Samsin e i sorrisi: “il balsamo alle mie ferite”.

“Non c’è solo la guerra a rendere difficile la vita in alcune parti dell’Africa, purtroppo in alcuni casi le vecchie ruggini tra le differenti etnie diventano così forti da costringere la gente a scappare. Alcune di queste questioni non vengono raccontate dai giornali e quindi non si può capire fino in fondo il perché di un viaggio come che ho dovuto affrontare io e tanti miei fratelli”. Viene dal Ghana Samsin. Ha 26 anni ed è arrivato in Italia a maggio 2016.

Quando si racconta non mostra segni di dolore: il suo è il reportage di chi ha già dato un capitolo nuovo alla sua vita. Non ha dimenticato nulla del passato, ma Samsin ha scelto di guardare avanti. È difficile immaginare di accantonare alcuni pezzi della propria vita soprattutto quando sono particolarmente duri.

“Quello che mi ha aiutato ad andare avanti è l’accoglienza che ho trovato quando sono arrivato a Costruiamo Insieme: i sorrisi e la gentilezza con cui si rivolge lo staff è stato un balsamo per tante ferite. Credo che spesso si diano per scontate tante cose semplicemente perché sono quotidiane. Il mio viaggio, con il suo carico di sofferenza, mi ha fatto rivalutare tante semplici cose e in particolare il sorriso. Guardate non so come spiegarlo, ma dopo quei momenti in mare, in cui i volti accanto erano quasi delle maschere deformate dalla paura, ritrovare un sorriso è come una rinascita. Non so se può sembrare esagerato, ma qui a Costruiamo Insieme io sono un po’ rinato”.

Quando ha lasciato il suo paese, Samsin ha raggiunto il Niger: lavorava come aiutante muratore, ma nonostante la fatica è stato pagato solo poche volte. Ha provato a ricominciare raggiungendo la Libia, ma i rischi per chi come lui arriva da altri paesi erano troppo alti. Un giorno è stato costretto a partire ancora: “non mi è piaciuto il viaggio, ma non solo per le condizioni nelle quali l’ho affrontato, ma perché quel viaggio è un taglio con tutta una vita. Lasci gli affetti, il tuo lavoro, quello che hai costruito e non sai verso cosa stai andando. Portavo con me solo la speranza e in alcuni casi non era sufficiente. Per fortuna i sorrisi mi hanno restituito forza”.

Oggi Samsin studia la lingua italiana e cerca un lavoro: “onestamente all’inizio mi andrebbe bene qualunque lavoro: tutti dobbiamo iniziare piano piano e un piccolo lavoro mi aiuterebbe anche migliorare con l’italiano. Se proprio dovessi scegliere mi piacerebbe lavorare in campagna: ho sempre amato il contatto con la natura. Non voglio sembrare uno che ripete sempre le stesse cose, ma vivere e lavorare all’aria aperta è come guardare il sorriso della natura e, come ho detto, i sorrisi sono diventati la mia salvezza e la mia forza”.

