Madonna, meglio la Puglia

La popstar visita l’Italia, pensa al Salento

Un gestore romano. «Hanno ordinato Coca-Cola, aranciate, caffè e cappuccini freddi…». Con tutto il rispetto per la capitale, ma anche gli altri luoghi visitati, qui la grande artista ha solo avuto l’imbarazzo della scelta: riso, patate e cozze, orecchiette con le cime di rapa, cozze arraganate. E vino Primitivo, friselle con olio e pomodoro, focaccia barese, taralli, puccia pugliese, panzerotti al forno. Roba da diventare matti

 

Madonna stavolta non è apparsa in Puglia, ma ha consegnato ai suoi amici ed ai più stretti collaboratori, un messaggio consolante per tutti noi che amiamo questa stella di prima grandezza nel firmamento della canzone e del cinema. Per farla breve, in questi giorni pare si sia lasciata sfuggire, e nemmeno una sola volta, che la Puglia e il Salento occupano (e occuperanno) per sempre un posto privilegiato nel suo cuore.

«Amo questo angolo d’Italia», ebbe a dire l’artista statunitense di origini italiane, in più di un’occasione. Non appena i suoi impegni lo permettevano, ecco che Madonna Louise Veronica Ciccone, si fiondava in Puglia. Ufficialmente per tre volte, e per tre volte per festeggiare il suo compleanno.

Non lasciatevi ingannare dalla sintesi in tre righe. Pensate a una popstar, una donna piena di attività artistiche da qui ai prossimi dieci anni, non solo come produttrice, autrice, cantante, promoter di se stessa e dei brand a lei legati. Fatto? Bene, ora pensate alla sua personale agenda, zeppa di numeri telefonici, un interminabile numero di inviti, amici illustri e date su date. Bene, Madonna, mesi e mesi prima del suo compleanno, prende questa sua famigerata agenda – questa non un’altra – e va a trovare “16 agosto”, anniversario della sua nascita e lo cerchia in rosso. Non per un solo giorno, ma per diversi giorni, prima e dopo il suo compleanno. Una volta in Italia, è il caso di rilassarsi, festeggiare sì, ma anche godersi un sano relax, fra il proverbiale ritiro di Borgo Egnazia, a Savelletri di Fasano (Brindisi) e il circondario, fatto di barocco e vicoli, di gente appassionata e rispettosa.

 

 

MA IL SALENTO E’ NEL CUORE

Stavolta, però, Salento nel cuore, ha ceduto a pressioni, legittime – l’Italia è bella tutta, sette vite per visitarla non sarebbero sufficienti – e il 16 agosto è andato a festeggiarlo a Pompei. Con la discrezione che, però ammanta una popstar, qualcosa come una “coda” di otto van, una sorta di bus blindati, tanto che la gente non ha un solo indizio per comprendere dove la loro beniamina viaggi.  Dunque, Pompei. Madonna è arrivata la sera del 16 intorno alle 22,30 al Parco archeologico di Pompei. Qui era attesa per una visita privata agli scavi. All’ingresso, si diceva, otto van: una trentina di persone, fra queste il fidanzato Akeem Morris, le due figlie Ester e Stella e gli amici più cari.

Delusi i fan che hanno atteso per ore. La popstar non si è fermata – un percorso netto forse suggerito per motivi prudenziali dalle stesse forze dell’ordine – per dirigersi all’interno degli scavi archeologici, dove avrebbe visitato zone selezionate: il Quartiere dei teatri, la Casa del Menandro e la Casa dei Ceii.

Non solo Pompei, anche Roma. «Tutto mi aspettavo tranne che di vedere Madonna – ha raccontato all’AdnKronos Roberto Vanzo, titolare del Bibo, storico bar e ristorante di Piazza Santi Apostoli – certo, siamo abituati a vedere le forze dell’ordine che passano in massa davanti al nostro locale, tanto che pensavamo a una manifestazione, invece sono arrivati macchinoni e i primi assistenti di Madonna, che abbiamo accolto nel nostro dehors. Poi, è arrivata lei». Da non crederci.

