Un sabato trascorso “sportiva-mente”

L’interazione che guarda all’inclusione.

Foto articolo domenicale 03 - 1Ieri mattina era in programma un incontro di calcio a sei nell’ambito del Torneo Regionale organizzato dall’ANPIS (Associazione Nazionale Polisportive per l’Inclusione Sociale) denominato Sportiva-Mente.
Decido di andarci perché ci sono diversi aspetti di questa iniziativa che mi intrigano.
Uno fra i tanti Mimmo, operatore sociale volontario tuttofare: Presidente, autista, magazziniere, allenatore, motivatore e non so cos’altro.
Una persona speciale che mi infastidisce solo quando mi chiama dottore!
Lo conosco dai tempi in cui venne a chiedermi di poter fare allenare i suoi ragazzi nel campo di una struttura dove avevamo allocato la Direzione Generale della ASL BA2, l’Istitituto “Vittorio Emanuele II” di Giovinazzo, un campo di calcio abbandonato da decenni e recuperato attraverso un progetto di inclusione sociale per essere messo a disposizione del territorio. Sono passati anni e lui è ancora la, attore e fautore di processi di socialità in maniera volontaristica e senza togliere un briciolo di tempo alla famiglia che lo segue sempre nelle sue attività.
Al Torneo sono iscritte Associazioni che, a vario titolo, operano nel settore della Salute Mentale con squadre composte da utenti e operatori: “in campo giocano quattro utenti e due operatori” mi spiega il Presidente dell’Associazione “L’Anatroccolo onlus” di Bitonto, Mimmo Bellifemine, mentre sta per cominciare l’incontro casalingo contro la “Gargano 2000”, una Associazione di Giovinazzo.
E’ il quarto incontro del Torneo e per la capolista “L’Anatroccolo” è un incontro al vertice perché gli amici di Giovinazzo sono secondi.
“Non è questo lo spirito con il quale i ragazzi giocano. Scendono in campo per divertirsi. Certo, l’impegno e la voglia di vincere ci sono ma sono elementi marginali. Poi, per il secondo anno consecutivo, abbiamo le nostre punte di diamante che fanno la differenza in campo come nello spogliatoio”. Le punte di diamante alle quali si riferisce il Presidente de “L’Anatroccolo” sono cinque ospiti del Centro di Accoglienza Straordinaria di Bitonto gestito da “Costruiamo Insieme” iscritti al Torneo in quota agli operatori.

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La prima squadra ad entrare in campo è quella dei bitontini e Mimmo mi deve lasciare per dirigere la fase di riscaldamento pre partita.
Il gruppo si compatta e, prima di iniziare il riscaldamento, scappano abbracci, strette di mano, segni di intesa e incoraggiamento fra i giocatori.Colgo il primo elemento dell’incontro fra culture: alcuni ragazzi de “L’Anatroccolo”, dopo aver stretto la mano e abbracciato i colleghi “stranieri”, portano la mano al petto, un rituale simbolico che, fino a qualche tempo fa, non conoscevano: incontro e scambio!
“Noi guardiamo ai processi di integrazione sociale a 360 gradi e la presenza di questi ragazzi nel gruppo è un motivo di crescita attraverso lo scambio di esperienze per i nostri ragazzi che va al di la della condivisione dell’evento calcistico” mi aveva raccontato Mimmo prima dell’inizio della partita.
Ed è un’esperienza che vogliamo ampliare attraverso la sottoscrizione di un Protocollo di Collaborazione finalizzato a consolidare e rafforzare l’interazione fra le nostre realtà per la realizzazione di percorsi concreti di inclusione sociale.
Nel frattempo, la partita entra nel vivo. A due minuti dalla fine “L’Anatroccolo” vince 4 a 3. Due minuti fatali: la partita si chiude sul risultato di 5 a 4 per gli ospiti che diventano primi in classifica con un distacco di due punti.
Ma questi sono dettagli di poco conto, marginali.
I ragazzi sono felici, hanno giocato, si sono divertiti.
La prossima settimana saranno a Foggia sempre per giocare, stare insieme e divertirsi.
Se vincono o perdono è sempre festa!
E, guardandoli, mi chiedo quanto abbiamo ancora da imparare da quella spontaneità che è rimasta scevra dall’inquinamento ideologico e culturale che ammorba il rapporto fra le persone.
Ho trascorso un bel sabato Diversa-Mente!

«Io, in mano agli asma boys»

Friday, nigeriano, in Libia per giorni in mano a ragazzini terribili. «Recluso in uno stanzone e consegnato quotidianamente a una persona per lavorare e pagarmi la libertà. Poi l’incontro con un galantuomo, il gommone, il viaggio fino alle coste pugliesi, Taranto, la libertà…»

Friday, venerdì. Come il personaggio scaturito dalla fantasia di Daniel Defoe che scrisse il romanzo per ragazzi “Robinson Crusoe”, il naufrago che salvò un povero indigeno scaricato dalla sua tribù. Friday, nigeriano, sorride continuamente. Prende il block notes e scrive in stampatello, lettera dopo lettera, il suo nome. Per evitare malintesi. «Venerdì, come quel personaggio lì…», dice, sorride. Poi tace, consegna il suo buon inglese alla traduzione di Sillah, uno degli operatori della cooperativa “Costruiamo Insieme”. E’ brillante, Friday, da due anni in Italia. In tasca un titolo di saldatore conseguito in Nigeria, ama musica e danza. Hai visto mai, un giorno dietro una consolle o su un palco a cantare, muoversi come il Michael Jackson di Moonwalker. «Non parlo italiano!», fa tradurre. «Non posso farci niente!», osserva. Si colpisce un paio di volte la fronte, come a punirsi, quasi volesse far comprendere che ha provato a infilarsi nella testa un minimo dizionario italiano, ma niente.