Una medaglia con due facce

“Boom – Il tuo party liceale”. Una pagina Facebook, un social network. A leggere pensi ad una iniziativa volta ad aggregare, un luogo dei giovani per i giovani, una occasione di incontro, di scambio. Luoghi dove, dentro una metropoli come Milano, gli adolescenti possano trovare il loro spazio per stare insieme, per divertirsi, per “consumare” dentro una comunità larga la loro adolescenza uscendo dalla gabbia della solitudine, dell’isolamento, dalla dipendenza diffusa dai video giochi.
Invece scopri, in un tranquillo lunedì sera, uno dei pochi in cui torni a casa presto e il divano ti sembra il luogo meno frequentato della casa, che “Boom” è ciò che non avresti mai immaginato.
In un servizio di Striscia la notizia, nota trasmissione di Canale 5, l’inviato Max Laudadio ha documentato, con telecamere nascoste, immagini raccapriccianti: ragazzi e ragazze dai 14 ai 16 anni liberi di consumare non un momento di socializzazione – ameno come la intende la mia generazione dei padri degli attuali adolescenti – ma liberi di consumare alcool e droghe come fosse una cosa normale. Senza limiti e senza freni. Tutto all’interno e all’esterno di un locale pubblico che dovrebbe sottostare a regole precise e, anzi, dovrebbe garantire il rispetto di quelle regole. E non solo di consumarle, anche di venderle le droghe: non solo fumo ed erba, ma anche micidiali droghe sintetiche, quelle che il cervello te lo sciolgono davvero. Te lo spappolano, bruciano la dimensione di persona per portarti alla stessa consistenza del nulla.
Ancora con quelle immagini che non riesci a rimuovere dalla mente e con qualche brivido che ti percorre ancora la schiena, un po’ più tardi un telegiornale lancia la notizia di un gruppo di quindici minorenni arrestati perché devastavano esercizi commerciali gestiti da immigrati al grido: “Tornate al vostro Paese!”. Nove le azioni messe a segno. Anche in questo caso le riprese delle telecamere lasciano stupiti: una lucidità da delinquente incallito, la chiarezza rispetto all’obiettivo da colpire e, soprattutto, il gruppo, il branco (perché è facile ricondurre queste pratiche ad istinti animaleschi) che l’informazione si preoccupa di definire baby gang specificando che tutti provengono da “famiglie per bene”. Strano accostamento! Perlomeno avventato!
Mercoledì sera, un giovane nigeriano è stato aggredito e accoltellato a Rimini da un trentenne al grido “Brutto negro di merda, vattene da qui!”. Neanche il padre, che era in macchina con lui è riuscito a placare la rabbia, l’insofferenza e l’odio razziale del figlio. Il trentenne è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio aggravato dalla matrice razziale.
Negli stessi giorni, Papa Francesco lancia sui social un appello ai giovani con un video messaggio: “La Chiesa e la società hanno bisogno di voi. Con il vostro approccio, con il coraggio che avete, con i vostri sogni e ideali, cadono i muri dell’immobilismo e si aprono strade che ci portano a un mondo migliore, più giusto, meno crudele e più umano. Però, occorre riconoscere che in questi nostri tempi c’è bisogno di recuperare la necessità di riflettere sulla propria vita e proiettarla verso il futuro”.
Riflettere sulla propria vita e proiettarla verso il futuro. O, semplicemente, riflettere sul valore della vita, senza pensare a quanto ti restituisce rispetto a quanto dai.
Soprattutto, senza bruciarla!

Londra e il rischio di cadere nella trappola

Ieri pomeriggio il cuore di Londra ha vissuto il suo momento di terrore. La strategia è quella ormai collaudata: un Suv lanciato a tutta velocità sulla folla e un solo uomo alla guida: il bilancio è di quattro morti e quaranta feriti.

Il tutto si consuma a un centinaio di metri dal Parlamento inglese, forse obiettivo dell’assassino entrato in azione con uno scopo dimostrativo, eclatante più che di sostanza. Sarebbe stato folle immaginare di poter entrare nel Parlamento.

Subito circolano le prime voci, senza alcun riscontro oggettivo, che l’assassino è un Imam di una moschea londinese.

E tutto il mondo cade nella trappola del terrorismo internazionale: non esiste emittente televisiva che non sia stata impegnata decine di ore a raccontare e commentare l’accaduto. Il risultato è quello atteso dalla rete terroristica internazionale: con un solo uomo a concentrato su di se l’attenzione del mondo intero! Con un messaggio di estrema chiarezza: potete vincere in Siria, riprendervi un pezzo di terra devastata, ma la guerra ideologica è difficile da vincere anzi, le vostre politiche discriminanti e restrittive favoriscono il processo di radicalizzazione aumentando la possibilità di colpire dentro casa vostra con quell’esercito informale sparso in ogni angolo del mondo. L’attenzione mediatica su episodi di questo tipo produce il rischio dell’emulazione, facile effetto riproduttivo che trova terreno fertile nei luoghi in cui i processi di integrazione non hanno funzionato. Una riflessione la impone il fatto che un atto violento come quello di ieri si sia consumato in una metropoli a tradizione multietnica come Londra.

Ma i commentatori delle interminabili dirette sono concentrati a cercare il movente dell’attentato: sarà forse la risposta alla decisione di vietare l’uso di computer e tablet sui voli provenienti da alcuni Paesi? O, piuttosto, una risposta all’accelerazione dell’impegno militare occidentale in Siria? O, ancora…

Ai giorni nostri è ancora raro incrociare qualcuno che ponga l’attenzione sul fatto che le questioni si decidono con le guerre piuttosto che con dialogo e che forse la strada giusta è quella della convivenza nel rispetto reciproco delle diversità.