 

 

PREFERISCO IL PRIMITIVO…

La regina del pop ha passato oltre un’ora in compagnia del suo staff. Nessun menù. «Solo da bere, e pochissimo alcol: Coca-Cola, aranciate, caffè e cappuccini freddi, qualche bottiglia d’acqua e molti frullati di frutta: sono fissati con questi milk shake e poi giusto qualche Spritz, null’altro».

«Foto-ricordo – conclude il titolare del Bibo, con una battuta che farà morire d’invidia lo stuolo di fan all’esterno del locale – ne abbiamo fatte una trentina: una giornata meravigliosa, una novità e un regalo con i fiocchi per un locale che compie sessant’anni…». Certo, qui, in Puglia, sarebbe stata un’altra cosa, ma va bene così, purché quel cordone ombelicale che lega la Ciccone alla “sua” Italia, continui ad esistere. Come continuerà ad esistere il suo legame con la Puglia e il Salento. Qui, i menù fanno a cazzotti. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Riso, patate e cozze, orecchiette con le cime di rapa, cozze arraganate. E, ancora, vino Primitivo, friselle con olio e pomodoro, focaccia barese, taralli, puccia pugliese, panzerotti al forno. C’è da diventare matti. E questo, Madonna lo sa.

L’estate sta finendo…

Vistoso calo dei profitti, specie nella categoria “balneari”

Il sindacato di categoria lancia un appello. Ma i privati non possono far fonte da soli ad inflazione e pressione fiscale. Occorre ripartire non appena questa stagione arida di soddisfazioni sarà finita. Si calcola una perdita di circa quaranta milioni di euro nella sola Puglia

 

Calo di presenze di turisti a luglio e agosto. Soprattutto al Sud, con particolare riferimento alle località balneari. Mancano dati ufficiali sulla stagione turistica in corso, ma è certo che dopo il boom dello scorso anno l’ “industria delle vacanze” ha cominciato a fornire i primi segnali preoccupanti. Si parla addirittura, in Puglia, di una perdita secca di quaranta milioni di euro. Staremo a vedere a fine stagione.

Insomma, detto di alcuni exploit, come la promozione del G7, le successive vacanze della premier Giorgia Meloni in Salento, quella attuale – a meno di impennate dell’ultima ora, ma questo accade solo nelle favole – questa è un’estate da dimenticare. In Puglia i primi riscontri su quella che è la tanto attesa stagione balneare dicono che quanto riportiamo pareva scritto fin dal mese di giugno, vale a dire presenze in spiaggia in caduta libera.

 

 

SINDACATO BALNEARI, «SOFFRIAMO!»

Ci sono anche cifre, quelle già manifestate dal SIB, il Sindacato italiano balneari che quantifica la flessione con una forbice che oscilla dal 20% al 30% rispetto allo scorso anno. Praticamente una perdita, si diceva, pari a circa 40 milioni di euro. Numeri che mettono in allarme quanti operano nel settore e che insistono sulla necessità della liberalizzazione delle concessioni che avrebbe provocato danno a tutto il settore. Alla luce della proiezione di queste cifre, appare evidente che l’ipotesi di un recupero in coda all’estate sia pura teoria. Dopo un successo clamoroso, seppure meritato degli ultimi anni, oggi la Puglia è  piegata su se stessa.

«Noi siamo le antenne dell’economia italiana – dichiara il presidente nazionale SIB, Antonio Capacchione – è la nostra categoria a percepire ogni minima flessione della capacità di spesa delle famiglie e le cause che stanno alla base del fenomeno; proprio le famiglie della classe media sono le grandi assenti nei lidi, vale a dire la parte di quella clientela che ci forniva maggiori certezze; pertanto, mancando l’elemento che negli anni ha dato sicurezza e solidità alle nostre aziende, ecco che abbiamo registrato il complicarsi delle cose che ci consentivano risultati sempre più incoraggianti dopo la sciagura della pandemia».

