«Mille euro al mese…»

Alvaro Vitali, da star degli incassi ad una pensione modesta

Anni 80, guadagnava anche novanta milioni di vecchie lire a film. Poi il declino. «Ringrazio Verdone per avermi chiamato per la sua serie televisiva, “Vita da Carlo”: persona splendida, grande sensibilità». E l’attore-regista: «Non è solo Pierino, è Fellini, una biblioteca di aneddoti, ricordi di un cinema ormai lontano». Nonostante la necessità ha detto no al Grande Fratello: «Grazie, nun me serve…»

 

«Con Alvaro Vitali pronti per girare una scena di un sogno che diventerà un incubo: Alvaro non è solo Pierino, è Fellini!». Non solo. «E’ una cara persona, una biblioteca di aneddoti, ricordi di un cinema ormai lontano». Carlo Verdone, due parole sui social a proposito della presenza di “Pierino” nella quarta serie di “Vita da Carlo” in onda su Paramount+. Ci arriviamo a breve. Prima un passetto indietro. «Posso dire che a Taranto sono di casa, lo stesso nel resto della Puglia, per quanti film ho girato qui con Lino Banfi e Gianfranco D’Angelo: non solo Taranto, ma anche Martina Franca, Alberobello, Locorotondo, Trani…». Nostalgia di quei tempi. «Al cinema c’era spazio per qualsiasi progetto, film seri, importanti, ma anche commedie, quelle con il sottoscritto e quelle con lo stesso Banfi, Verdone, Celentano, Abatantuono, Boldi e De Sica; poi arrivò “Pierino”, una delle maschere del nostro cinema, checché se ne dica, campione d’incassi, me la giocavo con tutte le produzioni importanti: con me i produttori investivano dieci e guadagnavano cento…». Altri tempi. Poi, finalmente, è arrivato Verdone, che ha riposizionato Alvaro Vitali fra i nomi di spicco di una tv che ha soppiantato il cinema di cassetta.

 

 

VERDONE, CORE DE ROMA…

Verdone dimostra una volta di più grande tatto e un cuore altrettanto grande. Non lo dice, mai lo dirà a chiare lettere. Semplice. «Se non avessi avuto un’idea funzionale alla mia serie tv, non lo avrei invitato: non l’ho chiamato per aiutarlo, Alvaro non ha bisogno di Verdone, sa perfettamente quello che vuole e può ancora dare; io gli ho dato questa occasione…». L’idea al centro. Altrimenti l’artista che ha strappato risate a buon mercato negli Anni 70 e 80 al cinema, non avrebbe fatto parte del cast. Per due motivi: la gente se ne accorgerebbe, ma prima del pubblico lo stesso Vitali, che non è personaggio di primo pelo. Il primo, il regista, l’attore, l’autore di se stesso, ha superato brillantemente anche quella critica che lo accusava di stanchezza. Verdone, un intellettuale, viene dal liceo e dall’università, da una famiglia di docenti, il papà Mario, insegnante di Storia e critica del cinema, e direttore del Centro sperimentale di cinematografia a Roma.

Verdone, cuore grande. Durante le riprese di “Troppo forte”, seppe che Mario Brega, caratterista di altri suoi film di successo, c’era rimasto male una volta che aveva saputo che in quel film lui non era nel cast. Così si inventò “Sergio”, boss delle scommesse clandestine. Poche pose, ma significative. C’era di mezzo anche Sergio Leone, che dava spesso un colpo al cerchio e uno alla botte. La storia della pensioncina da milletrecento euro, dopo guadagni milionari ai tempi della lira, insomma, deve aver colpito Carlo. Così ha imbarcato Alvaro.