L’informazione, la comunicazione, i social media, se usati male possono diventare un arma micidiale, sono un po’ come il coltello che ieri a Londra ha colpito a morte un poliziotto: perché un coltello lo puoi usare per tagliare il pane da distribuire a chi ha fame o lo puoi usare per uccidere una persona!

E ci vuole poco perché l’indignazione, seppure giusta, si trasformi in odio verso qualcuno riproducendo dinamiche conflittuali.

Non è forse questo l’obiettivo della rete terroristica internazionale?

“Impariamo l’italiano per integrarci al meglio”

“Voglio assolutamente conoscere la lingua per integrarmi al meglio”. Rispondono in modo unanime gli ospiti di Costruiamo Insieme a cui è stata rivolta la domanda sul perché partecipare ai corsi di alfabetizzazione sulla lingua italiana. Per tutti, infatti, imparare la lingua è il primo fondamentale passo per trovare un lavoro dignitoso e, più importante per loro, poter guadagnare quel che serve per inviare un aiuto economico alle famiglie. Ma non solo. Per molti di loro conoscere la lingua è il modo per creare una base il più possibile solida in Italia: per la maggiorparte, infatti, solo in un secondo momento potrà essere valutata l’ipotesi far arrivare le persone che hanno dovuto lasciare nel proprio Paese

Anche nelle strutture tarantine di Costruiamo Insieme i numeri sono significativi: grazie alla collaborazione con la scuola media “Colombo” sono i numerosi i partecipanti. Dalla struttura “Cavallotti” i frequentanti sono stati 13, di cui 10 hanno sostenuto l’esame finale. Per loro l’impegno è quotidiano: le lezioni si svolgono infatti tutti i giorni, dal lunedi al venerdi, dalle 15 alle 17. Per quanto riguarda invece la struttura “Principe Amedeo” gli iscritti sono ben 42.

“Anche durante le lezioni che svolgiamo ogni giorno in struttura – ha aggiunto Raffaella Leno – non si può non notare la passione e la dedizione che i ragazzi dedicano all’apprendimento di una lingua difficile da assimilare, specie dal punto di vista strettamente grammaticale. Hanno fatto molti progressi e adesso alcuni di loro, quando vengono in segreteria a chiedere informazioni, lo fanno in italiano. Per noi è un segnale che ci fa ben sperare e che ci spinge a proseguire su questa strada”.

Auguri papà!

San Giuseppe, padre putativo di Gesù, viene ricordato in questo giorno come archetipo della perfetta figura paterna. Era ritenuto un uomo giusto, padre di quella che la religione cattolica definisce “la sacra famiglia”.

Quell’uomo costruiva costruzioni, era un falegname e col suo lavoro, e con un figlio così, col sudore avrebbe potuto riempire vasche intere.

Ne avrà bagnati di vestiti Giuseppe!

E ne ha fatta di strada, a piedi tirando un asinello, per portare in salvo la moglie e il figlio: migrazioni, obbligate come tante altre, con la differenza che Giuseppe portava sulle spalle un fardello pesante. Gesù e Maria non erano due statue da portare in processione!

E Gesù, certo, non è stato il bambino modello, quello che ti aspetti che sta a casa e, magari, se capita aiuta la mamma. Aveva la sua missione da compiere! E lo ha fatto.

Giuseppe e Maria lo rincorrevano, era piccolo quando è andato a parlare con i saggi del tempio. Poi, un pò più grande, ha cacciato i mercanti e ne ha combinate di cose.

Certo, essere il padre di Gesù, non sarà stato facile per Giuseppe!

Io, sicuramente, non sono Gesù, ma vi assicuro che neanche per mio padre è stato facile avermi come figlio. Non solo quando mi ha generato, anche ora!

Ma nella vita ci sono dei punti fermi dai quali non si può prescindere: il papà è uno di questi. Se il senso della genitorialità ha un senso!