 

 

INFLAZIONE E PRESSIONE FISCALE…

Inflazione e incremento della pressione fiscale, le maggiori cause che hanno tenuto lontane le famiglie dai lidi. Con l’inflazione sono aumentati i prezzi dei prodotti, dal cibo all’energia elettrica, ai carburanti, ma anche dei servizi.

Sul calo del turismo in Puglia, è intervenuta l’ex ambasciatrice della Puglia, Nancy Dell’Olio, che in una intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno ha dichiarato che «lusso non significa solo alzare i prezzi, ma offrire qualità»

«Il calo d’affluenza – ha ripreso la Dell’Olio – nei lidi pugliesi è riconducibile alla denuncia dei balneari; anche le strutture ricettive hanno subito una flessione – tanto che sposa la tesi del presidente SIB – perché il potere d’acquisto delle famiglie italiane è sceso: le performance negative, tra fine luglio e agosto – prosegue l’ex ambasciatrice della Puglia – hanno interessato anche il segmento lusso, così la mancata programmazione della politica regionale si riversa sulla tenuta del settore tanto da manifestare segnali di una bolla a rischio esplosione: senza manager competenti il brand-Puglia finisce per distruggersi».

 

 

L’ESTATE STA FINENDO…

Ma a meno di un miracolo, la Puglia difficilmente ripianerà seppure parzialmente le cifre che raccontano un’estate all’insegna dell’austerità. Programmazione, questa dovrà essere la parola d’ordine dalla quale i nostri manager e i nostri politici dovranno ripartire. Non possono farsi carico del brand solo i privati. C’è chi ha compiuto fior di investimenti nella promozione di alberghi e masserie, per giunta di altissimo profilo, senza avere quegli strumenti di richiamo a fare da contorno. La Puglia non è solo “sole, mare e sabbia”. E’ anche entroterra, masserie appunto, trulli, verde, gastronomia. Ecco da dove ripartire non appena questa stagione avrà fatto scorrere i titoli di coda ad un’estate che prometteva, ma che non ha…mantenuto.

«Papà, ridendo e scherzando»

Silvia Scola, martedì sera allo Yachting di San Vito ha ricordato l’immenso papà Ettore

Uno dei più grandi registi italiani raccontato dalla figlia in un’altra serata sold-out all’interno della rassegna “L’Angolo della conversazione”. E’ l’occasione per parlare di film come “C’eravamo tanto amati”, “Brutti, sporchi e cattivi”, “Una giornata particolare”, “La terrazza”, “La famiglia”, fino al suo ultimo suo film in ricordo del suo amico Fellini: “Che strano chiamarsi Federico”. Aneddoti a non finire, ripresi dal libro “Chiamiamo il babbo”

 

Ettore Scola, uno dei più grandi registi italiani di tuti i tempi. La sua storia di autore comincia a soli quindici anni. Con la famiglia si trasferisce dalla minuscola Trevico, provincia di  Avellino, all’infinita Roma. Ha le idee chiare, si presenta al Marc’Aurelio, bisettimanale che ad ogni pubblicazione vende qualcosa come mezzo milione di copie. Scrive, disegna, inventa, conia una battuta dietro l’altra, piace subito a personaggi come Flaiano e Fellini, principi di quella redazione che non fa sconti a nessuno, nemmeno al fascismo, benché al tramonto.

Dal Marc’Aurelio nascono gli sceneggiatori, i registi, che racconteranno l’Italia del Dopoguerra, anche se i primi riferimenti di un attento Ettore, saranno Rossellini e De Sica. Fra i maggiori registi italiani, ha diretto, fra gli altri, film come “C’eravamo tanto amati” (1974), “Brutti, sporchi e cattivi” (1976), “Una giornata particolare” (1977), “La terrazza” (1980), “La famiglia” (1987) e “Che ora è” (1989). Se “C’eravamo tanto amati” è dedicato alla memoria di De Sica, l’ultimo suo film è un ricordo su Fellini, “Che strano chiamarsi Federico”.

