Hollywood, Taranto

L’attore James Franco in città per un film

“Hey Joe”, dirige Claudio Giovannesi. Riprese fra Napoli e il capoluogo ionico. Intanto l’attore che ha interpretato “Spiderman”, assiste a una gara della squadra rossoblù. E porta bene, il team allenato da Capuano vince. Applausi anche per lui

 

 Un occhio al terreno di gioco, uno alla tribuna. Così il tifoso appassionato, sì di calcio, ma anche di cinema, si lascia andare a una considerazione, un classico: “Non fossimo a Taranto, allo stadio, bene, metterei la mano sul fuoco che quel signore con una barba appena pronunciata e il cappellino, è James Franco!”.

Qualcuno domanda chi sia. “E’ un attore famoso, viene dritto da Hollywood e, sicuramente, non per Taranto-Messina”. Taranto-Messina, infatti, è la gara che intanto si sta giocando appena venti metri più sotto, con un Bifulco ad essere per quel paio d’ore la star, grazie a una doppietta da incorniciare, e un Eziolino Capuano, tecnico così vivace che nemmeno una costola malandata lo ha frenato.

 

Foto Facebook James Franco

 

SOCIAL…IN CAMPO

Partono subito i social. Uno dei titoli: «Da Spideman al Taranto Fc è un attimo. Forza Taranto, James Edward Franco». Sono poche parole, potremmo contarle sulla punta delle dita di una mano. Pubblicate su Facebook e riprese dal social “Anche questa è Taranto”. Un titolo e due foto che fissano il quarantacinquenne attore e regista americano sulle tribune dello stadio Iacovone. E’ la partita del recupero giocata in casa lo scorso mercoledì contro il Messina e vinta dai pugliesi per 2-0.

Scava e scava, cerca e cerca su internet, provi a raccogliere qualche indizio qua e là e, alla fine, ecco che l’avvistamento illustre, non è casuale.

A quanto pare l’attore sarebbe impegnato a Taranto per le riprese di “Hey Joe”, il nuovo film di Claudio Giovannesi (“La Paranza dei bambini”), un film del quale la star hollywoodiana sarà protagonista. Pochi giorni per James per affezionarsi, grazie alla grande accoglienza, alla città così da non perdersi nemmeno la partita di calcio. E allora Forza Taranto!

Finita la partita, incassati i suoi applausi nel dopo-gara, l’attore americano si è poi concesso una pausa in un noto ristorante del capoluogo, assaggiando qualcosa da un menù da leccarsi la punta delle dita.

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

JAMES COME “JOE”

“Hey Joe” è il nuovo film del regista Giovannesi, già noto per il capolavoro “La paranza dei bambini”, anche questo prodotto da Palomar e ispirato al romanzo di Roberto Saviano. Si tratta della storia di un soldato americano sbarcato a Napoli negli Anni Quaranta, durante la Seconda Guerra mondiale, che si innamora di una ragazza originaria dei Quartieri spagnoli del capoluogo partenopeo. Il protagonista (James Franco), poi, lascerà la città per tornare in America, ignaro del fatto che la giovane sia rimasta incinta. Tornerà a Napoli dopo molti anni per scoprire solo allora di essere padre e per incontrare suo figlio.

Le riprese sono state effettuate nei vari rioni e nei quartieri di Napoli, mentre adesso sono in corso a Taranto, scelta dal regista perché molti angoli della Città vecchia somigliano a quella Napoli di ottant’anni fa. L’attore americano pare essersi totalmente calato nel personaggio e starebbe approfittando per conoscere la città, ma anche, si diceva, prelibatezze pugliesi e, perché no, per conoscere il livello calcistico italiano cominciando dalla serie C.

