Giancarlo, confratello al servizio dei migranti

«Essere confratello è stato sicuramente il primo passo verso il servizio al prossimo che oggi è diventata anche una scelta di vita lavorativa».

Giancarlo ha 43 anni e da dieci è confratello del Carmine, il sodalizio che ogni anno organizza la processione dei Misteri il Venerdì Santo rinnovando una tradizione ormai secolare. Anche lui, come tutti i tarantini, in questi giorni vive con trepidazione i giorni del triduo pasquale: rivede i confratelli che scalzi e incappucciati avanzano lentamente con la caratteristica «nazzicata» verso i sepolcri allestiti  nelle chiese, contempla il volto trasfigurato dal dolo dell’Addolorata che nella notte tra giovedì e Venerdì Santo parte dal tempio di San Domenico Maggiore nel cuore della città vecchia alla ricerca di Gesù e, infine, segue passo dopo passo la processione dei Misteri che alle 17 del Venerdì Santo attraversa le strade del borgo e, dopo un’intera notte, rientra al Carmine il Sabato mattina chiudendo i «giorni del perdono» che per una volta l’anno inorgogliscono i tarantini.

«Ho scelto di diventare confratello per adorare la Croce e per dare un senso religioso al volontario verso il prossimo – racconta Giancarlo – e poi è una tradizione della mia città che ognuno di noi dovrebbe portare avanti. La mia non è solo una scelta legata alla Settimana Santa: partecipo alla vita del sodalizio per tutto l’anno e faccio del mio meglio per mettere in pratica gli insegnamenti del Vangelo ispirato dalla figura di Maria. C’è un passo del Vangelo che dice “tutto quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me” e credo che anche questo abbia contribuito a indirizzarmi nella mia scelta di vita».

Giancarlo è uno degli operatori di Costruiamo Insieme che ogni giorno è al servizio dei tanti migranti ospitati nelle stretture: «Le cose sono certamente collegate: Gesù ci ha insegnato a essere vicino ai più bisognosi. Oggi questi ragazzi vivono momenti difficili: sono fuggiti dai loro affetti e siamo pronti a dare loro assistenza. Costruiamo Insieme non è un lavoro qualunque: per me è la possibilità di mettere in pratica ciò che mi insegna il Vangelo. E poi lo faccio con uno staff meraviglioso che lavora sempre con il sorriso».

In queste ore i riti tarantini tornano nelle strade e per Giancarlo è un momento di forte devozione: «per un tarantino è il momento in cui rivedere, a distanza di un anno, i simboli della Passione e quindi ricordare le sofferenze di Gesù. Beh per un confratello è la stessa cosa, ma forse ancora più forte». Nei gironi scorsi alcuni ospiti hanno visitato la chiesa del Carmine e scoperto le tradizioni pasquali della città: «Sono contento – commenta Giancarlo – che abbiano scoperto le nostre tradizioni. Tanti di loro al ritorno dalla visita hanno avuto belle parole per quest’esperienza e soprattutto per il sacrificio dei confratelli. Molti erano catturati dalla «troccola»: alcuni di loro inizialmente non avevano capito il suo significato, ma quando ne hanno scoperto la funzione ne sono rimasti ancora più colpiti. Alcuni degli ospiti che non hanno partecipato alla visita, hanno visto le foto e mi hanno chiesto informazioni: sono stato contento e anche un po’ orgoglioso di poter raccontare questa splendida tradizione della mia città. Spero che qui riescano a trovare la loro strada, che possano costruire un loro percorso di vita».

Ma gli ospiti non sono l’unico pensiero delle sue preghiere: «penso anche a me e ai miei colleghi: pregherò il Signore in questi giorni per darci sempre forza di continuare a offrire loro un servizio che possa aiutarli a sentirsi un po’ a casa. A sentirsi nostri fratelli. Proprio come i perdoni».

QUANDO I GRANDI GIOCANO ALLA GUERRA, I BAMBINI NON GIOCANO PIU’!

Ore 01,42 in Italia: si rompono tutti gli equilibri. Sessanta missili lanciati dagli americani “rispondono” ad Al Assad distruggendo la base militare dalla quale è partito il raid con gas tossici che ha ammazzato donne e bambini in Siria facendo strage fra le poche persone rimaste. 

