Quel Castello sul mare…

Massimo Cimaglia trasforma la fortezza in un set

Attore e regista, racconta una storia del Quattrocento. Schermidore professionista, interpreta pagine di storia dando ad esse un taglio cinematografico. Il pubblico seduto nella piazza d’Armi dell’antica fortezza tarantina, su un maxischermo le immagini degli attori che rappresentano in uno scenario di grande suggestione. Marina militare, Comune, privati in sinergia

 

Fosse vissuto sul finire degli anni Cinquanta o Sessanta, nel secolo scorso, quando Cinecittà era considerata una piccola Hollywood, Massimo Cimaglia sarebbe stato uno dei protagonisti di quel cinema di genere. Attore e regista, si sa, ma anche ottimo “spadaccino”, nel senso più stretto del termine, essendo uno schermidore professionista, sarebbe sicuramente stato fra i protagonisti di film di cappa e spada che hanno segnato un’epoca.

Roma, Massimo l’ha frequentata, l’ha vissuta. Si è mosso con disinvoltura fra teatro e tv, lavorato con registi e attori importanti. Poi, la nostalgia canaglia, che è un orologio, si presenta puntuale. Si fa sentire. Ma non è solo quella. Quando Cimaglia torna a Taranto per ripercorrere i luoghi della sua gioventù, perché nella testa gli sta balenando un primo progetto, forse due, riscopre una città dal grande fascino. Ogni angolo risplende, ognuno di questi può essere uno spunto per raccontare una storia. Ecco, Massimo, nel tempo, sta diventando il nostro cantastorie, nel senso più nobile del termine. Un “contastorie”, diremmo noi. E bene ha fatto nel raccontare certi aspetti della tarentinità. Attore, regista maturo, quando porta in scena un suo lavoro, Cimaglia mette in conto che deve mimare, aiutarsi con il linguaggio del corpo. Oltre che interpretare col giusto tono, la giusta inflessione, caricando le parole di gesti mai banali o fuori contesto. Non ci meraviglia, dunque, che Cimaglia abbia pensato e realizzato alla sua ultima creatura, “Il Castello sul Mare”, straordinario evento che si terrà  sabato 2 ottobre alle 20.30 nel castello Aragonese di Taranto. Evento gratuito (3396259355 e 3355394694).

 

CINEMA, TEATRO…

Cinema e teatro, visita virtuale e tour itinerante – raccontano le note del suo lavoro – colpi di scena e azioni rocambolesche. Il tutto ambientato nel Quattrocento, pubblico seduto nella piazza d’Armi. Trenta personaggi in abiti d’epoca che raccontano un evento senza precedenti in Puglia. Far rivivere uno dei simboli della nostra città, questo lo scopo dell’opera. Non solo uno spettacolo – viene spiegato – ma una storia che è parte integrante della vita del luogo che la ospita, che lo anima. L’organizzazione è di Terra Magica Arte e Cultura e nasce dal testo dell’autrice Barbara Gizzi e dalla direzione dello stesso attore-regista Massimo Cimaglia. Evento inedito e originale, totalmente gratuito, che non mancherà di coniugare la bellezza del “monumento”, il Castello, con quella del paesaggio naturale che lo circonda, il mare.

Accompagnare il pubblico in una immersione totale nelle storie raccontate. L’idea è un viaggio dentro un’avventura quattrocentesca animata da cavalieri, usurpazioni, drammi, amore, battaglie, che avviene nel continuo intrecciarsi di teatro e cinema. Praticamente un film, dalle grandi suggestioni. Segrete, prigioni, fossati, saloni, e poi il canale navigabile. Insieme diventano luoghi di azione che saranno proiettate, che completeranno lo spettacolo dal vivo, su un maxi schermo (installato nella piazza d’Armi della fortezza) davanti alla gente in platea. Tutto ambientato nel periodo in cui il Castello fu completato nella sua veste attuale dall’architetto Di Giorgio Martini.

 

PERSONAGGI E INTERPRETI…

Il comparto artistico è composto interamente da pugliesi. Protagonisti sono Francesco Iaia (il principe Raimondo) e Valeria Cimaglia (la principessa Sofia) insieme ad attori, figuranti e comparse rigorosamente in abiti d’epoca, forniti dall’associazione Maria D’Enghien. La parte tecnica è diretta da Francesca Gemmino, per la realizzazione della parte cinematografica. Ospite speciale, l’attrice Barbara Amodio che ha “prestato” la sua voce per il prologo dello spettacolo. In scena anche lo stesso regista Massimo Cimaglia, nelle vesti de il principe Giovanni.

«Abbiamo fatto rete con tantissime realtà e istituzioni del territorio, per un regalo alla città», dice il comandante del Castello Aragonese C.F. Vito Mannara: «Confermiamo l’impegno della Marina Militare per offrire i suoi spazi come contenitore culturale e artistico». L’opinione del vicesindaco di Taranto e assessore alla Cultura, Fabiano Marti: «L’Amministrazione Melucci continua a puntare sui grandi eventi per il rilancio socio-economico di Taranto».

Il progetto rientra nel dossier di candidatura Taranto Capitale della Cultura italiana 2022. Sostenuto da Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese (custodiamo la Cultura in Puglia, PACT – fondo speciale per la Cultura e il Patrimonio Culturale L.R.40 art.15 comma 3 – Investiamo nel vostro futuro), Comune di Taranto, Comando marittimo Marina Sud, Crest, Associazione Maria d’Enghien, Cinema Teatro Orfeo, Istituto Musicale Giovanni Paisiello, Palio di Taranto, Pro loco Taranto. C’è anche uno sponsor privato, necessari per realizzare grandi progetti (SCM Ingegneria). Inoltre l’evento gode del patrocinio di Università “Aldo Moro” di Bari, Soprintendenza nazionale per il Patrimonio culturale subacqueo, Club Unesco Taranto e l’Associazione Amici del Castello Aragonese.

«Covid, io sparo!»

Omicidio di un cassiere di venti anni

Il giovane aveva invitato un cliente ad indossare la mascherina. L’uomo è tornato a casa, ha preso una pistola e ha ammazzato il lavoratore che faceva solo rispettare le norme previste ai tempi della pandemia. «Mi sono sentito stretto nell’angolo, l’unica via di uscita era dare un segnale forte», ha dichiarato l’assassino agli inquirenti.

 

«Prego, indossi la mascherina, altrimenti non posso servirla», il cassiere ventenne. Lui, il cliente, un uomo di quarantasette anni, si procura una pistola e fredda il giovane, che stava facendo solo il suo mestiere: applicare una di quelle poche regole previste per combattere il covid. Per salvaguardare se stesso e la clientela della quale lo stesso assassino faceva parte. «Non ci ho visto più, sono andato a casa, mi sono procurato l’arma e una volta tornato nel supermercato ho sparato contro il ragazzo: colpa del covid e di quanto gli sta intorno, non ce la faccio più…».

