Costruiamo terapie…

Musica, arte e altre forme per combattere disabilità

La Cooperativa promuove un progetto di musicoterapia. Un Laboratorio di Musicoterapia per rendere autonome e sollecitare autostima nei diversi soggetti sottoposti all’attenzione di un team professionale. Come incoraggiare integrazione e benessere socio-emozionale

 

Costruiamo Insieme promuove un progetto di Musicoterapia. Lo fa con una proposta con la quale porta a conoscenza di quanti vogliono saperne di più, quanto sia importante e terapeutico avvicinarsi a qualcosa che dagli studiosi, e non solo, è visto come strumento di benessere e piacevolezza.

La Cooperativa “Costruiamo Insieme” attraverso un piano il Laboratorio di Musicoterapia avvia un progetto indirizzato agli utenti psicodisabili allo scopo di renderli “persone” con una migliore autonomia ed autostima, incoraggiando integrazione e benessere socio-emozionale. In buona sostanza, come spiegheremo, resilienza e qualità di vita nella sintonizzazione della dignità umana e nell’armonizzazione dell’universo dei diversamente abili.

Non è il primo progetto sociale che la cooperativa fa suo attraverso un appassionato team di lavoro, coinvolgendo le risorse umane di cui dispone. Proprio in virtù di elementi di assoluta professionalità, in queste settimane ha realizzato uno studio approfondito mediante il quale si gioveranno quanti vorranno avvicinarsi al Progetto Musicoterapia.

 

 

PROGETTO & CARDINI

Uno dei cardini del progetto, come vedremo non appena l’intero programma sarà licenziato, la musica utilizzata – ovviamente – a scopi terapeutici. Musicoterapia, definizione tanto seducente quanto ovvia, è l’insieme di due parole: musica e terapia. Una materia non per tutti, intanto perché provoca talvolta grande confusione, tanto che il range e, dunque, le attività di applicazione, diventano vaste e indefinite.

Proviamo a definire, in particolare, il significato della parola “musicoterapia”. Lo descrive la stessa parola composta: è l’utilizzo della musica, e non solo, insieme con gli elementi di cui dispone il pentagramma: dal suono al ritmo, dalla melodia all’armonia. Il tutto assemblato in un processo che faciliti e favorisca comunicazione, relazione, apprendimento, motricità, espressione, organizzazione e altri obiettivi terapeutici atti a soddisfare, intanto, necessità fisiche, emozionali, mentali e sociali. La musicoterapia, secondo quanto illustrato nel Progetto Costruiamo, ha lo scopo di sviluppare funzioni potenziali, ma anche residue nel soggetto perché questo possa realizzare l’integrazione che i “tecnici” mettono in campo per migliorare la qualità della vita a seguito di un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.

 

 

QUANTO E’ IMPORTANTE

Perché la musicoterapia ha la sua importanza. “L’intervento musicoterapico in psicodisabilità – leggiamo nel progetto – porta, oltre che ad ascoltare, anche a costruire risorse empiriche d’espressione sonora verbale o non verbale proficue ed adatte ai destinatari con diverse abilità: lo scopo è quello di operare mediante la relazione musicale con la persona disabile, perché il suo sistema di riferimento possa attivarsi nel modo più economico e fruibile possibile; attraverso le onde sonore, qualsiasi sentimento o stato d’animo scaturisce fuori e dentro di noi; ognuno di questi movimenti emotivi ed energetici, va considerato dal musicoterapista con immediatezza, riconoscendo in esso la comunicazione non verbale che i pazienti vogliono esprimerci, in un rapporto di fiducia e d’accettazione incondizionata ed attraverso la personalizzazione della tecnica di volta in volta impiegata”.

Si evince che la musicoterapia sia a tutti gli effetti un trattamento educativo e riabilitativo. La musica rappresenta il mezzo utilizzato in questa terapia, in quanto fonte di espressione, condivisione, esplicitazione di emozioni, pensieri, quanto cioè non sempre viene manifestato verbalmente all’interno di un incontro di musicoterapia. Pensieri, questi, che vengono trasformati in suoni attraverso gli strumenti musicali, ma anche attraverso la voce.

 

 

NON SOLO MUSICA

Ma la musicoterapia, come ci spiega il team di studio, non è solo musica, ma anche relazionarsi con altre forme di arte. Significa manifestare artisticamente la stessa musica, ma anche pittura, scultura, danza; in una sola parola emozioni che diversamente non riuscirebbero a tirar fuori con la comunicazione verbale.

“L’obiettivo principale della musicoterapia – viene spiegato nella finalità del Progetto Costruiamo – è dare la possibilità all’utente di trovare la sua modalità espressiva individuale, attraverso la quale mettersi in rapporto con il mondo. La musica quindi si propone come mezzo per contribuire allo sviluppo della personalità, permettendo al destinatario di scaricare le tensioni emotive, relazionarsi con gli altri e migliorare il funzionamento generale nella vita. All’interno del confine dato dall’handicap, la musica favorisce il potenziamento dell’equilibrio psicofisico, l’autonomia, la partecipazione e l’integrazione, comprendendo diversi settori d’intervento: Area Sensoriale e Psicomotrice, Area Percettivo-Cognitiva, Area Psico-Affettiva, Area Socio-Comunicativa”.

“Il laboratorio – prosegue l’illustrazione del programma – si realizzerà in uno spazio in cui il “singolo” sia libero di muoversi: l’ambiente dovrà essere il più neutro possibile e libero da eventuali distrazioni. Per questo motivo si è deciso di utilizzare la stanza che chiameremo “Angolo morbido” provvista di tappeti dove il “singolo” potrà stare comodamente seduto”.

 

 

MUSICA E PSICOLOGIA

Fra le cosiddette competenze musicali, è compresa la psicologia musicale, scienza psicodinamica della musica. Sarebbe a dire la definizione degli aspetti psicologici in un processo terapeutico, appunto, a tutti gli effetti. Aspetti, questi, che porranno in condizione il team di considerare risposte psicologiche e comportamentali che scaturiranno dal processo d’intervento per comprendere, fra le altre cose, se possono essere comprese in campo patologico e di quale entità esse siano.