 

 

MEGLIO RIDERCI SOPRA

Per restare nell’area-tributi, bene hanno fatto Paola e Silvia Scola, figlie del grande regista e sceneggiatore, a dedicargli il film “Ridendo e scherzando”. Scola, restio alle interviste, per una volta si presta allo sguardo delle figlie Paola e Silvia, con clip dai film e filmati inediti, e con Pierfrancesco Diliberto (per tutti Pif) a fare da intervistatore. Ed è proprio di “Ridendo e scherzando” che si è parlato martedì 20 agosto allo Yachting Club di San Vito nell’“Angolo della conversazione”, rassegna giunta alla ventesima edizione e a cura di Gianluca Piotti e Daniela Musolino.

Come per l’imbarazzato Pif, nel trovarsi di fronte a buona parte della storia del cinema dai Quaranta in poi, anche il modesto cronista al cospetto della figlia Silvia, si fa assalire da una giustificabile emozione. Cosa chiederle, su cosa soffermarci, su cosa sorvolare. La risposta è alla Scola. «Se proprio dobbiamo fare conversazione, andiamo a braccio, ma niente domande, meglio improvvisare». In realtà, Silvia, come la sorella Paola, purtroppo assente, dispone di una infinita serie di aneddoti che solo la metà della metà basterebbe a mettere a tacere chiunque abbia ambizioni di battutaro.

C’è anche un testo che ci accompagna nella chiacchierata, “Chiamiamo il babbo”, libro dedicato al papà. Pieno di battute che circolavano per caso.

 

 

«CHIAMIAMO IL BABBO, E’ MEGLIO…»

«”Chiamiamo il babbo”, è una battuta di uno straordinario Totò, per il quale papà ha scritto numerosi dialoghi, firmati e non, ma questo ai tempi di quello che “Ettore” chiamava il periodo dello schiavetto, della gavetta: bisognava farlo, era la chiave d’ingresso in un mondo nel quale fu subito accettato, solo che, giovanissimo, doveva farsi le ossa: e così fu. Chiamiamo il babbo, è l’invocazione del Principe quando nel film si trova davanti al giovane e inesperto dentista che temporaneamente fa le veci di suo padre: da qui, “Chiamiamo il babbo”, come a dire forse sarebbe meglio chiamare uno del mestiere; altra battuta, me ne avrei mille, “Insieme alle valigie”: vi dice niente “Totò a colori”, l’onorevole Trombetta, quando Totò lancia dal finestrino ogni cosa appartenga al deputato, perfino la valigia? Bene, quando Trombetta gli passa anche le scarpe, che fanno la stessa fine del bagaglio, e chiede all’occasionale compagno di viaggio dove le abbia poste, Totò risponde “Insieme alle valigie!”. A casa, quando dovevamo disfarci di qualcosa, non ci interrogavamo nemmeno: questa va insieme alle valigie!».

A proposito del libro “Chiamiamo il babbo”, ma in particolare del film-tributo “Ridendo e scherzando”. «Essendo nostro padre – dicono Silvia e Paola – noi figlie abbiamo avuto la possibilità di rappresentarlo anche come uomo e come persona, raccontandolo nel suo privato, con un occhio di riguardo; nel titolo, quello che io e mia sorella Paola abbiamo sempre riscontrato nel cinema di nostro padre, che “ridendo e scherzando” ha affrontato tematiche severe, drammatiche, situazioni sociali critiche; pensiamo, infatti, che ridendo e scherzando si possa essere molto più seri. Così, senza essere seriosi e con la sua stessa cifra stilistica, abbiamo realizzato questo ritratto, pensandolo come un documentario da ridere: leggero».

