Avetrana, «fermate quella fiction!»

Il Comune chiede la sospensione della serie Disney+

Chiesto anche il cambio del titolo. «Vorremmo appurare se l’associazione del nome della cittadina all’adattamento cinematografico susciti una portata diffamatoria», dicono sindaco e pool difensivo del Comune in provincia di Taranto. «Abbiamo raccontato i fatti emersi dalla verità giudiziaria e limitati solo a quello, senza mai pensare di aprire altre strade», risponde il regista

 

Mentre parte la fiction televisiva sul canale Disney+ dal titolo “Avetrana – Qui non è Hollywood”, un ultimo disperato tentativo per sospenderne la programmazione o, in ultima analisi, provare a cambiarle il titolo, ci prova Antonio Iazzi, sindaco della cittadina in provincia di Taranto dove nell’agosto del 2010 fu barbaramente uccisa la quindicenne Sarah Scazzi.

Il primo cittadino si fa portavoce dell’Amministrazione, attraverso i suoi avvocati, depositando un ricorso cautelare d’urgenza per chiedere almeno la rettifica della denominazione della serie televisiva “Avetrana – Qui non è Hollywood” con sospensione immediata.

Della serie ne abbiamo scritto nei giorni scorsi, quando ancora il risentimento registrato nel paese in provincia di Taranto non aveva preso una piega giudiziaria, aspetto maturato in queste ultime ore. La fiction in questione, che descrive l’omicidio della quindicenne Sarah Scazzi, sarà trasmessa sulla piattaforma Disney+ a partire dal 25 ottobre.

 

 

VORREMMO VISIONARE LA FICTION

«Risulta indispensabile visionarla in anteprima – scrive il primo cittadino nel documento inoltrato agli Organi di stampa e all’agenzia giornalistica Ansa – al fine di appurare se l’associazione del nome della cittadina all’adattamento cinematografico susciti una portata diffamatoria rappresentandola quale comunità ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata, contrariamente alla realtà».

«Volevamo esplorare la complessità del male – spiega, invece, il regista Pippo Mezzapesa alla rivista Vanity Fair – il rischio era di approcciarsi in modo morboso e voyeristico a questa storia ma l’intento invece è stato quello di andare oltre i personaggi che si sono creati e che inevitabilmente ognuno ha creato su se stresso, per andare anche a esplorarne le fragilità».

La programmazione prevista per venerdì 25 ottobre sulla piattaforma streaming Disney+ rischierebbe, secondo quanto riportato nel documento del Comune di Avetrana, di determinare un ulteriore attentato ai diritti della personalità dell’Ente civico accentuando il pregiudizio che il titolo già lascia presagire nel catapultare l’attenzione dell’utente sul territorio più che sul caso di cronaca.

 

 

RICORSO D’URGENZA

Nel ricorso depositato dagli avvocati Fabio Saponaro, Stefano Bardaro e Luca Bardaro, si indica che «risulta indispensabile visionare in anteprima il prodotto, ciò al fine di appurare se l’associazione del nome della cittadina all’adattamento cinematografico susciti una portata diffamatoria rappresentandola quale comunità ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata, contrariamente alla realtà».

«I dubbi e le perplessità della comunità avetranese, recepite dal pool difensivo – prosegue la nota – sembrano da ultimo avvalorate dalla recensione del film, pubblicata sul portale della Fondazione Ente dello Spettacolo, che rimanda all’idea di «un’Italia oscura e spaventosa abitata da mostri della porta accanto; una porta verso gli inferi dai quali non si fa ritorno, ambientata tra terre riarse, strade abbacinanti per il sole, tristi bar centri di incontri serali che tende a far rivivere un mondo di provincia chiuso e asfissiante guidato da una cattiveria che segna senza via di scampo relazioni, amicizie e parentele».