Come riportato nell’introduzione, il Laboratorio di Musicoterapia nella Cooperativa “Costruiamo Insieme”, si presenta come un progetto avviato agli utenti psicodisabili. “Obiettivo – riporta il progetto – è fare dei soggetti delle “persone”, perché ciascuna di queste abbia una migliore autonomia ed autostima, alimentando – dove possibile – integrazione benessere socio-emozionale e, in definitiva, la resilienza e la qualità di vita nella sintonizzazione della dignità umana e nell’armonizzazione dell’universo dei diversamente abili”.

Una rotonda sul mare

Offerta turistica, l’affaccio sul Lungomare di Taranto

Assegnati ad un’azienda romana i lavori per la suggestiva “passeggiata” cittadina. Il progetto interessa il tratto da Porta Napoli a Lungomare Vittorio Emanuele III. Primo lotto in consegna a ridosso di Pasqua, il secondo non appena avrà luogo una perizia per verificare varianti a causa di attività che risalirebbero a decenni fa

 

Finalmente si lavora per il progetto “Waterfront”. Nei giorni scorsi il Comune di Taranto ha assegnato ad una società romana il compito di realizzare uno studio di fattibilità tecnica ed economica di quello che per tutti viene definito, appunto, “Waterfront del Mar Grande”, in realtà è la riqualificazione di un tratto sottostante il Lungomare Vittorio Emanuele III.

L’obiettivo del progetto del “Waterfront Mar Grande”, realizzato dal Comune di Taranto e dall’Autorità di Sistema Portuale del mar Ionio, candidato per un finanziamento del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, è in buona sostanza quello di aumentare la fruibilità dell’affaccio a mare che va da Porta Napoli, dunque Città vecchia, conduce al Lungomare, in Città nuova.

Il progetto del Comune di Taranto, detto in soldoni, riguarda recupero e la valorizzazione della parte antica di Taranto, un’isola circondata da Mar Piccolo e Mar Grande, e fra questi vicoli, da qualche anno riqualificati, ma fra i quali esiste ancora un certo degrado edilizio con stabili abbandonati e disabitati.

 

 

COMUNE E PROGETTI

L’idea progettuale. Il nuovo Varco Est del porto, secondo le prime idee manifestate dal Comune «consentirà lo spostamento del varco, attraverso la costruzione di una nuova struttura di accesso arretrata rispetto all’attuale». Ciò, sempre stando all’idea di principio, consentirebbe «la libera fruizione di tutte le aree del Molo San Cataldo prospicienti la Darsena Taranto e la valorizzazione del waterfront porto-città attraverso la realizzazione di una passeggiata panoramica». Questa, partendo dalla Calata 1 della Darsena Taranto, attraverserà l’esistente molo Sant’Eligio proseguendo nello specchio d’acqua ai piedi delle Mura Aragonesi fino al Castello Aragonese.

«Questa prospettiva progettuale – aveva dichiarato a suo tempo il sindaco Rinaldo Melucci – restituisce a Taranto, ai tarantini e ai turisti un rapporto diretto con il Mar Grande, privo di mediazioni architettoniche: la realizzazione di questo progetto, che si completerà con la riqualificazione della scarpata di Lungomare fino a Lido Taranto, offrirà un’esperienza del tutto nuova, come la fruizione di spazi fino a oggi preclusi, ma di assoluto fascino».

«L’incarico, con un lieve ribasso rispetto all’importo stabilito nel bando – scrive Fabio Venere per La Gazzetta del Mezzogiorno – pari all’1,3%, è stato assegnato per un importo di centotrentasettemila euro: complessivamente, invece, la realizzazione degli interventi, finanziati per quattro milioni di euro, ha un costo stimato in tre milioni di euro».

La strategia messa in campo dal Comune di Taranto per ciò che attiene la Città vecchia riguarda progetti di riqualificazione, che per larga parte riguardano il pubblico, incentivi già in atto come gli immobili di proprietà del Comune messi sul mercato al prezzo politico di un euro.

 

 

MAR PICCOLO/DISCESA VASTO

«Ci concentreremo – aveva spiegato la Direzione di Pianificazione urbanistica del Comune di Taranto – sulla parte prospiciente Mar Piccolo che dalla discesa Vasto arriva al monumento al carabiniere: l’obiettivo è farne un’area di inclusione ed animazione sociale risistemandola. Il cantiere, ora che siamo andati in gara d’appalto, partirà a breve».

L’idea a cui allude l’ex dirigente del Comune, assume connotati tra il 2018 e il 2020 in seguito a un finanziamento del Ministero delle Infrastrutture caldeggiato, insieme, dall’Amministrazione comunale di Taranto e dall’Autorità di sistema portuale del Mar Jonio (Adsp).

Notizie più recenti ci dicono che il Responsabile unico del procedimento (Rup) e il Direttore dei lavori hanno assicurato che le attività del primo lotto starebbero procedendo regolarmente, tanto che potrebbero concludersi entro Pasqua, mentre per il secondo bisognerà attendere l’esito di una perizia di variante.

Primo lotto: dalla Discesa Vasto fino alla statua dell’Arma dei Carabinieri; il secondo lotto, dalla stessa statua alla Pensilina liberty di via Cariati. Contrattempo che fa slittare la seconda attività dei lavori: durante i primi scavi l’impresa aggiudicataria dei lavori e i tecnici comunali non hanno rinvenuto materiale originario, ma asfalto, a conferma di una serie di interventi eseguiti nei decenni scorsi in modo approssimativo. Non appena, però, dovesse esserci il benestare alla perizia di variante i lavori potrebbero riprendere nel giro di breve tempo. In attesa di godere di uno dei panorami nazionali più affascinanti d’Italia.

«Non toglietemi lo “Iacovone”!»