 

 

«MI SPEZZO MA NON MI PIEGO…»

Vitali è uno scaltro, si spezza ma non si piega. Si mette in gioco. Lo invitano in tv, talvolta cercando di fare ascolti col “dolore” dal quale puntualmente il “Pierino” cinematografico sfugge. Si smarca con stile. Visto che c’è racconta di un Banfi che si sarebbe dileguato. Certo, parla anche di “coppia irresistibile”, ma il Lino nazionale era ormai lanciato nei movie-movie, nelle commedie all’italiana: suoi partner, Dorelli, Celentano, Villaggio, Pozzetto, Abatantuono

Vitali in una intervista rilasciata al Corriere della sera e ripresa da “Open”, giornale online fondato da Enrico Mentana, dice che Carlo Verdone gli ha «ridato ossigeno». Non ha passato un buon periodo, tanto da sentirsi «ignorato dal mondo del cinema e dello spettacolo». Il mitico “Pierino” della commedia all’italiana ha spiegato la sua reazione alla chiamata del regista romano per la quarta stagione di Vita da Carlo su Paramount+. «Una persona meravigliosa – ha spiegato Vitali al Corsera – la sua telefonata è stata una sorpresa: lo ringrazio tantissimo, ci voleva aria nuova per me, lui mi ha ridato ossigeno».

 

 

FELLINI, IL SALTO, LA CADUTA

Il primo Alvaro Vitali aveva preso parte a film diretti da Fellini: Satyricon, I clowns, Roma e Amarcord. Poi il successo popolare e anche economico con la serie su “Pierino” e le commedie sexy. «Ora sono cult: la gente mi ferma per strada per chiedermi di farne altri; altro che le vacanze di Natale, questo è il genere che manca». Ha il dente un po’ avvelenato, ma ci sta tutto.

Vitali guadagnava bene. «Ero solo, i soldi all’epoca avevano un certo valore, se mi piaceva una macchina la compravo: con cinquanta milioni di lire comprai il duetto dell’Alfa». Esame di coscienza. «Oggi mi dico: che stupido, se li tenevo, li avevo ancora: sperperati quasi tutti, poi ho capito e ho cominciato a compare case, cose che restano».

Anni Ottanta, anche novanta milioni di lire per un solo film. Oggi, purtroppo, prende una pensione: «Buona, arrivo a milletrecento, millequattrocento euro, ma francamente per aver fatto qualcosa come centocinquanta film è bassa, le produzioni fregavano sui contribuiti: io facevo un mese di riprese, loro segnavano due settimane». Ma adesso c’è Carlo, la serie televisiva, una sorta di ritorno. Magari il successo lo pone daccapo al centro di altre produzioni fra cinema e tv, chi può dirlo. A Carlo ha detto subito sì; a Signorini, per il Grande Fratello, ha risposto no. «Con tutto il rispetto, lì vanno quelli che vogliono farsi conoscere o farsi i soldi: per ora nun me serve».

Migranti, in Italia altri 5 Cpr

Centri di permanenza per i rimpatri

In una intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica e ripresa dal sito del Governo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi spiega le misure assunte insieme con il premier Giorgia Meloni.Un altro Centro di trattenimento sarebbe invece rivolto ai migranti che arrivano da Paesi sicuri. Tutto ripartirebbe da qui, non più dall’Albania. C’è chi non la pensa allo stesso modo: trasferire gli “irregolari” dall’Italia violerebbe le norme Ue

 

Ci sarebbero cinque nuovi Centri di permanenza per i rimpatri realizzati in Italia (dunque non più Albania) e un altro Centro di trattenimento per i migranti che arrivano da Paesi sicuri. È uno degli annunci rivolto da Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno. Lo conferma in una intervista rilasciata ad Alessandra Ziniti, inviata de la Repubblica e pubblicata anche dal sito del Governo. Il segnale reso dal ministro sarebbe quello riguardante una serie di rimpatri che, appunto, Piantedosi insieme con Giorgia Meloni, presidente del Governo, hanno confermato a questori e prefetti. In buona sostanza, stando a quanto dichiarato, tutto ripartirebbe dall’Italia, non più dall’Albania. O, comunque, in buona parte non più dall’Albania.

«L’indicazione – dice Piantedosi – è che migranti irregolari con precedenti e pericolosi per la sicurezza dei cittadini vanno rimpatriati; in molti casi ricercandoli se già noti agli uffici; questa scelta, che abbiamo dato come vero e proprio obiettivo prioritario, sta dando i suoi frutti: siamo già a un più 35% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno che pure aveva fatto registrare una crescita».

