Le ultime vicende della Alan Kurdi e un ricordo che brucia ancora

Centoquarantasei superstiti soccorsi e trasferiti nel porto di Palermo. Sambou, Solomon e Sirag avevano vissuto identiche storie in mare. «La mia bambina sta molto male, non c’è acqua né cibo, qualcuno ci aiuti per favore?», l’appello di una madre. «Ci sono due morti, aspettiamo da quattro giorni, bambini svenuti, abbiamo bisogno di aiuto subito: vi prego!», quello di un uomo disperato.

«Ci sembra di rivivere un incubo, abbiamo seguito la vicenda di quanti hanno trascorso giorni drammatici…», ci hanno raccontato i nostri ragazzi, fra questi Sambou, Solomon e Sirag, rispettivamente gambiano, nigeriano e libico. Storie simili a quelle appena accennate ai loro soccorritori dai centoquarantasei passeggeri tratti in salvo e scortati dalla Alan Kurdi nel porto di Palermo. Un sospiro di sollievo per quanti si sono salvati in questa ennesima storiaccia di fuga e appelli non sempre raccolti, e aiuti, non sempre immediati a causa dei soliti palleggiamenti di responsabilità.

Un’ora di ritardo nei soccorsi, abbiamo sempre sostenuto, può significare una o più vite umane spezzate. Non solo di bambini, già deboli di costituzione, ma anche di donne, incinte, come in questo caso, e uomini, seppure forti, che dimostrano la loro debolezza. Ora per aver salvato una decina di compagni di viaggio, ora per sfinimento, perché un fisico non è mai come un altro.

La vicenda, seguita col batticuore in tutti questi giorni, era cominciata con frasi drammatiche pronunciate in francese e tradotte, riportate su internet. Le urla strazianti di una donna: «La bambina sta molto male, non c’è acqua né cibo; ci dicono che vengono a prenderci ma non viene nessuno: qualcuno può aiutarci per favore?». Sono le grida di una mamma che vede, per prima, in pericolo la vita per la sua piccola che tiene stretta a sé e quella della creatura che porta in grembo. Non è solo una donna a lanciare l’allarme disperato a chiunque, in quel momento, sta ascoltando. C’è un uomo, che prima di altri, si impossessa di quel cellulare per urlare l’ultimo appello: «Ci sono due morti, aspettiamo da quattro giorni, ci sono bambini svenuti, non sappiamo dove siamo, abbiamo bisogno di aiuto subito. Vi prego!».

FINE DI UN INCUBO

E’ finito un altro incubo. Uno di quelli attraverso i quali sono passati, si diceva, anche Solomon, Sirag e Sambou, ragazzi che trovarono subito ospitalità nel nostra Paese e “casa” nel Centro di accoglienza “Costruiamo Insieme”. Momenti, ore, giorni di grande disperazione, quelli trascorsi da connazionali e fratelli africani finalmente tratti in salvo e ora al sicuro di una quarantena sostenuta da qualsiasi tipo di aiuto. E’ come se ripercorressero le loro storie i nostri tre ragazzi.

«Io di morti in mare ne ho visti almeno una ottantina, quelli mancanti quando ci siamo ricontati una volta soccorsi». E’ una delle più brutte storie raccontate dai nostri ragazzi. E’ quella di Sambou, gambiano, trovatosi nella stessa situazione di quanti, poi, dopo dolorose vicissitudini sono stati tratti in salvo. La sua imbarcazione, un gommone, viaggia accanto ad altri equipaggi in balia di onde alte quanto palazzi.

«Fu un momento – ricorda, un nodo alla gola – gente in mare: chiedeva aiuto, urlava, mentre noi eravamo in balia di un gommone ingovernabile; uomini e donne con bimbo in grembo venivano risucchiati sotto i nostri occhi dalle acque agitate: uno sterminio; una volta arrivata la Guardia costiera, noi del gommone con a bordo centosedici persone siamo stati tratti in salvo; poi i militari si sono dedicati ai superstiti dell’altra imbarcazione, tirati su a decine, ma pochi rispetto a quella moltitudine dispersa in mare: cinquanta in salvo, ottanta i morti!».

Nel porto di Palermo, soccorritori in maschere e guanti, dotano delle stesse misure di sicurezza i migranti appena sbarcati. Finita l’odissea, quella gente raccoglie le ultime forze e salta a bordo della “Raffaele Rubattino”, un traghetto messo a disposizione dal governo italiano. Qui i centoquarantasei migranti, piccoli e grandi, trascorreranno il periodo di quarantena imposto dall’emergenza coronavirus.

BRUTTE STORIE

Brutta storia, da non augurare al peggior nemico. Nemmeno per un’ora, per le sensazioni drammatiche che ti balenano nella testa. Non sai cosa fare, da dove fuggire. «Una volta in Italia ho ricominciato a vivere», aveva raccontato proprio Solomon, giunto in Italia dalla Nigeria. Brutta storia anche la sua. Ce l’aveva raccontata quasi con la voglia di alleggerirsi di un peso dal quale non riuscirà mai a liberarsi del tutto. La sua non è la stessa storia attraverso la quale è passata questa gente appena tratta in salvo. «Mi ritengo fortunato, a me sono toccate solo sette ore di mare, poi una nave italiana – il Cielo benedica lei e il suo equipaggio – salvò me e i miei compagni di viaggio: avevo messo insieme un po’ di soldi facendo il giardiniere e le pulizie in Libia: il mio sogno resta quello di riabbracciare, un giorno, i miei cari rimasti in Nigeria». Solomon era stato minacciato. Al padre, la ribellione a minacce e soprusi, era costata la vita: nessun colpevole assicurato alla giustizia. Così, al giovane nigeriano non resta che fuggire.

A Palermo, intanto si scrive la parola “fine” alla disperazione dei centoquarantasei migranti. La “Rubattino”, giunta da Napoli, aveva caricato generi di conforto per sostenere la quarantena: derrate alimentari, farmaci indumenti, mascherine, guanti in lattice. Una volta messi in salvo i migranti, l’organizzazione messa a punto dalla Prefettura è impeccabile. A Palermo, a bordo di un Atr della Guardia di Finanza, una task force di ventidue operatori della Croce Rossa Italiana, successivamente imbarcata sulla nave che trascorrerà la quarantena, si diceva, nel porto del capoluogo siciliano.

«Il mio è stato un viaggio, meno drammatico di altri, ma più complicato», ricorda invece Sirag, libico. «Nel mio Paese manifestavo solo per un sentimento che tutti, nessuno escluso, hanno a cuore: la libertà; per questo motivo, invece, sono stato minacciato di morte, ho lasciato padre, madre e due fratelli: ho dovuto mettere insieme tremila euro per tre giorni di viaggio in mare: imbarcato prima su un gommone, poi una nave spagnola, una nave tedesca, infine il porto di Taranto: respinto in Germania, sono tornato in Italia dove voglio costruirmi un futuro da cuoco».

La Sea Watch, Ong (Organizzazione non governativa) tedesca, insieme con Mediterranea e Alarm phone prova a ricostruire la prima tragedia del mare dopo la pandemia e sferra il suo pesante atto d’accusa contro l’Europa. «Dodici morti e cinquantuno persone riportate nell’inferno libico con la complicità dell’Europa – sostengono in un duro comunicato – un gommone abbandonato in mare per giorni e poi riportato in Libia con la complicità dell’Europa in violazione del diritto internazionale: esistono chiare responsabilità, l’omissione di soccorso che ha causato la morte di dodici persone uccise da fame, sete, disperazione». Un bollettino infinito.