Carmine, tifoso ottantaquattrenne, urla il suo disappunto

I lavori in occasione dei Giochi del Mediterraneo spingono la squadra a trasferirsi altrove. Una delle ipotesi che spaventano il “rossoblù a vita”, quella di Teramo. I tifosi in agitazione, fra questi l’anziano “ultrà”: «Non voglio pensarci, a cinquecento chilometri dal mio stadio?». Infine, una soluzione che emoziona: «Contribuisco alla ricostruzione con cento euro, di più non posso, purché non mi priviate del mio ultimo passatempo»

 

«Non so ancora quanti anni mi restano da vivere, perché dovete togliermi il gusto di assistere alle partite del Taranto, la squadra del mio cuore?». Carmine ha ottantaquattro anni, la furia di un ultrà, di chi si fascia il collo con la sciarpa rossoblù e non smette un solo attimo di incoraggiare la squadra per la quale tifa. «Nella buona e nella cattiva sorte», rivela a qualcuno accanto a lui dopo l’acceso sfogo ai microfoni di Antenna Sud. «Perché il Taranto è la mia fede, è stato l’amore a prima vista!». L’uomo ha letto sui giornali, sentito alla tv, che purtroppo il suo Taranto si trasferirà lontano dal suo stadio per giocare i prossimi due campionati. Si parla di Teramo, cinquecento chilometri. Ma andiamo per gradi.

A raccogliere lo sfogo di Carmine, nel frattempo diventato come sempre più spesso accade, un “meme” della tifoseria di casa, proprio il direttore dell’emittente con sede a Francavilla Fontana, città non lontana dalla stessa Taranto. Gianni Sebastio, quarant’anni di accese telecronache con Videolevante, Studio 100 e, infine, con la tv della quale è editore Mino Distante.

 

 

«MI RIVOLGO AI POLITICI!»

Sebastio, rispetto ai colleghi, non ha perso il vizio di fare del normale sfogo di un anziano – che non sa a quale santo votarsi – la notizia del giorno. Spiana il microfono, tiene a bada altri tifosi che vorrebbero lanciarsi nella mischia. Il giornalista ha già scelto, in un attimo: la ribalta mercoledì sera, gara di Taranto-Giugliano, non è solo del pirotecnico Ezio Capuano, tecnico rossoblù, o dell’attaccante Kanouté che ha risolto il match all’ultimo respiro, ma è Carmine. Segnato, il volto scavato dell’ottantaquattrenne, è la copertina del notiziario sportivo. Ci vuole un attimo. Poi vi si fiondano quotidiani sportivi (Tuttosport) e siti importanti (Fanpage).       

«Mi rivolgo ai signori politici: da settantacinque anni seguo il Taranto – alza il tono della voce, Carmine, quasi che attraverso il microfono il messaggio arrivi forte e chiaro a destinazione – ho abbonamenti e biglietti, avrò il diritto di vedermi la mia partita non lontano da casa?». Carmine incassa le urla dei tifosi, lo applaudono. L’ottantaquattrenne riprende fiato, ha ancora benzina, lancia un anatema. Si salvi chi può. «Mi restano pochi anni da vivere perché mi dovete togliere il gusto di seguire la mia squadra, i miei colori: datevi da fare, altrimenti – scatta la minaccia – quando sarò “lassù” vi farò sentire il mio fiato sul collo». A buon intenditor, poche parole.

 

Per gentile concessione di Antenna Sud

 

84 ANNI, INARRESTABILE

Carmine, fiume in piena, regala un altro risvolto del suo carattere: la generosità. Niente giri di parole, dritto al sodo. Non compra il biglietto solo per sé, talvolta ne acquista un paio in più per regalarli a chi non ha la possibilità per pagarsi l’ingresso allo stadio. E’ intransigente, l’ottantaquattrenne. «Faccio un ulteriore sacrificio: tiro fuori dalla tasca cento euro per contribuire alle spese per i lavori allo stadio, ma devono assicurarmi che la partita potrò vederla a “casa mia”». Casa di Carmine, come per tutti i tifosi, la squadra, il tecnico, è una sola: lo “Iacovone”.

Mercoledì sera il Taranto, che aveva anticipato le altre gare, era al terzo posto in classifica nel girone C della Serie C. Purtroppo c’è il caso-Iacovone, lo stadio dovrebbe subire lavori di ristrutturazione completa in vista dei prossimi Giochi del Mediterraneo. Per questo motivo la squadra del presidente Massimo Giove, che non ha risparmiato investimenti per un campionato importante, potrebbe giocare a Teramo, cinquecento chilometri da Taranto per i prossimi due anni. Un dramma sportivo per le migliaia di tifosi che dopo anni sono tornati ad avvicinarsi alla squadra.

 

 

TERAMO, PROPRIO NO…

A proposito di questa sciagurata soluzione. «Sono deluso e mortificato – dice il presidente Massimo Giove – discuto da anni di questo problema, con il ministro Abodi, Malagò e il presidente Gravina; sarebbe toccato, invece, ad altri pensare a quanto sarebbe accaduto: nulla è stato fatto, i tempi stringono, i lavori allo Iacovone coinvolgeranno quattro settori in contemporanea: niente gare, niente allentamenti». Calcio finito. In un momento in cui il Taranto a suon di risultati sta occupando i vertici della classifica.

Ecco lo sfogo di Carmine e migliaia di tifosi che avevano visto riaccendersi la speranza di vedere una squadra lottare per la promozione in serie B. Come ai tempi dell’ottantaquattrenne che, non lo dice, ma in cuor suo lo spera: «Se la squadra del mio cuore andasse in serie B, allora davvero non so cosa farei: diventerei più matto di quanto non lo sia oggi, combattuto fra l’essere tifoso e il cittadino al quale qualcuno gli sta togliendo l’unica soddisfazione: andare allo stadio e urlare forza Taranto!».

«Stop alla guerra, più aiuti ai migranti»

Tv e censura, dal Festival a Domenica in

«Il palcoscenico del Festival sfruttato per diffondere odio», secondo l’ambasciatore israeliano. «Rai nelle mani del governo: la vita umana va onorata senza distinzioni, senza morti di serie A o di serie B», rispondono i parlamentari all’opposizione. Il dibattito continua, Ghali: «Stop al genocidio»; Dargen D’Amico: «I soldi dei versamenti del lavoro dei cittadini stranieri, è più alto di quelli spesi per l’accoglienza»

 

Su una cosa, fra le diverse, aveva ragione Pippo Baudo: meno male che arriva Sanremo, così tutti avranno qualcosa contro cui scagliarsi, a prescindere. Aveva ragione. Niente, più del Festival, unisce destra e sinistra, complottisti da un lato e dall’altro, musicisti e musicofili, raffinati e grossolani, rockettari e popparoli.