 

 

PER ORA, CINQUE VANNO BENE

Per realizzare il progetto di cui sopra, secondo il ministro, servirebbero altri Centri per il rimpatrio. Cinque, per ora. «Abbiamo individuato nuovi siti – conferma il ministro – dove realizzare Cpr e per due di essi abbiamo già affidato e realizzato gli studi preliminari e contiamo di partire con l’affidamento della realizzazione entro primavera; abbiamo riattivato oltre settecento posti, in precedenza resi inagibili da atti di vandalismo, e siamo prossimi alla riapertura del Cpr di Torino; sul territorio nazionale abbiamo realizzato, inoltre, due strutture di trattenimento per le procedure di frontiera, come quella in Albania, mentre un’altra è in via di progettazione».

A proposito dei Centri in Albania. «Sono pronti ad accogliere altri immigrati – continua Piantedosi – e sono già organizzati per esprimere più funzioni, una parte è già destinata a Cpr; avere rimesso la questione di diritto alla Corte di giustizia europea può solo ritardare la loro entrata in pieno funzionamento, che avverrà al più presto nell’una e nelle altre funzioni; intanto c’è una prima udienza favorevole alle nostre tesi: tesi alle quali hanno aderito molti Paesi e anche la Commissione europea».

 

 

E SE FOSSE UNA VIOLAZIONE?

C’è chi non la pensa allo stesso modo. Secondo un numero del Manifesto pubblicato nel febbraio scorso, Piantedosi eviterebbe volutamente di entrare in argomento, anche se l’altro giorno il ministro avrebbe manifestato sicurezza sulle sue dichiarazioni: «Ma trasferire gli “irregolari” dall’Italia violerebbe le norme Ue; “polivalente”, è questo l’aggettivo che il ministro dell’Interno ha replicato dopo aver parlato di “impianto”».

Fra le ipotesi, scrive ancora il giornale, la più accreditata sarebbe quella che l’esecutivo provi a parcheggiare in Albania persone che si trovano irregolarmente in Italia. Altra ipotesi: trasferire a Shengjin e Gjader solo i naufraghi soccorsi in mare che non chiedono asilo: in Sicilia alcuni casi si registrano, spesso riguardano tunisini. Resterebbero, però, dubbi sulla correttezza della procedura a cui sarebbero sottoposti.

E per finire, torniamo all’intervista della Ziniti, che indica al ministro Piantedosi come moltissime città stanno disegnando zone rosse e proprio qualche giorno fa sono stati forniti i numeri degli allontanamenti, moltissimi dei quali riguardano stranieri. Questa la domanda: mandar via le persone pericolose dai Centri e poi non farsi carico di reali e consistenti percorsi di integrazione in cui investire denaro sia solo buttare la polvere sotto il tappeto?

 

 

«POLVERE SOTTO IL TAPPETO?»

«I percorsi di integrazione sono importanti e ne pratichiamo tanti – la risposta di Piantedosi – ma, come investimento, vanno rivolti a chi realmente dimostra di volersi integrare; per il resto è di prioritario interesse restituire sicurezza, anche nella percezione, ai cittadini che vivono nelle molte zone difficili delle nostre città; l’eccessiva tolleranza – prosegue il ministro – non aiuta la convivenza: i risultati della prima applicazione di queste misure sembrano darci ragione, anche in termini di apprezzamento della gente. Del resto, anche su questo tema si registra a volte una discussione schizofrenica: con gli interventi su Caivano e quelli programmati sulle altre sette aree degradate del paese individuate con il cosiddetto Decreto emergenze abbiamo puntato proprio sui percorsi di riqualificazione e integrazione, oltre che sugli interventi per la sicurezza. Eppure una certa opposizione ci critica lo stesso».