«Mi chiamavano cioccolatino…»

Ronnie Jones, dj, cantante, produttore

«Non è il colore della pelle a darti una marcia in più, ma testa, intelligenza, sensibilità». Militare con l’Air Force americana, restò in Europa, poi il trasferimento dall’Inghilterra all’Italia. Scoperto da Arbore e Boncompagni per la radio (Musica in), scelto da Berlusconi per la tv (Pop corn). L’addio alla Rai, la ripartenza con Radio Milano International. Le sue canzoni, le ottantasei primavere, averle, ma non sentirle: «Ho due volte quarant’anni, fidatevi», dice

 

Un “cioccolatino” che faceva tanto sorridere. In realtà, la sua, una carezza agli ascoltatori senza pregiudizi che fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta, ascoltavano trasmissioni come “Bandiera gialla” e “Supersonic”. Lui, Ronnie Jones, ottantasei anni “suonati”, americano del Massachusetts, aveva posto al centro delle sue trasmissioni la questione razziale, trattandola in maniera sobria, alla faccia di chi, invece, a quei tempi ce l’aveva con i neri e i meridionali. Insomma, un messaggio diretto a chi ha voglia di comprendere che non è il colore della pelle, le tue origini, a darti una marcia in più, ma – detto tout-court – testa, intelligenza, sensibilità. Ronnie, da venerdì 10 a domenica 12 novembre, sarà ospite e animatore delle tre serate di “Portici d’estate”, un’organizzazione di Antonio Rubino, in programma al Teatro Nuovo di Martina Franca.

«Quegli anni non sono stati facili – dice il più popolare dei disc-jockey radiofonici, antesignano delle AM, la Modulazione di ampiezza su scala nazionale, schiantate nel tempo dalle FM, le frequenze medie, le “private”, per intendersi – ero stato militare nell’Air Force degli Stati Uniti, avevo girato il mondo, ma coltivavo una grande passione per la musica; trovandomi in Europa, la mia scelta fu quasi obbligata, andai in Inghilterra: suonavo, cantavo, scoprii anche una certa qualità da animatore; i complessi dei quali facevo parte delegavano me al ruolo di “public relations”: durante le serate non solo cantavo, ma presentavo le canzoni, i miei compagni, improvvisavo battute. Come nella musica, anche nella vita occorre una buona dose di improvvisazione. Venivo dal servizio militare e lì, l’improvvisazione, specie nei momenti critici, è il tuo pane quotidiano, guai a distrarti; così, pensavo: cosa vuoi che sia presentare una canzone?».

 

 

Tanto per gradire, Ronnie, ci dice degli artisti con cui è stato a stretto contatto, ha suonato?

«Quelli sono stati anni rivoluzionari, in quel posto lì stavano ribaltando la musica, il costume, e, forse, nemmeno lì, in Inghilterra, se ne stavano accorgendo: c’era ancora l’onda lunga dei Beatles, dunque del beat, poi i Rolling Stones. A proposito, con Mick Jagger ci ho suonato e cantato, si vedeva che era un predestinato; come Jack Bruce e Ginger Baker, che suonavano con me nei Blues Incorporated; loro, insieme con Eric Clapton avrebbero creato i Cream; quella formazione aveva accolto in momenti diversi Jagger, ma anche Rod Stewart e Long John Baldry; fra le formazioni delle quali ho fatto parte, ricordo anche i Nightimes, con un giovane John McLaughlin, la Mahavishnu Orchestra, vi dice niente?».

Ma Ronnie Jones, “il nostro cioccolatino”, come ci arriva?

«L’Italia è un Paese che ho sempre amato, tanto che ci sono rimasto per il resto della mia vita: fra Roma, dove ho vissuto i tempi d’oro della radio in Rai, e Milano, alla fine ho scelto quest’ultima città, dove mi trasferii per dirigere Radio Milano International, la rivoluzione in FM; avevo imparato ascoltando Radio Luxembourg e avuto una breve esperienza a Radio Carolina; dunque in Italia feci i provini per il cast di Hair, avete presente il musical di “Aquarius”? Bene, con me c’erano anche Zero, Teocoli e la Berté; con loro feci parte anche del musical “Orfeo 9”; fra una rappresentazione l’altra, facevo anche il disc-jockey, letteralmente “fantino del disco”, cosa che mi tornò utile in Rai, quando mi toccò cavalcare una musica nuova da portare al successo».

Un “thanks” ad Arbore e Boncompagni. Se Baudo s’è inventato metà dei personaggi televisivi, Renzo e Gianni, hanno letteralmente creato un modo diverso di fare radio.