Arriva il Festival e tutti gli rovesciano addosso di tutto e di più, come scandiva un vecchio slogan Rai. La tv pubblica, quella che una volta aveva rispetto, non era del tutto lottizzata e lasciava parlare secondo “quote politiche”. Oggi, però, diciamo anche da anni, dal Dopo-Baudo ad oggi, assistiamo ad una rassegna che con la canzone ha poco a che spartire: si parla poco delle canzoni, tanto degli abiti, del look, di testi-scandalo, di dichiarazioni di facciata, leggere ma non troppo. Siamo arrivati a censurare quanto non ci saremmo mai aspettati da un Paese con il Papa in casa: non si può parlare di pace, altrimenti arriva un documento dai vertici Rai nel quale l’ambasciatore di Israele – in teoria sarebbe una prova di forza, in realtà con un Paese sempre più piccolo è come sparare sulla Croce rossa – invita a non usare il palcoscenico del Festival che sarebbe stato «sfruttato per diffondere odio».

 

 

NON ABBANDONIAMO GLI STRANIERI

Insomma, in principio c’era stato l’appello di Ghali dal palco dell’Ariston: «Stop al genocidio». Una frase che aveva scatenato reazioni, applausi e dissensi. Nell’occhio del ciclone è finita anche Domenica In. Stavolta il protagonista di un dissenso fermo, ma garbato, è Dargen D’Amico. Interviene sull’immigrazione. Risponde alle domande dei giornalisti sul tema trattato nella sua canzone “Onda alta”: «I soldi dei versamenti del lavoro dei cittadini stranieri nella casse della Previdenza italiana è più alto di quelli spesi per l’accoglienza». Interrotto e congedato da Mara Venier. A qualcuno, la conduttrice non sarà simpatica, ma è la persona che ha meno colpe di tutti nella vicenda. Di mezzo c’era un Festival “bollente”, così la Venier non voleva che il suo programma prendesse la stessa piega dopo il diktat dell’ambasciatore. «Questa è una festa, non c’è il tempo necessario per affrontare un tema così importante». E dalle anche torto.

Ma le polemiche sulla Rai continuano. Una parte della politica interviene: «La libertà di espressione degli artisti è sacrosanta e va rispettata». Avanza anche la richiesta di dimissioni dell’amministratore delegato Roberto Sergio che esprime «solidarietà al popolo di Israele e alle comunità ebraiche».

 

 

MIGRANTI, PARLIAMONE

Ma torniamo ad uno degli argomenti di cui sopra e dei quali si dibatte. Mara Venier durante “Domenica in” aveva fermato D’Amico. L’artista aveva solo accennato a un aspetto dell’immigrazione. «I soldi dei versamenti del lavoro dei cittadini stranieri nella casse della Previdenza italiana è più alto di quelli spesi per l’accoglienza». Come a dire: non riduciamo le risorse, già minime, per accogliere gente sofferente in cerca di una speranza. Ma la Venier che balla sui tizzoni ardenti, interviene: «Siamo qui per parlare di musica: questi sono temi importanti, ci vuole il giusto tempo per approfondirli, non possiamo farlo in due parole». A discolpa della conduttrice, il suo microfono ancora aperto, tanto che quando si avvicina ai giornalisti, quasi a discolparsi per aver stoppato Dargen: «Così mettete in imbarazzo me».

Nel mirino era finito il comunicato diffuso dalla Rai, in seguito alle proteste dell’ambasciatore d’Israele letto da Mara Venier. L’opposizione interviene, Emiliano Fossi, deputato del PD: «Si solidarizza unicamente con Israele, dimenticandosi di tutti quei civili che sono massacrati a Gaza: la Rai è diventata il megafono del governo».

 

 

«SOLIDARIETA’ PER TUTTI»

Ribatte il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «I messaggi devono essere sempre equidistanti, è mancato nella prima giornata un messaggio a tutela degli ostaggi, la conduttrice ha solo letto una dichiarazione dell’Ad Sergio, che ha riequilibrato la situazione che pendeva soltanto da una parte».

Ma si potrà almeno dire che siamo schierati per la pace e che sia il caso di fermare una strage degli innocenti? Molti da una parte e dall’altra, ma non possiamo liquidare con una sola battuta che sarebbe il caso, come ventilato da qualcuno, che fosse esteso il comunicato di solidarietà anche al popolo palestinese che dopo il terribile attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre scorso ha subito in questi mesi l’inaccettabile perdita di 28mila civili innocenti. La vita di ogni civile e di ogni bambino e bambina palestinese è preziosa e la loro morte non merita il silenzio. «Mara Venier – l’invito dell’on Bonelli – si unisca a questo appello, poiché la vita umana va onorata senza distinzioni, senza morti di serie A o di serie B essendo “Domenica In” trasmissione di tutti gli italiani».

Quell’angolo dimenticato

Monteruga, provincia di Lecce

Durante il fascismo fu abitata da ottocento anime. L’idea era quella di bonificare la zona, produrre tabacco, olio e vino. Tutto dura fino agli Anni Settanta, Ottanta. L’imprenditore Maurizio Zamparini voleva farne un insediamento. Ma l’operazione non andò mai in porto

 

C’è un a cittadina nel cuore del Salento: Monteruga. E’ un monumento a se stessa, quasi indicasse uno stato di abbandono al quale l’hanno condannata, nel tempo, un po’ tutti. Dal governo agli abitanti: il primo, reo a non farsi carico degli errori del passato; i secondi, per non averci più creduto sul finire degli Anni Ottanta, quando ancora c’era qualcuno che non voleva sfacciatamente lanciare la spugna e lasciare questa cittadina. Monteruga conserva il suo fascino, oggi misterioso. La sua storia, incompiuta, scritta nel secolo scorso durante il Ventennio.