 

 

«RISPETTATI GLI ATTI GIUDIZIARI»

«La nostra comunità – conclude la nota a firma di Iazzi – merita rispetto e una giusta connotazione; ricordiamo che nel luglio del 2022, con atto ufficiale della Regione Puglia, Avetrana è stata riconosciuta “Città d’Arte” e inserita nell’Elenco regionale dei comuni ad economia prevalentemente turistica Città d’arte; a ciò si aggiungano accoglienza, ospitalità, generosità e altre peculiarità che da sempre caratterizzano la stessa cittadinanza».

Infine, sempre sulle colonne della rivista “Vanity Fair”, durante la lavorazione della serie tv, gli autori e la produzione della fiction sono rimasti in dialogo costante con la famiglia di Sarah Scazzi. «Il pericolo era di avere anche un coinvolgimento emotivo troppo forte che minasse la libertà di noi narratori – puntualizza Mezzapesa – abbiamo raccontato dei fatti emersi dalla verità giudiziaria, da tre sentenze e ci siamo limitati a quello: non abbiamo in alcun modo pensato di aprire altre strade, non siamo giudici, non siamo avvocati e non siamo giornalisti d’inchiesta, a noi interessava raccontare una storia per quello che è emerso ed esplorarne cause e conseguenze».

Italia, promossi e bocciati

Le città dove si vive meglio e peggio

E’ il Nord ad avere la meglio, il Sud in ripresa, ma la strada da compiere è ancora tanta. Un report dice che il divario si è ristretto, ma politica e impresa devono ancora lavorare. Money.it e Avvenire interpretano i risultati dei quattro saggi che hanno stilato la “chart” finale

 

Tutti pazzi per l’Italia, d’accordo. Stranieri, in particolare, matti per la Puglia. Ma non c’è solo il Paese del più e del meno, in Italia infatti esistono anche le zone intermedie. Fermo restando il meglio e il peggio, abbiamo preso in prestito lo studio, molto attento, aggiornato rispetto agli ultimi dodici mesi, svolto da Money.it

Come è stata stilata questa classifica. Il punteggio di ogni città è il risultato della somma di una serie di indicatori osservati dagli economisti interpellati per stilare la classifica definitiva: capacità di accoglienza, ambiente, turismo e cultura, capitale umano, demografia e famiglia, economia e inclusione, impegno civile, lavoro, legalità e sicurezza, salute, servizi alla persona.

L’indagine 2024 ha mostrato che le aree di osservazione circa legalità e sicurezza, salute e lavoro, sono migliorate. Gli indicatori che, invece, hanno registrato i livelli più bassi sono stati impegno civile, ambiente, cultura e turismo, accoglienza. Ambiti, questi, nei quali le città italiane sono risultate carenti.

 

 

BENE PORDENONE, SIENA E MILANO

La domanda che si pone il sito della rivista finanziaria americana e che in Italia, online, tratta problemi economici, parte dal meglio: “In quale città italiana si vive meglio in Italia?”. Il sito, come noi, setaccia il “Rapporto sul BenVivere e la Generatività delle province italiane 2024” pubblicato dal quotidiano L’Avvenire, che, puntuale, da sei anni aggiorna la sua classifica. In base all’indagine di un team di economisti italiani, il report in questione ha indicato, per esempio, miglioramenti sulla vivibilità al Sud. Il Sud, infatti, registra una riduzione della distanza fra nord e centro Italia rispetto a quanto riportato l’anno scorso.

Quando, però, si va a leggere la classifica, una sorta di Top 10, non solo la sensazione, ma le cifre e le indicazioni, nette, certificano che le città nelle quali si vive meglio si trovano in buona parte al Nord. Se pensiamo che le città più “giù”, in questa graduatoria, sono Siena e Firenze, va da sé che esiste ancora un certo squilibrio sul quale la politica e le imprese devono lavorare.