«Devo a loro il mio primo programma in Rai, “Musica in”, insieme con Barbara Marchand, Claudio Lippi e Franco Bracardi, che qualcuno ricorderà come “Solforio”, personaggio che faceva azione di disturbo; bei tempi, quelli, come “In discoteque”, programma con il quale girai l’Italia in lungo e largo. Poi l’esperienza con Milano International, Radio 105, 101, RTL. E poi arrivò la tv».

 

 

Anche nella tv un antesignano con “Pop Corn” su Canale 5. Certo, c’era la Rai, “Discoring” con Gianni Boncompagni, il pigmalione?

«Mi scelse Berlusconi personalmente. Non so quanti sgomitavano per avere la conduzione di “Pop Corn”: come potete immaginare l’unica pressione che potessi esercitare era quella del “saper fare”, non ho mai cercato raccomandazioni; anzi, basta che io fiuti incompatibilità, faccio le valigie e tolgo il disturbo. Grande esperienza con un maestro, Augusto Martelli. Fu così in Rai: “Live Aid”, lo spettacolo di beneficenza più importante del secolo scorso, il cast radiofonico era composto da conduttori e un interprete, il sottoscritto: per ore incollato al microfono, senza staccare un attimo e senza una bottiglietta d’acqua, gli altri al bar, a pranzare, cenare, giocare a fare le star; fine trasmissione, raccolgo le mie cose, saluto e vado via».

Ronnie Jones, una storia che solo a raccontarla occorrerebbe pubblicarla a dispense. Cosa farà in questi tre giorni a Martina, ospite del Teatro Nuovo e di “Portici d’estate”?

«Improvviserò, come sempre – spiega – ma ho già in mente cosa fare, poi sarà il pubblico ad indirizzarmi da che parte andare: da sessant’anni devo alla gente il mio lavoro, dunque mi accompagnerà un gruppo, ma porto con me anche le basi musicali, alle volte la serata mi suggerisse questo piuttosto che quel percorso».

Una, due canzoni, tu chiamale, se vuoi, emozioni…

«Ne dico due: “Just the way you are”, nella versione di Barry White, lì c’è tutto: voce, interpretazione, seduzione; poi, strano a dirsi, per un bluesman come me: “September morn” di Nei Diamond, musica leggera, armonia e la filosofia della vita, mi emoziono tutte le volte che l’ascolto o la interpreto».

«E io tifo Taranto…»

Alessandro Cattelan rivela la sua fede sportiva su Instagram

Il popolare conduttore è un appassionato del gioco della squadra rossoblù. Adora il tecnico Eziolino Capuano. Segue le gare quando può, altrimenti le registra e le “recupera” a fine giornata. Il suo debutto in Champion’s, un vero appassionato di calcio

 

«È stata un’esperienza fantastica. Non dimenticherò mai l’emozione dell’ingresso, l’accoglienza dei miei compagni e di tutto lo staff, le note dell’inno della Champions League e… la musica latino-americana sempre a palla nello spogliatoio». Parole di Alessandro Cattelan, il primo conduttore radiofonico e televisivo italiano a debuttare in Champion’s League. Preliminari, sia chiaro, ma sempre gara accompagnata da quella musichetta – così la definiva Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan più volte campione d’Europa – che tanto ti riempie di orgoglio.

Dov’è la notizia? Bene, la notizia è che il popolare presentatore di numerosi programmi televisivi, elemento di punta di Sky, e oggi in Rai, è tifoso del Taranto. Diciamo che è tifoso del tecnico Eziolino Capuano, allenatore che avrebbe meritato palcoscenici ben più importanti di quelli di serie C. Ma anche questi campi di terza serie, da quando il pacchetto televisivo è stato preso proprio da Sky, la serie C è tornata ad essere un campionato in vista.

 

 

FORZA ROSSOBLU’!