Nel tempo, come segnala Camilla Di Gennaro, nell’aggiornatissimo e professionale sito “Architetto”, questa cittadina è diventata un villaggio fantasma. Ad avvolgerla, quasi a proteggerla, per quanto possa contare una saltuaria attenzione che posta dalle autorità a un territorio letteralmente abbandonato, “i colori e i profumi del sud, quasi a raccontare una storia di vita, lavoro e comunità, dissolta nel tempo come sabbia tra le dita”.

 

 

AMBIZIONE, SPERANZA…

Ha una storia tutta da raccontare, Monteruga. Fatta di ambizione mista a speranza, come accadeva cento anni fa, con un Paese che sarebbe finito sotto dittatura, sceso in guerra, nonostante non avesse forza economica, né quel sostegno che poteva arrivare dalla terra. Dal Salento, la gente lavorava nei campi e, se solo avesse avuto, più coraggio, emigrava; raggiungeva la città, per studiare, evolversi culturalmente. Tempi difficili, cui provare a porre rimedio con delle idee. E proprio una di queste, fa di quel territorio un progetto agricolo durante il fascismo, facendo di quell’angolo di Salento una terra che accoglieva circa ottocento anime. Quanto avevano convinto i politici di allora, furono le terre. Una volta fertili e produttive, oggi testimoni silenziosi di un passato dall’ambizione gloriosa, ma che ora vive nell’abbandono.

Monteruga, spiegano le note aride di wikipedia, “fu assegnata alla Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazioni, che rilevò mille ettari di terreno impiegando molti lavoratori provenienti soprattutto dal basso Salento”.

Fra i Settanta e gli Ottanta, Monteruga contava ottocento abitanti, maggior parte dei quali occupati nel lavoro agricolo e nella produzione di tabacco, olio e vino.

 

 

…POI IL NULLA

Purtroppo la sua storia di centro abitato finisce con la privatizzazione dell’azienda agricola negli anni Ottanta e con la divisione dei terreni sui quali qualcuno avrebbe voluto investire. E’ il caso dell’imprenditore Maurizio Zamparini, noto a quanti hanno seguito il calcio (fu presidente di Palermo e Venezia), che voleva farne un insediamento. Ma l’operazione non andò mai in porto.

Restano, a testimonianza di un recente passato, ricorda “Architetto”, gli alloggi, la scuola rurale, la piazza centrale, la chiesa intitolata a Sant’Antonio Abate, festeggiato ogni anno con una processione che attraversava il villaggio. E il deposito tabacchi, la caserma, un campo di bocce, il dopolavoro, lo stabilimento vinicolo.

Forza Giovanni!

Allevi racconta la sua grave malattia al Festival di Sanremo

Quella del grande musicista e compositore, non è l’unica emozione che regala il teatro Ariston: «Non potendo contare sul mio corpo suonerò con l’anima». C’è anche l’abbraccio di Amadeus, conduttore della rassegna, alla mamma di GiòGiò, il giovane musicista napoletano ucciso per un parcheggio: «Oggi suoni su questo palco, amore mio». Le note di “Tomorrow”: «Perché domani ci sia sempre ad attenderci un giorno più bello». Non si finisce mai di imparare

 

«Non potendo più contare sul mio corpo suono con l’anima»; «Oggi suoni su questo palco, amore mio». La prima frase è del Maestro Giovanni Allevi, affetto da mieloma multiplo; la seconda, di Daniela Maggio, mamma di Giovanbattista Cutolo, giovane orchestrale ucciso a Napoli per una lite causata da un parcheggio. E’ partito così l’ultimo Sanremo di Amadeus alla sua quinta esperienza sul palco dell’Ariston, ultima nel ciclo di impegni assunti per la conduzione e la direzione artistica del Festival della canzone italiana.

Qualcuno non si è lasciato sfuggire l’occasione per scrivere: è un Festival che fa piangere. Ogni riferimento ad al paio di episodi registrati nelle due serate di apertura della rassegna, non è casuale. Fa male il pretesto, quel sarcasmo fatto passare per metafora – non tanto nascosta – per bacchettare, quasi, un Festival di Sanremo che si appoggerebbe ad ospitate forti dal punto di vista emotivo pur di fare ascolti. Non abbiamo la presunzione di far passare per inappellabile una nostra considerazione. Conoscendo Amadeus, però, pensiamo che il presentatore-art director non abbia fatto il ragionamento “dolore uguale ascolti”. Nonostante lo sforzo nel pensare in modo distaccato a questa equazione che rimandiamo al mittente, Amadeus non ce lo vediamo proprio nelle vesti di un farmacista che prepara una soluzione con tanto di questo, quell’altro, quest’altro ancora pur di ottenere una platea televisiva vastissima. Intanto perché nessuno ha la sfera magica per capire cosa faccia fare ascolti o flop.

 

 

PARLIAMO DI EMOZIONI…

Sarebbe stato sufficiente, però, e torniamo a giornalisti, conduttori e opinionisti, che passano con disinvoltura dall’orale allo scritto (ma quante radio a Sanremo, nonostante non siano in molte a programmare le canzoni festivaliere!), avessero fatto come altri, non necessariamente famosi, raccontassero invece di “emozioni”. Emozioni, sì. Quelle trasmesse al pubblico con un abbraccio sincero e commosso, fra Amadeus e la mamma di “Giò-Giò” (Giovanbattista Cutolo), si diceva, l’orchestrale napoletano di ventiquattro anni colpito a morte senza accorgersene, a causa di un parcheggio: «Oggi suoni su questo palco, amore mio!», la frase di Daniela Maggio che ha inchiodato il cuore di milioni di italiani seduti davanti alla tv durante la prima serata del Festival. Stessa emozione quella di Giovanni Allevi, affetto da un tumore che sta combattendo con grande coraggio: «Non potendo più contare sul mio corpo suono con l’anima», ha detto, fra le altre cose, uno dei più grandi pianisti e compositori più noti al mondo.  