Nello scorgere la classifica 2024 delle città con la migliore qualità della vita in Italia, la prima osservazione che balza subito agli occhi è che è il Nord ad avere di gran lunga la meglio. In testa, saldamente, si colloca Pordenone. Sfila la testa di questa speciale classifica a Bolzano, città che non solo non conferma la sua leadership conquistata nella quinta edizione, ma addirittura perde nove posizioni, piazzandosi al decimo posto. A seguire la città friulana, Siena e Milano che formano il podio delle tre principali città con la migliore qualità della vita.

 

 

MALE REGGIO E CROTONE

Come Bolzano riesce a confermarsi per un soffio fra le prime dieci città italiane, ecco quattro città che fanno il loro ingresso in questa classifica. Nessuna sorpresa, sono sempre le città settentrionali a dire la loro: Trieste, Udine, Parma e Rimini. Questa la classifica completa: Pordenone, Siena, Milano, Trieste, Firenze, Trento, Rimini, Udine, Parma, Bolzano. Al Sud, degne di una certa attenzione, sono le città di Isernia e Benevento, comuni che hanno registrato un bel balzo in avanti nella qualità di vita.

Queste, dunque, le dieci città italiane dove si vive meglio. E se esiste una classifica “up”, per contro ce n’è una “up”, tanto che nel dare un’occhiata allo stesso rapporto, quello “sul BenVivere 2024”, osserviamo che Crotone e Reggio Calabria occupano ultimo e penultimo posto. Sempre secondo lo stesso report, le peggiori province italiane risultano essere Caltanissetta, Foggia, Catania e Napoli.

«Ius Scolae, magari…»

Storia di una coppia di giovanissimi studenti cinesi

«Pur non essendo una soluzione perfetta, rappresenta un passo avanti significativo, consentirebbe a chi frequenta le scuole elementari e medie di ottenere la cittadinanza italiana entro le superiori». I due piccoli fanno parte del nostro quotidiano. Di poche parole, mano nella mano, entrano in un bar del centro di Taranto: prendono due cornetti, pagano, salutano e vanno via. Tutto bene, naturalmente, se non fosse che il più grande, dodici anni, corregge: «Non mi chiamo Chen, ma se a voi sta bene così, fate pure..». Un inizio di giornata fra sorrisi, sguardi e un saluto, classico: “’Giolno..”.

 

C’è un giovanotto dodici anni, occhi a mandorla. Ogni giorno in un bar del centro cittadino si fa strada fra la gente che alle otto sorseggia il primo caffè della giornata. Tiene per una mano, la sorellina. Lui frequenta una scuola media, la bimba la scuola media. Ma parlano il mandarino, la lingua che più cinese non si può. E’ così che cambia il mondo. I due sono diventati le due mascotte dell’esercizio in pieno centro. Lo stesso dicasi per i clienti del bar. Non c’è verso, i due piccoli sorridono, piegano appena in avanti la testolina, stirano quegli occhietti a fessura, ringraziano, ma non accettano: obbediscono, pare di capire, a papà e mamma che hanno autorizzato una sola sosta prima di dirigersi, mano nella mano, a scuola.

Il piccolo è stato ribattezzato Chen. In realtà, lui ha cercato inutilmente di correggere il suo nome, ma per pigrizia o per la troppa gente che affolla quello spazio davanti al bancone, tanto da sembrare una sala d’attesa di un aeroporto, il titolare e i baristi non si sforzano più di tanto. «Chen, sei stato nominato!». Come fosse un reality, con personaggi, interpreti e nomination. Niente da fare, Chen alza appena il tono della voce, sempre composto, articola due sillabe, quasi a correggere quel nome che gli hanno già incollato sulla pelle, nemmeno fosse un tatuaggio.

