«Guerra e violenza, che stupidità!»

Emar, dieci anni, palestinese, salva un cane bersagliato da un lancio di pietre

«È emozionante essere testimoni di come una bestia di strada, ferita, tiri fuori il meglio dalle persone, indipendentemente dall’età, dalla nazionalità e dalla religione», commenta un portavoce di Animal Heroes. Il piccolo soccorritore aveva salvato quell’amico peloso preso a sassate. «Sotto osservazione per due giorni, non guariva da quelle ferite così vistose, così ho chiesto aiuto»

 

Dieci anni, palestinese, Emar non può che essere contrario a qualsiasi guerra. Specie quella che sta interessando la sua terra nel cruento scontro con Israele. Uno che, come lui, ama così tanto gli animali da mettere a repentaglio la sua vita, non può essere a favore di qualsiasi conflitto, qualsiasi ne sia il motivo.

Soccorre un cane, rifugiatosi in un angolo, ridotto quasi in fin di vita. “Lo hanno bersagliato con un lancio di pietre – dice il piccolo soccorritore – come fosse un nemico da abbattere: ma come può, quella povera bestiola, impaurita da colpi di cannone e bombe che esplodono a qualsiasi ora, sfidare chiunque si trovi sul suo cammino”.

Quel cane che Emar sta seguendo, è tornato nello stesso buco dal quale era sbucato nell’intento di trovare qualcosa da mangiare, da mettere sotto i denti. Magari trovare qualcuno come quel ragazzino di appena die dieci anni che si muovesse a compassione e lo soccorresse. Invece di trovare cibo, trova la cattiveria umana: invece di scappare, pensare ad ad altro, a qualcuno viene in mente uno dei giochi più stupidi del mondo: lanciare sassi. Ma non il più lontano possibile, no; lanciare sassi con lo scopo di colpire un bersaglio, meglio ancora se in movimento. “L’ideale – commentano i soccorritori di Animal Heroes, un’associazione a cui “salvatori” segnalano bestie che necessitano di cure – per questa gente senza cuore, è un animale che scappa senza una meta, meglio se impaurito; così succede con questa povera bestiola che abbiamo soccorso”.

 

 

«ORA SONO PIU’ TRANQUILLO»

Emar adesso è appena più tranquillo. Il “suo” cane, soccorso per strada, non sta meglio, ma di sicuro c’è chi se ne prenderà cura. “E’ pieno di sangue, di ferite che invece di guarire, sanguinano, ma adesso, almeno è in buone mani: mani sicure che non gli risparmieranno cure e, soprattutto, carezze”, ammette il piccolo eroe.   

Attorno a lui, scrive “La Stampa”, quotidiano molto vicino alle storie di animali. Vi segnaliamo una bella rubrica, “La zampa”: quando avete voglia di passare il tempo a documentarvi su argomenti sul come accudire un gatto, un cane, assistere una povera bestia, bene, cliccate su questo sito.

Dunque, il clima nel quale si dibatte Emar è l’inferno creato dagli uomini: una guerra che non si sa nemmeno perché sia scaturita. Magari sarà il solito motivo sciocco, legato all’orgoglio politico, a vecchie ruggini, posizioni religiose, che in apparenza sembrano morte e sepolte. E, invece, si ripresentano in modo ciclico.

 

 

«IN SALVO, NONOSTANTE LE BOMBE»

Tutto questo clima, secondo quanto segnala “La Stampa”, non ha evitato che Emar, il piccolo palestinese di dieci anni, si disinteressasse quando ha trovato un cane ferito in strada. E così, non volendo, ha indossato gli abiti del “piccolo eroe”, agganciando una squadra dei volontari di Animal Heroes e accompagnandola sul posto perché si prendessero cura del povero randagio sanguinante.

«Poverino, lo hanno colpito con delle pietre – rivela ai soccorritori, aiutandosi a gesti per farsi comprendere – così mi sono preso cura di lui per un paio di giorni; pensavo che poco per volta si rimettesse in sesto, invece le ferite non guarivano: per questo motivo ho chiesto aiuto ai volontari italiani dell’organizzazione internazionale Animal Heroes presenti nei territori palestinesi: il loro obiettivo è quello di salvare le migliaia di animali feriti, abbandonati, feriti o in grave difficoltà a causa del conflitto tra Israele e Hamas».