«Trullo, magico rifugio»

Lucia Silvestri, creative director di “Bulgari”

Ci sono voluti cinque anni, un giro fra le campagne di Alberobello. Scovata la costruzione, decadente, l’intervento per restituire il manufatto a nuova vita e goderselo. «La sera qui è magico, m piace prendere un aperitivo nel cortile e guardare il cielo pieno di stelle…», ha confessato al periodico Bazaar

 

E anche il trullo ha la sua griffe. Con il massimo rispetto su quelle che sono le regole da rispettare e non possono derogare a piacimento. Ci pensa una griffe importante, il braccio creativo di “Bulgari”, Lucia Silvestri, a dare al trullo quello che è del trullo: una struttura povera, pensata ai suoi primordi come il deposito degli attrezzi da lavoro di contadini e agricoltori. Sia che lavorassero la propria, sia che lavorassero la terra altrui. Per poi diventare abitazioni, da monolocale a costruzioni di tre, quattro trulli insieme. La storia è lunga, meglio tenerci sulla notizia, scovata e rilanciata dalla rivista Bazaar, anche questa una griffe, sicuramente una delle più importanti in circolazione, in Italia e all’estero.

Ma il passo indietro, prima di parlare (scrivere, è meglio…) del trullo con tanto di griffe, è comunque necessario. Dunque. Fave e cicoria, frisella olio e pomodoro. Sono solo alcune delle soluzioni veloci e da qualche tempo anche costose, nonostante gli ingredienti, buonissimi non diciamo di no, non giustifichino prezzi esagerati.

Partiamo da una soluzione, più che una cucina balisare, basica direbbero quelli aggiornati e fagocitati da internet, per introdurvi a un ragionamento molto semplice: quanto piace ormai a chiunque la Puglia?

 

 

PASSO INDIETRO

Facessimo un passo indietro, fino ad arrivare ai primi innamoramenti della nostra Penisola – ci riferiamo al Tacco d’Italia – ci accorgeremmo che il fenomeno ci è letteralmente scoppiato fra le mani, senza che avessimo il tempo di accorgercene.

Bene, qualcuno se n’è accorto, voleva investire e cementificare ovunque, senza problemi e, una volta stoppato, ha avuto il barbaro coraggio di darci dell’“ignoranti”, solo perché difendevamo la natura, il numero chiuso di turisti sui quali la nostra economia si era sempre mantenuta.

La creative director di Bulgari, Lucia Silvestri – scriveva giorni fa Bazaar – trascorre molto tempo alla ricerca di gemme eccezionali; quando lo fa, non si concentra solo sul colore e sul taglio di un gioiello ma cerca anche vibrazioni positive. «Cerco pietre che mi parlino», dice la Silvestri, quando tiene in mano una gemma speciale. Perchè riesce a percepirne l’energia e, quando sei anni fa ha visitato per la prima volta la Puglia – aggiunge sempre Bazaar – ha sperimentato immediatamente le stesse sensazioni positive. «Quando sono arrivata in Puglia – dice – ho sentito un forte legame: mi sono subito rilassata e sentita a casa». Parole sue.

 

AMORE A PRIMA VISTA

E’ stato dopo uno dei suoi viaggi, stavolta a Sud della capitale, dove ha casa Lucia Silvestri, a spingere prima la sua curiosità, poi a lasciarsi andare ad un fascino così contagioso: quello per la Puglia, appunto, e per quanto la circonda e ha fatto diventare questa terra proverbiale: a cominciare dai trulli. «Sarebbe bello metterci mano – abbiamo pensato noi provando per un momento a sostituirci alla creative director – sempre nel rispetto della salvaguardia di queste opere secolari».

E’ qui che la donna ha conosciuto la vita in una di queste storiche case in pietra calcarea sormontate da un tetto conico, tipiche della Puglia e che sembrano uscite da una fiaba. Pensateci, sembra davvero che i trulli siano sbucati da una favola. Il resto lo ha fatto Alberobello, patrimonio mondiale dell’Unesco. E’ di tutto questo che l’elemento di punta di “Bulgari” è rimasto affascinato, per mettersi successivamente (e personalmente) alla ricerca di un trullo perché questo diventasse finalmente tutto suo.