 

 

CHEN, COME FOSSE “MARIO”

Chen, come fosse “Mario” dalle nostre parti. E così è. Non sono gli unici piccoli cinesi, nati in Italia da genitori che anni fa decisero di compiere il grande salto: partire dalla Cina e aprire un’attività all’estero. «In Italia, culla della cultura e della bellezza, sarebbe il massimo…», sembra di sentire. Aprono prima un localetto, poi un locale più grane, infine si trasferiscono in un immobile nel quale ci mettono di tutto. Dalle mini-stilo, a torcioni, plafoniere e candelabri; dal caricabatterie alla cover per cellulare. Nel bar. «Chen, per caso una foderina per questo cellulare ce l’avete?». E il piccolo, serio, senza prendere il telefonino fra le mani, sposta la testolina da un lato all’altro, come se stesse facendo una ripresa video. Cime mette un istante. Ciondola la testa in avanti, come a dire: «Sì, questa è materia nostra».

La consulenza dura solo il tempo di ritirare i due cornetti, pagare, salutare e andare via. «’Giolno…», pare di capire. «Ciao, Chen!». E uscendo, una mano stretta intorno alla manina della sorella, il piccolo dodicenne: «Non mi chiamo Chen…». E il titolare, appena smentito, rassicura i clienti. «Si chiama Chen, state tranquilli, loro sono così, non lo ammettono, ma alla fine si convincono…». Di fronte a una tale sicurezza, anche “Chen” sarà capitolato. Ci pare di vedere i suoi genitori. «Ti hanno chiamato Chen, che problema c’è, tu sorridi, ringrazia, prendi i cornetti, paga e soprattutto non lasciare la mano a tua sorella!». Saggezza popolare.

 

 

A TARANTO DECINE, A PRATO L’85%

A Taranto sono decine gli alunni, gli studenti che frequentano le nostre scuole. Ci sono città, per esempio, come Prato, in Toscana, dove esistono classi con l’85% di studenti cinesi. Il preside, non nasconde il suo punto di vista: va bene. «La cittadinanza è anche un incentivo a partecipare ai corsi fin da piccoli».

In una delle città più multietniche d’Italia, scrive puntuale il sito orizzontescuola.it, la questione della cittadinanza per gli studenti stranieri si presenta con urgenza e concretezza. Il preside di due istituti comprensivi pratesi, con una presenza di circa duemilatrecento alunni, sostiene l’importanza dello “Ius Scholae” come strumento per affrontare le sfide e le opportunità di una realtà scolastica sempre più multiculturale.

 

 

PRIMA DELLA CAMPANELLA

«Lo Ius Scholae – riprende orizzontiscuola.it – pur non essendo una soluzione perfetta, rappresenta un passo avanti significativo, consentirebbe a chi frequenta le scuole elementari e medie di ottenere la cittadinanza italiana entro le superiori». Il preside toscano sottolinea come molti studenti stranieri, nati e cresciuti in Italia, si trovino a dover affrontare complesse procedure burocratiche, come la richiesta di visti per partecipare a gite scolastiche nell’Unione Europea. Lo “Ius Scholae” semplificherebbe questi iter, riconoscendo l’appartenenza di fatto di questi giovani al tessuto sociale italiano».

Una legge che consentirebbe a molti dei nostri piccoli studenti di sentirsi italiani. Compreso Chen. «Non mi chiamo Chen…». Certo, pardon: compreso quel ragazzetto che ogni mattina mano nella mano con la sorellina si fa strada nel bar, saluta tutti e sgattaiola verso la scuola, prima che suoni la campanella.

«Palazzina Laf,  è una vicenda umana»

Lunedì scorso nella Biblioteca Acclavio un incontro con i protagonisti

«La Palazzina Laf ha rappresentato non solo per Taranto, ma per tutta l’Italia, una vergogna», così hanno ricordato Claudio Virtù e Giuseppe Palma, fra i 79 lavoratori Ilva relegati in un luogo fatiscente del siderurgico. Ritenuti scomodi o sindacalizzati, dovevano rappresentare in tutto lo stabilimento un esempio per condizionare anche le scelte aziendali. Promosso dal giornalista Antonio Attino e Vincenzo Di Renna, docente del liceo artistico “Calò”. Sono intervenuti, fra gli altri, il magistrato Alessio Coccioli, e lo scrittore Carlo Vulpio (“La città delle nuvole”)

 

Ventisei anni fa, il 7 novembre 1998, la magistratura mise sotto sequestro la Palazzina Laf (Laminatoi a freddo, l’acronimo), l’edificio della fabbrica in cui i dirigenti del Centro siderurgico Ilva confinavano i lavoratori indisponibili ad accettare il demansionamento.

