«Tutto il mondo è paese»

Gli italiani pendolari che lavorano in Svizzera definiti “ratti”

«Sta accadendo come in Italia, gli stranieri visti come ladri di lavoro e denaro. Una campagna contro chi ogni giorno supera il confine per venire a prendere uno stipendio, anche modesto. Ne approfittano in molti, c’è chi lavora per fame, proprio come succede da noi con i nordafricani…»

 

«Tutto il mondo è paese», dice una ragazza. «Ci chiamano topi, perché verremmo qui a mangiare il formaggio e poi andare via, approfittando della loro generosità». E poi, «Come in Italia qualcuno prova a respingere gli immigrati che chiedono asilo in Italia, anche noi che lavoriamo in Svizzera dai residenti subiamo torti a non finire», aggiunge una collega. E ancora, «Molti li prendono per fame: con la crisi che c’è – ci dicono – bere o affogare: così non mi sento di biasimare che accetta per stato di necessità, ma più andiamo avanti e peggio è…».

Sono cinquantamila i lavoratori, cosiddetti “frontalieri”, che ogni giorno lasciano l’Italia – Paese di fronte… – per recarsi al lavoro in Svizzera. E’ un flusso crescente di auto e pendolari negli ultimi anni in costante aumento, che ha portato esponenti politici di destra a chiedere un referendum popolare per cambiare la Costituzione elvetica e imporre  dei tetti demografici in entrata.

 

REFERENDUM, «VIA I TOPI!»

Gli stranieri come gli italiani, infatti, sono accusati di aver causato il dumping (ribasso) salariale e di avere accresciuto l’inquinamento. Da qui la delusione da parte degli italiani nei confronti del 68% dei ticinesi che ha votato “sì” all’introduzione dei tetti. “Invece di bloccare  gli immigrati, avrebbero dovuto imporre un salario minimo per evitare il dumping”, dicono i sindacati.

Gli italiani visti come topi. Ratti dice uno spot promosso qualche tempo fa. Una campagna pubblicitaria che trasformava di colpo tanto gli italiani che i romeni in ratti che affondano i denti nel formaggio, che poi sarebbe Canton Ticino.

Fece scalpore un’inchiesta de La Stampa nella quale documentava una crociata cominciata quasi per gioco sui social è finita su enormi cartelli pubblicitari nelle strade. Il ratto piastrellista transfrontaliero Fabrizio, sul manifesto sotto accusa, è protetto da un elmetto giallo.

Un uomo di cinquanta anni, muratore, ha denti gialli, devastati da cure al risparmio e dita precocemente invecchiate dalla nicotina. Tutte le mattine si alza alle cinque per oltrepassare la frontiera in tempo per l’apertura del cantiere. Compie chilometri, incrocia eleganti ville circondate da parchi in cui, grazie al microclima, le palme convivono con gli abeti. Lui, però, per casa ha un bilocale e sospira mentre legge lo slogan che campeggia sui muri: «Cinquantamila frontalieri», visti come topi. Una immagine peggiore non poteva esistere per descrivere i ratti, appunto, che divorano formaggio. «Pensavo che il razzismo fosse acqua passata con gli Anni Settanta – dice il muratore – e, invece, punto e a capo: ci tocca essere pubblicamente insultati».

 

MA QUANTE OFFESE…

E il dibattito, le polemiche molto pesanti, fino a gravi offese, prosegue sul sito della campagna pubblicitaria xenofoba. Il Canton Ticino visto come una grossa forma di formaggio e gli stranieri che vi lavorano o che ne limiterebbero il sistema bancario, come dei volgarissimi topi.

Che, come dice il proverbio, «quando il gatto non c’è, ballano». Il gatto simboleggia il permissivismo che, secondo il promotore – scriveva La Stampa – della campagna pubblicitaria xenofoba, favorisce un tale banchetto. Protagonisti dello scialo al gruviera sono: il topo-piastrellista Fabrizio frontaliere di Verbania; l’avvocato lombardo Giulio che con il suo scudo raffigurante tre monti respinge il franco svizzero (mai allusione al ministro all’Economia Tremonti fu più chiara di così); il romeno Bogdan che con la mascherina blu stile Banda Bassotti è l’inequivocabile esemplificazione del malvivente.