«Come te non c’è nessuno…»

Pane di Altamura, prodotto DOP, Denominazione di origine protetta

Giunge dall’antica tradizione contadina. Le donne impastavano, disponevano le pagnotte su tavole e le portavano nei forni pubblici. All’alba il panettiere, si aggirava per le strade, e urlava l’avvenuta cottura. Contadini e pastori, che lavoravano lontano da casa portavano con sé vere scorte. Oggi con la produzione “industrializzata”, avvalendosi degli stessi ingredienti, rigorosamente pugliesi, produzione e costi sono stati abbattuti. Tutto, tranne il sapore: inconfondibile

 

La Puglia, una regione dalle mille e una risorse. Forse anche di più a ripensarci bene. Qui non esiste solo il sole, il mare, le colline, i trulli, gli stretti, la Valle d’Itria, il Tavoliere, le Tremiti, il Petruzzelli, il Barocco, la Magna Grecia, i Castelli, da centomila visitatori l’anno. Qui c’è la tavola, infinita. Per tutte le stagioni, per chi preferisce la burrata piuttosto che le fave con cicoria, oppure una frisella con un filo d’olio, con altra variante, altrettanto invitante, quel filo d’olio – anche questo rigorosamente pugliese – sottile, fatto scivolare su una bruschetta, che altro non è che una fetta di pane. Meglio se questo è di Altamura, uno dei tanti prodotti da panetteria nella quale la cittadina in provincia di Bari eccelle, non a caso riconosciuto con il marchio DOP, Denominazione di origine protetta. E, non se ne abbiano a male i cugini, se questa se la gioca con il pane di Laterza, che gode di un acronimo altrettanto importante: il PAT, Prodotto agroalimentare tradizionale.

Comunque restiamo sul pezzo, quello del pane di Altamura e quello, altrettanto importante, stilato in questi giorni da Marianna Di Pilla per l’autorevole sito www.paesidelgusto.it . «Se c’è una cosa assolutamente da non perdere durante una visita ad Altamura – scrive – è la sua straordinaria tradizione culinaria; che nel pane DOP riconosce il suo signore e protagonista indiscusso e che, magari, ha contribuito a rendere la cittadina pugliese il regno dei centenari». Centenari. C’è una spiegazione, meglio, un’analisi, sulla quale torneremo a breve.

 

 

SEMOLE E GRANO DURO DELLA MURGIA

Il pane di Altamura, spiegano gli esperti, è ottenuto dall’impiego di semole, rimacinate con varietà di grano duro coltivato nei territori dei comuni della Murgia e cotto negli storici forni a legna. Il riconoscimento nell’elenco di prodotti DOP risale al 2003. Nella sua forma tradizionale, pare fosse impastato in casa dalle donne e portato, da queste, come si sarebbe fatto più avanti con biscotti e dolci, a cuocere in forni pubblici. Qualcuno dirà, ma non subentrava una certa confusione nel cuocere tutto quel pane insieme? Si ricorreva ad un antico sistema, tante volte osservato al cinema o alla tv dove vengono replicati clamorosi western nei quali è protagonista un mandriano che altro non fa che marchiare il suo bestiame per evitare che si confonda o gli venga sottratto. Dunque, come ci spiega in una battuta wikipedia, «per evitare che le pagnotte si confondessero, il fornaio procedeva a marchiarle con le iniziali del proprietario o del capofamiglia, impresse su un timbro di ferro: solo allora procedeva ad infornarle». Un’operazione semplice che si svolgeva sotto gli occhi delle stesse interessate, le donne che una volta visionato il rituale, autorizzavano affinché le pale infornassero il pane appena prodotto.

L’operazione non si svolgeva quotidianamente, in quanto impegnare un forno pubblico si sarebbe rivelato un impegno dispendioso. Infatti, una caratteristica del pane di Altamura, era proprio la durevolezza, indispensabile, ciò per assicurare a contadini e pastori nei brevi periodi trascorsi lontano da casa la massima freschezza del pane. Sempre come spiega wikipedia, «fino alla metà del secolo scorso si udiva per le strade di Altamura il grido del fornaio che all’alba annunciava l’avvenuta cottura del pane».