Ore 15,00 in Italia: a Stoccolma, in Svezia, uno dei Paesi europei che ha accolto il maggior numero di profughi, si registra un altro attacco terroristico. Stessa strategia, ormai nota: un tir piomba sulla gente in un centro commerciale e fa ancora morti e feriti.

 

Ore 15,00 in Italia: una nave militare russa entra nel Mediterraneo e si posiziona di fronte alla nave americana dalla quale sono partiti i missili.

 

Capi di Stato mondiali, quasi stessero governando un condominio, litigano con la differenza che non volano solo parole grosse, a volare sono bombe che non fanno solo rumore ma lasciano a terra cadaveri, persone quasi sempre indifese.

La lite fra Trump e Putin, fino a ieri amici, non lascia lividi sul viso di nessuno dei due.

Certo, le immagini dei bambini intossicati e soffocati dalle bombe chimiche di Al Assad sono un pugno allo stomaco di tutta quella umanità che ancora si reputa civile e si interroga: se la risposta sono le bombe in risposta alle bombe, la diplomazia, la politica o semplicemente il buon senso sono scomparsi?

Si parla di “Linea Rossa” superata da Al Assad come se ammazzare con una pistola o un fucile abbia un valore diverso.

La Siria è il cuore del medio oriente ne quale si sta combattendo una battaglia nella quale tutti sono contro tutti a difesa dei propri particolari interessi. Dimenticata e archiviata la caduta del muro di Berlino (che aveva dato l’illusione che certe dinamiche fossero state consegnate al passato), l’ONU ha perso il suo ruolo pagando il prezzo alle nuove dittature in un mondo diviso, ormai, in quattro zone di influenza: USA, Europa, Russia e Cina.

E, forse, non è un caso se i potenti del mondo giocano a “braccio di ferro” e lo fanno nel pieno della visita ufficiale negli USA del Presidente della Repubblica Cinese: nel bel mezzo di una cena di stato, Trump spinge il bottone per far partire i missili sulla Siria.

Con il problema della Corea sul tavolo è stato come dare uno schiaffo in piena faccia al Presidente cinese lanciando un messaggio preciso su quale sarà la reazione americana di fronte al prossimo esperimento nucleare.

Resta il fatto che spingere un bottone è più facile: pare che per i nuovi “governanti” tenere in mano una penna, parlare al telefono o semplicemente parlare è diventato difficile, faticoso.

Al Assad rimarrà al suo posto una volta che saranno definiti i margini dell’accordo fra USA e Russia sul futuro della Siria e di tutto il Medioriente.

E’ un dittatore fantoccio ma comodo: non è padrone in casa sua!

Con sessanta missili gli americani avrebbero potuto distruggere il Palazzo Presidenziale e ammazzare Al Assad: hanno scelto una base militare per affermare che l’interlocutore non è solo Putin. A decidere del futuro della Siria o, meglio, della sua spartizione deve sedersi anche Trump.

L’ISIS, al di là delle azioni isolate, pare essere diventato un problema marginale.

Si gioca a Risiko!

E quando i grandi giocano, i bambini non giocano più!

In una guerra che non vincerà nessuno

Badjie e il sogno di riabbracciare suo padre.

«Avevo un contratto e un lavoro che mi permetteva di vivere dignitosamente con la mia famiglia, poi la dittatura mi ha costretto a fuggire». Badjie Sedia è vissuto in Gambia. Ha quasi 20 anni e come suo padre ha lavorato fin da piccolo nel campo dell’edilizia. Non un semplice muratore o imbianchino: la professionalità della sua famiglia ha contribuito anche alla realizzazione di opere importanti nella capitale Bajul: «Lavoravamo tanto in Gambia. Avevamo contratti con quattro aziende importanti per la costruzione di centri direzionali e altre opere grandi. La mia famiglia ha lavorato anche alla realizzazione delle opere che oggi si trovano in piazza Tabakorot».

Una vita tranquilla, insomma. Almeno sul lavoro. Eppure nel suo Paese il regime dittatoriale opprimeva la vita del popolo che inizia così a ribellarsi e a scioperare. «A dicembre 2016 ci fuorno una serie di incidenti molto gravi: durante uno sciopero contro la dittatura la polizia ha iniziato a sparare sui manifestanti. Chiedevano la nascita della democrazia, non c’era violenza eppure alla fine degli scontri diversi manifestanti sono rimasti uccisi».

