L’addio e la speranza

Eva Degl’Innocenti saluta il MArTa

La direttrice del Museo archeologico nazionale da gennaio dirigerà i Musei Civici di Bologna. Si congeda con la programmazione del 2023. Intanto, fra gli ultimi atti formali, l’intesa fra istituzioni: Polo museale, Comune di Taranto e ICO Magna Grecia. Ma la collaborazione potrebbe proseguire: allo studio un protocollo fra i due musei. Quadri sonori di Marianelli, Achille Lauro e Cristicchi

La rete di collaborazione tra le istituzioni del territorio, dal MArTa al Comune di Taranto, passando per l’Orchestra della Magna Grecia, unite da un protocollo d’intesa, continua anche per il 2023, con nuovi progetti di ricerca, valorizzazione e sviluppo.

Ma la presentazione della nuova rassegna di “MArTa in Musica”, è stata anche l’occasione per anticipare l’addio della dottoressa Eva Degl’Innocenti per anni alla guida del Museo Archeologico Nazionale di Taranto. Dal gennaio 2023 sarà la nuova direttrice dei Musei Civici di Bologna.

L’ultimo passaggio, nel primo pomeriggio di mercoledì 28 dicembre, è stato impiegato per presentare intanto la rassegna musicale “MArTa in musica” che partirà il prossimo 22 gennaio con il concerto “Vivaldi suona Vivaldi” con Paolo Vivaldi direttore, Paolo Carlini fagotto, Ensemble della Magna Grecia.

Per il 2023 saranno dodici gli appuntamenti di “MArTa in Musica”, concerti in programma di domenica mattina, all’interno del Museo, con inizio alle ore 11.45. Una programmazione a cura dell’Orchestra ICO Magna Grecia e dell’Associazione Matera in Musica.

UNA NUOVA STAGIONE

L’intera stagione sarà espressamente curata dal Maestro Maurizio Lomartire dell’orchestra ICO Magna Grecia, dal Maestro Pierfranco Semeraro del L.A. Chorus, e dalla dott.ssa Eva Degl’Innocenti, direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Taranto – MArTa.

Ogni concerto, come per la prima edizione, che ha riscosso il favore del pubblico, sarà anticipato dalla presentazione di un reperto del museo e da una breve introduzione all’esecuzione musicale, intesa come guida all’ascolto che illustrerà i contenuti dell’evento e ne contestualizzerà l’essenza storica e culturale.

Ma per il 2023 si rinnova non solo l’appuntamento con “MArTa in Musica”. Proseguirà, infatti, anche la “sonorizzazione” del Museo, che quest’anno ha aderito al progetto Quadri Sonori dell’Orchestra della Magna Grecia. Per il Museo sono già stati realizzati due Quadri Sonori: “Il Sogno di Marsia” del compositore e premio Oscar Dario Marianelli, per il primo piano del MArTa, e “La Grande Madre”, dell’autore Achille Lauro per il terzo piano del Museo.

Ora toccherà a Simone Cristicchi, musicista, attore, autore teatrale oltre che scrittore a realizzare il terzo ed ultimo Quadro Sonoro del Museo Archeologico Nazionale di Taranto, ispirato dalla Collezione Ricciardi.

«Sono particolarmente onorata di aver curato insieme ai Maestri Maurizio Lomartire e Pierfranco Semeraro – ha dichiarato la direttrice Eva Degl’Innocenti – la nuova stagione concertistica “MArTa in Musica” dell’anno 2023 che fa parte della programmazione scientifico-culturale dell’anno 2023 del MArTa. Era per me particolarmente importante garantire una programmazione completa del Museo del prossimo anno poiché da gennaio 2023 non sarò più direttrice del MArTa e prenderò la direzione generale del settore dei Musei Civici di Bologna. Inoltre sono lieta di poter completare con il terzo Quadro Sonoro ispirato alla Collezione Ricciardi, affidato al compositore Simone Cristicchi, il percorso musicale del MArTa».

MUSEO E TERRITORIO

«I progetti congiunti – ha proseguito – danno lustro al nostro Museo e all’intero territorio. I musei che sono servizio pubblico essenziale hanno il compito di allargare la partecipazione culturale e i progetti come quelli condivisi con l’Orchestra in questi anni si muovono certamente in questa direzione».

«Non possiamo ignorare che la musica sia un linguaggio universale – l’intervento del Maestro Romano – il contenuto emotivo di un brano musicale raggiunge gli ascoltatori a prescindere dalla cultura di appartenenza; è una forma di comunicazione unica, favorisce la coesione sociale, crea connessione, funge da legame corale, la gente si riunisce con la musica. Nei progetti condivisi con il Museo MArTa con la sua direttrice Eva Degl’Innocenti, la musica dell’Orchestra della Magna Grecia ha potuto assolvere al compito più importante che è affidato alla musica, quello di essere uno strumento di rivoluzione culturale. Ringrazio la dottoressa Degl’Innocenti, per averci dato la possibilità di fare insieme a lei al suo staff al museo da lei diretto in questi anni una parte di rivoluzione culturale nel nostro territorio».

Nel corso dell’incontro di mercoledì pomeriggio è stato mostrato il video di Simone Cristicchi, il cantautore al quale è stato commissionato il terzo Quadro sonoro che sarà installato nel MArTa.

«Da ragazzo sognavo di diventare archeologo – ha dichiarato l’artista – scoprire tombe inviolate, recuperare oggetti sepolti nell’oblio del tempo e riportarli alla luce. A ripensarci, il lavoro che svolgo oggi sopratutto in teatro e nei miei libri, è lo stesso: recuperare vecchie storie dimenticate, e dare nuova luce ai dimenticati dell’epopea umana. Lavorerò con grande entusiasmo ed emozione ad una partitura inedita per la Collezione Ricciardi, una collezione dal fascino senza tempo, che ancora ci interroga sui misteri della fede, conservata in un museo ricco di memoria».

«Sono quindi orgoglioso e onorato di comporre il quadro sonoro per il Museo Archeologico Nazionale di Taranto – ha concluso Cristicchi – città a cui sono particolarmente legato. Grazie alla fiducia di Piero Romano direttore artistico dell’Orchestra Magna Grecia e ideatore di questo progetto Quadri Sonori e alla disponibilità della dottoressa Eva Degl’Innocenti direttrice del museo MArTa».

E non serve che sia Natale…

Napoli, donna soccorsa dai Carabinieri

Disperata telefona al “112”: «Non mangio da tre giorni, non ho soldi e sono sola». I militari le fanno la spesa e segnalano le sue condizioni: chiamano un medico, la fanno visitare e assicurano «che la donna riceverà conforto dagli enti assistenziali del posto e le garantiranno una vicinanza costante». Così va già meglio, auguri a tutti

«Non mangio da tre giorni, non ho soldi e sono sola». Anche questo è Natale. Fermiamoci cinque minuti. Forse troppi, visto come andiamo di corsa. Allora, basta un solo minuto. Invece di leggere quaranta, cinquanta righe, leggete le prime quattro, cinque. E’ sufficiente per avere un’idea di cosa sia “anche” il Natale.