Questa la notizia. Arriva direttamente dalla Germania, fra qualche istante entriamo nella cronaca riportata dalle agenzie di mezzo mondo e pubblicata anche dal Messaggero. La sintesi perfetta del quotidiano romano ci porta a fare una serie di considerazione. Intanto che lo stress, qualsiasi cosa lo provochi, possa essere un’attenuante o una scusa per commettere qualsiasi follia, come nel caso dell’omicidio del povero ragazzo ventenne che altro non stava facendo che far rispettare quanto gli era stato indicato dal suo datore di lavoro per evitare sanzioni salate da parte della polizia tedesca.

 

UN PIENO DI BIRRA

Non era lucido l’omicida scriverà qualcuno nei commenti. Quel briciolo di lucidità, però, il quarantasettenne l’ha conservata per ricordarsi della pistola custodita in casa, assicurarsi che l’arma fosse carica e per condannare di lì a qualche minuto quel giovanotto che come tutti i giorni aveva salutato la famiglia per andare a lavorare e guadagnare qualcosa. Insomma, la storia dello stress da pandemia non regge. O meglio, non può essere una scusante, l’omicida dovrà rispondere del suo gesto folle alla giustizia tedesca che, pare, non sia molto tenera nei confronti chi compie un delitto, seppure in condizioni di stress.

Dunque, passo indietro. Idar-Oberstein, nel Land della Renania, parliamo di Germania. Un giovane cassiere indica a un cliente dell’attività per cui lavora di indossare la mascherina e l’uomo, per tutta risposta, gli spara e lo uccide. Vittima, si diceva, è un ragazzo di venti anni, ucciso senza pietà, in modo efferato: un colpo di pistola dritto alla testa. La Germania è rimasta letteralmente sgomenta per l’episodio che ha “condannato” quel povero ragazzo che aveva solo aver fatto notare al cliente della stazione di benzina dove lavorava come cassiere, che lì era previsto l’obbligo della mascherina.

 

UN GESTO FOLLE

Secondo quanto stabilito dagli inquirenti, l’uomo di quarantasette anni era entrato sabato scorso nella stazione di servizio, non per pagare un pieno di benzina, ma per acquistare una confezione di birre. Il ragazzo, responsabile alla cassa, nel fare applicare le norme anti-covid, si è rifiutato di servire il cliente perché non indossava la mascherina.

Nessun litigio o scambio vivace di parole fra i due. Il quarantasettenne non batte ciglio, va via, torna un’ora dopo, naso e bocca coperti, come richiesto dalla procedura nei luoghi pubblici al chiuso. Al momento di pagare le birre, ecco la sfida e il gesto folle insieme: l’uomo si scopre daccapo il volto. Il ventenne invita il provocatore e rimettersi la mascherina e lui, per tutta risposta, lo ucciso: un colpo di pistola alla testa.

L’uomo arrestato poche ore dopo ha ammesso l’omicidio. La giustificazione che non regge e non sappiamo quanto, questa, potrà indurre i giudici ad alleggerire una pena che sarebbe molto severa, e che «quanto generato dalla pandemia lo ha messo sotto forte stress». L’assassino si sarebbe «sentito stretto nell’angolo, e l’unica via di uscita era dover dare un segnale forte». L’uomo che evidentemente respinge le norme anticovid, ha anche affermato di aver inizialmente dimenticato la mascherina. Un folle omicida in più e un gran lavoratore in meno in circolazione.

«Sono Mike, nero…»

Vittima di cori gravemente offensivi, il campione reagisce con classe

«…e orgoglioso», scrive sui social il portiere del Milan preso di mira da “alcuni tifosi della Juventus”, puntualizza nel suo sfogo. Il resto dello stadio ha sommerso di fischi quei quattro imbecilli. «Finché potrò usare la voce per cambiare le cose, lo farò», promette. Non vuole impartire lezioni sul razzismo, ma assume una posizione netta, decisa che fa riflettere chi governa il calcio. «Uniti in una battaglia contro un problema sociale più grande del calcio stesso»Conosciamolo meglio attraverso un profilo della società rossonera.

 

Vittima di insulti razzisti all’Allianz Stadium durante Juventus-Milan, Mike Maignan, ventiseienne portiere della squadra rossonera, ha voluto pronunciarsi con un post pubblicato sul suo profilo Instagram.

«Domenica sera all’Allianz Stadium alcuni tifosi bianconeri mi hanno preso di mira con insulti e grida razziali. Cosa volete che dica? Che il razzismo è sbagliato e che quei tifosi sono stupidi?».

Una lettera aperta, una lezione a quanti usano le parole come se fossero sciabolate, seminando i social di odio. Mike, nato a Cayenne, nella Guyana francese, invece, conta fino a tre ed esterna come fosse un fratello di quanti si sono lasciati andare in quei cori irripetibili e stupidi. Roba da branco, perché gran parte dei tifosi bianconeri non solo si è dissociata da quelle urla, ma ha preso a fischi quella sparuta minoranza. Tanto che lo stesso Magic Mike nel suo pensiero scrive solo di “alcuni tifosi”, facendo salva la maggior parte dei presenti nello stadio torinese.

Maignan, riprende. «Non si tratta di questo – razzismo sbagliato e tifosi stupidi – non sono né il primo né l’ultimo giocatore a cui questo succederà; finché questi eventi vengono trattati come “incidenti isolati” e non viene intrapresa alcuna azione globale, la storia è destinata a ripetersi ancora e ancora e ancora…».

 

GRANDE LEZIONE…

Giocatore di grande tecnica, educazione e lealtà sportiva, però, si concede un’entrata dialettica a gamba tesa e pone delle domande, cominciando con il porle a se stesso per primo. «Cosa facciamo per combattere il razzismo negli stadi? Crediamo veramente che ciò che facciamo sia efficace? Faccio parte di un club impegnato come leader nella lotta contro ogni discriminazione. Ma bisogna essere di più e uniti in questa battaglia contro un problema sociale che è più grande del calcio stesso. Nelle stanze che governano il calcio, le persone che decidono sanno cosa si prova a sentire insulti e urla che ci relegano al rango di animali? Sanno cosa fa alle nostre famiglie, per i nostri cari che lo vedono e che non capiscono che possa ancora succedere nel 2021? Non sono una “vittima” del razzismo. Sono Mike, in piedi, nero e orgoglioso. Finché potremo usare la nostra voce per cambiare le cose, lo faremo».