Ora, il randagio, trasferito dalla squadra in una clinica veterinaria locale, sarà sottoposto a un intervento chirurgico in Israele, dove hanno mezzi idonei per prestare le cure necessarie. I volontari israeliani aspettano i colleghi di Animal Heroes. «È emozionante essere testimoni di come un cane di strada ferito tiri fuori il meglio dalle persone, indipendentemente dall’età, dalla nazionalità e dalla religione – commenta un portavoce di Animal Heroes – siamo in una situazione paradossale: palestinesi e israeliani collaborano insieme per salvare gli animali e per qualche minuto si dimenticano della guerra. Fosse sempre così, bastasse lo sguardo di una povera bestiola a convincere l’uomo sul valore della vita».

Cento masserie su tela

Mercoledì 29 novembre, Cerimonia di donazione a Crispiano

Carmine La Fratta regala la sua “galleria” all’Istituto “Elsa Morante”. Piena accoglienza nel dirigente scolastico, Concetta Patianna. L’Istituto ospiterà “scatti” unici di un territorio con straordinarie peculiarità e bellezze. Le collaborazioni del popolare fotografo con i registi Edoardo Winspeare, Alessandro di Robilant e Bruno Oliviero

 

Ma quanto sono belle le nostre masserie? E quanto hanno ancora da insegnarci del nostro passato quelle tenute che hanno rese importanti e, oggi, bellissimo il nostro territorio. Le masserie sono una ricchezza della provincia di Taranto, una delle cittadine più belle e accoglienti, talmente ricca di manufatti che illustrano la nostra storia più recente, ne ha fatto il suo brand: Crispiano e le cento masserie.

Sono davvero tante le masserie che fanno della cittadina in provincia di Taranto, una delle più visitate. Esistono vere e proprie guide, che in perfetto accordo con i proprietari delle tenute di maggior riferimento, ospitano centinaia di visitatori.

 

 

STRAORDINARIA BELLEZZA

In un’ottica di bellezza e ricchezza, si inserisce un aspetto formale che si svolgerà mercoledì 29 novembre alle 10.30, proprio a Crispiano. Nella sala ristorante dell’istituto professionale “Elsa Morante”, alla presenza dell’autore Carmine La Fratta, del dirigente scolastico, prof.ssa Concetta Patianna, degli studenti e del corpo docenti, avrà luogo la Cerimonia di donazione delle fotografie su tela che ritraggono le Masserie crispianesi. Subito dopo, si terrà un “coffee break” organizzato dagli alunni e dai docenti dell’istituto.

Crispiano, si diceva, il territorio delle Cento masserie. Il fascino dei colori della terra e del cielo che si uniscono tra loro in un effluvio di pace e di serenità, in cui l’aria profuma di ulivo. Luoghi ideali per trascorrere ore di quiete, passeggiando a cavallo tra i colli della Bassa Murgia tarantina ed il mare, all’ombra di un boschetto di querce ed ulivi secolari.

Tutto questo rivive nelle fotografie di Carmine La Fratta, fotografo professionista di Lama (Taranto), con esperienze nel mondo cinematografico in qualità di fotografo di scena per i film “Il Miracolo” di Edoardo Winspeare, “Mar Piccolo” di Alessandro di Robilant e “Scilla non deve sapere” del regista Bruno Oliviero.

 

 

NON UNA, MA CENTO MASSERIE

Le Cento masserie fotografate su tela da Carmine La Fratta, un mondo magico ritratto con abile cura con un occhio rivolto ai particolari, quelli che fanno sempre la differenza, sono state di recente le protagoniste di una mostra tenuta proprio a Crispiano dal fotografo. Una mostra che ha affascinato quanti l’hanno visitata. Da qui è nata l’idea di donare al Comune di Crispiano, in particolare all’istituto professionale “Elsa Morante” le fotografie esposte su tela perché le stesse trovino uno spazio espositivo permanente.

Un’idea che ha trovato subito piena accoglienza nel dirigente scolastico dell’istituto, che ha accettato la proposta di ospitare in maniera permanente fotografie che raccontano il territorio con tutte le sue peculiarità e bellezze, oggi riconosciuto da Programma Sviluppo, cui si deve massima collaborazione, e dalla stessa Regione Puglia di cui le masserie sono la massima espressione.

E’ pugliese il panettone più buono!

Un foggiano sbaraglia la concorrenza al “Campionato Mondiale”

Michele Pirro vince e commuove. Fa un sol boccone di duecento concorrenti. Poi dedica il titolo al figlio, purtroppo scomparso. Non se ne abbiano a male i milanesi, ma da oggi i conti devono farli anche con i nostri pasticceri

Non se ne abbiano a male i milanesi, depositari in Italia e nel mondo della ricetta del panettone. Quando si parla del capoluogo meneghino non può che venire alla mente lo scatolone celeste con tanto di Duomo impresso all’esterno, e la scritta “Alemagna”. Non c’è stato Natale, negli ultimi decenni che non fosse associato a quella confezione, a quel brand, come amano chiamare i marchi i capitani d’azienda. Per quanto anche “Motta” se la giocava alla pari. Ma “Alemagna” era anche una scritta luminosa nel centro cittadino, pari a “Raffo” e “Standa” che negli anni del boom facevano parte dell’immagine della Città dei due mari.