Io festeggio mio padre non perché mi ha messo al mondo, ma per quello che mi dà ogni giorno, per i valori che mi ha trasmesso, per le cose che mi ha insegnato.

Se penso a cosa ho dato in cambio io di buono, non mi viene in mente niente!

Anche se non saprei immaginare la mia vita senza papà.

Auguri papà!

Auguri a tutti i papà che hanno figli come me che non sono capaci di esprimere il sentimento profondo che portano dentro, non lo sanno esprimere, ma che c’è.

Auguri a tutti i papà che sono nonni, perché senza di loro ci vorrebbe uno stato sociale diverso.

Auguri ai papà, che in ogni circostanza non dimenticano di avere dei figli.

Auguri a me, tanto so che i miei figli non me li faranno.

“Se non godi il presente, non puoi pensare al futuro”

Kemo ha 28 anni e viene dal Gambia. È arrivato in Italia il 12 giugno 2015, fuggito da un Paese dove i giovani era rapiti dai ribelli che li obbligavano ad arruolarsi, imbracciare i fucili e aprire il fuoco contro i loro fratelli. “Il mio piccolo villaggio – racconta Kemo a voce bassa – è al confine con il Senegal. Vivevamo ogni momento della giornata con il terrore che qualcuno venisse a prenderci. Ti arruolano con la forza, contro la tua volontà. Non so come spiegarvelo: si viveva senza la possibilità di costruire. Non riesci a pensare al futuro quando non puoi goderti nemmeno un minuto del tuo presente”. Viveva in un bel villaggio: prima degli scontri che hanno insanguinato il Gambia lavorava in una fattoria circondato dalla campagna. Ma poi la paura divenne compagna di tutti i giorni. E di tutte le notti.

“Vennero a prendermi a mezzanotte. Mi bloccarono e mi caricarono su un’auto. Non sapevo dove mi stavano portando: pensavo solo a come fuggire. La prima cosa che mi venne in mente fu quella di lanciarmi fuori. E così feci”. Le sue mani tremano mentre racconta. “Mi lanciai dall’auto e cadendo mi ruppi una gamba. Mi allontanai aiutandomi con le mani”. Il dolore non ferma il desiderio di libertà e la voglia di vivere. “A salvarmi fu un uomo che passava da quelle parti. Mi aiutò a salire sulla sua bici e mi portò a casa sua”. Il viaggio di Kemo iniziò quella notte. Dopo quel rapimento e la libertà conquistata con le mani. E grazie alla bontà di un uomo che dopo averlo ospitato lo aiutò a fuggire. Prima in Senegal e da lì verso la Libia. “Ho lavorato per due mesi come pittore, ma sono stato pagato pochissime volte. Eppure non era quello che mi ha spinto ad andare via: la Libia non è un posto sicuro, sentivo lo stesso pericolo che avvertivo ogni giorno nel mio villaggio. E così decisi di partire. Me la ricordo ancora quella barca di plastica su cui eravamo ammassati in tanti”.

È arrivato in Sicilia e dopo quattro giorni è partito per Modugno. Qui la sua vita ha trovato finalmente un po’ di tranquillità: “A Costruiamo Insieme ho trovato finalmente la serenità per studiare: qui ho incontrato operatori che mi hanno fatto capire l’importanza della cultura e quindi ho scelto di impegnarmi in questa strada. Non è facile per chi arriva da un altro posto e quindi, grazie al loro sostegno, ho capito che devo innanzitutto imparare la lingua: le lezioni di italiano poi sono anche divertenti”. Kemo accenna finalmente un sorriso, quasi esorcizzando ricordi tremendi. “Sto studiando italiano e lo imparerò bene. Nel frattempo sto cercando anche un piccolo lavoretto perché so che posso fare bene in questo Paese. Guardo i ragazzi che lavorano qui e penso che vorrei diventare come loro”.