Una donna vive fra gli stenti, non mangia da giorni. Evidentemente non ha parenti, amici, e se li ha, di lei se ne infischiano. E allora, alle strette, formula il numero più semplice da quel piccolo, “antico” cellulare che le hanno regalato, con la preghiera di usarlo in caso di necessità. Formula il “112”, chiama i Carabinieri, uno di quei numeri che non fanno “scattare” il pagamento alla sola risposta. «Non mangio da tre giorni, non ho soldi e sono sola».

Possibile che di questi tempi possa accadere ancora qualcosa di simile? Ciro Pellegrino, Fanpage, un collega attento e sensibile (il che non guasta in un mestiere fatto solo di cronisti…), fa sua questa storia, la segnala a quel mondo di lettori che giorno dopo giorno va allargandosi premiando l’attento lavoro di redazione. Grazie anche per queste. Riprendere, ribattere un’agenzia, una notizia, in questo lavoro, è la cosa più semplice di questo mondo. Cercare, scoprire una notizia degna di essere segnalata, non è per tutti.

NIENTE NOTIZIE TRISTI…

Con il massimo rispetto dei colleghi che impaginano i notiziari nazionali, notizie come questa difficilmente trovano spazio. E’ la logica del Natale, di quel consumismo “tanto al chilo”, che sconsiglia di impaginare storie strappalacrime: la gente è a tavola, sta affettando il panettone e roba come quella delle sessantatreenne, in un giorno di festa, proprio non vuol sentirla. «Almeno il giorno di Natale!», dice qualcuno. E, dopo il pranzo con amici o parenti, addenta il panettone e alza il calice per un brindisi: «Buon Natale! E tanti auguri di buona salute, a voi e ai vostri cari!».

Poi ci sono gli inserzionisti. Vogliono che la pubblicità pagata cara, la vedano a milioni, dunque se si parla di cose tristi la gente cambia. A Natale, è raro, tranne il classico “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, le tv fanno la corsa nel programmare i titoli più divertenti. Insomma, ci fosse stato ancora Mike Bongiorno, non ci sarebbe stato niente di meglio che un suo «Allegriaaa!».

Fatta la debita premessa al nostro Natale, celebrato fra sito e chat, raccontiamo la storia segnalata, stavolta, da Pellegrino: «Non mangio da tre giorni, non ho soldi e sono sola». I soldi della pensione sociale della donna, ripetiamo, sessantré anni, vanno via per affitto e bollette. A metà mese, quei pochi soldi sono già finiti. Il resto, si legge, è privazione e mortificazione, cinghia tirata all’inverosimile e speranza di sfangarla.

MELITO, NAPOLI, ITALIA

Melito di Napoli, una delle zone dell’area metropolitana di Napoli a ridosso del popoloso centro e il quartiere di Scampia. Una telefonata al “112”, ai Carabinieri. E’ disperata ma non perde quel senso di contegno di chi non ha denaro ma dignità da vendere.

La donna, con voce spezzata dalla vergogna, racconta ai militari quello che sta attraversando. I carabinieri della tenenza di Melito comprendono subito la delicatezza di quelle parole. Raggiungono la donna e scoprono una realtà ancora più difficile.

Sola, vedova da tempo, non ha reddito. In quel preciso istante non può permettersi un tozzo di pane, né di pagare le bollette. Da tre giorni un solo yogurt nello stomaco e qualche farmaco per alleviare uno stato d’animo in bilico tra disperazione e ancora disperazione. Ad aggravare il tutto: l’assenza di una pensione sociale e il deserto familiare. Ha un solo figlio ma è lontano (non solo geograficamente).

I militari a casa della donna si presentano con la spesa: acqua (che mancava!), frutta, pane, pasta, un pasto caldo ristoratore, un pandoro. Ecco il gesto natalizio. Che ovviamente non finisce con il brindisi natalizio.

CARABINIERI: VICINANZA COSTANTE

Gli enti assistenziali e il welfare cittadino devono poter garantire a questa donna tutto ciò che uno Stato degno questo nome ha il dovere di mettere in campo per i più deboli. E dal comando provinciale della provincia di Napoli si apprende che i carabinieri «si assicureranno che la donna riceva conforto dagli enti assistenziali del posto e le garantiranno una vicinanza costante».

Un plauso all’Arma, che ogni anno, di questi tempi, si distingue non solo per le operazioni militari, ma anche per gesti di grande generosità. Ascoltare una donna indigente, regalarle un sorriso e una busta della spesa, con dentro generi di conforto che potranno assicurarle il giusto ristoro, è un gesto nobile. Qualcosa che, purtroppo, sfugge ai più, specie di questi tempi. E non circoscriviamo il campo al solo Natale, del resto qualcuno diceva: «E non serve che sia Natale, per scoprire di avere un cuore». Natale dovrebbe essere tutti i giorni.

«La mia storia fra le dita…»

Dodi Battaglia, “Nelle mie corde – Canzoni e sorrisi”

Successo per lo spettacolo teatrale scritto con il regista Fausto Brizzi. «Lasciai la fisarmonica abbagliato dal suono della chitarra. “Atlantis” degli Shadows e “Foxy Lady” di Hendrix mi hanno cambiato la vita. Gli assoli con i Pooh, i tour, gli studi, i mei preferiti. Le mie lauree: Honoris causa a Matera e la Dodicaster, un “regalo” della Stratocaster, come Clapton, Satriani, Beck…»

di Claudio Frascella

Con Battaglia«Adolescente, suonavo benissimo la fisarmonica che mi avevano regalato all’età di quattro anni, entrai in un negozio di strumenti musicali nel centro di Bologna e sentii il brano che mi cambiò la vita». Il pezzo che folgorò Dodi Battaglia: “Atlantis” degli Shadows. «E’ quello che voglio fare nella mia vita: suonare la chitarra, mi dissi; potrei dire che abbandonai a malincuore la fisarmonica, ma non è così, la scelta fu convinta, un amore al primo ascolto». E quel brano, Battaglia, settant’anni superati, più che una storia un’enciclopedia alle spalle, lo ripropone nel suo nuovo spettacolo, un successo: “Nelle mie corde – Canzoni e sorrisi”. Uno spettacolo non solo teatrale che nasce dall’incontro con il popolare regista Fausto Brizzi, fan di Battaglia e dei Pooh. «Abbiamo cominciato a pensare a qualcosa che non fosse il solito spettacolo, preso appunti, poi stesa e allargata un’idea dietro l’altra: e poi, perché non ci mettiamo un elemento di disturbo? Qualcuno che faccia incursioni, provi anche a spiazzarti, in fondo sei un musicista che ha scritto e fatto delle robe che la gente canta e suona da più di cinquant’anni: aggiudicato; ma non un attore, non un uomo, ecco: una ragazza, sveglia, irriverente se vuoi, che talvolta – quando ci vuole – arrivi anche a prenderti per i fondelli, dandoti del “lei”, chiamandoti “Signor Battaglia…”: tutti gli indizi portavano ad Eleonora Lombardo, la mia compagna di viaggio teatrale, aggregatasi a tutte le mie chitarre sulle quali metto mano durante lo spettacolo».