 

 

«ECCOLO, E’ MIO!»

Infine, eccolo finalmente: costruito nel 1600, il fatiscente trullo in pietra era fatiscente. Era, insomma, in uno stato non troppo incoraggiante, tanto da rendere complicato il restauro. I trulli, infatti, spiegavamo, sono protetti da regole severe imposte dal governo, ma la casa – finalmente – è stata completata dopo una ristrutturazione durata cinque anni.

Cinque anni, alla fine dei quali Lucia Silvestri ha finalmente tirato un sospiro di soddisfazione. «La sera qui è magico, m piace prendere un aperitivo nel cortile e guardare il cielo pieno di stelle e le luci della valle sottostante: qui dormo molto bene, nessun rumore, solo qualche cinguettio di uccelli». «Non potete immaginare quanto ci sia da scoprire in questa regione», confessa a Bazaar. Confessa alcuni dei suoi luoghi preferiti per il fine settimana: Martina Franca, per la sua architettura barocca; Ostuni, conosciuta come la Città Bianca, per il suo meraviglioso mercato dell’antiquariato; i chilometri di spiagge di sabbia bianca della Puglia. Benvenuta a casa.

«Ferragosto a lavoro, ma finché pagano…» 

Supermercati aperti anche il 15 di agosto, i dipendenti accettano

«Non è il caso di formalizzarsi, è così: una volta fatta l’abitudine, sorvoli», dice Antonio. Un tempo la chiusura era sacrosanta, ma dopo il decreto Monti, tutto è cambiato. Accade solo in Italia. «Non ne faccio un dramma, mi sono organizzato con la famiglia e i piccoli, andremo lo stesso al mare, nel pomeriggio: recupererò un po’ di sonno all’ombra…»

 

«Fin quando pagano, va bene anche così». Antonio il suo Ferragosto lo trascorre fra scaffali e la cassa, alla chiusura, perché il flusso della clientela non cala e c’è bisogno di una grossa mano. «Ci tocca, egregio signore», aggiunge l’ex giovanotto che svolge il doppio incarico all’interno di uno dei supermercati aperti anche il 15 di agosto.

Ieri, infatti, giornata di Ferragosto. Chi va al mare, chi in collina. Comunque lontano dalla città. Relax sacrosanto, per chi può permetterselo. C’è poi un risvolto, quello di chi resta in città: per libera scelta; perché non ama la confusione da spiaggia; chi non può permettersi un sano recupero delle energie mentali e fisiche; chi, invece, come Antonio, il Ferragosto, giorno dell’Assunzione (lo scriviamo per i cattolici…), invece resta in città, e non certamente per libera scelta, ma per motivi di lavoro.

«Non mi lamento, sono ancora giovane, ho messo su famiglia e mi tocca stare qui, a fare due conti “dietro” la cassa, perché mi spetta: ma, dicevo, fino a quando hanno rispetto di te e ti riconoscono il dovuto, quello contemplato per i lavoratori, va benissimo: per rilassarci, io e la mia famiglia insieme, c’è tempo».

 

 

ANTONIO E GLI ALTRI…

Antonio, nome di pura fantasia a tutela della privacy del lavoratore e per eventuali ritorsioni della sua azienda per aver rilasciato un paio di battute sul posto di lavoro. Non dice nulla di male, Antonio, è evidente. Anzi, difende la società per la quale lavora, puntuale nel riconoscergli quanto dovuto per l’attività in un giorno di festa. Ma di questi tempi, se pensiamo che aziende hanno licenziato dipendenti solo per aver postato dichiarazioni (a favore dell’attività per cui lavoravano!), meglio andarci piano.