“Siamo accanto ai bambini di Taranto”

“Ho sentito dentro di me che era giusto partecipare a questa iniziativa perché è un modo per ricambiare l’accoglienza e l’aiuto che questa città mi ha offerto”. Zazou Daouda ha appena indossa la maglia “Ie jesche pacce pe te!!!” e la mostra con orgoglio. È uno degli ospiti della cooperativa Costruiamo Insieme che ha scelto di donare un parte del suo pocket money per acquistare la t-shirt sponsorizzata da Nadia Toffa de Le Iene e il cui ricavato sarà devoluto per la cura dei bambini ammalati nel capoluogo ionico a causa dell’inquinamento ambientale e non solo. “I bambini di Taranto – ha aggiunto Zazou – hanno bisogno di aiuto e allora ho deciso di donare il mio piccolo contributo con il cuore: chi come me ha vissuto esperienze terribili sa cosa significa trovare qualcuno che ti aiuto”. Le prime magliette sono arrivate nella struttura del centro di Taranto pochi giorni fa e altre ne arriveranno ancora nei prossimi giorni: “siamo stati aiutati dagli italiani quando eravamo i mare e ora non ho voluto tirarmi indietro.: ho comprato questa maglia per dare il mio aiuto ai bambini” aggiunge Sadio Tandian. Per Fofana Modou lamin, inoltre, indossare la maglia vuol dire poter ringraziare che gli ha dato l’opportunità di fare “una scelta bellissima per i bambini”.

È stato un vero e proprio giorno di festa nella cooperativa guidata da Nicola Sansonetti: rinunciare a un parte del pocket money per gli ospiti è stata occasione per sentirsi vicini a chi soffre. Non solo. Anche per gli operatori è stata una splendida iniziativa. “Quando si parla di solidarietà – ha spiegato Idrees Babka, giovane migrante assunto da Costuiamo Insieme – non ci sono differenze qui a Costruiamo: noi operatori insieme agli ospiti ci sentiamo in questo momento stretti in unico sorriso accanto ai bambini che hanno bisogno di curarsi”.

Nei prossimi giorni arriveranno anche altre magliette in via Cavallotti perché la solidarietà e la partecipazione sta crescendo ogni giorno. “Siamo felicissimi di questa risposta e di questo entusiasmo – ha commentato Nicole Sansonetti – perché offre una serie di spunti su cui riflette quando si parla di accoglienza e integrazione. Innanzitutto è la dimostrazione che i migranti hanno preso a cuore la terra che li ospita e la gente che la abita e vogliono contribuire direttamente a migliorarla. Vorrei sottolineare che per chi riceve circa 70 euro al mese una donazione per l’acquisto di una maglietta di beneficenza è un gesto che assume un significato ancora più forte. Inoltre – ha aggiunto la presidente di Costruiamo Insieme – questa gara di solidarietà è anche la prova del fatto che se lo staff lavora con competenza e partecipazioni, gli ospiti riescono a comprendere fino in fondo le difficoltà del territorio e, come in questo caso, posso dimostrare di non essere un peso, ma una risorsa”.

Migrazione condivisa e sostenibile, ecco le proposte di Costruiamo Insieme

C’era anche Costruiamo Insieme al tavolo tematico “Politiche della Salute” che si è tenuto lo scorso 7 marzo a Bari. L’incontro, organizzato dalla Regione Puglia e finalizzato a varare il Piano Triennale delle Politiche per le Migrazioni attraverso un processo partecipativo, ha richiamato associazioni, organizzazioni sindacali e datoriali e gli Enti che operano nel settore dell’immigrazione.

Partendo dal presupposto che diventa sempre più necessario ragionare all’interno di una prospettiva di sistema per superare il vincolo dell’emergenza, Costruiamo Insieme ha proposto offerto ai partecipanti una serie di spunti di riflessione:

  1. Le pratiche di accoglienza, che pure a distanza di decenni necessitano di una rivisitazione per l’ottimizzazione delle procedure, rappresentano il momento dell’arrivo, dell’incontro con i migranti su un territorio che non può più essere considerato terra di approdo e di passaggio, ma deve essere riletto come luogo di stanzialità.
  2. La necessaria presa di coscienza che la società nella quale viviamo è una società meticcia, condizione intrinseca alla storia dell’uomo che da sempre ha moltiplicato gli intrecci culturali di fronte ad una persistente riduzione delle distanze geografiche. È necessario, quindi, porre l’attenzione sul tema della convivenza che comporta il fondamentale superamento del modello “occidentalocentrico” che rappresenta, di per sé, un “muro”, una barriera nella prospettiva di un processo di convivenza e di integrazione. Non si è più di fronte ad un rapporto ospite/ospitante, ma si è già dentro una dinamica di rapporto fra persone che impone il confronto e il rispetto dei portati culturali differenti.
  3. Questa premessa rappresenta il punto di partenza per ragionare in termini di sistema sulle politiche per la salute dei migranti (tema specifico del tavolo tecnico), ma riguarda tutti gli ambiti di intervento. Restando sul tema della salute è stato evidenziato che:
  • Il problema della conoscenza della lingua, da sempre al centro di ogni riflessione, è un problema bilaterale: se è vero che i migranti non conoscono la lingua italiana, è altrettanto vero che nei nostri Presidi Ospedalieri, nei Pronto Soccorso, nei Distretti Socio Sanitari, fra i Medici di Medicina Generale è raro incrociare qualcuno che conosca perlomeno l’inglese o il francese.
  • Il deficit rappresentato dalla conoscenza della lingua introduce un ulteriore argomento di riflessione relativo alla mediazione rilanciando una questione fondamentale: la mediazione è solo un problema linguistico (ovvero di traduzione) o anche culturale?
  • Ricucire un taglio, fare un’appendicectomia o praticare interventi di routine magari abbisogna di un semplice traduttore. Prendere in carico e curare patologie diverse, sviluppare la capacità di comprenderne gli esordi per evitare cronicizzazioni è un’altra storia, che trova l’ulteriore ostacolo della diffidenza nei confronti della medicina occidentale a medicalizzare e a curare farmacologicamente tutto. Nel caso specifico della Salute Mentale, assolutamente non secondario nella fattispecie di persone che hanno un portato esistenziale “pesante”, filoni quali l’etnopsichiatria, l’etnopsicologia sono, a differenza che in altre Regioni italiane, assolutamente estranee al sistema sanitario pugliese. E sono branche specifiche che, per svilupparsi qualora introdotte nel SSR, necessitano di due elementi:
    • Formazione congiunta fra operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni;
    • Creazione di una rete distrettuale/territoriale che ponga in stretto contatto, attraverso protocolli operativi, operatori sanitari e operatori a vario titolo impegnati nella filiera delle migrazioni.

 

Tutti gli elementi di riflessione proposti da Costruiamo Insieme sono stati unanimemente condivisi dai partecipanti al tavolo tematico, compresi i rappresentanti della ASL che non solo hanno confermato l’esistenza di questo deficit complessivo nell’erogazione delle prestazioni sanitarie, ma hanno sottolineato la necessità di costruire percorsi cogestiti riconoscendo la debolezza di eventuali azioni unilaterali.

Morire di selfie?

Tre tredicenni, i binari, un treno in corsa e forse la incontenibile voglia di provare una sensazione forte attraverso un selfie. Così, posizionati sui binari, avrebbero aspettato che il treno fosse più vicino possibile alle loro spalle perché l’immagine potesse essere forte e l’adrenalina raggiungesse il massimo livello possibile. In quello che i giudici hanno ipotizzato come un gioco incosciente, uno dei ragazzi non ha fatto in tempo ad allontanarsi dai binari. Il treno in corsa lo ha travolto uccidendolo sul colpo.

Gli altri due, al cospetto dell’amico morto, sono scappati impauriti e timorosi delle conseguenze di quel gesto assurdo. Quando sono stati rintracciati dalla polizia, hanno balbettato, non hanno ancora interiorizzato l’accaduto, sono apparsi confusi.

L’unica certezza è il corpo del loro amico rimasto senza vita su quei binari. Morto probabilmente nel tentativo di immortalarsi con una delle mode del nostro tempo: un selfie.

Una foto che diventa un gioco mortale, come tanti altri giochi partoriti dal grembo del non senso della vita, dallo sconfinamento di ogni immaginabile limite.

L’ultima sensazione forte nel perverso ambito della frequentazione di pericolose abitudini che non fanno scalpore più di tanto. Poche righe sui giornali e qualche veloce passaggio televisivo. Niente di più. Nessuna seria riflessione sul dramma psicosociale che caratterizza i nostri tempi, sulla perdita di valori e su una prospettiva capace di radicare, fin dall’adolescenza, la convinzione che la vita merita di essere vissuta.