E “lei”, Battaglia, la corregge? Le dice, giacché ci siamo, mi dia pure del “dottore”? Ne ha i titoli.

«La laurea Honoris causa – sorride Battaglia, pensando al “lei”, ma anche al titolo di studio – è una delle mie più grandi soddisfazioni, non solo professionali: prima mi chiamavano “Maestro”, non mi voltavo, sarebbe stato un eccesso di presunzione, al massimo rispondevo: “Maestro sarà lei!”; in realtà quel “pezzo di carta” – come la mia generazione chiamava il titolo di studio – è stato il coronamento di una carriera, una soddisfazione che non ha pari, se non l’amore che provo verso figli e nipoti, incommensurabile».

Battaglia 1Cosa succede sul palcoscenico?

«Quello che accade ogni benedetta sera, da sessant’anni: non vorrei più scendere, mi piacerebbe suonare all’infinito, quelle tavole sono la mia vita, ma mi tocca: mi aiuta la leggerezza con la quale insieme a Fausto, uno come me, battuta acuta, fulminante, mi ha preso le misure confezionandomi un abito di scena che non fosse un “corpo a corpo”, seppure interessante, con una, due, sessanta chitarre, che poi è il punto di partenza di questo progetto che sta andando come un treno: “Le mie 60 compagne di viaggio. Le chitarre di Dodi Battaglia”, un libro che mi ha aperto questo nuovo orizzonte».

Battaglia, le fa più effetto la laurea o che la Stratocaster le abbia dedicato una chitarra, cosa accaduta a pochi nel mondo?

«Mettiamola così: anche la Dodicaster è una laurea, chitarre sono state dedicate ad Eric Clapton, Joe Satriani, Jeff Beck, parliamo di chitarristi che hanno fatto la storia e non solo quella, ma la laurea, la laurea con tanto di esame e discussione a suon di accordi al Conservatorio “E.R. Duni” di Matera è davvero un’altra cosa. Detto questo, non datemi del “lei”, ma non chiamatemi nemmeno “dottore”, ci ho messo una vita ad annullare le distanze fra musicista e pubblico: sono e resto Dodi, Dodi Battaglia».

Quanto c’è dei Pooh, Facchinetti, D’Orazio e Canzian, nello spettacolo “Nelle mie corde”?

«Tanto, è il mio mondo, non me ne sono mai staccato: certo che dedico spazio alle cose che ho fatto con i miei compagni, i miei “amici per sempre”, ma giacché ci sono, entro con tutto me stesso nello strumento che è stato il compagno di viaggio della mia vita: la chitarra; ne imbraccio una dietro l’altra, ognuna una sua storia, ognuna un suono, a partire dalla Eko Anni 60 che suonai al concerto di Jimi Hendrix: che incoscienza, salire sullo stesso palco con un mito e non averne ancora idea; “Foxy lady” l’ho suonata anche io, mi dicono bene, ma lui l’aveva pensata, studiata, eseguita da par suo, come solo una leggenda può fare».

NMC Dodi Battaglia 2Quali sono gli assoli della sua vita?

«Intanto dico “Parsifal”, prendo un attimo di tempo, ci penso: l’assolo de “La mia donna”, ma anche “L’altra donna”, poi “Uomini soli”; ecco, quest’ultima, ancora oggi, la sento eseguita da chitarristi bravissimi, ma bravi, bravi, bravi, ma manca sempre qualcosa, forse perché sono pignolo; senza “forse”: sono pignolo».

Le sue dita suonano in un altro modo. Basta sentire le collaborazioni con Vasco.

«Se un collega, un amico nel caso di Vasco, mi invita in studio, devo per forza metterci qualcosa di mio, così credo che i miei assoli in “Una canzone per te”, “Toffee” e “Va bene così” siano perfettamente riconoscibili, sul riproducibili avrei qualche riserva, insomma vale il discorso che facevo su Hendrix, fra le mani dell’autore ha il suono giusto, è quello, punto».

Dodi Battaglia verticale stampaTorniamo allo spettacolo. Senza svelare troppe sorprese.

«Intanto è da vedere e sentire, allo stesso modo, perché una cosa è raccontarlo, un’altra è stare in poltrona e assistere al racconto di una vita: i tour, tanti, dunque i concerti; gli studi di registrazione, come un pezzo scritto in un modo può anche cambiare fisicamente; perfino i Caraibi, dove andammo a realizzare uno dei nostri album più fortunati: “Tropico del Nord”; ci sono aspetti, però, che tutte le sere mi rendono felice: gli applausi del pubblico, i sorrisi che percepisci, le risate che scatenano in platea i dialoghi fra me ed Eleonora, il “guastatore” ufficiale di “Nelle mie corde”; ogni volta è una grande soddisfazione, tutte le volte hai la sensazione di aver fatto la cosa giusta, qualcosa che ha il potere di rigenerati sera dopo sera».

Con Brizzi, grande feeling.

«Ci abbiamo messo un attimo ad entrare in grande empatia e non solo perché è uno che ha sempre apprezzato il mio lavoro e quello dei Pooh: è un “cazzaro” come me, penso che se ci fosse ancora D’Orazio, tutti e tre insieme sapremmo quando ci siederemmo a un tavolo, ma non quando ci alzeremmo, se non con le mandibole indolenzite causate delle risate. Ci siamo messi subito al lavoro, alla fine è venuto fuori lo spettacolo che avevamo in mente e il bello è che la gente, tutte le sere, condivide la nostra idea di racconto e di emozioni».

«Un libro per chi soffre»

Maurizio Battista, non solo cabaret

L’attore romano pubblica “A cena col prete – Storia di un uomo solo”. «Lo distribuiremo negli spettacoli e in alcuni laboratori medici di Roma. Mai dimenticarsi di chi soffre, aiutare a riflettere fa soffrire meno»

16177837_10154751875771839_6196929818650968820_oNon solo risate, ma anche riflessioni con Maurizio Battista, che dopo una lunga assenza dalle librerie, ha pubblicato un libro “mica da ridere”. «“A cena col prete – Storia di un uomo solo”: lo daremo negli spettacoli e nei centri “Artemisia”, laboratori medici di Roma, dove la gente fa le analisi; non dobbiamo dimenticarci di chi soffre e questo libro, per chi avesse voglia di leggerlo, aiuterà a riflettere di più e soffrire di meno».