Conosciamolo meglio attraverso un profilo dei profili rossoneri, milanpress.it. La sua carriera – come del resto la sua vita – non è stata sempre facile. Nel 2018 era finito fuori rosa al Lille, ma da lì è ripartito e nel 2019 è stato eletto miglior portiere di Ligue 1. E adesso in nazionale ha scalzato anche Areola diventando il candidato principale a diventare titolare. Da giovane, però, Maignan faceva prima l’attaccante e poi il centrocampista, mentre da bambino, lui – tifoso del Liverpool – sarebbe potuto diventare un delinquente alla Scarface: del resto è cresciuto in uno dei Paesi più malfamati della periferia di Parigi, dove nel 2007 scoppiò una rivolta dopo la morte di un paio di ragazzini inseguiti dalla polizia.

 

…E TANTO DI CAPPELLO

Poi è cresciuto e oggi si autodefinisce «organizzato, esigente, perfezionista e molto rancoroso». Ha uno strano hobby: “Metto in ordine il mio garage, almeno due ore a settimana, così posso trovare tutto anche a occhi chiusi». Un duro dal cuore tenero. «Vincere quattro Champions non ha valore, il vero trofeo è far felice la mia famiglia e rendere fiera mia mamma». Prima di fare il titolare a Lilla, Maignan si è fatto le ossa al Psg: il suo futuro compagno di squadra al Milan Zlatan Ibrahimovic lo prendeva a “sassate” in allenamento e lo insultava se non parava: “Zlatan mi piace, è un tipo vero che ti dice le cose in faccia, ma mi è capitato di rispondergli a tono, anche se all’epoca ero un ragazzino; ricordo un allenamento, avevo diciassette anni, primo anno da professionista: Ibrahimovic calciava pallonate a quattrocento orari, nemmeno dovesse segnare a Buffon o a Julio Cesar. Non riuscivo a parare e allora mi dice: “Sei un portiere di m…”, mi diceva. Quando subito dopo gli parai un tiro, gli risposi a tono: “E tu sei un attaccante di m…”. Sul momento mi ha ignorato, ma poi in spogliatoio mi ha detto che mi apprezzava e ho capito che mi piaceva non solo come giocatore ma anche come persona”.

Altre scintille Maignan le ha avute con lo iuventino Rabiot. “Con Adrien ci siamo quasi menati, la seconda volta che ci siamo visti. Colpa di una battuta che lui ha preso come mancanza di rispetto. È un tipo tranquillo, ma ha un carattere molto forte. Da allora andiamo d’accordo…”. Del resto, se Maignan non avesse avuto una personalità così forte, diciamo pure a soli ventisei anni, non avrebbe scosso il calcio con quelle parole pesanti come macigni proprio perché leggere. Chapeau, Mike magic. Tanto di cappello, magico Mike.

«Fraintesa, mi scuso…»

Barbara Palombelli, giornalista, accusata di “victim blaming”

Durante una puntata di Forum  avrebbe compiuto una sorta di “colpevolizzazione delle vittime di femminicidio”. «Non mi sono spiegata bene, quella ricostruita nell’aula televisiva era una causa sulla “rabbia al femminile”», ha dichiarato la conduttrice. «Ho fatto le mie scuse al pubblico e all’azienda». Nonostante il ravvedimento, sui social le si sono scatenati contro con insulti pesanti. Dichiarazioni riportate da Rtl e Corriere della Sera

 

Talvolta «le donne, vittime di femminicidio, avrebbero un “comportamento esasperante”». Presa così dal bel mezzo di un ragionamento, pare una cosa forte. Di più, che non si può sentire. Ma i processi tout-court non fanno per noi, non si può essere giudici e accusatori allo stesso tempo e non assicurare all’accusato di discolparsi, o meglio, spiegarsi?

Vero che una delle prime regole, non scritte s’intende, del giornalismo è quella di annusare una notizia prima dei colleghi, della concorrenza e fiondarcisi sopra. Tanto che molte delle polemiche finite sul web sono generate a metà fra i social e gli organi di informazione, siti web compresi. Ma la storia di Barbara Palombelli, giornalista messa in un angolo da Mediaset a fare da moderatrice a dibattiti allegri, che tanto sanno di riunione condominiale piuttosto che di causa, è forse esagerata.

La giornalista-conduttrice, come riportato a più riprese dal Corriere della Sera, come se non bastasse, una, due volte, si è scusata ancora per le dichiarazioni rese giovedì scorso a Forum, spiegando che cosa intendeva dire quando aveva parlato di possibile «comportamento esasperante» delle donne vittime di femminicidio.

 

«NON MI SONO SPIEGATA BENE…»

«Non mi sono spiegata bene – ha dichiarato la Palombelli – anche se chi ha visto tutta la causa ha compreso perfettamente in quanto quella ricostruita nell’aula televisiva era una causa sulla “rabbia al femminile”, con tanto di psicologa in studio e quanto potesse fare da contorno a questo tema; non mi sono spiegata bene e quindi mi sono scusata con il pubblico e con l’azienda: se uno sbaglia a parlare, sbaglia, l’importante è avvedersi e comprendere di aver commesso un errore: non ho autori, non ho auricolari, quindi ho sbagliato io e mi sono scusata», ha dichiarato in una intervista rilasciata a Enrico Galletti e Giusi Legrenzi su Rtl 102.5.

Barbara Palombelli ha inoltre aggiunto di aver avuto anche «una valanga di solidarietà» da parte di tante persone che hanno colto per il verso giusto – quello sul quale si era pronunciata – su quanto intendesse dire, ma che risuonava proprio come pericoloso victim blaming(colpevolizzazione della vittima). «L’importante – ha ripreso la giornalista – è capire cosa accade prima del femminicido, con quali meccanismi i violenti da entrambe le parti si possano bloccare ed arginare prima di questo terribile esito fatale».

«Dobbiamo domandarci – ha proseguito la Palombelli – cosa succede in un rapporto se il tuo amore diventa il tuo aggressore o addirittura il tuo assassino: mi sono spiegata male, mi sono scusata ma la domanda di fondo è: “Quali comportamenti possiamo bloccare prima che la rabbia diventi violenza?”. È questo il tema che mi interessa: colpa mia se non mi sono spiegata bene, diverso è quello che poi si è scatenato».

 

«OFFESA PESANTEMENTE SUI SOCIAL»

«Credo che il deterrente della pena – ha poi aggiunto riguardo i potenziali assassini – non sia sufficiente perché come avete visto moltissime di queste persone si tolgono la vita; possiamo lavorare sulla pena, ma il tema vero è su che tipo di rapporto si stabilisce tra la vittima e il carnefice. Secondo me non si può dire “non ne parliamo” per rispetto alle vittime, anzi il dibattito va aperto proprio per rispetto alle vittime».

Della bufera web che si è scatenata dopo le sue parole, la giornalista-conduttrice di Forum si è detta molto preoccupata, facendo il paragone con Loretta Goggi che dopo alcuni commenti particolarmente cattivi ha deciso di abbandonare i social.

