La storia di Ibrahima, da fuggitivo a chef
«Sono gambiano, avevo una laurea che ho dovuto riporre in un cassetto. Ho studiato nell’Istituto alberghiero, mi sono diplomato. La gente della “mia” città mi ha subito voluto bene. Ho cominciato a lavare i piatti e pelare le patate, poi Massimo Bottura…»
Trentaré anni, gambiano, si sente molto italiano, anzi “afrotarantino”, come giustifica lui questo legame con la Città dei Due mari. Oggi – come ha avuto modo di raccontare in questi giorni a Repubblica, nei mesi scorsi alla Gazzetta del mezzogiorno – è un affermatissimo chef, conteso da ristoranti importanti e dalle tv: il suo colore è un attrattore. Pensate, la cucina italiana condita e servita da un africano, un nero. Succede. Meritatamente poi, considerando sacrifici e ostacoli che ha dovuto superare fra mille difficoltà.
Lui è Ibrahima Sawaneh, la città cui allude è, evidentemente, Taranto. Una laurea in tasca, che gli è servita poco, avendo dovuto compiere nuovi studi per conseguire, discutendo il suo titolo di studio, in un italiano da lasciarti di stucco, un diploma all’Istituto alberghiero. Insomma, Ibrahima, bravo, bene, bis.
Arrivato in Italia con una laurea, ha dovuto rimboccarsi le maniche, chinarsi daccapo sui libri e seguire le lezioni pratiche che impartivano i suoi professori. Ha dovuto gettarsi nello studio, leggere e studiare in italiano, la stessa lingua con la quale avrebbe poi svolto gli esami. Diplomato. Ma gli esami, e questo Ibrahima lo sa, non finiscono mai. Per inserirsi nel mercato del lavoro inizia come lavapiatti, per passare dal retrocucina alla cucina a pelare patate. Poi arriva l’occasione, uno stage all’Osteria francescana. E da lì, il percorso diventa discesa.
MI SENTO A CASA!
«Sono “afrotarantino”: mi sento africano, ovviamente, ma anche italiano, poi anche tarantino, se permettete, visto che a questa terra sono legatissimo. Ho fortemente voluto fare il lavoro che, oggi, svolgo con grande gioia: ho trasformato la mia grande passione per la cucina in lavoro: faccio il cuoco nelle cucine degli chef stellati e con lavoro e applicazione – mi dicono – sto scalando le vette della popolarità: fra i recenti riconoscimenti, l’“Eraclio d’oro”: titolo della mia composizione: “la mia tradizione africana in Puglia”».
Nonostante il successo, Ibrahima non perde occasione per raccontare e raccontarsi quanto accadutogli prima di approdare sulle coste italiane e nella sua città adottiva, Taranto. Partito dal suo Gambia, il viaggio in mare, dolore, pericolo, coraggio, speranza e amore, l’arrivo a Taranto, l’accoglienza.
Il primo compito di uno stagista, spiega il giovane chef, sono le preparazioni lunghe, fra brodi e piatti base. La sua attività parte dalle retrovie. Bravo com’era è stato promosso al servizio in cucina. Gli tocca preparare antipasti e primi piatti di una certa importanza. «Ero sulla buona strada, ma spesso non posso fare a meno a pensare che ho iniziato a cucinare molto tardi.
LA MIA CUCINA…
Gli inizi non sono nella Scuola alberghiera. Da piccolo, nel mio Paese, cucinado e imparando da solo le prime tecniche che col passare del tempo mi sono tornate utili».
«Mia madre non l’ho conosciuta, è morta che ero ancora piccolo: cucinavo e immaginavo di essere parte di quel gruppo familiare che non ho mai potuto vivere come avrei voluto». Poi la conoscenza con uno dei più grandi chef di statura internazionale: Massimo Bottura. I ragazzi del corso non hanno il coraggio di sottoporre all’attenzione dello chef stellato le proprie composizioni, Ibrahima sì. Bottura è esigente, chiede l’originalità, qualcosa che non ha mai assaggiato.