 

 

CHI MANGIA DOP CAMPA CENT’ANNI

«Nel Sud Italia – documenta invece Marianna Di Pilla – è ancora viva la tradizione della panificazione casalinga; la forma di pane più comune è quella rotonda, di grosse dimensioni alcune delle quali possono superare i 10 kg di peso, come a Ischitella nel Gargano, dove si raggiungono i 12, e a Laterza, dove si sfiorano i 20 kg». La tecnologia attuale ha permesso di ottimizzare tempi e ridurre i costi di produzione del pane. Il grosso del lavoro lo svolge l’impastatrice la farina, cui vengono aggiunti il lievito acido stemperato in acqua tiepida, il sale e il malto. Quando l’impasto è omogeneo si lascia lievitare per alcune ore per riprendere a lavorarlo per formare pagnotte dal peso desiderato e infornare il prodotto desiderato.

Altamura, paese dei centenari, dicevamo. «I dati aggiornati ai primi mesi del 2024 – scrive Di Pilla – dicono che ad Altamura c’è un centenario ogni 3.600 residenti; numero ancora più significativo se si pensa che i residenti di Altamura sono poco più di 70.000; come si spiega la concentrazione di persone che hanno superato il secolo di età? Buona parte del merito potrebbe essere attribuito al clima favorevole di cui Altamura gode tutto l’anno, ma – e non è detto, conclude la cronista – a determinare questo record potrebbe aver concorso anche la qualità e la genuinità dei suoi cibi, primo fra tutti il pane DOP». Quello, appunto, di Altamura.

«Ti aiutiamo noi…»

Pietro Barteselli nominato Ufficiale al merito della Repubblica italiana

Giuseppe Cannavale, malato di tumore aveva segnalato la sua storia al quotidiano La Stampa. Il suo datore di lavoro si è mosso per fare in modo che il giovane apprendista potesse curarsi nonostante i giorni di malattia previsti dal suo contratto fossero superati. «Abbiamo fatto solo il nostro dovere, non credevamo che l’intera vicenda avesse una simile cassa di risonanza», ha dichiarato. Poi Pordenone Today racconta la storia del dipendente che ha «trovato una famiglia»

 

Quando è possibile, dunque il più delle volte, quando possiamo, evitiamo di riportare il cognome di uno dei protagonisti delle nostre storie raccolte ormai a centinaia, ogni settimana. Stavolta facciamo un’eccezione, perché l’imprenditore del quale raccontiamo la storia, la segnalazione per il suo gesto di enorme bontà se la merita tutta: Pietro Barteselli, da giorni Ufficiale al merito della Repubblica italiana.

Pietro, imprenditore dal cuore d’oro, una volta appreso il grave problema di salute di un dipendente della società da lui amministrata, non si è posto nemmeno la domanda: «Dobbiamo tutelarlo», si è detto. Va bene, ma come fare, se la legge italiana nella migliore delle ipotesi prevede una copertura sanitaria il più delle volte insufficiente? Semplice, direbbe qualcuno: «Si copre la differenza e si garantisce allo sfortunato dipendente lo stesso tenore di vita». «Semplice», mica tanto. Quando in ballo ci sono quelli che nei suoi racconti Camilleri chiamava “piccioli”, cioè i soldi, l’affare si complica. Bravi gli italiani a fare i conti con i soldi degli altri.

 

 

PIETRO NON CI PENSA DUE VOLTE…

E, invece, Barteselli non ci ha pensato su due volte. Il dipendente, Giuseppe, che ha anche un cognome, Cannavale, «E’ uno di noi», si sarà detto, così «facciamo il possibile per assisterlo e, soprattutto, non facciamolo sentire solo…». In casi come questi, inutile girarci intorno, il più delle volte oltre al danno di una malattia, c’è anche quello della beffa, cioè che tutti intorno si dileguino. Secondo un principio vecchio come il cucco: quando c’è da divertirsi, c’è confusione; quando, invece, c’è da rimboccarsi le maniche e mostrare con i fatti rispetto e affetto per un familiare, un amico, un conoscente, tutto intorno si crea un vuoto che nemmeno il deserto del Sahara.