Ma torniamo a Cattelan. Meno di una settimana fa, la notizia veniva ripresa e lanciata dal sito “La Casa di C”, sempre puntuale, non solo nella cronaca, ma anche negli aspetti più curiosi, le note di colore che interessano un campionato in netta ripresa in quanto a interesse. Il Taranto ha un tifoso in più, rivelava, attento il sito: è Alessandro Cattelan. Il noto presentatore televisivo, con una storia Instagram, ha detto ai suoi follower di seguire la squadra di Capuano. La notizia risale a qualche giorno fa. “Ieri lavoravo, ma oggi recupero il Taranto di Eziolino!”, il messaggio del popolare conduttore, con allegato il video di Calvano nella partita contro la Virtus Francavilla. Cattelan è un altro dei sostenitori illustri di Capuano e del suo Taranto, dopo Max Allegri, che di recente, con un video, si era complimentato con i rossoblù per lo straordinario finale di campionato (il tecnico salernitano è entrato a torneo inoltrato e con una squadra che navigava nei bassifondi della categoria, al posto dell’esonerato Di Costanzo).

 

Foto Aurelio Castellaneta

 

DOPO MAX ALLEGRI…

Ma attenzione, specifica “La Casa di C”, la squadra di Capuano non va forte solo sui social. La squadra rossoblù, nonostante l’avvio di stagione complicato a causa dell’incendio provocato da una tifoseria ospite e l’indisponibilità dello stadio Iacovone, hanno cominciato il campionato con un buon rendimento. Il Taranto con una gara in meno (mercoledì 1 novembre il recupero Taranto-Messina), al momento sono a 14 punti, in piena zona playoff. Tredici sono i gol segnati, dieci quelli subiti nelle dieci gare fin qui disputate. E adesso, con un tifoso in più come Cattelan, il Taranto dovrà mantenere questo ruolino di marcia per continuare a competere per le posizioni alte della classifica dopo che, nella scorsa stagione, i playoff sono stati solo sfiorati.

Detto dell’esordio in Champions League con la squadra sanmarinese La Fiorita, che ha disputato il turno preliminare delle qualificazioni del torneo contro i Lincoln Red Imps, campioni in carica di Gibilterra, Cattelan è stato tesserato da La Fiorita quasi per scherzo. In passato, come riporta una nota di Wikipedia, il popolare conduttore ha avuto una discreta carriera da calciatore semi-professionista. A 18 anni ha esordito in Serie D col Derthona.

Mai fidarsi dell’uomo…

Bambotto, il cerbiatto-mascotte ammazzato da un cacciatore di ventitré anni

Da sette anni era l’amico di tutti a Pacol, nel Bellunese. Mangiava dalle mani degli abitanti di quel paesino. Si affacciava alla finestra e chiedeva cibo e carezze. Nei giorni scorsi deve essersi fidato della persona sbagliata. «Legittimo sparare e ammazzare», giustifica il papà del giovane. Gli italiani, che riconoscono le leggi che “consentono” e un po’ meno, quelle che “dovrebbero rispettare”.

 

Sono in corso conflitti, ogni giorno donne e bambini vengono barbaramente ammazzati; ogni giorno decine di ragazzi fuggono dalla miseria, dalle persecuzioni politiche e religiose, trovano la morte in mare. Ogni giorno dibattiti in tv, proposte, le solite: deponiamo le armi, a cosa serve dichiararsi guerra, arrogarsi il diritto di decidere sulla vita del prossimo.

Grandi temi sui quali nessuno fa un passo avanti, tanto da sembrare fuori luogo parlare di un cerbiatto mansueto, una mascotte per gli abitanti di Pecol, vicino Belluno, ammazzato da un cacciatore ventitreenne. Non per fare poesia, correre il rischio di essere canzonati, ma proviamo ad immaginare Bambotto – questo il nome che avevano dato a questa bestiola in paese – che ogni giorno si affacciava alla finestra di alcune case per chiedere una carezza e qualcosa da mangiare. Bambotto era uno di casa. Era, perché un cacciatore di ventitré anni, ha deciso di mettere fine all’esistenza del cerbiatto. Non avrà nemmeno dovuto appostarsi, lo avrà avvicinato – come facevano tutti lì, a Pacol – ma stavolta, invece di allungargli un boccone di chissà cosa, avrà imbracciato il fucile per ammazzarlo.