Con Maurizio Battista, comico, attore, cabarettista romano, abbiamo realizzato una videointervista che trovate sul nostro sito e su youtube. Come spesso ci capita, con i grossi personaggi facciamo anche interviste scritte. Non è solo un sunto di quanto ci siamo detti nel “corpo a corpo” di cinque minuti sui gradini del teatro Orfeo. Ci sono impressioni anche a telecamera spenta, scambio di battute confidenziali che, comunque, si possono raccontare agli amici che ci seguono quotidianamente.

Dunque, Battista. Prima del teatro Orfeo, in serata, l’artista romano fa una “calata” in centro. Selfie a non finire. I tarantini lo riconoscono subito. «Colpa della pelata», sorride l’attore romano in tour con lo spettacolo “Tutti contro tutti”. «Vado a capo scoperto, fiero: in realtà, prima di Taranto, sono stato a Chiasso, un freddo… Qui il clima è un’altra cosa, poi il rapporto con il pubblico per me è una festa: potessi stare quattro, sei ore sul palco, ogni giorno, ci starei, davvero: ma, domanda, la gente approverebbe?».

TARANTO, COME A CASA

«Non è la prima volta che vengo a Taranto, qui ci sono già stato: lo devo ad Adriano Di Giorgio, un amico, con il quale ho preso questa sana abitudine, prima dello spettacolo due passi in centro, ma non – come può pensare qualcuno – per promuovere lo spettacolo, ricordare che in serata sto in teatro, perché fortunatamente mi dicono che è “sold out”: no, è solo perché mi piace visitare la città nella quale sono ospite, poi Taranto è così bella…».

In teatro, quando il comico chiede al pubblico quale sia una delle città più visitate in Europa, qualcuno urla dai primi posti «Barcellona!». «Ma signora cara, che ha visto a Barcellona? Quelle due, tre cose che tutti noi conosciamo: Taranto è tre volte Barcellona, ha un centro bellissimo, il Castello, le Colonne doriche, un Museo archeologico della Magna Grecia, questa è storia, signora mia, poi si mangia così bene, il mare cristallino e – con tutto il rispetto – lì, a Barcellona, è n’artra cosa. Ma noi italiani, stiamocene a casa, viviamoci il Paese più bello al mondo: certo, quando parliamo di collegamenti, progetti e metropolitane, le do ragione, Barcellona è n’artra camminata, è una città organizzatissima, efficiente, ma noi italiani siamo fatti così: ci vogliamo bene e ci basta questo».

Il centro cittadino, la cartolina di una città. «Per deformazione professionale – ci ho lavorato trent’anni, eredità familiare… – guardo le insegne dei bar, la gente, il servizio, i tavolini, il personale sempre col sorriso: se non fossi stato “Maurizio Battista”, confesso, avrei continuato a lavorare nel bar».

Ha una sua idea sul bar, per certi versi condivisibile. «Il bar è il vero social, scappate via da tutte ‘ste cose che invece di avvicinarci, l’uno con l’altro, ci allontanano: detto che i social possono essere utili per il lavoro, il resto degli internauti lo utilizza per secondi fini – capisci a me… – e poi per dare l’impressione a se stesso di essere in contatto con il mondo: ma se gli chiedi da quanto tempo non prende un caffè con gli amici, ti risponde “da mesi”».

15994654_10154733115986839_4515775959353089416_oE’ IL BAR IL VERO SOCIAL

Il bar, le battute di suo padre. Vere o presunte? «Racconto solo cose vere, quelle che mi sono accadute nella vita, comprese le “uscite” originali di mio padre, evidentemente un aspetto che ho ereditato; a questo poi aggiungiamo il fatto di essere romani: alle sei del mattino, giovanissimo, dovevo stare alla cassa mentre papà era al banco: “Piano con gli spiccioli, non li sbattete, sinnò me svejate er rigazzino…”. Battute vere, come quelle che riporto nei miei spettacoli, pettinate sì alla mia maniera, ma tutto vero».

Teatro, cinema, tv, volesse dare un ordine alle sue tre attività. «Non si scappa, il teatro: il “corpo a corpo” con il pubblico è la cosa più bella che potesse accadermi nella vita e, sinceramente, non riesco a rinunciarci: il “live” è una palestra, belli anche il cinema e la tv, ma lì – francamente – anche se nun sei bono la scena la ripeti dieci volte e, alla fine, anche per sbaglio – ne ho visti tanti… – una volta l’azzecchi».

Il pubblico rigenera Battista. «Non è un caso che faccia similitudini fra pubblico e bar: sono uno a cui piace stare in mezzo agli amici e il mio pubblico lo considero più che un amico, basta vedere i miei spettacoli, stabilisco subito un rapporto con la gente, mi faccio dire i nomi a chi è nelle prima file e da lì poi il programma vola…».

Una rivelazione che non t’aspetti. «L’artista il più delle volte è un uomo solo – confessa – per questo motivo benedico il pubblico, tutte le sere, perché non mi dà modo di non pensare alla solitudine: ogni sera faccio il pieno di gioia, stando su un palcoscenico; ma confesso, anche stare con mia figlia, la più piccola, Anna, che stasera è qui, a Taranto, e coccolarmela, spupazzarmela, è una festa!».

Leucemia, c’è una speranza

In Inghilterra i medici sono intervenuti su una tredicenne

Alyssa ora sta bene, è stata dimessa. Tutto è partito da una sperimentazione. Dovevano somministrare alla ragazza cure palliative, invece hanno provato a provocare una sorta di corto circuito. Un donatore ha attivato un principio che ha scatenato un conflitto tale che le sue cellule T abbiano aggredite sconfitto le cellule cancerogene

90c4f1c6-98c4-11e8-9116-c731a1e8fd65C’è una speranza nell’abisso della leucemia. E’ una nuova terapia genica che ha guarito una tredicenne e che ha fatto sbilanciare un team di medici convinti che questi risultati possano dare speranza ai numerosi bambini malati.

Alyssa, tredici anni, affetta da leucemia, potrebbe accendere nuova nuova speranza per decine di altri giovani pazienti in lotta contro tumori infantili e altre malattie gravi. Questo passo in avanti nel combattere una leucemia di tipo T, arriva da Oltremanica, precisamente da Leicester. E’ lì che Alyssa ha trascorso anni fra a fare chemioterapie e combattere quel male che la insidiava. Neppure il trapianto di midollo osseo a cui si era sottoposto la tredicenne inglese era risultato decisivo per farla ristabilire.