Badjie sa che la polizia sta cercando anche lui che era tra i manifestanti. Per tre giorni ha cercato di nascondersi e poi ha capito che per salvarsi doveva fuggire. «Sono stato prima in Mauritania e ho provato a lavorare. Poi è iniziato l’avvicinamento all’Italia attraverso in Niger e la Libia. Sono stato tre mesi a Saba tre e due mesi a Tripoli. In ogni posto in cui sono stato ho sempre trovato lavoro, ma la Libia è un posto pericoloso e così con altri 130 compagni mi sono imbarcato per scappare e raggiungere l’Italia».

Dal 6 dicembre scorso è ospite a Costruiamo Insieme dove sta seguendo le lezioni di italiano: « Mi trovo bene con la gente che lavora qui. Mi accorgo davvero che si prendono cura degli ospiti. La lingua italiana non è semplice – sorride Badjie – ma so che è fondamentale e io  voglio impararla. Voglio farlo perché ho bisogno di trovare un lavoro: solo così potrò portare qui mia moglie e i miei tre splendidi figli».

Il racconto di Badje poi torna alla sua vita in Gambia: il lavoro, la politica e gli hobby. «Tante cose mi mancano: andavo spesso in palestra. Quando mi allenavo il mio corpo era libero. E anche io mi sentivo libero. Ora voglio ricominciare per raggiungere i miei sogni. Il più importante? Sono tanti e tutti importanti, ma se ora dovessi sceglierne uno direi che vorrei rivedere mio padre: è anziano e sogno di riabbracciarlo prima che sia troppo tardi».

Ancora bombe, ancora stragi: San Pietroburgo.

Altra bomba, altri morti, altri feriti. Ancora nessuna rivendicazione.

Questa volta è toccato a San Pietroburgo, in un tunnel della metropolitana, raccogliere il sangue di innocenti. Un pacco o una valigetta carica di tritolo e chiodi ha dilaniato un vagone uccidendo dieci persone e ferendone cinquanta. La pista è, come sempre, quella terroristica anche se questa volta viene esclusa la pista del kamikaze votato a qualche martirio: solo un pacco lasciato sotto un sedile per uccidere.

Un’altra bomba, posizionata in un’altra stazione della metropolitana (nel frattempo evacuata), è rimasta inesplosa e disinnescata dalla polizia. Ordigni artigianali, ma con un grande potenziale omicida soprattutto se posizionati dove non c’è via di fuga. Una strategia vigliacca per fare più male possibile fra la gente comune. Un modo, diventato ormai di moda, per dire “io ci sono!”. Putin era a San Pietroburgo, la città in cui è nato, dove aveva in programma un incontro con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. E tante cose non succedono per caso. Soprattutto in un Paese come la Russia da anni votata alla repressione del dissenso da qualsiasi parte arrivi. Aleksey Navalny, blogger russo, è stato arrestato nel pomeriggio del 26 marzo, a Mosca in piazza Triumfalnaya. L’accusa è quella di aver manifestato contro la corruzione di Stato. Con lui sono stati fermati o arrestati, solo nella capitale russa, oltre 1000 manifestanti. 130 sono stati gli arresti a San Pietroburgo e centinaia quelli eseguiti in altre città. È stata la più grande manifestazione nel paese da 5 anni a questa parte. Nel 2012 la classe media scese in piazza contro il Cremlino per presunte frodi nel voto alla Duma. Ma lo scenario è completamente cambiato – dopo Crimea, Siria, e Trump. La crisi economica si trascina da tre anni. E stavolta anche se non mancano gli slogan politici anti-Putin, al centro della protesta c’è il disagio sociale che cresce. E il bersaglio è il premier col suo governo, poco amati per i drastici tagli al welfare.

Certo, il ruolo della Russia in Siria non è secondario, ma pare che Putin debba preoccuparsi più del fronte interno anche se, una buona manipolazione mediatica, in un Paese che pone censure all’informazione, forse tenterà di spostare l’attenzione sul “nemico” esterno, magari islamizzando una bomba confezionata in casa e utilizzando il solito piatto servito dal Califfato, pronto ad arruolare ex post i propri martiri pur di stare sulla scena, oppure partirà con una seria e severa campagna di criminalizzazione di chi pacificamente contesta il sistema corruttivo che governa il Paese.

Comunque sia, oggi sono rimasti dilaniati dieci corpi di persone innocenti che hanno perso la vita in un vagone della metropolitana.