Dunque, dalle lacrime alla commozione. Allevi ha portato a tutti un grande dono, quello di considerare la salute un dono del Cielo. Il compositore ha, dunque, portato la sua musica e la sua malattia sul palco. «All’improvviso mi è crollato tutto – la sua dichiarazione ripresa alle agenzie, fra queste, puntuale, l’Ansa – non suono più il pianoforte davanti ad un pubblico da quasi due anni. Nel mio ultimo concerto, alla Konzerthaus di Vienna, il dolore alla schiena era talmente forte che sull’applauso finale non riuscivo ad alzarmi dallo sgabello. Non sapevo ancora di essere malato, giorni dopo è arrivata la diagnosi: pesantissima».

 

 

«PERSO LAVORO, CAPELLI, CERTEZZE»

«Ho perso di colpo il mio lavoro, i miei capelli, le mie certezze, ma non la speranza e la voglia di immaginare – ha proseguito Allevi – che il dolore in quei momenti mi stesse porgendo doni inattesi». Essere felice, per esempio, suonando davanti a quindici persone, come accadeva agli inizi. «I numeri non contano: ognuno di noi è unico, irripetibile e a suo modo infinito». «Sono grato e riconoscente verso medici, infermieri e personale ospedaliero, per la ricerca scientifica senza la quale non sarei qui a parlarvi; il sostegno che ricevo dalla mia famiglia, la forza e l’esempio che ricevo dagli altri pazienti».

E per finire, l’ultimo dono. «Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più. Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo”. Poi si toglie il cappello e lascia respirare la sua folta chioma riccia, ormai imbiancata. “Voglio accettare il nuovo Giovanni”».

«Per dare forza a tutti, suonerò, ma attenzione: ho due vertebre fratturate, tremore e formicolio alle dita; non potendo più contare sul mio corpo, suonerò con tutta l’anima: eseguirò “Tomorrow”, domani, perché domani ci sia sempre ad attenderci un giorno più bello». Grazie, è stata la tua opera più bella. Forza Giovanni!

Sanremo, arrivano i trattori

Monta la protesta degli agricoltori, protesta non solo a Roma

«Sono a loro disposizione, saranno i benvenuti», l’invito di Amadeus, presentatore del Festival. «E noi ci saremo…», promette Danilo Calvani. «Approfittassero di un palcoscenico così importante per parlare di sussidio e reddito, sacrosanti», aggiunge Fiorello. Cinque serate, l’ultima edizione firmata dal popolare direttore artistico

 

Monta la protesta dei “trattori”. Il problema principale degli agricoltori, categoria in ginocchio, non sono i tagli ai sussidi, ma la mancanza di reddito. Martedì 6 febbraio è ripartito il Festival di Sanremo, il quinto consecutivo firmato da Amadeus, in veste di presentatore e direttore artistico. Come ai tempi di Baudo, quando Pippo rivoluzionò la rassegna più longeva e popolare della canzone Made in Italy: il presentatore ci metteva la faccia e il gusto musicale firmando le selezioni con l’ausilio di una giuria tecnica. Prima del baudismo, le serate del Festival erano tre: cantanti in gara fra giovedì e venerdì, i promossi al sabato per contendersi il titolo della canzone più votata. Dopo essere state anche sei le puntate in una versione extralarge, oggi le serate sono cinque: da martedì (da ieri, dunque) a sabato. Ce n’è per tutti i gusti, ma attenzione gli indici d’ascolto, nonostante la grande professionalità e la preparazione musicale di Amadeus, non sono più gli stessi sventolati ogni sera da Pippo.

 

 

PROTESTA A ROMA E…SANREMO

Così, le ultime vicende di cronaca, legate alla protesta dei trattori in viaggio verso Roma, che parcheggerebbero anche al Festival di Sanremo, diventano uno strumento pubblicitario. «Se vengono a Sanremo, io li accolgo», ha dichiarato Amadeus all’agenzia Ansa. «E noi ci saremo», la risposta degli agricoltori. «Trovo la protesta dei trattori – ha ripreso il presentatore-art director di Sanremo – non solo giusta, ma sacrosanta: per il diritto al lavoro e a tutela dello stesso: sia chiaro, nessuno mi ha contattato e io non ho contattato nessuno». Ne ha anche Fiorello: «Non sarebbe male arrivassero qui, del resto un palcoscenico così non lo trovi tutti i giorni; dunque, faccio un appello a venire a trovarci». Gli fa eco Amadeus: «Se vengono li faccio salire sul palco». Danilo Calvani, portavoce del Comitato degli agricoltori: «Un nostro rappresentante salirà sul palco di Sanremo: siamo in contatto con l’organizzazione del Festival per stabilire i dettagli».

 

 

A RIVOLI FINO A VENERDI’

Sul palco di Sanremo, invitata la mamma di “Giò Giò”, Giovan Battista Cutolo, il giovane musicista ucciso in strada a Napoli dopo una lite. A seguire, Stefano Massini e Paolo Jannacci con una canzone bellissima che fa riferimento alle morti sul lavoro. Quest’anno, nessuna figura istituzionale, solo testimonianze personali. Come quella di Giovanni Allevi, affetto da una patologia tumorale (mieloma multiplo), che torna in pubblico dopo due anni terribili. Non solo suonerà, ma racconterà la sua esperienza terrificante anche in qualità di testimonial della sua battaglia.

Sono quattrocento circa i trattori che resteranno a Rivoli (Torino), fino a venerdì, per protestare contro le politiche europee e le difficoltà del comparto agricolo. Una situazione al momento sotto controllo, presidiata da polizia e carabinieri.

“Vico”, Borgo dell’amore

Nel cuore del Gargano, la città degli innamorati

Bellissima località pugliese, a causa di una gelata che rovinò i raccolti, gli abitanti avanzarono domanda per cambiare il Santo patrono. Richiesta strana, che però ebbe il suo effetto. San Norberto, che non aveva saputo proteggere i suoi cittadini, fu “sostituito” da San Valentino. Da allora, le cose andarono decisamente meglio. Ogni 14 febbraio, da allora si festeggia il santo che protegge cuore e sentimenti

 

Conosciamo la Puglia come le nostre tasche, se non altro per le puntatine in questa o quella città. Meglio in questo o quel Borgo. Ma, sinceramente, non si finisce mai di imparare. E certamente non perché il paesaggio sotto i nostri occhi, di colpo, cambia aspetto. La bellezza è immutata, anzi da un po’ di anni da queste parti le varie amministrazioni, dalle pro loco a quelle comunali, proseguendo con quelle regionali, si sono sforzate per dare più valore ai tantissimi angoli della nostra regione.