Non sappiamo quale soddisfazione provi un cacciatore ad ammazzare, a meno che non sia per fame, ma tradire la buona fede di una bestiola, che si fida ciecamente di te, non vi fa un po’ schifo? Beh, non so a voi, ma a noi davvero tanto.

 

 

LA TV A SENSAZIONE…

Non bastasse, una tv che scova notizie col pretesto di dar voce a tutti, rintraccia il papà del giovane cacciatore, perché si rivolga agli spettatori e dica loro di lasciare stare il suo ragazzo, perché non esisteva e perciò, cosa li compriamo a fare i fucili se non ammazzare?

Ecco, questa in poche battute la vicenda che ha indignato molti. Perché si uccidono le persone, non si aiutano i propri simili ad evitare morte sicura, così gli animali se la vedessero per conto loro. Non uno, ma dieci passi indietro nel vivere civile.

La storia di Bambotto la racconta nei giorni scorsi il Corriere della sera. La madre, sette anni fa, aveva lasciato il suo cucciolo sullo zerbino di un abitante di Pacol. Da quel momento, assistito dall’intera comunità, dava confidenza a tutti. Così alla notizia della sua morte per mano di un cacciatore, gli organi di informazione hanno registrato grande commozione e rabbia a Pecol, per la sua morte. Bambotto è stato ammazzato da un cacciatore. La denucia parte dal web, ci pensa Donatella: «Questo era Bambotto – scrive nel post – era nato 7 anni fa a Pecol e da subito la sua mamma Minerva lo aveva portato sullo zerbino di Giorgio, affidandolo a noi abitanti, fidandosi come aveva fatto lei per tutta la sua vita. Da allora era diventato il nostro amatissimo cervo; ho scritto “era” perché Bambotto è morto. Ammazzato da chi crede di aver compiuto un’impresa e invece si è solo marchiato a vita come un poveraccio che ha sparato a un animale che ti mangiava dalle mani e si faceva coccolare fino ad addormentarsi tranquillo».

 

 

E UNA DIFESA…INDIFENDIBILE

«Cosa può esserci – si interroga ancora Donatella – nel cuore di un uomo che uccide per puro divertimento? La caccia non è uno sport. E’ una barbarie senza alcun senso: vergognati!». Un indizio è arrivato da un post del consigliere di un consigliere: «Questo cervo è stato ucciso da un cacciatore di ventitré anni a norma di legge: la legge attuale sulla caccia e il calendario venatorio della Regione del Veneto hanno consentito a questo ragazzino di uccidere un animale amico degli abitanti, dei turisti e di tutti i bambini». Ecco, gli italiani, che riconoscono più le leggi che “consentono” e un po’ meno, quelle che “dovrebbero rispettare”. Perché la storia e l’indignazione, non finiscono qui. Interviene il papà del giovane cacciatore, più bravo a schiacciare quel grilletto che non a difendersi. Ci vuole l’intervento del genitore.

A “Pomeriggio Cinque” il padre del cacciatore, infatti, precisa: «Il cervo è un animale che va cacciato con i permessi. Mio figlio ha fatto quello che fanno tutti i cacciatori, vanno a caccia e ammazzano gli animali che gli capitano a tiro. Cosa mi ha detto quando è tornato a casa? Niente, io ero a letto e stavo dormendo ho sentito il giorno dopo tutte queste chiacchiere. Mio figlio caccia da un paio d’anni, sarà il secondo o il terzo cervo che uccide». E’ il caso di aggiungere altro?

Gioca in B, ma è un campione

Daouda, un insegnamento per tutti

«Immagina di essere un calciatore professionista che sta per sfondare, viene chiamato dalla Juventus. E, invece, all’improvviso, resti paralizzato dalla vita in giù, a causa di una malattia rara». Storia di un ragazzo guineano, colpito da una polineuropatia su base autoimmune. Quasi un anno e mezzo su una sedia a rotelle, poi la lenta ripresa e il miracolo: tornare su un campo di calcio

 

«Immagina di essere un atleta, un calciatore professionista che, dopo una vita di sacrifici, sta finalmente sfondando e, improvvisamente, rimane paralizzato dalla vita in giù, non in seguito a un incidente o a un trauma, ma per una malattia rara, la cui causa scatenante è oltretutto sconosciuta».