E pazienza se il papà dei tre terribili ratti è figlio di due immigrati calabresi. Il pubblicitario Michel Ferrise non prova imbarazzo a rinnegare le sue radici. «Il committente mi aveva chiesto un messaggio forte, provocatorio e io ho eseguito, ma di certo non odio né gli italiani, né i romeni. Anche se in effetti qualche problema lo stanno creando». Fiato sprecato cercare di conoscere l’identità di chi ha commissionato la pubblicità. «Non posso svelare, segreto professionale».

Molti pensano che il committente possa essere un banchiere svizzero stanco della volontà dell’ex ministro del Governo Berlusconi che si sarebbe impegnato nel sottrarre ricchezze e lavoro al sistema creditizio elvetico.

 

 COME IL GATTO COL TOPO

I politici di destra ticinesi, intanto, giocano come farebbe il gatto col topo. Negano di essere i mandanti dell’operazione. Ma la accolgono a braccia aperte. «Da anni ci battiamo per i diritti della popolazione svizzera», dicono. «I temi sono proprio i nostri – aggiunge un rappresentante politico di un destra che con il 30% dei consensi costituisce il primo partito in Svizzera – è da anni che anche noi ribadiamo un netto “no ai frontalieri, no ai delinquenti dei Paesi dell’Est, no a una politica bancaria che non ci tutela”». Sembrano discorsi già sentiti in questi anni, contro i ragazzi venuti dall’Africa in cerca di speranza e lavoro, di un’opportunità per rifarsi una vita decorosa.

Rincara la dose un barista svizzero: «C’è già poco lavoro per noi, basta con il sostenere chi arriva da oltre confine». Nel Canton Ticino, su 300 mila residenti (di cui 150 mila rappresenta la forza occupazionale), cinquantamila lavoratori sono frontalieri.

È comunque vergognoso definire i “frontalieri” italiani ratti e chiamare in causa come ratto uno dei ministri di un altro governo. Oltre a danneggiare l’immagine dell’Italia e dei suoi cittadini che in Svizzera lavorano, producono e pagano le tasse, rischia di creare tensione sociale. Diventa complicato pensare che un Paese come la Svizzera, con alle spalle oltre cinquecento anni di democrazia, possa accettare simili espressioni.

Ma le campagne pubblicitarie non si fermano qui. Anzi, nuove sorprese sono annunciate. Come tre enormi comparse travestite da ratti. Farà ridere a qualcuno, per qualche altro sarà un altro bel colpo mediatico, soprattutto se si pensa che è il fantomatico committente dell’offensiva lanciata contro i “ratti” italiani, sforna un budget dietro l’altro. E pare, purtroppo, che non finisca qui.

«Ecco i miei eroi!»

Freddie, americano, abbandonato fra i rifiuti e adottato da gente modesta, ma dal cuore d’oro

«I miei genitori adottivi mi hanno insegnato i valori, l’educazione, a ragionare e non reagire». Nathan e Betty, già in età avanzata, lo accolsero in casa, il papà gli comprò un computer scassato, che il piccolo rimise in moto. Poi il brevetto milionario per seguire gli anziani malati di Alzheimer, una compagnia di telecomunicazioni e una fondazione per aiutare i più deboli. 

 

«I miei genitori adottivi sono stati i miei eroi e i miei modelli di vita», dice Freddie Figgers, trentunenne americano, nero, abbandonato dalla mamma dopo appena due giorni dalla sua nascita in un cassonetto dell’immondizia. «Papà e mamma, non più giovani, e che in passato avevano avuto piccoli in adozione, non appena vennero a conoscenza del mio abbandono, per giunta in quel modo abbietto, come fossi un rifiuto, non esitarono nemmeno un momento a chiedermi in adozione».