Sinceramente della provincia di Foggia, abbiamo parlato poco, anche se siamo rimasti affascinati di bellezze mozzafiato come le Isole Tremiti, Rodi Garganico, Vieste e via discorrendo. La Puglia ha un fascino straordinario, ma se proviamo a visitare i tanti Borghi esistenti in Puglia, in particolare sul Gargano, scopriamo che il tempo sembra essersi fermato. Ogni angolo, ma non solo da queste parti, ha qualcosa da raccontare. E se non l’ha raccontata ancora, sarà felice di svelare dettagli, storie, leggende che ancora nessuno aveva rivelato. Per esempio, un fascino starordinario? Vico del Gargano. Il sito “paesionline”, puntuale nelle sue narrazioni, ci ha svelato un aspetto di questa cittadina tanto suggestiva. Non sapevamo, per esempio, che “Vico” fosse noto anche come il “paese dell’amore”.

 

 

BORGO DI GRANDE FASCINO

Considerato, a ragione, come uno tra i Borghi più affascinanti d’Italia, manifesta qualcosa di diverso dalle più note “case bianche” e, perché, no, i trulli considerata da molti come la foto della tessera d’identità pugliese. Vico del Gargano, non ha nulla a che spartire con il mare, intanto perché non vi si affaccia (anche se a pochi chilometri c’è da restare di sasso per la bellezza di un’acqua cristallina). “Vico”, indicano da queste parti, a chiunque arrivi dà la sensazione di trovarsi al cospetto di un paese che tutto camini accesi e castagne arrostite.

Vico del Gargano è a due passi da Rodi Garganico e Peschici. E’ un borgo avvitato nel cuore di un verde straordinario, quello del Parco Nazionale. Centro storico, vicoli stretti e suggestivi, tra cui emerge il celebre “Vicolo del Bacio”. Non molto lontano, il Castello Normanno, testimone, anche questo, di una ricca storia locale. Bello e custode di grandi suggestioni, il Museo Trappeto Maratea, antico frantoio, scavato nella roccia. Questo regala ai suoi visitatori l’occasione per comprendere l’importanza della produzione di olio d’oliva. Tra le chiese presenti sul territorio: la Chiesa di Santa Maria Pura, una struttura settecentesca; la Collegiata dell’Assunta, posta sul punto più alto del Borgo.

 

 

VICOLO DEL BACIO

Torniamo al Vicolo del bacio e alla nomea assunta da Vico del Gargano come “Paese dell’amore”. E’ una storia profonda, che certifica un legame di grande emozione tra cittadina, residenti e il patrono, San Norberto che ad un certo punto della storia, fatta sicuramente di grande rispetto, ad un certo punto venne a mancare. Tutto accadde a causa di una sciagurata gelata che provocò danni irrimediabili a terreni e raccolti. Fu per questo che gli abitanti di Vico del Gargano avanzarono una richiesta speciale: avere un nuovo patrono, che meglio di San Norberto, si sarebbe preso cura ulivi e agrumeti di cui Vico del Gargano traeva il maggior sostegno economico. Così la scelta ricadde su San Valentino. Non solo per la sua popolarità presso gli innamorati, ma perché le celebrazioni del santo coincidono con il periodo in cui gli agrumi richiedono una maggiore protezione. Da allora, il 14 febbraio, Vico del Gargano celebra San Valentino con la massima gratitudine e devozione. Con una certa attenzione rivolta all’amore.

«Beniamino, libero e innocente!»

Scagionato dopo trentatré anni l’allevatore sardo

Estraneo ai fatti, qualcuno aveva intossicato le indagini. Dopo tantissimi anni, chi aveva rivolto l’accusa, ha ritrattato. Centrale la figura del suo difensore e dei suoi consulenti. «Nessuno potrà restituirmi quello che ho perso in tutti questi anni, a partire da una famiglia: non sento rabbia, ma ora voglio riposarmi mentalmente…»

 

Beniamino Zuncheddu, sardo, pastore all’epoca dei fatti, cinquantanove anni, più della metà dei quali trascorsi in carcere. Il suo, è il più lungo errore giudiziario della storia della Repubblica italiana. Trentadue anni recluso ingiustamente. Lo ha stabilito la Corte d’Assise d’Appello di Roma. Beniamino è stato assolto nel processo di revisione per la strage di Sinnai, in Sardegna, in cui furono uccisi tre pastori. Alla fine di novembre, per lui era arrivata la prima bella notizia: poteva uscire dal carcere, sull’istanza di libertà condizionale inoltrata dal suo avvocato, Mauro Trogu. Ma, da oggi, Zuncheddu non solo è un uomo libero, ma è anche ufficialmente innocente.

Ad accusare l’ex pastore, era stata la testimonianza dell’unico sopravvissuto all’agguato: Luigi Pinna. Proprio Pinna, dopo circa trentatré anni, roso dai morsi della coscienza aveva rivelato presunte pressioni ricevute nell’indicare l’allevatore – ventisette anni all’epoca dei fatti – come colpevole del triplice omicidio. Queste pressioni sarebbero state esercitate da una terza persona, protagonista della vicenda: Mario Uda, ex ispettore di polizia, che invece aveva manifestato la sua estraneità circa l’esito delle indagini.

 

 

ESTRANEO AI FATTI

Zuncheddu, estraneo ai fatti, purtroppo era stato condannato all’ergastolo. Solo grazie alla decisione dei giudici, che hanno accolto la richiesta di sospensione della pena, l’uomo è uscito dal carcere per tornare, finalmente, un uomo libero. Ci sono voluti trentatré anni per stabilire la verità, dopo che nel gennaio del ’91 era finito in manette con l’accusa (e la successiva condanna) di triplice omicidio.