«E’ una cosa che mi preoccupa: io posso difendermi grazie alla mia storia, credo inoltre di avere una corazza molto robusta, ma tante persone possono rimanere schiacciate: pensate alle ragazzine: il tema del bullismo online è un altro argomento importante che affrontiamo spesso anche a Forum».

Barbara Palombelli, vittima a sua volta di diffamazione e pronta ad andare in tribunale, ha concluso così il suo intervento su Rtl: «Credo ci sia da imparare da tutto; bisogna stare attenti ad usare le parole e questa è stata una mia mancanza. Però bisogna anche imparare a capire cosa sta accadendo in questo Paese dove, da un lato si pensa che sia diventato il Paese più permissivo del mondo dove tutti possono fare tutto, dall’altro senza chiedere, senza chiarire si montano queste ondate di odio e di indignazione, di insulti: è accaduto ad altri prima di me e capiterà ad altri ancora, ma da giornalista voglio interrogarmi anche sui limiti di questo sistema: la violenza che è stata esercitata, l’istigazione all’odio contro di me, racconta anche quello qualcosa su questo Paese, c’è sempre da imparare». Intanto pare sia avanzata la richiesta di un inasprimento delle pene per quanti si rendono protagonisti di episodi di femminicidio. Ma occorre fare in fretta. Come detto dalla Palombelli, si corre il rischio che questo reato fra i più efferati non venga punito nella giusta misura, compiendo una seconda ingiustizia nei confronti delle numerose e sfortunate vittime di assassini convinti di farla franca o di passarla liscia con misure restrittive blande.

«Il mio giro d’Italia»

Mimmo Carriero, tarantino, millecinquecento chilometri per uno scopo nobile

«Vivo a Lomazzo, ma ho sempre la mia città nel cuore: volevo fare qualcosa che testimoniasse il mio affetto per Taranto. Proverò a raccogliere fondi in quattordici tappe che compirò in sella alla mia bici. Dovesse andare bene, regaleremo all’associazione locale “Plasticaqquà” un bel kayak per sorvegliare le nostre coste». La stampa e le agenzie nazionali si sono dedicate all’impresa: dal “Corriere di Como” a “TarantoBuonasera”

 

L’impresa è di quelle titaniche, lo scopo è di quelli nobili. In particolar modo di questi tempi, dove si festeggiano antiche tradizioni e in un solo pomeriggio ammazzano millecinquecento delfini (Isole Faroe, arcipelago danese). Così, perché lo vuole la tradizione, dimenticando la bontà di quei piccoli cetacei che di vite ne hanno salvate tante (e continuano a farlo, alla faccia di chi, come nei giorni scorsi, li ha cacciati senza pietà).

Dunque, uno spiraglio che poco ha a che fare con quella orribile mattanza. Storia nobile, si diceva. Specie se protagonista è un tarantino che si è messo in testa la brillante idea, da noi sottoscritta, come l’intera traversata del nostro Paese in bicicletta. Quattordici tappe per sensibilizzare su un tema che, evidentemente, ci sta a cuore: l’ambiente.

Si chiama Cosimo Carriero. E’ partito da Lomazzo per raggiungere Taranto, sua città natale. Sta pedalando  l’Italia in sella alla sua bicicletta. Coprirà una distanza di millecinquecento chilometri su strada. Quello di Mimmo, residente in provincia di Como da anni, non è solo un viaggio di piacere o un’idea per tenersi in forma. L’impresa di Mimmo ha fine sociale e ambientale. Il viaggio che lui ha intrapreso farà da richiamo per promuovere una raccolta fondi, lanciata su GoFundMe e finanziare l’associazione tarantina “Plasticaqquà”, che da tempo ripulisce dalla plastica le coste tarantine.

 

«RIPULIAMO L’AMBIENTE»

I fondi che raccoglierà Mimmo serviranno per acquistare, possibilmente, e farne dono all’associazione un kayak, una comoda imbarcazione, ideale per sorvegliare le acque interessate ripulire i tratti di costa raggiungibili a piedi dalla terraferma. “Plasticaqquà”, è bene specificarlo di questi tempi: è un’associazione senza fini di lucro, impegnata da ben otto anni nella salvaguardia dell’ecosistema marino del territorio di Taranto.

Naturalmente per sostenere l’impresa del “ciclista ecologico” si può partecipare con una donazione e condividere l’iniziativa affinché la sua impresa e lo scopo della stessa siano conosciuti dal più ampio numero di persone possibile. Il viaggio di Carriero, giorno più, giorno meno, durerà in tutto circa due settimane.

«Sono un appassionato ciclista che pratica questo sport da relativamente poco – ha dichiarato al quotidiano TarantoBuonasera in una lunga e interessante intervista – cinquanta anni e una forma fisica così e così mi sono detto che avrei dovuto fare qualcosa, tant’è ho comprato una bicicletta; ho cominciato con giri brevi, prevalentemente pianeggianti, e ho via via incrementato la distanza, includendo tratti collinari, fino a raggiungere una forma fisica sufficiente a farmi realizzare il mio primo sogno, il giro del Lago di Como in bicicletta, circa centosessanta chilometri. Sono un ambientalista convinto e allo stesso tempo un amante dei viaggi, e la bicicletta mi ha permesso di coniugare questi due aspetti della mia vita scoprendo un nuovo tipo di turismo basato su un mezzo di trasporto a impatto zero. Per questo mi sono “specializzato”, anche se sarebbe più corretto dire innamorato, nel fare il giro dei laghi del nord Italia, ovvero Orta, Maggiore, Lugano, Iseo, Garda, e altri laghi minori, ognuno con delle caratteristiche di percorso uniche».

 

«DATEMI A…VOI STESSI»

La scelta dell’associazione Plasticaqquà? «Ambientalista convinto – ha spiegato al quotidiano tarantino – volevo fare qualcosa di concreto unendo il concetto di mobilità sostenibile e l’ambiente, contando sull’effetto mediatico della mia “piccola impresa” legando l’Adi Green Team Network a un’iniziativa in favore, appunto, dell’ambiente. Fra le varie ricerche ho individuato “Plasticaqquà” di Taranto, associazione ambientalista impegnata in tantissime iniziative che vanno dal bonificare i siti marini dalla plastica e dai rifiuti vari, provvedendo poi a smaltirli in modo corretto come nel caso di plastica e vetro, attraverso la rigenerazione».

L’idea del kayak. «Confrontandomi con l’associazione ho appreso che fra i progetti che avevano in mente c’era questo tipo di imbarcazione: dunque, il kayak e l’opera di sensibilizzazione per un tema come l’ambiente e il mare, il nostro mare: mi sembrano due motivi validissimi per affrontare una piccola impresa come quella che mi vedrà protagonista».