Qualcosa di bello che vale la pena raccontare

In una Italia che ogni giorno si sveglia o va a dormire all’ombra di sempre più frequenti episodi di efferata violenza, di questa settimana trascorsa è bello porre l’attenzione e soffermarsi su alcuni eventi.

 

A Firenze, nel corso del G7 della Cultura, è stata sottoscritta la Dichiarazione di Firenze per la tutela dei beni culturali in qualsiasi parte del mondo siano messi in pericolo per questioni legate a calamità naturali o al terrorismo sostanziando l’idea della cultura come strumento di dialogo e rinascita dello spirito europeo. I ministri dei sette Paesi hanno sottoscritto anche un “appello a tutti gli Stati affinché adottino misure robuste ed efficaci per contrastare il saccheggio e il traffico di beni culturali dal loro luogo di origine, in particolare dai Paesi in situazione di conflitto o di lotte intestine”. Per far si che tutto non rimanga solo sulla carta e nelle buone intenzioni, durante il vertice si è parlato del coinvolgimento dei caschi blu, la task force internazionale da mettere in campo a difesa dell’arte e dei monumenti minacciati dall’uomo e dalla natura.

Il documento finale – ha spiegato il Ministro Franceschini – impegna su una serie di temi, il primo dei quali è il patrimonio culturale nel mondo minacciato dal terrorismo e dalle grandi calamità naturali; quindi c’è il sostegno all’iniziativa dei caschi blu, delle task force nazionali e anche sull’utilizzo della cultura come strumento di dialogo fra i popoli“.

 

Sempre in settimana, il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva la Legge a tutela dei minori stranieri non accompagnati. L’Italia è il primo Paese in Europa ad adottare uno strumento legislativo che sancisce il divieto di respingimento e l’uguaglianza di diritti fra minori italiani e non garantendo il libero accesso a tutti i servizi. I minori stranieri non accompagnati, così, escono finalmente dal grande magma che circonda la gestione amministrativa delle migrazioni conferendo le competenze ai Tribunali dei Minori e rafforzando quelle dei Servizi Sociali territoriali.

Al raggiungimento della maggiore età, il Permesso di Soggiorno sarà convertito automaticamente premiando chi ha intrapreso percorsi di formazione ed integrazione. Anche se tardi, arriva una svolta di civiltà che, malgrado tutto, non ha trovato un consenso unanime fra le forze politiche.

Oumoh, la bambina ivoriana di quattro anni sbarcata a Lampedusa a novembre, una delle migliaia di minori non accompagnati che sbarcano in Italia (lo scorso anno sono stati 26.000 circa, settemila dei quali non si ha più traccia) ha riabbracciato la mamma giunta in aereo da Tunisi. Camara Zeinabou, 31 anni, scappata dalla Costa d’Avorio, aveva messo sua figlia su un gommone per sottrarla al brutale rito dell’infibulazione. In una saletta dell’aereoporto di Palermo, con in braccio la sua bimba, mostra sul telefonino tutti i messaggi di morte e di minacce che gli sono arrivati dal marito e dai familiari dopo la sua fuga. Le sue poche parole all’arrivo sono state “Grazie a tutti, grazie Italia. Avrei fatto qualsiasi cosa per ritrovare la mia bambina. E’ un miracolo.” E racconta “Sono fuggita appena ho potuto per salvare mia figlia. Dopo aver raggiunto con lei la Tunisia l’ho affidata ad una amica di mia sorella e sono tornata indietro a prendere soldi e documenti, ma quando sono tornata a Tunisi e non ho più trovato mia figlia mi è caduto il mondo addosso. Si era imbarcata per l’Italia con quella donna. Non sapevo che fine avesse fatto. Speravo che fosse viva. Allora anch’io ho cercato il primo gommone in partenza per l’Italia e sono partita. La barca si è rotta subito e io, che non so nuotare, pregavo: Dio non farmi morire! Devo andare da Oumoh! Per fortuna sono riuscita a scendere sulla spiaggia e a tornare indietro. E quando alcuni giorni dopo mi è arrivata la telefonata dall’Italia che mi diceva che mia figlia era viva non riuscivo a crederci. Per quattro mesi ho aspettato che mi rilasciassero il passaporto e parlavo via Skipe con mia figlia e la rassicuravo: “Aspettami, mamma sta venendo!” ma il documento non arrivava mai e io ero pronta a rimettermi nelle mani dei trafficanti. Ma ce l’abbiamo fatta e ora voglio solo ricominciare con lei”.