Diventa inevitabile il parallelo fra chi rischia la vita per salvarla e chi la rischia per uno stupido gioco, per provare un brivido.

Tentare di fuggire da Mosul è un rischio grande, si va incontro ai colpi dei cecchini o alle esecuzioni dimostrative fatte per strada ma rappresenta l’unica alternativa al rischio di morire sotto le bombe.

Così come percorrere migliaia di chilometri, subire il giogo dei trafficanti di uomini, essere ammassati su gommoni è l’alternativa ad una morte quasi certa per fame o per guerra spinti dalla da un debole ma fondamentale filo di speranza di portarla in salvo la vita.

Oscar Wilde ha scritto che “Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto”. Ma in tanti si sono avventurati nella ricerca di una spiegazione, di una traduzione capace di arrivare alle radici del senso della vita.

Voglio chiudere questo domenicale con un aneddoto: Quando sono andato a scuola, mi hanno chiesto cosa volessi diventare da grande. Ho risposto “felice”. Mi dissero che non avevo capito l’esercizio e io risposi che loro non avevano capito la vita.
(John Lennon)
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“Qui ho trovato disponibilità e speranza”

“Il mio futuro? Eh…”. Sorride e immagina Salif, 19enne del Ghana. Non ha un risposta alla domanda, ma sa che dovrà costruirla. Lui che ha costruito la sua vita più volte. Nel villaggio di Alavagno era un autista: “guidavo i taxi – precisa iniziando il suo racconto – ed era bello girare per la mia terra, anche se è una terra continuamente colpita dalla violenza. Ma questa volta non c’entra la religione e nemmeno l’etnia.

La terra di Salif è in guerra per un semplice pezzo di terra. Gli abitanti di Alavagno e del vicino villaggio di Nkugna se lo contendono da sempre. Si scontrano da anni per decidere chi dovrà amministrarlo: “Quando avevo due anni quella follia è entrata anche nella mia vita: mio padre rimase ucciso in uno di quegli scontri. A volte ci penso e sono certo che sia tutto inutile”. Da allora è cresciuto con suo zio, ma anche lui fu vittima della guerra per la terra ghanese. Salif, però, va avanti e trova lavoro come autista. Gira in taxi, accompagna la gente, gli piace essere gentili con quelli che salgono a bordo della sua auto.

l 23 marzo 2013, però, la sua vita cambia ancora una volta e questa volta per sempre. Salif è uscito presto di casa per andare a lavorare e poco dopo riceve una telefonata: “era mia mamma, mi diceva di non tornare a casa. La telefono mi spiegava che la situazione era diventata troppo pericolosa”. Inizia così il viaggio di Salif che arriva dapprima in Niger dove per due mesi ha cercato un lavoro, ma senza riuscirci.

La sua vita cosi posta così in Libia: “per due anni ho lavorato in un lavaggio di auto con altri amici del Ghana. Non avevo intenzione di venire in Italia, ma un giorno sono andato al lavoro e i soldati mi arrestarono. Portarono in prigione anche i miei compagni”. Durante la reclusione Salif e i suoi compagni sono costretti a lavorare: ogni giorno vengono portati nei luoghi dove le guardie li osservano mentre eseguono ciò che viene loro ordinato. Una mattina, però, i soldati si distraggono un po’ troppo: Salif e i suoi compagni riescono a fuggire. Tornano velocemente a casa e scoprono che uno dei loro compagni che non era in prigione era stato ucciso. “abbiamo venduto le poche cose che avevamo come il materasso e il televisore e abbiamo deciso di partire. Non avevo mai pensato prima di quel giorno all’Italia”. Il suo barcone arriva in Italia e per Salif inizia ancora un volta una nuova vita: “Qui ho trovato tanti amici sia tra gli ospiti che tra il personale di Costruiamo Insieme: quello che mi piace di più è che non sono uno dei tanti, ma se ho un problema o un’esigenza diventa un’esigenza anche dello staff. È bello trovare questa disponibilità e questa accoglienza, mi offre speranza. Ho anche trovato un lavoro: sono stato assunto da una ditta di pulizia e per adesso va bene. Il mio futuro? Eh…”. Sorride e immagina Salif, ma poi aggiunge: “Per ora non so ancora, per adesso vorrei ottenere solo i documenti. Poi si vedrà”.