«Tamin, vivo per miracolo»

Sei anni, origini bengalesi, il piccolo accoltellato a Rimini

A sferrargli un micidiale fendente un somalo di ventisei anni fuori controllo. Pare che il folle abbia agito sotto l’effetto di alcol e droga. «Ringrazio i medici per aver salvato mio figlio, le autorità e le forze di polizia per averci assicurato massima assistenza», ha dichiarato il padre della vittima. Fuori pericolo,  vivo grazie alla divina provvidenza

 

Ha sei anni, si chiama Tamin, il piccolo di sei anni, originario del Bangladesh, accoltellato alla gola sabato scorso sul Lungomare di Rimini. Pare sia fuori percolo, ma per miracolo, spiega il papà che si dà il cambio con la moglie nel vegliare quel bambino, che senza saperlo ha visto la morte in faccia.

Il sindaco della città romagnola, Andrea Gnassi, rimasto in ospedale per buona parte della prima nottata insieme al suo vice, aveva anticipato buone notizie. “L’équipe medica dell’ospedale Infermi – aveva dichiarato il primo cittadino – è intervenuta con un’operazione molto delicata, conclusasi positivamente: al momento le indagini diagnostiche escluderebbero danni ulteriori”.

Tamin, origini bengalesi, è stato operato nella notte all’“Ospedale Infermi”. Si è trattato di un delicato intervento chirurgico per la ricostruzione della carotide, seriamente danneggiata dal fendente sferrato dal ventiseienne. Ora, Tamin, è ricoverato in “Rianimazione” e rimane in prognosi riservata ma non sarebbe più in pericolo di vita.

“L’abbiamo riattaccata – ha detto Salvatore Tarantini, a capo dell’equipe di chirurgia vascolare – il bambino sta bene, ma la prognosi, dopo l’intervento, non abbiamo potuto scioglierla subito perché è un intervento delicatissimo: la carotide porta sangue al cervello; avevamo paura che ci fossero stati danni cerebrali, la tac lo ha escluso e anche la clinica sembra averlo escluso: il piccolo sta benino, risponde agli stimoli”.

 

CINQUE FERITI IN TUTTO…

Il bilancio di sabato 11 settembre a Rimini è di cinque persone ferite tra cui il bambino, figlio di una coppia – si diceva – originaria del Bangladesh che lunedì scorso avrebbe avuto il suo primo giorno di scuola; la folle violenza si è consumata a Miramare nel giorno del ricordo degli attentati terroristici a New York nel 2001. Al bambino, che ha avuto la sfortuna di trovarsi sulla strada dell’aggressore, il ventiseienne somalo ha reciso la giugulare con un fendente. “Una famiglia di persone che ha grande dignità vive ore drammatiche per il figlioletto – ha detto Jamil Sadegholvaad, assessore comunale di Rimini – la loro è una storia di integrazione riuscita”.

Somane Duula, il ventiseienne accoltellatore da due mesi in Italia ospitato dalla Croce Rossa di Riccione. Pima di giungere nel nostro paese, Somane aveva vissuto per alcuni periodi in Europa: Svezia, Danimarca, Germania e Olanda per richiedere lo status di rifugiato. “Il suo agire non è da collegarsi in alcun modo ad ambienti terroristici”, assicurano gli investigatori, anche per fugare un panico che si era diffuso in città, peraltro in una data significativa nella storia del terrorismo internazionale. Per la polizia il giovane era probabilmente sotto gli effetti di alcol o droga.

Duula si trova ora in carcere e dovrà rispondere delle accuse di tentato omicidio, lesioni e tentata rapina. In questi giorni, oltre all’interrogatorio di garanzia dal gip, si è riunito anche il Comitato per l’ordine e la sicurezza, alla presenza della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese.

 

…QUATTRO SONO DONNE

Oltre al piccolo bengalese, sono tutte donne le altre quattro vittime ferite dal somalo. Per prima cosa, l’uomo ha accoltellato al volto e alla gola le due controllore sull’autobus che lavorano per conto dell’azienda di trasporti Start Romagna. Trasportate al Bufalini di Cesena, alla più grave sono stati assegnati due mesi di guarigione.

Dopo aver accoltellato le due controllore, il ventiseienne somalo ha minacciato l’autista, costringendolo a fermare il mezzo e fuggire  in una traversa vicino alla stazione di Miramare, dove ha colpito una ragazza residente a Pesaro e una pensionata di settantasette anni, all’altezza del Lungomare Regina Elena. Puntando la lama alla gola di chi intralciava la sua fuga, con la polizia addosso, il somalo ha tentato anche di rubare un cellulare ad un automobilista barricatosi all’interno della propria auto.

Il padre di Tamin, ha parlato del gesto improvviso di un folle. Gli inquirenti al momento confermano «l’atto folle e improvviso e uno stato di alterazione del soggetto arrestato», ha spiegato il sindaco Gnassi, rimasto tutta la prima notte in ospedale con i genitori del bambino. “Perché una persona che aveva già dato segni di violenza e di alterazione – s’interroga il primo cittadino –  girava liberamente? Sono stati sottovalutati i segnali precedenti?».

«Il ventiseienne somalo – ha dichiarato il sindaco dopo aver raccolto ulteriori informazioni – è un richiedente asilo, ospitato alla Caritas di Riccione che, salito sul bus in direzione Rimini, nei pressi del Talassoterapico al confine tra i due comuni, ha colpito prima le controllore, poi nel tentativo di fuga ha colpito ancora altre persone, tra queste il bimbo operato d’urgenza».

«In ospedale – prosegue Gnassi – abbiamo trovato una famiglia sconvolta ma che con grande dignità e compostezza ha saputo pazientemente attendere in quelle drammatiche ore; il padre di Tamin lavora in una importante azienda del Riminese e i suoi tre figli sono nati tutti qui; nella notte ci siamo attivati con il datore di lavoro del padre del piccolo e con i servizi sociali del comune di residenza per prestare totale sostegno, solidale e pratico, alla famiglia».

Il padre del piccolo ha voluto, inoltre, ringraziare medici, poliziotti, Dio, tutti coloro i quali gli si sono stretti intorno in quei momenti durissimi. Sempre con grande dignità. «Per il responsabile di tale violenza – ha concluso il sindaco Gnassi – non si deve chiedere altro che il massimo rigore: non ci può essere alcuna giustificazione o attenuante per quanto fatto: le leggi esistono e vanno applicate, mi rifiuto di commentare qualsiasi speculazione politica in vista delle elezioni».

«Un set a cielo aperto»

Taranto ospita Cinemadamare

Per una settimana ospiti registi e attori da tutto il mondo. Riprenderanno e interpreteranno gli angoli di una città che sta recuperando posizioni. Più di quaranta giovani artisti realizzeranno le loro opere durante una settimana. Dal 16 al 18 settembre, proiezioni di film da sala cinematografica. Domenica saranno proposti tutti i film realizzati.