«Nessuno potrà restituirmi quello che ho perso in tutti questi anni, a partire da una famiglia: non sento rabbia, perché credo siano state vittime anche quelle persone che mi hanno accusato: non per colpa loro, ma di un poliziotto che ha esercitato “ingiustizia” e non quella giustizia che ognuno di noi invoca».

«Avrei voluto costruire qualcosa – prosegue Zuncheddu – essere un libero cittadino come tutti: trent’anni fa ero giovane, oggi, purtroppo, sono vecchio, un uomo segnato da un grave dolore, che ha convissuto con il tormento dell’innocenza e a cui pochi, negli anni, avevano creduto: mi sento derubato del bene più prezioso, trentatré anni di vita; non scrivete “trent’anni”, per arrotondare la cifra: ho sofferto per trentatré lunghi anni, giorno dopo giorno: qualcuno mi ha sussurrato che almeno ho potuto sentire la Corte rimettermi in libertà: e se questa sentenza non fosse mai arrivata, nonostante la mia innocenza? E se non ce l’avessi fatta e per il dolore non fossi sopravvissuto a a quei trent’anni di supplizio? Cosa farò adesso: la prima cosa a cui penso, è il massimo riposo mentale, non penso ad altro».

 

 

«UOMO STRAORDINARIO», DICE IL LEGALE

«Beniamino, una persona straordinaria, non meritava quanto subìto – dichiara l’avvocato Mauro Trogu, difensore di Zuncheddu – insieme con i consulenti, che mi hanno sostenuto in questa battaglia, ci siamo convinti nell’intimo dell’innocenza di Beniamino: le carte parlavano di prove a carico del mio assistito assolutamente contraddittorie; le indagini difensive hanno dimostrato la falsità di quelle prove a suo carico, restavano pertanto solo quelle a suo discarico: abbiamo conosciuto Beniamino, persona incredibile, tanto che mi auguro a chi abbia anche un minimo dubbio sulla sua innocenza, possa prendersi un caffè insieme al sottoscritto che sarà felice di sciogliere anche quest’ultimo dubbio».

Un plauso, dunque, alla difesa di Zuncheddu, all’avvocato Mario Trogu, che ha dimostrato la totale estraneità del suo assistito ai fatti del ’91, facendo del povero Beniamino – come si diceva – non solo è un uomo libero, ma ufficialmente anche un uomo innocente.

«Ilva, bomba sociale»

Cinquemila in piazza, la protesta contro Arcelor-Mittal

Manifestazione intorno allo stabilimento. Dipendenti dell’indotto e rappresentanti sindacali. A Roma, delegazione di Confindustria. Audizione al Senato, davanti alla Commissione Industria del Senato sul decreto ex Ilva: «Siamo fortemente preoccupati, la città non può permettersi la chiusura degli stabilimenti ex Ilva, molte attività a rischio-chiusura»   

 

Lunedì, tarda mattinata, presidiata dalle Forze dell’ordine, si è concretizzata la forte protesta di cui si era parlato nei giorni scorsi a proposito delle attività aziendali di Arcelor-Mittal riferite al siderurgico di Taranto, l’ex Ilva.

Le cronache parlano di una mobilitazione di cinquemila dipendenti dell’indotto di quello che un tempo, Italsider e a seguire Nuova Italsider, era considerato lo stabilimento più importante del nostro Paese, primo in Europa, secondo nel mondo. Un primato che oggi si infrange, si schianta dopo essere passato di mano dal Gruppo Riva ad ArcelorMittal (fusione fra una società indiana e Spagna, Francia e Lussemburgo), con trattative che si sono arenate quando la società franco-indiana ha deciso di dismettere o passare di mano la produzione legata al siderurgico tarantino.

 

 

MIGLIAIA PER STRADA

Erano centinaia gli operai, insieme con sindacati e imprenditori, a prendere parte alla manifestazione unitaria per sensibilizzare con un’azione forte il governo centrale, più volte sollecitato, ad adottare iniziative urgenti per scongiurare la chiusura del Polo dell’acciaio con sede a Taranto.

In prima mattinata è partito un corteo che ha attraversato il perimetro della fabbrica. Promossa da Fim, Fiom, Uilm e Usb, oltre ad altri sindacati di categoria hanno partecipato alla manifestazione l’Ugl Metalmeccanici, le associazioni Aigi, Casartigiani e Confapi Industria. La protesta ha fatto poi sosta davanti alla portineria del siderurgico, per poi proseguire prima verso la portineria dei tubifici, poi la portineria C. E’ proprio qui, che insieme con gli altri manifestanti, si sono uniti i lavoratori dell’indotto, fino ad unirsi ai tir posti in fila per trasferirsi successivamente sulla statale Appia, direzione stabilimento.

 

 

UNA CITTA’ AL COLLASSO

Detta iniziativa, come prevedibile, ha provocato rallentamenti e blocchi della circolazione stradale in entrata ed uscita della città. «Siamo fortemente preoccupati, si rischia una bomba sociale sul territorio, la città non può permettersi la chiusura degli stabilimenti ex Ilva. Se non fossero onorati gli enormi crediti delle imprese dell’indotto molte di queste chiuderebbero». La dichiarazione giunge nella stessa giornata dai rappresentanti di Confindustria Taranto ospitata in audizione dalla Commissione Industria del Senato sul decreto ex Ilva.

«L’obiettivo – è stato spiegato – è quello di trovare copertura per questi crediti incagliati: veniamo fuori da una amministrazione straordinaria, nel 2015, con numerosi posti di lavoro andati in fumo. In qualità di Confindustria, auspichiamo affinchè in questo decreto, nel caso si arrivasse al commissariamento, possa ventilarsi l’ipotesi di un ristoro, anche tramite cartolarizzazioni. In queste ore si sta facendo largo l’ipotesi sullo spegnimento dello stabilimento, un’attività che – considerando le sue dimensioni – non si può accendere e spegnere quando si vuole: questo sì, che è un vero pericolo».