“Le prospettive della tredicenne – scrive nel suo ottimo reportage per il sito Open, Giada Giorgi – per il futuro erano cominciate a farsi sempre più buie; è stato in quel brutto momento che gli scienziati hanno avviato una procedura sperimentale che dà speranza nell’ambito delle terapie anti tumorali, i medici per Alyssa hanno scelto di agire con una nuova terapia genica: per la prima volta nel mondo, la ragazza malata di leucemia, ha ricevuto un’infusione di cellule T donate e alterate grazie all’utilizzo di una nuova tecnologia chiamata “editing di base“. Un trattamento, questo, che ha condotto Alyssa a essere dimessa nel giro di poco con risultati incoraggianti”.

LA LEUCEMIA A CELLULE T

La leucemia a cellule T di cui soffre Alyssa è un tumore che colpisce una classe di globuli bianchi conosciuti proprio come cellule T. Questi, purtroppo, non riescono a svilupparsi correttamente: crescono troppo velocemente e fanno a cazzotti con la crescita delle cellule del sangue nel corpo. Di solito, i trattamenti prevedono trapianti di midollo osseo e chemioterapia. I medici di Alyssa erano sul punto di pensare ad interventi leggeri, a una cura blanda che non ha più come obiettivo il guarire completamente il paziente, ma provare a combattere i sintomi. Ma i recenti progressi nella terapia cellulare – di cui scrive la Giorgi – hanno prospettato un nuovo metodo per affrontare la malattia di cui era affetta Alyssa. I globuli bianchi, chiamati cellule T, sono stati raccolti da un donatore sano e modificate in modo che potessero uccidere altre cellule T, comprese le sue cellule leucemiche.

Risultato: la modifica applicata ha fatto in modo tale che le cellule del donatore scovassero e uccidessero le cellule T cancerose di Alyssa. Un progresso raggiunto grazie all’editing di base, una tecnica che permette agli scienziati di apportare un singolo cambiamento nei miliardi di lettere del DNA che compongono il codice genetico di una persona.

Leucemia-mieloide-acuta-3000-nuove-diagnosi-in-Italia-ogni-anno.png_982521881FORZA ALYSSA!

Dopo la terapia cellulare modificata e un secondo trapianto di midollo osseo, Alyssa è libera dalla leucemia da più di sei mesi, i mesi sono i più importanti secondo i medici. Alyssa, che aveva manifestato piena fiducia nei medici, ora prosegue il suo percorso verso la ritrovata normalità. «È pazzesco fantastico che mi sia stata data questa opportunità – ha dichiarato alla BBC la tredicenne inglese – sono molto grata allo staff medico, ma anche felice perché questa terapia potrà aiutare altri bambini che sono nelle stesse mie condizioni prima che fosse avviata questa sperimentazione vincente».

Anche se in ritardo, l’utilizzo della terapia genica sembra promettere importanti conquiste: «Nella terapia di Alyssa – dice il dott. Liu – ciascuna delle modifiche di base prevedeva la rottura di una sezione del codice genetico in modo che non funzionasse più. Ci sono prove di editing di base, anche se siamo solo agli inizi, in corso nell’anemia falciforme, così come nel colesterolo alto che corre nelle famiglie e la malattia del sangue beta-talassemia: si è aperto uno spiraglio ed è in quella direzione che proseguiremo i nostri studi».

Aggrappati a un sogno

Fuga dalla miseria per tre nigeriani

Per undici giorni hanno viaggiato appesi al timone di una petroliera. Dalla Nigeria alla Spagna, alla ricerca dell’occasione della vita. Accolti, mostravano evidenti sintomi di disidratazione e ipotermia. Trasferiti in ospedale hanno ricevuto assistenza medica. Qualificati come “clandestini”, piuttosto che “richiedenti asilo” rischiano di tornare a casa

pexels-photo-40642Pare non sia un primato. Ma tre uomini che viaggiano aggrappati per undici giorni al timone di una petroliera, non l’avevamo ancora sentita, né letta o commentata. E, invece, al peggio non c’è fine. Proprio così. Perché se è vero che la fuga dei tre nigeriani in fuga dalla miseria, rappresenta un’impresa, è anche vero che – al momento di scrivere – le autorità spagnole che hanno tratto in salvo questi tre uomini, pare stiano per rispedirli a casa, bollandoli non come “richiedenti asilo”, ma come “clandestini”. Insomma, quando stai per stupirti, ecco che arrivano – non richiesti – altri elementi per stupirti ancora di più.

E’ la legge, dice qualcuno, e abbozza l’ennesimo video per postarlo posta sui social (ma quando lavorano ‘sti politici?). Purtroppo – aggiunge lo stesso, con falsa mestizia e tono dispiaciuto da somigliare più a una parodia da avanspettacolo – anche se le autorità spagnole avessero voluto fare uno strappo, avrebbero aperto un “caso” e, allora, via all’apertura delle frontiere.

NESSUNO “STRAPPO”

“Ma va?”, aggiungiamo noi. Questa la posizione secondo qualche politico, che dimentica che l’Italia ha accolto intanto settantamila extracomunitari e Germania e Francia ne hanno preso in carico solo poche decine. Dunque, sarebbe stato più corretto urlare all’omologo spagnolo: “Ma se ti prendessi in carico questi tre poveretti che hanno fatto un viaggio lungo le coste atlantiche – appollaiati, senza dormire su un morbido materasso, avvolti in una calda coperta, con colazione, pranzo e cena puntuali – un viaggio lungo undici giorni e undici notti abbracciati al timone di una petroliera, per caso va a pallino l’intera economia del tuo Paese!?”.

Ma proviamo a raccontare la storia, come la descrivevano notiziari e stampa non appena venuti a capo della vicenda. Dunque: tre migranti sono rimasti aggrappati per undici giorni e undici notti al timone di una petroliera, la Alithini II, arrivata alle Canarie dalla Nigeria. A salvare i tre uomini, il Servizio di soccorso marittimo spagnolo.

Una nave che ha attraversato l’Oceano Atlantico, un viaggio terrificante già per chi sta a bordo di una imbarcazione che riempie e svuota greggio. Figurarsi i tre appollaiati all’esterno della petroliera. Gli uomini, trovati a bordo della Alithini II nel porto di Las Palmas, mostravano evidenti sintomi di disidratazione e ipotermia, tanto da essere immediatamente trasferiti nell’ospedale dell’isola per ricevere assistenza medica. Secondo il sito web “MarineTraffic”, la nave battente bandiera maltese era partita da Lagos (Nigeria), il 17 novembre per attraccare a Las Palmas (Spagna) lunedì 28 novembre.

pexels-photo-11390779ANCHE IN PASSATO…

Come dicevamo, non è la prima volta che vengono trovati migranti che provano come via di fuga da un Paese ormai invivibile per le fasce sociali più deboli. I tre non sono stati i primi a viaggiare aggrappati al timone di una nave commerciale con destinazione le Isole Canarie, nonostante queste modalità presentino gravi rischi. Giorni fa il Fatto aveva ricordato come un anno fa un ragazzo nigeriano di quattordici anni era stato intervistato dal quotidiano spagnolo El Pais dopo essere sopravvissuto per due settimane nel timone di una nave.