«Se mi dice che fa schifo – mi sono detto – vuol dire che devo ancora lavorare: allora, mi conviene provare!». Così, “Ibra” ha preparato un piatto tipico del suo paese, il Domodà. Mentre tutti erano lì ad assaggiare prima, a mangiare di gusto poi, ecco Bottura: «Chi ha cucinato? E’ veramente buono, questo sì che è un piatto originale, complimenti al cuoco!». «Per la prima volta ho iniziato a piangere di gioia, di felicità. Ho pianto pensando a mia mamma».

Due medaglie d’oro per la tarantina Sara Soldano, quella individuale e quella a squadre; una, quella a squadre, per la tarantina Isabella Santo, condivisa anche con la stessa Soldano, e la leccese Michela Rizzo.
Grande successo, dunque, per le nostre atlete raggiunto nei Campionati nazionali a Rappresentative regionali di kata e kumite in programma a Roma sabato 26 e domenica 27 novembre. Un successo, per giunta così pieno, che mancava da anni nella bacheca della squadra pugliese allenata nella spedizione romana dai tecnici Antonio Di Serio, tarantino, e Vito Barletti, leccese.
Di queste località da fiaba, come le definisce l’autorevole proiezionidiborsa.it, ce ne siamo occupati spesso. Non solo delle tre in elenco, già “visitate” di recente insieme con altre cittadine piene di fascino e suggestione. Quando si scrive (o si parla di Puglia), non c’è niente da fare, facciamo comunque riferimento ad uno degli angoli più belli in assoluto del mondo. E stavolta vi risparmiamo la sfilza di quotidiani e riviste americane (e non solo) che hanno indicato la nostra penisola (ci riferiamo più alla Puglia che all’intero Stivale…), come la più bella del mondo. Un aspetto che non proviamo nemmeno lontanamente a discutere: intanto perché non può che farci enorme piacere, poi perché non avremmo argomenti importanti cui appellarci, volendo essere pignoli e trovare difetti alle bellezze di quest’angolo di mondo.
ENTROTERRA IMPERDIBILE
«Meglio cantarci sopra!», si sarà detto Marco, venticinque anni, marchigiano, quasi tre lauree, professione bidello. Oggi solo part-time, anche per sua volontà, perché un’altra laurea ce l’ha proprio nella testa. Vuole conseguirla, costi quel che costi. Anche a costo di dimezzarsi uno stipendio di milletrecento euro, dunque solo seicentocinquanta euro, per fare una cosa (lavorare a scuola, provvedendo all’assistenza dei piccoli, e rassettando le aule) e l’altra (studiare, studiare, studiare).
LAVORO E STUDIO
Caspita, Walter che impresa. Accade tutto in un giorno, il suo primo giorno di lavoro in una nuova attività, un’azienda di traslochi. Walter è un ragazzo nero, abita in una cittadina dell’Alabama, negli Stati Uniti. Segni particolari: un sorriso contagioso e una gran voglia di lavorare. Non sa di avere un problema: la sua auto vecchiotta non parte, non trova un’alternativa per recarsi sul posto di lavoro, così senza pensarci due volte decide di fare poco più di trenta chilometri a piedi. Come se non bastasse, la sfida, quei chilometri, passo dopo passo, si trasformano in una favola. Ma andiamo per gradi.
L’AUTO NON PARTE…
UN ESEMPIO DI IMPEGNO
Sono trenta le pizzerie in Puglia fra quelle italiane, nella guida stilata dal Gambero Rosso. La società leader in Italia e nel mondo nei settori del mangiare e del bere attraverso editoria, tv, eventi e formazione, quest’anno ne ha premiate cinque nella provincia di Bari, tre a Foggia ed in provincia, due nel Brindisino, ben quindici tra Lecce e provincia, tre nella Bat, due in provincia di Taranto, entrambe di Martina Franca: “Pomodoro e Basilico” (87 punti e due spicchi di pizza) e “Jonny” (77 punti ed uno spicchio di pizza).