Fu il primo clamoroso caso di mobbing in Italia, un caso esemplare di persecuzione sul luogo di lavoro che portò nel 2001 alla condanna (poi confermata nei due successivi gradi di giudizio) di undici persone: dirigenti, capi e il proprietario dell’Ilva, Emilio Riva.

La storia che ha ispirato il film del regista tarantino Michele Riondino, è stata raccontata da alcuni dei veri protagonisti della vicenda lunedì sera nella sala Agorà della biblioteca civica Acclavio di Taranto. “Taranto, la storia oltre il cinema. Palazzina Laf”, questo il titolo dell’incontro.

 

Foto Studio Ingenito

 

UN INCONTRO PER TUTTI

Obiettivo dell’incontro: andare alle origini della storia, ricostruendola grazie alle testimonianze di quanti la vissero. L’incontro, aperto a tutti, era nato avendo come pubblico ideale i giovani e gli studenti (numerosi i ragazzi che hanno partecipato al dibattito intervenendo con domande rivolte ai protagonisti). «Ci auguriamo possa essere stato un “esercizio” di educazione civica», aveva dichiarato Attino, promotore dell’incontro insieme con Vincenzo Di Renna, anche lui docente del liceo artistico “Calò”.

Fra i presenti, Alessio Coccioli, attualmente procuratore a Matera; è lui il magistrato che all’epoca condusse l’inchiesta giudiziaria con il procuratore aggiunto Franco Sebastio, scomparso a gennaio dell’anno scorso. Con Coccioli, due ex lavoratori confinati nella Laf, Claudio Virtù e Giuseppe Palma, i quali hanno raccontato la loro storia, le difficoltà lavorative e umane vissute.

Virtù nel 2001, aveva scritto il libro “Palazzina Laf. La violenza del padrone”, ripubblicato recentemente. A questo libro il regista Riondino ha attinto per il suo film. Presente all’incontro anche Carlo Vulpio, inviato del Corriere della Sera, che nel 2009 dedicò a Taranto al suo dramma ambientale e umano, il libro “La città delle nuvole”. Della palazzina Laf, Vulpio scrisse: «Dimostra che come non c’è mai limite all’inquinamento dell’aria, dell’acqua, della terra, così non c’è limite all’inquinamento delle coscienze e allo scempio della mente delle persone».

 

Foto Studio Ingenito

 

NON SOLO PER GIOVANI E STUDENTI

Lunedì sera, anche la testimonianza di Marisa Lieti, la psichiatra che seguì i lavoratori e denunciò pubblicamente la condizione dei lavoratori confinati. All’attore Sergio Tersigni, insegnante anche lui come Attino, è toccata la lettura di alcuni brani legati a quanto accadeva in quel periodo a Taranto, ricordando Franco Sebastio, il procuratore della Repubblica che visse con partecipazione e amarezza la storia, riversandola in una appassionata requisitoria.

«La palazzina Laf ha rappresentato non solo per Taranto, ma per tutta l’Italia, una vergogna; la vicenda che ha riguardato un gruppo di lavoratori relegati in un luogo fatiscente perché ritenuti scomodi o sindacalizzati o che non accettavano il demansionamento doveva rappresentare in tutto lo stabilimento un esempio per condizionare anche le scelte aziendali; noi lavoratori dovevamo abbassare la testa e subire le imposizioni del datore di lavoro, condizioni chiaramente fuori legge». Così Claudio Virtù e Giuseppe Palma, due tra i 79 dipendenti del Siderurgico che nel 1997, all’epoca della gestione dei Riva, furono confinati in una struttura definita lager, la palazzina Laf (Laminatoio a freddo), senza svolgere alcuna mansione. Una dichiarazione raccolta da Giacomo Rizzo, giornalista dell’agenzia giornalistica Ansa, che aveva collaborato con Virtù alla stesura del libro “Palazzina Laf”.