 

“Taranto, set a cielo aperto”. E’ una città che sta cambiando, si mette al centro di un’Italia che nel post-covid dà segni di ripresa. Non solo Città dei Festival, secondo quanto sentiamo e leggiamo da più parti, ma anche set ideale per ospitare riprese, mettere alla prova nuovi talenti del cinema italiano e internazionale. Registi e attori daStati Uniti d’America, Canada, Brasile, Argentina, Grecia, Germania e tanti altri Paesi, fino al 19 settembre gireranno shortfilm a Taranto.

No red carpet, no special guest, no photowall, ma solo filmmaker italiani e stranieri che fanno film. Perdoniamo perfino l’eccesso di paroloni inglesi, che ormai fanno parte del linguaggio comune, quello giovanile. Del resto Taranto, nell’ospitare questa iniziativa, è come se si affacciasse al mondo. Dunque, e vada per short, red carpet, special guest, photowall, filmmaker. Con queste “credenziali” la Carovana di Cinemadamare, dopo aver fatto già tappa a Roma, a Milano, in Umbria, Lazio, Basilicata, Toscana, Sardegna, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, arriva a Taranto, per la 19esima edizione con il patrocinio morale del Comune di Taranto, il sostegno della “Errepi Net Srl” e grazie all’accoglienza di monsignor Emanuele Ferro, che ha messo disposizione di questa enorme macchina gli spazi dell’oratorio San Giuseppe in Città Vecchia. È lì, infatti, che registi, attori, tecnici e organizzatori risiederanno e lavoreranno in questi giorni.

 

COMUNE, PATROCINIO MORALE 

«Siamo felici di ospitare a Taranto Cinemadamare – ha dichiarato il vicesindaco, assessore alla Cultura e Sport Fabiano Marti – diamo il benvenuto a questi giovani artisti e li ringraziamo, perché siamo certi che sapranno guardare alla nostra splendida città con occhi profondi, cogliendone la bellezza che spesso sfugge anche a chi ci vive».

«Abbiamo imparato che il cinema è un potente veicolo promozionale – ha aggiunto l’assessore allo Sviluppo Economico e Turismo Fabrizio Manzulli – per questo favoriamo ogni iniziativa che sappia raccontare peculiarità, potenzialità di Taranto e sappia mettere in risalto il lato più affascinante della nostra città».

Taranto, dunque, come grande conquista della kermesse nata nel 2003. La “Città dei Due Mari” si trasforma in un immenso “set a cielo aperto” con decine di troupe cosmopolite: fiction, documentari, video clip e interviste, con protagonista la gente del posto e con la collaborazione dei filmmaker pugliesi, promuovendo le risorse artistiche e l’immenso patrimonio culturale di uno dei luoghi più suggestivi di tutto il Mediterraneo. «Sarà molto interessante – il commento del direttore della manifestazione Cinemadamare, Franco Rina – vedere come, a sua volta, l’importanza storica e culturale di Taranto verrà interpretata dai giovani cineasti, soprattutto stranieri, che compongono la nostra carovana di creativi e in che modo il tutto sarà trasformato in storie». Gli oltre 40 giovani artisti che seguono la kermesse realizzeranno le loro opere durante l’intera settimana di permanenza a Taranto.

 

PROIEZIONI GRATUITE

Previste, inoltre, proiezioni gratuite per tutti, dalle 21.00, in vico De Valeris. Dal 16 settembre al 18 settembre, film da sala cinematografica; domenica 19, invece, saranno proposti tutti i film girati a Taranto dai filmmaker di Cinemadamare, con premiazione dei più belli. Cinemadamare è organizzato in partnership con quarantasette scuole e università di cinema di tutti i continenti, dal Santa Monica College di Los Angeles alla South African School Of Motion Picture Medium di Città del Capo, alla Moscow School Of New York Media di Mosca alla Mit Insistute Of Disign di New Deli, e da tante altre. Da diciannove anni anni, dunque, gli studenti di tutte queste scuole si danno appuntamento in Italia, per continuare la loro formazione “sul campo”, e per dar vita al più grande campus itinerante per la formazione e per la produzione cinematografica. Come anticipato, partner locale dell’evento è la “Errepi Net Srl”, rappresentata da Paolo Sabatino e Rossana Turi, rispettivamente amministratore e founderdella società tarantina.

«C’è vita su Marte?»

Pianeta rosso e non solo, oggetto di studio

Tutto fa pensare che la Via Lattea pulluli di vita. Ma non di civiltà alla giusta distanza e nel giusto momento per comunicare con noi. Intanto team di studiosi fanno ipotesi: chi è prudente, chi invece considera “vita” anche un minuscolo batterio

 

Di fantasie, talvolta catastrofiche, altre volte romanzate, ne è piena la letteratura e la cinematografia. Tanto da diventarne un enorme business, se si pensa che a metà degli Anni Cinquanta del secolo scorso è stata coniata la parola “fantascienza”. Che giustifica tutto e niente: una piccola scoperta, oppure l’idea che qualcosa di sconvolgente dal punto di vista della scienza sia stato scoperto. Ma siamo lontani, è bene dirlo, da un pianeta che abbia la stessa vita della Terra, oppure di un altro astro celeste che ospiti esseri pericolosi. Di questo ed altri argomenti se ne sono occupati scienzati e riviste internazionali, come nel caso di Esquire, che in questi giorni ha pubblicato un servizio, che poi è un’ipotesi. Sia chiaro, l’argomento va trattato con le molle, senza evocare documenti nascosti, archivi di stato pieni zeppi di foto di esseri i sostanze venuti da un altro mondo.

Dunque, su Equire, leggiamo che da sempre nella ricerca di vita extraterrestre ci siamo immaginati di trovare un pianeta molto simile alla Terra, con la nostra distanza dal sole, quindi la nostra temperatura, delle nostre dimensioni, con un’atmosfera paragonabile a quella che abbiamo qui.

Detto che è bene essere prudenti, come fa la stessa rivista americana nella sua edizione italiana, sarebbe un bel colpo trovare questo pianeta, ma ultimamente abbiamo scoperto che il nostro – la terra – non è l’unico mondo a poter custodire vita extraterrestre.

 

QUI CAMBRIDGE…

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Cambridge, scrive la rivista americana, ha identificato una nuova classe di pianeti potenzialmente abitabili che potrebbero cambiare per sempre la nostra idea di vita e di ricerca spaziale.

Sono stati chiamati “Hycean” e sono anche due volte volte più grandi della Terra, molto più caldi (duecento gradi), con un’atmosfera ricca di idrogeno e soprattutto ricoperti di oceani. Secondo il team di ricercatori il numero molto elevato di Hycean in giro per il cosmo ci potrebbe far incontrare il primo alieno (è bene ricordare che tecnicamente anche un batterio è un extraterrestre) in due, tre anni.