Dunque, i milanesi non se la prendano. Del resto, se per una volta una giuria di statura internazionale riconosce un pugliese, Michele Pirro, foggiano di San Marco in Lamis, come l’autore del “Miglior Panettone al Mondo”, un motivo ci sarà.

Pirro, del “Café Noir” di San Marco in Lamis, si è infatti aggiudicato il primo posto al Campionato Mondiale per il Miglior Panettone del Mondo FIPGC 2023 non in una categoria qualsiasi, ma nella categoria “Panettone classico”. Non solo, la griffe pugliese, già che c’era, ha portato a casa altri due titoli: Miglior panettone innovativo e Miglior pandoro.

 

 

QUEL SITO “GREEN”

Dell’importante riconoscimento se n’è occupata Francesca Biagioli per un sito autorevole, come “Green Me”, che la dice lunga sull’inclinazione ambientalista. Si specifica che “quello del panettone artigianale è un vero e proprio mondo, fatto di numerosi pasticceri che ogni anno tentano di migliorare la propria ricetta rendendo il dolce natalizio ancora più gustoso, morbido, profumato e, perché no, anche bello”. Questo l’“intro”, seguito da una delle domande più semplici che, a questo punto, ci saremmo posti: “Qual è il miglior panettone artigianale del mondo?”.

Anche per il 2023, la Federazione Internazionale Pasticceria Gelateria Cioccolateria (FIPGC), ha scelto i vincitori, nel corso del Campionato Mondiale per il “Miglior Panettone del Mondo” durante la “Fiera Gustus” di Napoli.

Al concorso hanno partecipato ben duecento Maestri pasticceri provenienti da tutto il mondo. Prima una rigorosa selezione, successivamente un numero ristretto di partecipanti, trenta in tutto, che hanno successivamente partecipato “spalla a spalla” nella categoria “Panettone classico”. La giuria di esperti era guidata da autentici tecnici del settore. Fra questi, Matteo Cutolo, presidente FipgcI, e Maurizio Santilli, vice presidente Fipgci, che hanno considerato qualsiasi aspetto dei manufatti, dai criteri tradizionali (peso e colore) ai più raffinati (profumo, cottura, alveolatura, sofficità, taglio e setosità). Fra i partecipanti, evidentemente, Michele Pirro è stato quello che ha rispettato più di ogni altro le consegne.

 

 

PAROLA DI PRESIDENTE

Cutolo, presidente della FIPGC, ha sottolineato l’evoluzione registrata dalle modalità di produzione dei panettoni e un livello sempre più competitivo rispetto alle precedenti edizioni. Il presidente ha, inoltre, posto l’accento sull’importanza della profumazione intensa e dei canditi realizzati direttamente dai pasticceri, nonché la fondamentale morbidezza del panettone.

A fine competizione, il Campionato giocato all’ultimo candito si è concluso laureando i diversi vincitori nelle varie categorie. “Miglior panettone al mondo”: realizzato da Michele Pirro, punta di diamante del bar-pasticceria-gelateria “Café Noir” di San Marco in Lamis. Ma il panettone ha regalato a partecipanti e pubblico anche un momento di grande commozione: Pirro, infatti, ha dedicato la vittoria a suo figlio, scomparso mesi fa in un tragico incidente. Fra gli altri premiati: Tiziana Apicella (“Panettone innovativo”) e Lisa Angelini (“Pandoro”). Per chi volesse saperne di più: il “Panettone classico migliore al mondo” è già in commercio, può essere acquistato anche online a trentotto euro (info sul sito “Cafe noir”).