Dunque, la storia parte dalle colonne de La Stampa, il quotidiano al quale per primo Giuseppe si rivolge, scrivendo una lettera per segnalare il suo caso. Una storia che a larghi tratti riprende e racconta successivamente Pordenone Today, quotidiano edito in cinquanta edizioni locali, dal Gruppo Citynews. Giuseppe, web designer pordenonese, lo scorso ottobre aveva deciso di raccontare la sua storia. Un momento doloroso, riporta il quotidiano online. Giuseppe scopre di avere il linfoma di Hodgkin e lo racconta. Una storia che colpisce il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che viene a conoscenza anche del gesto spontaneo dell’imprenditore, Pietro Barteselli. Infatti, Barteselli, venuto a conoscenza del dramma che sta attraversando Giuseppe, decide di coprire lo stipendio del dipendente. Ciò per consentire al giovane di curarsi. Mattarella che già in altre circostanze ha dimostrato grande sensibilità, nomina Barteselli Ufficiale al merito della Repubblica Italiana.

 

 

GIUSEPPE, LA CHEMIO, LA RIVELAZIONE

Giuseppe che si era ammalato di cancro durante l’apprendistato, avrebbe dovuto affrontare sei cicli di chemioterapia. Nonostante avesse esaurito tutti i giorni di malattia a disposizione, ha trovato un imprenditore comprensivo e che ha «guardato oltre al mero profitto imprenditoriale», si legge nella motivazione. Così il Capo dello Stato in una cerimonia ufficiale consegna al Quirinale le «onorificenze a quanti si sono distinti per attività volte a favorire il dialogo tra i popoli, contrastare la violenza di genere, per un’imprenditoria etica, per un impegno attivo anche in presenza di disabilità, per l’aiuto alle persone detenute in carcere, per la solidarietà, per la scelta di una vita nel volontariato, per attività in favore dell’inclusione sociale, del diritto alla salute e per atti di eroismo».

«Storie di solidarietà – ha detto il presidente Mattarella – di senso di umanità, di coinvolgimento nel farsi carico delle difficoltà di altre persone; ed è giusto farle conoscere: le persone che sono qui vivono nella normale quotidianità; e questo è il pregio del loro comportamento: vivono questa quotidianità avvertendo i valori del rapporto tra le persone, del senso di comunità, del bisogno di non isolarsi, ma di occuparsi dei problemi generali e delle persone che hanno difficoltà o sono più deboli».

 

 

«TUTTO E’ BENE…»

«Sono estremamente onorato che il presidente della Repubblica – dice Barteselli nella sua intervista concessa i primi di febbraio a Lorenzo Padovan de La Stampa – abbia deciso di portare all’attenzione dei cittadini il nostro approccio come esempio di gestione imprenditoriale che guarda oltre il mero profitto; l’impresa è fatta prima di tutto di persone; oggi credo sia importante testimoniare che fare impresa significa impegnarsi perché l’azienda sia di successo in Italia e nel mondo nel lungo periodo, costruendo quotidianamente solide fondamenta: raggiungere risultati positivi garantisce alle famiglie di chi opera – direttamente e indirettamente – la serenità di un lavoro che viene svolto in un ambiente sicuro e di benessere: la vera forza di un’azienda penso sia la capacità di proteggere la propria comunità».

Trentadue naufraghi, salviamoli

Sea Watch lancia l’appello e invia una nave per soccorrere uomini, donne e bambini

Un uomo sarebbe già deceduto. Partiti su un gommone dalla Libia, si sono ribaltati in mare. Vivi per miracolo, senza acqua e cibo da quattro giorni, si sono messe in salvo su una piattaforma petrolifera che, però, non è attrezzata per prendersene cura. L’intervento tempestivo della Ong, dei politici, l’invito al Ministro

 

Sabato scorso un gommone sul quale viaggiavano migranti in fuga dalla Libia, si è ribaltato: uno di loro è morto, mentre gli altri sono riusciti ad arrampicarsi sulla piattaforma. La denuncia parte dalla Ong Mediterranea. Trentadue migranti vivi per miracolo. Come spiega Sea Watch, i naufraghi si sono arrampicati su una piattaforma petrolifera, in pieno Mediterraneo. Fra questi ci sarebbe anche una vittima, un uomo che nella traversata su una imbarcazione di fortuna non ce l’avrebbe fatta.