Anche il quattordicenne era partito da Lagos. Non è la prima volta, lo conferma l’agenzia Efe che ricorda almeno in altri due casi, migranti cioè che sono riusciti a raggiungere le Canarie attraverso questo percorso così pericoloso.

«Marocc’ sarai te!»

Dopo i festeggiamenti sul Marocco ai Mondiali, una prova di stile

Indicati sui social come indisciplinati, in molte città italiane, dopo l’esultanza per il passaggio in semifinale molti marocchini hanno ripulito le piazze. Come i giapponesi. Un commento infelice di un leghista: «Spero che il Marocco venga eliminato dal mondiale, così finalmente smetteremo di vedere le scimmie urlatrici far casino per strada». Grande senso civico della cantante Malika Ayane: «Non si può negare una gioia, tanti bambini attendono la cittadinanza italiana»

Marocco_ripulisce_piazza_Gali__1_«Hey, te, Marocc’!». Brutta espressione. Al Nord, purtroppo, la frase viene usata in senso dispregiativo, tanto da essere stata tirata fuori in questi giorni di gioia per apostrofare marocchini che hanno festeggiato il passaggio del turno ai Mondiali di calcio.

C’è una squadra africana in semifinale. Unisce anche i tifosi mediorientali che l’hanno spinta nei “quarti” nella sfida vittoriosa contro il Portogallo. E’ il Marocco, squadra-simpatia per la quale molti in Italia (orfani degli Azzurri), hanno tifato. Certo, non tutti gli italiani. C’è stata qualche voce fuori dal coro, perfino di cattivo gusto, come vedremo. Ma a noi piace fare le cose per bene.

Intanto, brava Malika Ayane. Il suo sfogo viene ripreso dal quotidiano Repubblica. La cantante, padre marocchino e madre italiana, parla proprio dei festeggiamenti dei marocchini per aver conquistato la semifinale nella quale mercoledì 14 dicembre alle 20.00 incontrerà la Francia. «Dai commenti letti sui festeggiamenti – ha detto la cantante – mi sono resa conto che nel nostro Paese c’è ancora razzismo: appartengo alla prima parte di generazione di marocchini nati a Milano; da allora ne sono nati di bambini in Italia, ma ancora non sono riusciti ad avere la cittadinanza: appartenere a un popolo che sta vincendo e avere un riconoscimento positivo, è una bella soddisfazione per chi si è trovato ad affrontare un percorso faticosissimo».

FORZA MAROCCO!

Questo il suo legittimo punto di vista. Festeggiamenti in tutta Italia, giornali dal giorno dopo hanno riscritto le cartine geografiche riportando la presenza di comunità marocchine in ogni parte d’Italia. Una cosa che, francamente, non abbiamo compreso. Ma, si sa, ognuno è libero di scrivere, fare, quello che gli pare, ma sempre nel limite del buon gusto, dell’educazione.

Una di queste esternazioni, evitabilissime, è arrivata da un certo Marco Fiori, consigliere della Lega a Santarcangelo (Rimini), comune emiliano, che non ha resistito alla tentazione di usare un social. «Spero che il Marocco venga eliminato dal mondiale – ha scritto su Facebook, lo riporta il sito Fanpage – così finalmente smetteremo di vedere le scimmie urlatrici far casino per strada».

Questo il suo commento sul passaggio del turno del Marocco contro la Spagna ai calci di rigore. Il post è stato successivamente cancellato dallo stesso autore, che si è evidentemente reso conto di essersi lasciato andare ad una considerazione sciocca. In seguito, non si è scusato – a meno che lui non le consideri tali – ma ha minimizzato dicendo di non aver avuto un intento razzista.

malika-ayane-eta-figli-marito-anni-altezza-peso-originiSTRUMENTALITA’ UNIDIREZIONALE

Le “scuse” arrivano, ma ancora una volta a modo suo, pensando che abbia a che fare con gente ignorante con la quale evidentemente pensa di interfacciarsi. Insomma, la tattica è la solita, chi offende si trasforma in vittima. Sentitelo. «Scuse sincere, pur evidenziando che emerge ancora una volta una certa strumentalità unidirezionale di chi si attacca a frasi magari stupide ma del tutto innocue pur di farne un caso politico». Due allo scritto, due al contenuto. “Strumentalità unidirezionale” non l’avevamo mai sentita, e certo ci vuole anche coraggio a compiere capriole lessicali, poi ammette con una certa autoindulgenza, di aver pronunciato “frasi magari stupide, ma del tutto innocue”: se una frase è stupida, permetta, è stupida e basta. Lasci decidere ai destinatari se quella frase non solo è “stupida”, ma anche offensiva.

Infine, viva Sky. Il popolare canale televisivo pubblica sul suo sito un video e un commento. «Dopo la festa per la vittoria del Marocco contro il Portogallo – scrive – che ha permesso alla nazionale africana di raggiungere le semifinali del Mondiale in Qatar, anche a La Spezia come in tante città italiane (e non solo) è scoppiata la festa. Al termine delle celebrazioni i tifosi marocchini hanno ripulito Piazza Garibaldi. Una scena che ha ricordato l’atteggiamento dei tifosi giapponesi sugli spalti degli stadi al termine delle partite».

Ma questa grande prova di civiltà da parte dei tifosi marocchini deve essere sfuggita a più di qualcuno. Proviamo a tradurla in una battuta? Proviamoci: «Marocc’ sarai te!». Tieni, incarta e porta a casa.

Chef Rubio, ma sei bollito?

Grane per il popolare conduttore televisivo accusato di violenze online

Avrebbe offeso la senatrice Liliana Segre, superstite della Shoah. Con il cuoco, nato a Frascati, ex rugbista, segnalate agli inquirenti altre ventitré persone. «Per tanto tempo sono stata in silenzio su queste persone che mi insultano, ma adesso le denuncio»

1668682172-rubioQuel paio di baffoni alla Salvador D’Alì (lui sì era un artista!), l’aria un po’ strafottente di uno che non solo non ha più nulla da imparare, ma che può insegnare, addirittura di tutto e di più. E noi dissentiamo. Come tutte le volte in cui leggiamo o sentiamo di discriminazioni, violenze non solo verbali.

Stavolta, Chef Rubio, è di lui che scriviamo (anche se avremmo voluto farne a meno, accidenti), cuoco, ex rugbista così da farne un uomo duro (che paura!), si è superato. Infatti, il conduttore di “Unti e bisunti” e “Camionisti in trattoria”, si è beccato una denuncia. Al vaglio di chi ha aperto un’inchiesta su denuncia della senatrice Liliana Segre, c’è anche il suo nome, non quello “in arte”, bensì Gabriele Rubini. Non l’unico, sono infatti ben ventiquattro ad essere stati denunciati dalla novantaduenne parlamentare per le minacce online nei suoi confronti. Notizia riportata nei giorni scorsi da “La Stampa”, quotidiano torinese nazionale che segnala Chef Rubio nell’apertura dell’inchiesta.