I suoi genitori, i suoi «eroi», come li chiama lo stesso Freddie, sono l’artigiano Nathan e la moglie Betty, contadina in una comunità agricola. Nonostante non fossero più giovanissimi, avessero una posizione sociale modesta – ecco l’atto eroico, secondo Freddie – decisero di adottarlo dopo aver già cresciuto diversi bambini in affidamento. A due giorni dalla sua nascita e da un destino che sembrava per lui ormai segnato, dunque, il piccolo abbandonato nel cassonetto dell’immondizia, aveva trovato una famiglia, adottiva – ma questo non lo consideriamo nemmeno un dettaglio, i bambini sono di chi li cresce, li educa – ritrovò nuovamente una famiglia adottiva, povera ma felice.

Per Freddie, Nathan e Betty, divennero dei veri e propri modelli da seguire. Un quotidiano nazionale, il Messaggero, che ha ripreso la notizia, ha riportato le dichiarazioni di Freddie Figgers: «I miei genitori adottivi sono stati i miei eroi e i miei modelli di vita».

 

GENIO E MANAGER

Oggi Freddie è  sposato con una avvocatessa e padre di bella una bambina che si coccola non appena i suoi impegni lo consentono. «La mia piccola non deve patire nemmeno un solo istante quanto mi è accaduto: non ne ho memoria, ma deve essere triste crescere con il chiodo fisso di essere stato trattato come se fossi spazzatura», avrà ripetuto mille e mille altre volte ancora.

Nel corso della sua infanzia, infatti, il ragazzo che ha studiato e successivamente diventato un manager milionario, ha dovuto anche lottare contro i soliti imbecilli, bulli da strapazzo, che con miserabile fantasia lo chiamano “immondizia” ficcandolo nei bidoni della spazzatura. Il padre, Nathan, non alimentava in lui l’odio. Il discorso era molto semplice: la dignità va conquistata intelligenza e tenacia, così alla fine Freddie ha deciso di seguire questi saggi consigli.

Il giovanotto oggetto di scherno da parte dei ragazzacci del quartiere, dimostrò subito di essere un vero genio. Papà Nathan riuscì a mettere da parte ventisette dollari per comprargli un MacIntosh, non funzionante, ma che il figlio riuscì a riparare e far ripartire. Iniziò così a riparare i computer della scuola passando poi a quelli del municipio. A quindici anni, come ha scritto “Il Messaggero”, Freddie decise di lasciare la scuola e dedicarsi al lavoro che lo portò a disegnare software.

 

UNA SOCIETA’ DI TELECOMUNICAZIONI

A ventuno anni gestiva già una rete di banda larga diventando il più giovane imprenditore di settore in tutti gli Stati Uniti, tanto che ad oggi è ancora l’unico proprietario afroamericano di una società di telecomunicazioni: la Figgers Communication. Gli anni avanzavano, il padre Nathan ben presto iniziò ad avere i primi sintomi dell’Alzheimer e Freddie riuscì ad inventare un congegno caratterizzato da un circuito, un microfono da 90 MHz e una scheda di rete che permetteva di rintracciarlo fuori casa. La vendita dei diritti di questa sua invenzione gli fruttò oltre due milioni di dollari.

Con parte del denaro avrebbe voluto comprare al padre l’auto dei suoi sogni e una barca, ma il genitore si spense prima del tempo. «L’esperienza – ebbe a dire Freddie – mi ha insegnato che i soldi non sono altro che un mezzo, quel giorno ho deciso che avrei cercato di fare del mio meglio per rendere il mondo migliore prima di quando dovrò lasciarlo».

In comune con il padre adottivo l’uomo sembra avere la grande generosità. Non è un caso, infatti, che Freddie abbia aperto una fondazione che raccoglie fondi per assicurare la copertura delle spese sanitarie per le comunità meno abbienti del nord della Florida. Ma ha fatto anche di più: si è impegnato, inoltre, a pagare la retta universitaria ai giovani talenti provenienti da famiglie meno abbienti.