Foto Studio Ingenito

 

COCCIOLI, RICORDANDO SEBASTIO

«Sicuramente – ha detto dal suo canto il procuratore Coccioli – è stata una indagine unica; all’epoca era un fatto nuovo; c’erano pochissimi casi analoghi. Un caso unico perché si è parlato tanto di mobbing ed effettivamente lo era, ma non fu trattato come mobbing, almeno all’inizio: il problema era proprio la valutazione del reato perché i lavoratori erano pagati sostanzialmente per non fare nulla, costretti a una situazione di ozio forzato. Mi colpì la dichiarazione di uno di quei lavoratori. Gli chiesi: “ma lei cosa lamenta se viene pagato lo stesso?”. Mi rispose: “io non sono un gambero, io voglio andare avanti, non indietro: sono un lavoratore specializzato, non possono togliermi la dignità».

Questi, uno per uno, gli ospiti dell’incontro. Alessio Coccioli, procuratore capo a Matera. In magistratura dal 1996, è stato sostituto procuratore a Taranto negli in anni in cui venne aperta l’inchiesta giudiziaria sulla Palazzina Laf dell’Ilva. Successivamente ha lavorato come sostituto nella Direzione distrettuale antimafia a Lecce, dal 2018 come procuratore aggiunto a Bari. Da aprile di quest’anno è capo della procura a Matera.

 

TARANTO, CITTA’ DELLE NUVOLE

Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, inviato in Italia e all’estero, nel 2009 autore di La città delle nuvole. Viaggio nel territorio più inquinato d’Europa, libro-inchiesta su Taranto. E’ autore tra gli altri del libro Il genio infelice, sulla vita di Antonio Ligabue, e il sogno di Achille, il romanzo di Gigi Riva. 

Claudio Virtù e Giuseppe Palma, ex dipendenti dell’Ilva, hanno condiviso la drammatica esperienza da confinati nella Palazzina Laf del centro siderurgico di Taranto. Prima di essere trasferiti lavoravano nel centro elaborazione dati.

Marisa Lieti, psichiatra, è stata responsabile del centro di salute mentale dell’Asl di Taranto dopo avere lavorato nell’ospedale psichiatrico di Collegno (Torino). Ha curato i lavoratori confinati nella Palazzina Laf.

E’ Vieste la star del turismo

Bari registra il maggior numero di arrivi, Lecce quello delle presenze

“Arrivi” e “presenze” confermano che la Puglia è sempre più una destinazione di riferimento sia a livello nazionale che internazionale. «La crescita del turismo straniero, rafforzata dalle ottime performance di mercati emergenti come Polonia, Argentina e Brasile, testimonia l’efficacia della nostra strategia di promozione all’estero», sostiene Gianfranco Lopane, assessore al Turismo della Regione Puglia

 

La Puglia, turisticamente parlando, spicca il volo. Cambia, in qualche modo, la geografia delle città più visitate in questo 2024. I dati, secondo i dati forniti dall’Osservatorio regionale del Turismo della Puglia (PugliaPromozione), sono stati presentati al TTG Travel Experience di Rimini, considerato a ragione il punto di riferimento per le analisi legate al turismo.