Questa è la storia di Daouda Peeters, centottantacinque centimetri per un fisico da granatiere, l’ideale per un roccioso centrocampista centrale. Una strada spianata, un contratto con uno dei club più prestigiosi d’Europa, la Juventus, e, invece, un giorno succede quello che non ti aspetti. Non se lo aspetta nessuno, a cominciare da Douda, guineano, belga di adozione, che spiega ai microfoni di Sky e Dazn la sua storia nel post-partita di Cremona-Sudtirol. Una vittoria esterna che tecnico, compagni e società dedicano a Douda, con tutto il cuore.

Settantotto minuti in campo, per celebrare l’inizio di una vera e propria seconda vita, a 762 giorni dall’ultima gara ufficiale. Uno stop violento, di quelli che cambiano la tua vita in un attimo. Daouda, durante un allenamento, perde l’equilibrio e cade, sente di aver perso forza nelle gambe. Allo Standard lo portano in ospedale per alcuni controlli. «Mi sveglio e mentre vado in bagno – spiegò il giovane calciatore in un documentario di “Juventus Creator Lab” – cado per terra: non sento nulla, non riesco più a camminare».

 

 

LA MIA VITA RICOMINCIA…

«Per me oggi – ha spiegato ai microfoni di Sky, sollecitato dal conduttore in studio che ne conosce la storia – è un giorno importante, sono tornato a fare quello per il quale, forse ero nato, il calciatore: correre, calciare un pallone, contrastare un avversario, far ripartire l’azione».

Il tecnico del Sudtirol, Pierpaolo Bisoli, grande personalità, mostra il suo lato debole, viene tradito da un’emozione. Si smarrisce un solo istante, quando vede il suo ragazzone accasciarsi a terra: capisce in un attimo che è solo per un contrasto di gioco, Daouda si rialza, ma il tecnico lo sostituisce in via precauzionale. «Aveva giocato quasi ottanta minuti – dice l’allenatore – era già tanta roba per essere tornato dopo due anni a giocare, correre, faticare, mostrare che quanto gli è accaduto è solo un brutto ricordo, un incubo che nemmeno il peggior film horror…».

«Sono nato in Africa, in Guinea – aveva raccontato sul canale bianconero – a sei anni sono stato adottato e sono cresciuto in Belgio: ho una mamma, un papà, due sorelle e un fratello; il mio agente un giorno mi ha chiamato: “La Juventus è interessata”. E io: “Non è vero, non è vero! E’ il mio sogno”».

 

 

CHE MOMENTI, QUEI MOMENTI!

Il momento più brutto della sua vita. «Un giorno in allenamento perdevo l’equilibrio, avevo poca forza quando correvo o tiravo; quando sono arrivato in ospedale mi hanno fatto qualche test, ho dormito e il giorno dopo quando mi sono alzato per andare in bagno sono caduto. Ho perso tutto. Ho chiamato il dottore e gli ho detto che non riuscivo a camminare, non sentivo più nulla. E’ stato questo il mio giorno più brutto: dal nulla sentivo zero. Ho anche avuto paura di morire, alcuni che erano con me in ospedale dopo tre giorni sono morti perché quella “bestiaccia” in alcuni casi arrivava al cuore: ero sotto shock. Fino al giorno prima ero sano, ora non potevo più muovermi».

Il momento più bello. «Una mattina mi sono svegliato e ho sentito un piede che si muoveva, ho fatto i test e i dottori me l’hanno confermato. Quattro o cinque mesi ogni giorno, come un bambino, ho ripreso a camminare; avvertivo dolore perché i miei muscoli non erano più abituati a camminare, mentre dopo due, tre mesi capisco che sto migliorando, i miei muscoli funzionano e anche la connessione con il cervello: finalmente sono tornato a vivere».

Finalmente il campo. «Inizio febbraio, è stato fantastico: i miei compagni erano felici per me, io mi sentivo veramente bene, sono sano. Cosa significa essere tornato a giocare al calcio, essere tornato a fare quello che ho sempre sognato; essere tornato a vivere: questo vuol dire che nella vita tutto è possibile».