L’argomento-italiano lo riprenderemo minuti dopo. Basteranno due passi, dal Centro di accoglienza di via Cavallotti al Lungomare di Taranto, per proseguire una chiacchierata e fare un paio di foto, perché Friday rifletta su quello che ci siamo detti pochi minuti prima.

Ma andiamo per ordine. La fuga da Edu Stests, la cittadina nella quale è nato, cresciuto, studiato, afferrato il primo saldatore. «Risale ad ottobre di tre anni fa – racconta Friday – fu allora che pensai di lasciare, a malincuore, il mio Paese; In Italia, dopo un viaggio, non senza qualche problema, sono arrivato nel gennaio successivo, appena sbocciato il 2016».

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UN VIAGGIO A BISCOTTI E “GARI’”…

Un viaggio non molto semplice, nonostante all’inizio stesse andando tutto liscio. «Avevo trovato un passaggio in auto, viaggiavo da un confine all’altro, senza contrattempi fino all’arrivo in Libia: scene da film, di quelle che si vedono spesso in tv».

Ricorda tutto per filo e per segno, Friday. «Fino a quel momento ci eravamo sfamati con biscotti e “garì”, una polvere simile al cous-cous; un po’ d’acqua, mescolavamo, scioglievamo e mangiavamo: colazione, pranzo e cena; l’unica cosa che la notte non ci faceva dormire era il brontolio del nostro stomaco vuoto: facemmo l’abitudine anche a quello…».

Scene da film in Libia. «A Tripoli, insieme con altri miei conterranei – ricorda – veniamo circondati da quattro auto, a bordo “asma boys”, li chiamano così, ragazzini dai modi spicci, che si fiondano subito su di noi; sventolano pistole e fucili davanti alle nostre facce – tante volte ci sfuggissero le loro intenzioni – ci chiedono di rovesciare le tasche per alleggerirci dai soldi: non avevamo nulla, quei pochi spiccioli che avevamo fino a poche ore prima erano diventati carburante per un altro tratto di strada fino al porto per imbarcarci su un gommone e, finalmente, arrivare in Italia».

E, invece, gli “asma”, piccoli pregiudicati senza scrupoli, cambiano il programma di Friday e dei suoi compagni di viaggio. «Ci portarono in una stanza non molto grande e ci rinchiusero. Eravamo affamati, senza prospettive, fino a quando a qualcuno non venne in mente di farci lavorare e pagare con grossi sacrifici la nostra libertà». Il giovane nigeriano è saldatore. «Mi consegnarono – ricorda – a una persona, che aveva bisogno di perfezionare lavori già fatti in casa: mi proposi come saldatore, roba da spezzarsi la schiena, dalle sei del mattino alle nove di sera, ininterrottamente; lavoravo senza sapere come sarebbe andata a finire, quanto avrei dovuto lavorare per poi andare via…».

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FINALMENTE UN MIRACOLO…

Piccolo miracolo. «Incontrai un mio connazionale – un segno del destino –che viveva e lavorava in Libia da anni, si era fatto benvolere dal suo capo, un libico, che prese a cuore anche la mia storia: in realtà ero riuscito a fuggire dalla “prigione”, non ero più ostaggio dei ragazzini, tantomeno della persona che passava i soldi del mio lavoro ai miei carcerieri». Si apre ad un sorriso e ad una espressione tenera, Friday. «Non dimenticherò mai la generosità di quell’uomo, buonissimo; non volle nulla in cambio, ci accompagnò ad uno di quei gommoni che si riempivano di gente e di speranza, e salutò me e i miei amici augurandoci ogni bene». Due giorni di viaggio, lo sbarco sulla costa pugliese e in un’ora di bus finalmente a Taranto.

Friday e l’italiano. Due passi e il nigeriano riflette sullo scambio di battute. Sillah traduce e consiglia. «E’ importante l’italiano, devi imparare, studiare e conseguire titoli di studio, altrimenti se vai a fare anche un solo documento fai scena muta». E’ l’unico momento in cui Friday si fa serio, aggrotta la fronte, nel suo inglese chiede quando potrà iscriversi a scuola. «Prima il corso di alfabetizzazione – gli spiega l’operatore di “Costruiamo Insieme” – poi una volta imparato i primi rudimenti fai un esame e frequenti la scuola media». Ha compreso il nigeriano dall’inglese e dalla dance facile. «Devo aspettare ottobre prossimo? Prima non è possibile fare altro, adesso ho fretta». Nel giro di una chiacchierata la prospettiva è cambiata. «Voglio restare in Italia – conclude Friday – lavorare qui, da saldatore o svolgendo qualsiasi altro lavoro non importa, è giusto che recuperi il tempo perso e impari di corsa: se penso ai due anni in cui ho fatto poco per imparare l’italiano; lo trovavo e lo trovo ancora difficile, ma adesso devo fare l’impossibile, anzi, non vedo l’ora di cominciare!».