In totale, raccontano i dati forniti dalla Regione Puglia, da gennaio ad agosto sono arrivate nella nostra regione ben 4.234.445 persone, per un totale di quindici milioni di presenze. Due dati sostanzialmente in crescita. Uno dei primi dati che salta agli occhi è un sensibile calo delle presenze degli italiani. Leggera flessione. Se c’è, invece, un exploit, bene, quello riguarda gli stranieri: +20,1% rispetto allo scorso anno, nel periodo da gennaio ad agosto 2023. Il mese con più arrivi, ma non avevamo dubbi a riguardo, è stato agosto. Nonostante i vantaggi più volti espressi riguardo vacanze ragionate e meno dispendiose, i turisti coniugano il periodo di vacanze con il mese di agosto. Dello stesso avviso, gli italiani.

 

 

TUTTI I NOMI

Facciamo i nomi. E’ Bari la città con più arrivi: 573.000 totali. Vieste si conferma come la località con più presenze. Sul podio degli “arrivi”, si conferma anche Vieste e Lecce. A seguire, Monopoli e Ostuni. Scorrendo la classifica dei primi posti, troviamo Gallipoli: nona. Se diamo un’occhiata alle “presenze”, scopriamo invece che Vieste ha la meglio su Bari e, a seguire, su Ugento, Lecce e Gallipoli, che se la giocano meglio in virtù delle vacanze più lunghe fatte nelle città di mare. A nostro avviso – ma non è confutare proiezioni e sondaggi di PugliaPromozione – mancherebbero cittadine come Alberobello, Martina Franca e Locorotondo. Ma è un punto di vista, nessuno in Puglia può lamentarsi. Tutt’altro.

Ma torniamo a cifre e percentuali fornite da PugliaPromozione. Nei primi otto mesi del 2024, si è registrato un significativo incremento sia degli “arrivi” (4.234.000) che delle “presenze” turistiche (15.339.000). Gli arrivi hanno fatto segnare un aumento pari al +9%, mentre le presenze hanno registrato un incremento del +4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La crescita ha interessato sia i turisti italiani che stranieri. Questi ultimi hanno evidenziato un aumento maggiore: +20% per gli “arrivi” e +15% per le “presenze”. I flussi turistici nazionali registrano un incremento del +3% per gli arrivi a fronte di un andamento stazionario delle presenze.

 

 

SETTEMBRE-OTTOBRE, PREVISIONI

Settembre e ottobre, in una sorta di previsione, descrivono una crescita degli arrivi del +4% e un mantenimento dei valori dello scorso anno per le presenze. Nel periodo gennaio-agosto 2024, in fatto di “arrivi” sono stati registrati incrementi superiori al 10% nei mesi di marzo (periodo pasquale), maggio e giugno. Nei mesi di luglio e agosto gli arrivi sono cresciuti del +3,5% e le presenze hanno mostrato una sostanziale stabilità (+1%), con una buona performance del mercato estero che ha compensato il rallentamento interno. «Siamo soddisfatti dei risultati ottenuti dal turismo pugliese nei primi mesi del 2024 – dichiara Gianfranco Lopane, assessore al Turismo della Regione Puglia – in quanto crescita di “arrivi” e “presenze” conferma che la Puglia è sempre più una destinazione di riferimento sia a livello nazionale che internazionale».

 

 

CONCLUDENDO…

«La crescita del turismo straniero – riprende Lopane – rafforzata dalle ottime performance di mercati emergenti come Polonia, Argentina e Brasile, testimonia l’efficacia della nostra strategia di promozione all’estero. Allo stesso tempo manteniamo alta l’attenzione sul mercato nazionale, sui flussi italiani, e lavoriamo per garantire una crescita sostenibile e rispettosa delle comunità locali e dell’ambiente, a partire dalle iniziative volte alla valorizzazione dei nostri Prodotti turistici di punta; adesso ci attende una nuova ed importante sfida, che passa anzitutto dalla collaborazione con gli operatori, le amministrazioni, le imprese pugliesi e le associazioni di categoria; puntiamo a favorire percorsi di qualificazione dell’offerta attraverso l’organizzazione turistica dei nostri territori; a breve avvieremo incontri mirati in questo senso e ci saranno novità interessanti».