«Ezio Bosso, un gigante della musica»

Per non dimenticare un grande artista

Gianluca Marcianò, direttore d’orchestra di statura internazionale, ricorda il grande compositore e pianista. Scomparso tre anni fa, amava trasmettere emozioni. Un grande amore per le sette note e per la vita.  «Ha una modernità che già oggi ne fa un evergreen, dava colori alle sue composizioni: massimo rispetto per il pubblico, nostro referente principale»

 

Nel maggio di tre anni fa, a soli quarantotto anni, la sua scomparsa. Fulminato da un male terribile che si era scagliato su un corpo già debole. Lo avevamo visto ospite al Festival di Sanremo. Non stava già bene, ma lui caparbiamente aveva voluto trasmettere a quella vasta platea tutto il suo amore per la musica. E per la vita, che amava con tutto se stesso, preoccupandosi che il messaggio raggiungesse tutti: la vita è una sola, non buttatela via; siate tolleranti, amate le bellezze da cui siete circondati, appropriatevi del conoscere, del sapere, non esiste altro insegnamento superiore allo studio, alla cultura. Per quanto dicesse un ministro che in una battuta fulminò il Paese che ha dato i natali a Dante, Petrarca, Michelangelo, Leonardo: “Con la cultura non si mangia!”. Detto da un politico non ci resta che credere.

Ma torniamo ad Ezio Bosso, un gigante del nostro tempo. E a uno che lo ha conosciuto, tanto da dedicargli attenzione e un progetto: “Ezio Bosso…è musica”. Musicista rigoso, attento, pignolo così da non fare sconti a nessuno, perché la musica è una sola e va eseguita nel modo giusto. Lui è Gianluca Marcianò, direttore d’orchestra e di rassegne e festival, nazionali e internazionali. Bello incontrarlo durante una pausa. Stacca un attimo, sta perfezionando alcuni “colori”, come ama chiamarli lui stesso. Perché Bosso, oltre che pianista e direttore, era un compositore. Uno che quando si accingeva a scrivere sembrava si aiutasse con una tavolozza, piuttosto che con penna e pentagramma.

 

Foto sito web Ezio Bosso

 

BOSSO, ACCENTI, DINAMICHE…

«Il suo tipo di scrittura – attacca Marcianò – solo in apparenza semplice, in realtà richiede un attento lavoro rivolto ai dettagli, agli accenti, alle dinamiche; tocca al direttore fare in modo che i colori espressi nella sua musica arrivino al pubblico attraverso l’orchestra».

Un incontro, un’emozione, cosa può colpire un musicista come lei, grande esperienza internazionale: una frase, un gesto, che l’hanno colpita. «Andai ad ascoltarlo e a salutarlo a Paestum: aveva diretto Beethoven; bene, in quell’occasione ebbi, netta, l’impressione che l’uomo e l’artista Ezio Bosso fossero una cosa sola; nonostante la stanchezza, incontrava gente, parlava, si concedeva: fui colpito dal sorriso e dall’emozione con cui parlava di musica. Credo, anzi, ne sono pienamente convinto: Bosso ha una modernità che già oggi ne fa un evergreen».

Bosso in una rassegna di eventi, anzi, di più. Tanto per cominciare. «E’ il minimo che si possa fare per porre al centro della musica e di una serie di riflessioni, un grande artista e un grande uomo come lui: Bosso rappresenta il punto più alto della nuova generazione di compositori italiani di musica classica; eseguire la sua musica è come compiere, allo stesso modo, un lavoro sociale e culturale; un lavoro di condivisione: la musica, ripeteva Ezio, è quel giardino del quale tenere la porta sempre aperta: dunque, grande rispetto per il pubblico, nostro referente principale».

 

 

PRIMA DI OGNI COSA: IL PUBBLICO

Sembra che il pubblico sia il tema principale che lei, in quanto direttore, si è dato. «L’obiettivo è proprio questo: provare a coinvolgere il più possibile il pubblico; e questo è un lavoro che Bosso fa splendidamente; penso siano pochi i compositori che, come lui, sanno raccontare e far sentire la musica a tutti».

Marcianò, parla di Bosso al presente. «E’ la grandezza di un compositore che invita a parlarne al presente, Bosso è sempre con noi attraverso la sua musica, quella che restituisce al pubblico il piacere dell’ascolto; senza supponenza, arroganza, quel distacco che talvolta si percepisce fra la musica classica, considerata colta, e la gente comune: una barriera che lui aveva abbattuto. Senza giri di parole: la sua musica dovrebbe far parte dei programmi delle orchestre, il suo modo di comporre ed eseguire musica andrebbe insegnato nelle scuole».

 

Foto sito web Ezio Bosso

 

LA MUSICA SULLA PELLE

Su cosa vorrebbe che il pubblico riflettesse? «Vorrei si calasse nell’atmosfera che crea la musica di Bosso, cogliesse le diverse sfumature dei tre movimenti; non è un caso che uno dei più grandi violinisti internazionali, Sergej Krylov, fosse punto di riferimento per Bosso in “EsoConcerto”: era lui il violinista preferito da Ezio, con lui registrò alla “Fenice” di Venezia».