«Questi pianeti, detti Hycean, aprono una strada completamente nuova nella nostra ricerca di vita altrove», ha dichiarato il leader dello studio compiuto dall’Istituto di Astronomia di Cambridge. «Essenzialmente – asserisce lo studioso – quando abbiamo cercato queste varie firme molecolari, ci siamo concentrati su pianeti simili alla Terra, che è un punto di partenza ragionevole. Ma pensiamo che i pianeti Hycean offrano una migliore possibilità di trovare diverse tracce di biofirme».

Per ora il team di studiosi ha scovato un certo numero di pianeti Hycean tra 35 e 150 anni luce di distanza che si spera possano essere obiettivi primari per la prossima generazione di telescopi spaziali, come il James Webb Space Telescope, che dovrebbe essere lanciato quest’anno.

 

…QUI ROMA

Ma, attenzione, per ora di corpi celesti abitati da una vita simile alla Terra, non ne conosciamo. Se, però, ne trovassimo almeno uno di pianeta che ospita con certezza la vita, fuori dal Sistema solare, allora questi potrebbero essere centomila. È l’enigma pirandelliano che da secoli accompagna l’uomo: siamo soli, unici, nell’Universo?

Se gli americani sono possibilisti, due ricercatori italiani, Amedeo Balbi dell’Università di Roma Tor Vergata e Claudio Grimaldi, dell’Ecole Polytechnique di Losanna, sono più prudenti: hanno, infatti, firmato uno studio statistico pubblicato su Pnas che calcola l’impatto di una scoperta, nei prossimi decenni, di biosignatures, le firme di gas prodotti da attività biologica nell’atmosfera di altri mondi. Tutto fa pensare che la Via Lattea pulluli di vita. Ma non di civiltà alla giusta distanza e nel giusto momento per comunicare con noi.

«Il nostro studio è uno strumento statistico – affermano gli studiosi – Per rispondere a questa domanda: se dovessimo scoprire, nei prossimi dieci o venti anni, con i nuovi strumenti, in modo conclusivo che c’è evidenza di vita, quanta ce ne potremmo aspettare in tutta la galassia? La nostra intuizione ci dice che saremmo abbastanza certi che sarebbe dappertutto. Questo a livello intuitivo, diciamo un argomento qualitativo. Il nostro studio invece va su un piano quantitativo, che potrà servire in futuro per valutare le nuove osservazioni».

«Prendiamoci per mano»

«Amin, israeliano, lancia un appello»

Inviato al confine con la Siria, mentre osservava i nemici giocare una partitella di calcio gli balenò un ragionamento. “Una cosa che fa sorridere, perché è un’idea bambina: perché devo combattere ragazzi che, come me, in questo momento sorridono, fanno le stesse cose che io e i miei commilitoni facevamo nelle ore di riposo. Ho vissuto da piccolo in Perù, poi sono tornato in Israele, tre anni di leva a sorvegliare oltre quella linea immaginaria e a riflettere…”. Intanto, ha fondato un social, diffuso un ideale…

 

«Se solo ci fermassimo a pensare un solo minuto al giorno, a quanto siano sciocchi e inutili i conflitti, di qualsiasi natura, avremmo già risolto metà problema”. Amin, israeliano, nato a Gerusalemme, vissuto in Perù e alla maggiore età tornato nel suo Paese, ha in testa un’idea, forse bislacca, forse troppo bambina, insomma semplice, tanto che nessuno si pone mai una simile domanda. “E se smettessimo le armi, qualsiasi proposito di imbruttire il “nemico” che hai di fronte e nel quale il male e combatterlo con più odio?». Questa una delle domande che Amin si pone e che spesso rivolge agli amici sui social.

«So quanto siano forti i social oggi – dice – tanto che potrebbero essere usati per compiere una rivoluzione, smetterla una volta per tutte di spararci addosso perché “io sono meglio di te”, e non la metto sul piano del ragionamento, della discussione per quanto animata possa essere; no, la metto sul piano della forza e questa cosa, fratello, permettimi non va affatto bene».

Amin e il suo outing. «Sboccia quando meno te lo aspetti – spiega – una volta arruolato per il servizio di leva, che in Israele dura tre anni: appena maggiorenne ero tornato nel mio Paese insieme con la mia famiglia; avevamo vissuto per diversi anni in Perù, quando decidemmo di tornare nella nostra terra: succede, le radici in queste scelte hanno un ruolo sicuramente importante». Servizio di leva, primo impegno importante con un’arma fra le mani. «Dopo mesi di addestramento – dice il giovane israeliano – mandano me e la mia compagnia sulla linea di confine; provate a immaginare: me, pacifista nato, con un fucile ad alta precisione fra le mani e, per giunta, sulla linea di confine a sorvegliare i militari dell’esercito siriano, con il pericolo che quell’arma dovessi usarla davvero per ferire o, peggio, ammazzare il nemico che, forse, nemico non era e mi spiego…».

 

AMIN, PAROLE CHE PESANO

Misura le parole Amin, non vuole essere frainteso. Fino a quando ha indossato la divisa, sapeva che doveva rispettare gli ordini, osservare oltre la linea di confine perché ai militari con addosso una divisa diversa dalla sua non venisse in mente di fare scherzi. Fino a quando, galeotto fu un pallone di calcio. «Certo, lo sport più famoso al mondo – dice Amin – che puoi fare con quattro grosse pietre a segnare le due porte e una sfera che puoi prendere a calci anche se non sei un fulmine di guerra». Un giorno era di guardia Amin, attrezzato di binocolo e perfino di telescopio per sorvegliare distanze maggiori. «Cominciai ad osservare un gruppo di militari siriano divisi in due squadre, da una parte una squadra a torso nudo, dall’altra quelli con addosso una maglietta: correvano all’impazzata; un mio collega sorvegliava, io per qualche istante a guardare quella partita, ma forse a fare quanto dovremmo provare a fare un po’ di più tutti: a pensare; pensavo a quei ragazzi non da avversari in un conflitto che non porta mai a nullo di buono, ma ad esseri umani, come me, che di sparare addosso a un altro francamente non gliene frega nulla».