Intanto, la stessa Sea Watch ha inviato una nave in soccorso dei naufraghi, da quattro giorni in balia di un tempo inclemente e i morsi della fame. Sul finire della scorsa settimana, nonostante il tempo, uomini, donne e bambini, si sono avventurati su un gommone partito dalla Libia.

L’ennesimo naufragio ha poca ospitalità sui notiziari istituzionali. Il braccio di ferro alla Casa Bianca fra Trump e Zelensky, ha praticamente oscurato qualsiasi altra notizia. Perfino le condizioni critiche di Sua Santità, Papa Francesco, ricoverato al “Gemelli” e che ha trascorso la notte scorsa con l’ossigeno per favorirne la respirazione. A rimediare ad una informazione a singhiozzo, agenzie e siti, sempre puntuali e con aggiornamenti sulle condizioni dei trentadue migranti aggrappati alla speranza e alla piattaforma Miskar: Ansa, Open, Repubblica e altri organi di stampa.

 

 

POCHE ORE FA…

Poche ore fa l’ultimo appello, mentre la nave inviata da Sea Watch, sta solcando il mare per agganciarsi alla piattaforma e soccorrere gente assetata e a digiuno. Hanno bisogno di aiuto. Fino a poche ore fa nessuno si stava occupando di loro, anche perché la piattaforma sulla quale si sono in qualche modo “salvati” non sarebbe attrezzata per prendersene cura.

«Questa mattina, “Aurora”, l’assetto veloce di SeaWatch – ha tempestivamente comunicato la Ong Sea Watch – è partita da Lampedusa alla volta della piattaforma Miskar dove sono bloccate da quattro giorni trentadue persone in fuga dalla Libia: hanno bisogno di aiuto, nessuno – al momento – li sta soccorrendo e la piattaforma non è attrezzata per prendersene cura: a breve arriveremo in zona», il primo appello raccolto dalle agenzie di stampa, fra queste l’Ansa.

Mentre scriviamo, sono trentadue le persone a trovarsi sulla piattaforma. Viaggiavano, si diceva, a bordo di un gommone partito dalla Libia, tra loro vi sono anche donne e bambini. Una persona, purtroppo, sarebbe già deceduta. «Le autorità italiane devono prestare soccorso immediato alle trentadue persone – fa sapere Ong Mediterranea Saving Humans – che, da oltre quattro giorni ormai, in fuga dalla Libia, sono naufragate sulla piattaforma petrolifera Miskar, di proprietà della multinazionale inglese British Gas, che si trova al largo delle coste tunisine, nel Mediterraneo centrale; le persone sono in contatto fin dall’inizio con Alarm Phone che, da giorni, ha informato costantemente le Autorità italiane e maltesi della situazione: le piattaforme sono state anche monitorate domenica e ieri (lunedì, per chi legge) dall’aereo civile Seabird di Sea-Watch».

 

 

E INVITO ALLE AUTORITA’

Mediterranea prosegue nel suo appello alle autorità italiane. Segnala, infatti, che una persona sarebbe già deceduta, mentre altre, in particolare donne e bambini, starebbero molto male. Non hanno acqua, cibo e sono esposte, spiega la Ong, alle intemperie di un mare in burrasca: non si può perdere altro tempo. «Chiediamo – riprende Mediterranea – un intervento immediato di soccorso da parte delle Autorità Europee: la piattaforma si trova a poche decine di miglia da Malta e dall’isola di Lampedusa, mentre i militari tunisini non avrebbero fornito assistenza ai naufraghi». Insomma, vanno soccorse senza perdere altro tempo.

«Richiamo l’attenzione del ministro Piantedosi – ha riportato alla Camera Marco Grimaldi, vicepresidente AVS – non possiamo lasciare sole e senza soccorso persone che da oltre quattro giorni sono naufragate sulla piattaforma petrolifera Miskar, di proprietà della multinazionale inglese British Gas, che si trova al largo delle coste tunisine, nel Mediterraneo centrale: chiediamo che il ministro intervenga al più presto».

Intanto, l’eurodeputato Sandro Ruotolo ha presentato un’interrogazione alla Commissione UE chiedendo quali misure intenda adottare per garantire il salvataggio delle trentadue vittime ed evitare il respingimento in Tunisia.