Così, Antonio, alto, slanciato, il sorriso sempre pronto, come la battuta per ciascun cliente che si appresta a pagare gli acquisti (in buona parte generei alimentari, bibite, gelati), insieme al suo collega, distante un paio di metri e impegnato su un’altra cassa, si lascia andare a brevi, ma significative considerazioni. «In piedi da stamattina alle sette – dice ancora – ancora un paio d’ore e poi, alle 14.00, stacco e torno a casa, sarà mia moglie, alla fine a decidere, se andare a mare con i due piccoli, oppure restare a casa: penso propenderà per la spiaggia; condivido, la gente a quell’ora torna a casa, lascia la spiaggia libera e noi piantiamo l’ombrellone e stiamo fino a sera: io, non nascondo, mi farò una mezz’oretta all’ambra, nel senso che se mi si chiuderanno gli occhi asseconderò la stanchezza…».

Antonio, come il collega, altrettanto eloquente, altrettanto soddisfatto del trattamento economico, è bene sottolinearlo, appartiene a quelle decine di migliaia di lavoratori impegnati nella grande distribuzione che hanno lavorato a Ferragosto.

 

 

QUANTI SUPERMERCATI APERTI!

Sono, infatti, numerose le catene di supermercati, che hanno deciso di restare aperte per la festa agostana e consentire così alla affezionata clientela rimasta per mille motivi in città, gli acquisti dell’ultimo momento.  Ciò, badate bene, non accade solo nelle località turistiche, dove la presenza di turisti in questo periodo rendono necessaria l’apertura degli esercizi commerciali, ma anche in città, nelle periferie, dove si serve la clientela del circondario, delle vicine cittadine.

Le aziende cui sono riconducibili i supermercati hanno deciso così, perché in Italia, al contrario di quanto accade negli altri Paesi europei, la legge non prevede alcun limite alle aperture delle attività commerciali.

Proprio così. Si può lavorare tutto l’anno, anche l’intera giornata, senza salvaguardare le domeniche e i festivi. L’Italia, insomma, per quanto dica Antonio, soddisfatto del trattamento economico, è l’unico Paese in cui la scelta sulle aperture e le chiusure spetta esclusivamente alle imprese. Accade dal 2011, dalle liberalizzazioni contenute nel decreto “Salva Italia” siglato dal governo Monti. La norma, voluta dall’allora premier, cancellò di colpo a Comuni e Regioni ogni decisione autonoma circa le regolamentazioni fino ad allora esistenti. Intervennero perfino rappresentanti della Chiesa, niente da fare: le aziende hanno facoltà di chiedere al personale di lavorare anche nei giorni festivi.

 

 

SINDACATI E MANI LEGATE

Con la libera concorrenza, la contrattazione tra enti locali e imprese, necessaria per decidere quando e a che condizioni lavorare, è sparita. «E’ tutto nelle mani delle imprese – dicono i sindacati – le scelte badano al profitto: non crediamo abbiano portato benefici all’intero sistema; non c’è stato alcun miglioramento delle condizioni di lavoro, né una crescita nell’occupazione: solo disagio familiare a cui sono sottoposti i lavoratori».

Il sindacato del cosiddetto terziario ha addirittura compiuto un appello. Ha, infatti, chiesto ai cittadini di non fare la spesa a Ferragosto, con lo scopo di boicottare la scelta dei supermercati. Non è che tenendo aperto un giorno in più – in buona sostanza la riflessione dei sindacati – le persone fanno più spesa, cambierebbe solo il giorno in cui la fanno. Il consumatore italiano non è più ricco perché i negozi restano aperti. Il potere d’acquisto resta sempre lo stesso. Solo che viene distribuito su giornate diverse. In buona sostanza, il tema non è quello di tenere chiusi, a prescindere, i supermercati durante i giorni festivi, ma avere (tornare!) ad una regolamentazione più efficace e conciliabile fra clientela e lavoratori. Detto in soldoni: pianificare meglio le aperture in funzione delle reali necessità della comunità. Con buona pace di Antonio e la sua lunga, sterminata categoria di colleghi impegnati ogni giorno dell’anno, Ferragosto compreso.