 

UNA RIVOLUZIONE “BAMBINA”

Un ragionamento che sulle prime fa arrossire Amin. «Ma sì, perché è un ragionamento elementare, che potrebbe fare anche un bambino; anzi, sono proprio i bambini, che non hanno idee politiche nella testa, a spiegarci le cose in modo semplice: perché dovrei aggredire uno che in questo momento ride insieme con i compagni, rincorre un pallone che prende a calci? Anche io, quelle volte che mi ritrovo a fare una partitella con amici e commilitoni, ho la stessa spensieratezza, come se non dovesse accadere nulla, perché non puoi avercela con chi mostra la tua stessa serenità, la tua stessa allegria». Magari bisognerebbe lavorare più su quelli che si ostinano a spararsi addosso. «Ma per fortuna sono una minoranza; siamo molti ma molti di più quelli che vogliono deporre le armi, sedersi intorno a un tavolo e prendere a calci anche certi pensieri, certi documenti: pensiamo ai confini, alle espansioni – e, in questo, non mi riferisco a Israele e Siria – senza comprendere che si vive una volta sola e ad ognuno di noi tocca sempre un metro nel quale muoverci, le lunghe distese, il nostro benessere a discapito dell’altro, del nemico, dell’avversario, non va bene: e, allora, proviamo a scendere in campo per un ideale comune, la libertà, giocare insieme a fare i bambini, posto che fare gli uomini il più delle volte porta alla violenza».

Per concludere, Amin. «Mi sto impegnando sui social, io stesso ne ho fondato uno, parola chiave “idealist”: ho ideali da condividere con altra gente, di qualsiasi Paese, qualsiasi latitudine; ecco, conto di arruolarne a migliaia, centinaia di migliaia, per armare di sola pace un esercito sterminato che abbia un unico scopo: deporre le armi e stringersi la mano».

Chiude la ex Cementir

Italcementi avvia la pratica per la chiusura delle attività

Tramonta un altro pezzo di storia dell’industria a Taranto. Era arrivata nella Città dei Due Mari negli Anni Sessanta, con l’ex Italsider e la Belleli. L’ultimo anno dicigs straordinaria. L’azienda: nessuna alternativa allo stop. Il sindacato: ricollocazione nelle bonifiche. La disamina del Sole 24 Ore.

 

Tramonta un altro pezzo di storia industriale di Taranto: chiude la ex Cementir. La notizia di una chiusura annunciata la riporta il Sole 24 Ore. Oggi Cemitaly, facente parte del Gruppo Italcementi, la Cementir arrivò nella Città dei Due Mari negli Anni Sessanta insieme all’ex Italsider (oggi ArcelorMittal) e alla Belleli, l’industria delle piattaforme petrolifere off shore dismessa vent’anni fa. Al Ministero del Lavoro Italcementi ha confermato che lo stabilimento chiude e che seguirà l’avvio della procedura di licenziamento collettivo che il gruppo aveva aperto per le 51 unità di Taranto nel luglio scorso. L’ex Cementir era già completamente ferma già da tre anni e il personale, inizialmente più di 100 unità, cinque anni fa era sceso a circa 70 per arrivare infine agli attuali 51 dipendenti.

Al ministero del Lavoro sindacati degli edili e azienda, prosegue il quotidiano di Confindustria, hanno concordato un anno di cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività che decorre dal 16 settembre. Sono già in cassa i dipendenti Cemitaly. I sindacati spiegano che la cigs per cessata attività serve ad attenuare gli effetti della chiusura. Previsto, inoltre, un esodo incentivato per chi nel frattempo volesse risolvere definitivamente il rapporto di lavoro e la possibilità che, a fronte di posizioni di lavoro aperte da Italcementi in altri stabilimenti in Italia, gli addetti di Taranto, se lo vorranno, potranno candidarsi. Una candidatura che possono manifestare anche nei 24 mesi successivi alla conclusione del nuovo anno di cassa integrazione.

 

LE PARTECIPAZIONI STATALI…

Cementir era arrivata a Taranto con Partecipazioni Statali e la strategia dell’intervento pubblico. Per tanti anni, aveva prodotto una specifica tipologia di cemento usando la loppa, materiale dell’industria siderurgica. L’ex Cementir è, infatti, situata accanto all’acciaieria. In seguito a un sequestro di anni fa che riguardò proprio il parco loppa dell’ex Ilva, le venne preclusa questa possibilità.

Cemitaly, arrivata nel 2018, aveva evidenziato che già cinque anni prima lo stabilimento di Taranto era in una condizione di prolungato fermo produttivo. Spenti i tre forni per la produzione, il sito era diventato solo un centro di macinazione. Questo per tre ragioni: grave crisi di mercato e di prodotto, difficoltà di reperimento di loppa d’altoforno dal vicino stabilimento ArcelorMittal e impossibilità nel reperire altrimenti la materia prima a costi sostenibili. Già nell’ottobre 2018, Cemitaly aveva annunciato il licenziamento dei dipendenti, allora sessantasette. Licenziamenti poi bloccati e convertiti con la cassa integrazione straordinaria.

Perché non c’è nessuna alternativa allo stop, lo spiega il Sole 24 Ore. Nel periodo di cigs, scrive il quotidiano, prorogata inizialmente sino a dicembre 2020 e poi tramutata in cig Covid che termina il prossimo 15 settembre, Cemitaly ha valutato la possibilità di una ripresa, ma per l’azienda non sono state riscontrate le condizioni. Cemitaly ha sostenuto che non sono possibili soluzioni alternative ai licenziamenti e non risulta percorribile la possibilità di conversione del sito ad altre produzioni di cemento in ragione sia dell’articolazione più generale del gruppo, che della situazione in cui attualmente versa il mercato del cemento.

 

POI IL GRUPPO CALTAGIRONE

Oltre a dismettere lo stabilimento, Cemitaly restituirà all’Autorità portuale anche la calata 4 ripristinata. Dopo essere stata nelle Partecipazioni Statali, l’ex Cementir era passata al gruppo Caltagirone che, anni fa, aveva anche annunciato un piano di rilancio con investimenti per il sito. Le vicende dell’Ilva, a partire dal sequestro dell’area a caldo del luglio 2012, unite all’involuzione del mercato, portarono però Caltagirone a fare un passo indietro e a fermare il piano annunciato.

Ma a margine della chiusura si registrano gli interventi di sigle sindacali. «Ora Italcementi – dichiara Francesco Bardinella della Fillea Cgil – chiederà la sospensione dell’Autorizzazione integrata ambientale al ministero della Transizione ecologica. Per un obbligo di legge, dovrà fare gli interventi necessari per mettere in sicurezza il complesso industriale. Se ci fosse una nuova attività, è chiaro che questa dovrà anzitutto assorbire i disoccupati. L’età media degli addetti è intorno ai cinquanta anni. Non si può traguardare per loro la pensione nel breve termine. Se invece l’attività in quel sito non riprenderà più, avremo purtroppo una fabbrica deserta, abbandonata, e che andrà verso il degrado».

«Facciamo in modo che il personale ex Cementir – dichiara Silvio Gullì della Filca Cisl – sia riconvertito nelle bonifiche a partire da quelle dello stabilimento. Considerata l’assenza di imprese specializzate in questo territorio nonostante il gran numero di bonifiche di cui Taranto ha bisogno, ritengo sia di fondamentale importanza fornire a Taranto un bacino di lavoratori formati e specializzati proprio nelle bonifiche».