“MANDATO” AL LEGALE…

Una intenzione, quella della Segre, che aveva già manifestato assieme all’avvocato Vincenzo Saponara, nello scorso novembre al Forum nazionale delle donne ebree d’Italia. La senatrice, testimone della Shoah, era stata in particolare il soggetto cui “Rubio” e gli altri ventitré in causa, avevano indirizzato messaggi di odio, anche di carattere antisemita, insulti e minacce di morte.

«Per tanto tempo – ha detto Liliana Segre, dichiarazione puntualmente raccolta da “La Stampa” – sono stata in silenzio su queste persone che mi insultano, ma adesso le denuncio. Credo sia anche di cattivo gusto augurarmi la morte a 92 anni!».

Non di recente, ma già tre anni fa Chef Rubio era stato denunciato per istigazione all’odio razziale in seguito a un tweet in cui riteneva «abominevole» lo Stato di Israele. Così, anche grazie a queste minacce, la senatrice da tre anni vive sotto scorta. Una misura non richiesta dalla stessa, ma assegnata in seguito alle minacce che riceveva e, purtroppo, aggiungiamo noi che continua a ricevere. «Ma la mia scorta – scherza la senatrice – è diventata una splendida sorpresa: i carabinieri che ogni giorno mi sono accanto hanno più o meno l’età dei miei nipoti, tanto che amo considerare questo nostro stare insieme come ad un’affiatata famiglia allargata».

963793-k32F--835x437@IlSole24Ore-WebEX RUGBISTA, PAURA…

L’ex rugbista, oggi acclamato chef televisivo lo scorso aprile aveva pubblicato un tweet con il quale accusava apertamente la senatrice a vita. «Palestinesi? “Non mi occupo di politica” – riprendeva una citazione della stessa Segre – Vedo che però te ne occupi quando si tratta degli ucraini: lasciami dire che il tuo silenzio sistematico nei confronti della pulizia etnica che il popolo palestinese sta subendo da settantaquattro anni è disgustoso».

Rubio, secondo le cronache, si sarebbe spinto anche più in là arrivando a minacciare la senatrice che, dicevamo, con le tasche ormai piene, ha deciso di presentare alla caserma dei carabinieri di Milano le ventiquattro denunce in seguito alle minacce ricevute online.

Messaggi di “odio di natura diffamatoria, spesso di carattere antisemita e contenenti auguri di morte”, documenta il suo legale. Ma proprio la stessa Segre nel suo intervento al forum nazionale delle Donne ebree d’Italia aveva dichiarato: «La vita mi ha insegnato a essere libera e senza paura nonostante io sia la più vecchia d’Europa obbligata alla scorta per tutti gli insulti e gli improperi e le minacce di morte che mi vengono fatte». Infine, come già riportato, aveva concluso con una riflessione. «Poi, non pensate che sia anche di cattivo gusto augurare la morte a una donna di novantadue anni?». Chef, confessa, stavolta questa “pietanza” ti sarà rimasta sullo stomaco.

«Io, condannato al manicomio»

Pino, sessantaquattro anni, trenta vissuti da recluso

«Avevo nove anni e tanta fame, mangiai un tozzo di pane, provai a rimediare: mia madre non me lo perdonò». Una brutta storia, priva di affetto e piena di carte bollate. Un risarcimento che non gli restituisce l’affetto e un’infanzia perduta

pexels-photo-8693379Potrà mai perdonarci, Pino, per i suoi trent’anni, chiuso in manicomio senza che avesse disturbi mentali? In quei manicomi, poi, dove il personale non aveva problemi a picchiare i pazienti e, quando questi manifestavano insofferenza, a legarli al letto. Roba da manicomio. Il tribunale gli ha riconosciuto cinquantamila euro quale risarcimento e lui, stanco anche di dover farsi riconoscere più che un indennizzo, le scuse legittime, alla fine ha accettato quella cifra. Ha trovato un avvocato, Serenella Galeno, che rispetto ai colleghi non solo ci ha messo professionalità, ma anche l’anima. Ce li immaginiamo quegli avvocati che si sono smarcati da un simile incarico: «Causa lunga, troppe carte da compilare, scale di tribunale e chissà se, alla fine, riusciremo mai a venirne a capo!». Ecco perché un “grazie”, a Pino per aver accettato le scuse di questa società, e al suo avvocato, dobbiamo proprio tributarlo. Ci alleggeriamo la coscienza, ma le nostre scuse non cancelleranno mai quei trent’anni in cui Pino è stato trattato da pazzo, in manicomio, quando pazzo non lo era mai stato.

Ci sarebbe una terza storia, l’accenniamo appena. Pino, lì dentro, ci finisce all’età di nove anni, da bambino: la mamma lo punisce, non va a trovarlo, non chiede nemmeno come stia, lo dimentica. Tanto, avrà pensato quella mamma che mamma non è, di figli ne ho altri cinque. Quante punizioni ha subito, Pino. Scusaci, scusaci, scusaci.

Di questa storia se n’è occupata Simona Berterame. L’ha ripresa per Fanpage, puntuale come sempre nello scovare piccole, grandi storie e per trattarle con tatto e discrezione.

TUTTO COMINCIA NEL ’67…

Pino viene rinchiuso in manicomio il 12 dicembre del 1967. Ha nove anni, è un bambino senza patologie. Accade a Girifalco, paesino calabro noto per aver ospitato un manicomio per quasi cento anni. Tutto comincia nella disperazione più pura: il tentativo di furto di un pezzo di pane. Pino non ha il papà, in compenso ha una mamma molto severa, è l’ultimo di sei fratelli. Una mattina di quel freddo dicembre Pino viene mandato dalla mamma a comprare il pane. Nel tornare a casa, la fame gioca un brutto scherzo. Il morso a quel tozzo di pane gli cambierà totalmente la vita.

«Mangiai tutto il pane appena preso al mercato – racconta Pino a Fanpage.it – mia madre mi avrebbe riempito di botte, perciò sono tornato indietro per provare a rubare un filone ma sono rimasto chiuso nel negozio e la mattina dopo mi hanno beccato».

La polizia comunica alla madre di Pino che lo porteranno via: la donna non andrà mai a trovarlo in manicomio. Quel bambino, letteralmente abbandonato, invocherà per un a vita l’affetto. Non incontrerà mai una volta nemmeno i fratelli, tutti più grandi di lui. Pino da evitare, condannato una seconda volta. Dallo Stato, che lo risarcirà con poche decine di migliaia di euro, e dai suoi “cari” che lo eviteranno come fosse un appestato.

