grazie alla cooperativa con la quale sono impegnato da due anni».
Addio agli studi, nemmeno a parlarne. «Se potessi continuare a lavorare e studiare da queste parti, sarei felicissimo: proverò a comprendere se gli esami già svolti al Politecnico di Torino possa trasferirli ad una università vicina, Bari per esempio; intanto proseguo nel mio percorso per “Costruiamo”, la mia casa…».

Un invito forte il suo: prima conoscete la Città vecchia, poi parlatene.
Cosa ricorda di quella esperienza in veste di “istruttore”?


Santa Cecilia, 22 novembre, prima delle cinque del mattino, una sorpresa musicale per molti dei ragazzi ospiti della sede di “Costruiamo Insieme” di via Cavallotti a Taranto, ma anche per le centinaia di residenti, anche quest’anno favorevolmente sorpresi per l’inattesa sorpresa. La banda musicale diretta dal maestro Berardino Lemma esegue novene per la gioia di tutti.
E’ un momento di grande emozione. Anche i ragazzi ospiti del “Centro”, escono sui balconi, si uniscono idealmente ai cittadini scesi in un baleno dalle proprie abitazioni. Anche qualche anziano segue l’esempio dei giovanotti già in strada ad assaggiare le pettole calde, appena uscite dalla “frizzola” allestita nella cucina del Centro. A causa del primo freddo, si chiude in un giaccone, preferisce osserva l’evento dall’alto. E’ l’abbraccio ideale fra genti. I migranti alla ricerca di speranza e calore; i tarantini, ad invocare speranza e anche un futuro migliore, per allontanare una crisi che parte da lontano.
In città cominciano all’alba. In alcuni quartieri anche prima. Quando è ancora buio, già riecheggiano i profumi del fritto e, nel silenzio, i rumori delle portiere delle auto, richiuse non appena escono i musicisti. Due minuti, il tempo necessario per sistemare ancora una volta la divisa e disporsi sul marciapiedi, all’ingresso della sede di “Costruiamo Insieme”, in via Cavallotti 84. Il maestro Lemma, come da tradizione tramandata dal suo papà, famoso artigiano e fondatore di una delle bande musicali più celebrate nel Tarantino, dà il segnale ai suoi musicisti.

Cosa aggiungerebbe o toglierebbe a Taranto?
Dimestichezza con l’italiano, ma anche con uno degli aspetti più complicati del nostro sistema: la burocrazia. «Basta entrarci, capire come muoversi e tutto risulta più facile: sì, la burocrazia i primi tempi rappresentava quasi un freno a mano – so di cosa parlo, ho preso la patente qui in Italia… – occorreva fare strade e percorsi apparentemente senza via d’uscita, ma basta entrare nel meccanismo, avere la giusta dose di pazienza e il gioco è fatto». Sorride anche il giovanotto venuto dal Gambia. Non vuole essere frainteso, puntualizza. «Sono arrivato in questo Paese quattro anni fa – spiega – avevo solo una gran voglia di rendermi utile, è stato amore a prima vista con l’Italia: ho subito fatto amicizia con tanti ragazzi tarantini, spesso quando non lavoro usciamo insieme, cinema, pizzeria, cose così…».
Alle cinque del pomeriggio, dopo una lunga serata di lavoro alle spalle, una sveglia al mattino e lavoro, dalle otto del mattino, avrà tirato il fiato. «Niente affatto, alle cinque ho avuto una crisi, letteralmente gelato non riuscivo a parlare, avvertivo la sensazione di uno svenimento: qualcuno doveva accompagnarmi in ospedale; niente, mentre andavo in ospedale, quello che era il mio titolare mi intimò: “Vai a casa, cambiati, fra mezz’ora devi essere di ritorno: andai in ospedale, mi ricoverarono subito, avevo preso una brutta polmonite; non ebbi una sola telefonata dal titolare del ristorante, anche per sapere come stessi: mandò un collega in ospedale per dirmi di ritenermi licenziato. Incassai la delusione, presi le mie quattro cose e andai via, non mi sono mai rivolto a nessuno per avere uno straccio di giustizia, non voglio provocare danni, del resto – mi dicevo – a modo suo anche quel signore per un pezzo di strada mi aveva aiutato e, soprattutto, mi aveva insegnato che il sentiero non sempre è in discesa».