Eppure, Pino è solo un bambino. Non ha patologie, ma gran parte della sua vita sarà costretto a trascorrerla rinchiuso in un manicomio: cose da pazzi! La sua cartella clinica, perfino, riporta una diagnosi che lo scagionerebbe in quattro e quattr’otto: carenza affettiva, ricoverato per ragioni umanitarie.

«Ho tentato di scappare ma non c’è stato verso – confessa a Fanpage – lì ti picchiavano, sono stato anche legato al letto solo perché mi ribellavo; da bambino mi mettevo a guardare le persone passare da dietro le grate delle mie finestre e pensavo: guarda che bello lì fuori…».

sanatorium-4160287_960_720UNICO AL MONDO

Il suo è un caso giudiziario unico al mondo, un paziente internato in manicomio che chiede di essere risarcito per gli anni di vita persi. Non fosse per un lieto fine, anche se gravemente in ritardo, la storia di Pino ricorda in alcuni tratti “Dov’è la libertà…?” con Totò diretto da Roberto Rossellini. Un uomo ingiustamente condannato viene rilasciato dopo tanti anni, ma trova un mondo cambiato, i suoi cari che lo canzonano.

Dopo dieci anni di processi Pino ottiene un risarcimento di 50mila euro per il “riconoscimento della responsabilità dei sanitari per aver eseguito un ricovero illegittimo”. I giudici hanno riconosciuto la sussistenza del “danno non patrimoniale individuabile nella perdita di chance dall’essere inserito in un nucleo familiare”. Pino ha solo perso l’occasione di non crescere in una famiglia circondato da affetto. Questo dice la sentenza, anche se a noi pare una cosa enorme.

Pino è rimasto a Girifalco, vive con una modesta pensione con sua moglie Angela. Fa l’artigiano, ha sessantaquattro anni e sta provando a riprendere in mano la sua vita, anche se tutti gli anni perduti non glieli darà indietro nessuno. «Mi è mancato tutto – ha dichiarato – ma ormai il passato è messo sotto una pietra, non si può tornare indietro». Pino, grazie anche per questa lezione.

Storie di tutti i giorni

Autista di bus cittadino aggredito

Non risponde alle provocazioni. Ma spesso una corsa su un mezzo pubblico si trasforma in una rissa. O in un palcoscenico dal quale assistere ad episodi violenti. Sindacati e amministratori invitano al buon senso. Fino a quando sarà possibile

autista-bus-2«Figlio di…». Il più delle volte è una esclamazione dialettale, come a mettere subito in chiaro le cose, intimorire il presunto avversario, che a fare l’avversario, francamente, non ci sta.

Mezzogiorno superato da pochi minuti, via Oberdan, incrocio con via Cavallotti, a venti metri dalla sede della nostra cooperativa. Il silenzio viene interrotto, nell’ordine, da una frenata e da un successivo colpo di clacson. Un autista Amat alla guida del suo bus per centimetri ha evitato l’impatto con un’auto di media cilindrata che intanto è piantata al centro strada. Con un gesto di una mano il conducente del mezzo pubblico prova a far comprendere all’automobilista distratto, ancora lì, la collisione mancata per un niente.

La gente che ha assistito all’episodio, questo è la sensazione che si ricava, pare aspetti che l’automobilista tiri fuori dal posto di guida una mano e chieda scusa per la distrazione di qualche istante prima e che tutto finisca lì. Invece, non è così, Taranto è la città dei supplementari. Una storia ha uno strascico dietro l’altro, una parola tira l’altra, tutti hanno ragione e si finisce alle mille e una notte. Insomma, quell’episodio non si è evaporato.

Torniamo all’auto ancora al centro della strada. Non ci sono le scuse dell’automobilista, tutt’altro: dalla vettura sbuca un signore, alto, sul metro e ottanta, petto in fuori. Dimenticandosi di avere torto, o di essere abituato ad avere sempre ragione, con fare minaccioso si avvicina all’autista del bus e comincia ad insultarlo. Senza ragione. Non c’è stata provocazione, solo un benevolo appunto (per fortuna, all’interno del mezzo pubblico la brusca frenata non ha provocato feriti).

«FIGLIO DI…»

«Figlio di…!», si diceva, «Non lo sai che devi far passare prima me?». Oltre ad una frase che lascia perplessi, ecco il “tu”, che non si nega a nessuno, specie in quei momenti.

«Guardi, egregio signore», la risposta garbata dell’autista Amat, «lei ha il “dare la precedenza”…», «Hey, figlio di…», parte seconda, forse risentito nel sentirsi dare dell’“egregio” – cosa che evidentemente non gli capita tutti i giorni – «Scendi, te la faccio vedere io la precedenza!». A quel punto, più che intimorito, facendo appello al buon senso, il conducente del mezzo pubblico fa scorrere il finestrino alla sua sinistra come a chiudere la comunicazione e ripartire. Mossa saggia, che però offre il fianco all’automobilista ormai gasato perché ora gode di una platea di una decina di concittadini e pare non aspettasse altro. «Cosa chiudi il finestrino, figlio…!», parte terza.

Storie di tutti i giorni. Non ci meravigliano le proteste di autisti Amat e i comunicati dei sindacati a difesa dei dipendenti pubblici. L’autista sentendosi apostrofato senza motivo umanamente avrebbe potuto anche reagire. Aveva sia il fisico, tanto più le ragioni. Ma, avrà pensato: meglio non trascendere.

amat-wpp1627280948146MEGLIO SOPRASSEDERE

A quale titolo, poi. Complicarsi una giornata, candidarsi ad ennesima vittima dell’ennesimo aggressore? Meglio non pensarci e fare appello al buon senso. Soprattutto dopo gli ulteriori inviti rivolti al personale Amat dalla dirigenza della municipalizzata (nonché dagli stessi colleghi e sindacalisti): «Evitate, sorvolate, se possibile, purtroppo certa gente non riesci ad educarla, il rispetto per questi non esiste».

E così, senza essere sollecitati da dirigenti o sindacalisti, avendo assistito all’episodio, un altro tentativo di aggressione abbiamo provato a raccontarvelo noi. Non ci piace sindacare, dare opinioni, ma ci è sembrato di assistere ad uno di quei western b-movie che trasmettono in tv al pomeriggio. La trama il più delle volte: un pistolero spaccone e uno sceriffo saggio che evita lo scontro, nonostante le offese continue. Il tutto fino a quando il tutore della legge non ne avrà le tasche piene e i clienti del saloon non si scaglieranno insieme contro l’arrogante di turno. Ma questo accade solo nei film, per fortuna. Mentre in città dilaga la tensione. Gli autisti sono sempre nel mirino di gente senza scrupoli e pronta alla lite tanto al chilo, e la gente per bene, chi lavora, è costantemente soggetta a questi personaggi. Fine della puntata. Alla prossima.