Ha fatto riferimento alla composizione che sta rappresentando in questi giorni: “EsoConcerto”. Proviamo, dunque, a sfregare una ipotetica lampada magica e ad esprimere un desiderio. «Potessi esprimere un desiderio: che il pubblico che seguirà il concerto, per qualche istante chiudesse gli occhi per fare ingresso nel suo mondo, questa sarebbe una prima grande soddisfazione».

Maestro Marcianò, per concludere. Quanto è stato e quanto resterà grande Bosso. «Ha dimostrato la grandezza nella risposta ricevuta dal pubblico: è riuscito ad andare oltre gli aficionados della sola musica classica».

«Ora penso a Giulia…»

L’omicidio della studentessa, il papà Gino Cecchettin

«Ora alle tante ragazze come lei nel mondo: non provo rancore», dice il papà della ragazza barbaramente assassinata. «Dev’essergli scoppiata una valvola nel cervello», dice Nicola Turetta, papà di Filippo, l’omicida della ventiduenne studentessa veneta. Un Paese turbato che ha seguito col fiato sospeso l’intera vicenda, fino al ritrovamento del cadavere e al successivo arresto dell’ex fidanzato

 

L’omicidio di Giulia Cecchettin, ventiduenne di Vigonovo (Venezia), e l’arresto dell’ex fidanzato, Filippo Turetta, bloccato in Germania con la sua auto, senza più benzina, senza più soldi per proseguire nella sua fuga. Una storia che ha turbato l’Intera Italia. E non solo, considerando lo spazio che canali televisivi e stampa internazionale, intuendo forse un epilogo drammatico, stavano dando prima del ritrovamento della povera Giulia Cecchettin. La vicenda è lunga una settimana, la fine in due giorni. Per una settimana si avanzano ipotesi, qualcuno pensa che i due ragazzi l’abbiano fatta finita. In realtà Giulia aveva lasciato Filippo, che, invece, non si dava pace. Ripeteva al papà, Nicola, insisteva, che senza di lei sarebbe arrivato perfino a farla finita, ad ammazzarsi. Questo scaturisce in una breve, toccante intervista rilasciata da Nicola Turetta.

Fa un passo indietro, come può accadere a un uomo che vive uno stato confusionale, è convinto di vivere un incubo: non può essere stato suo figlio Filippo ad ammazzare così brutalmente quella ragazza che diceva di amare. Lucido, invece, quando si fa carico delle colpe del suo ragazzo: non ha compreso i segnali di insofferenza che, forse, gli lanciava suo figlio.

 

 

IL DOLORE DEI GENITORI

Preferiamo cominciare con il virgolettato delle dichiarazioni dell’altra parte, quella straziata dal dolore di aver perso una figlia-modello, dolcissima, studiosa, a un passo dalla laurea, e che tutti amavano, dai genitori alla sorella, Elena, che come i suoi genitori non si dà pace, i suoi amici, i compagni di università.

Prima della fiaccolata in memoria di Giulia, Gino Cecchettin, rilascia dichiarazioni ai giornali. Una delle frasi più toccanti, la rende al quotidiano “La Repubblica”. «Non provo odio, spero che Filippo campi duecento anni, perché provi dolore pensando a quel che ha fatto».

Ora c’è il dopo. «Ora penso a Giulia e alle tante ragazze come lei nel mondo: non provo rancore, non provo nulla. Spero solo che lui si renda conto di quello che ha fatto. Non poso escludere che la amasse, ma lo faceva nel modo sbagliato. Se si renderà conto, proverà dolore. Non ho sentito i genitori di Filippo: anche loro stanno vivendo un dramma».

«Adesso mi affido alla giustizia affinché faccia il suo corso: le prove emerse penso siano lampanti, sicuramente non rimarrà impunito. Questo però riguarda lui, non me».

I segnali, possibile che un genitore non colga insofferenza? La stessa domanda che la stampa rivolgerà a Nicola Turetta, papà di Filippo, viene rivolta a Gino Cecchettin. «Non ci sono riuscito e purtroppo ne ho fatto le spese; da papà è inevitabile farsi delle domande: potevo fare qualcosa per lei? I primi a colpevolizzarci siamo noi genitori. Ho sempre cercato di preservare la privacy di Giulia, anche perché è sempre stata una ragazza coscienziosa e responsabile e mi sono sempre affidato al suo giudizio. Fossi stato più invasivo le avrei salvato la vita? Qual è la verità?».

 

 

IL PAPA’ DELL’OMICIDA

Il papà di Filippo, Nicola Turetta: «Avrei preferito che la cosa fosse finita in un altro modo, che fosse morto anche lui. Fatico a crederci, io e mia moglie non capiamo come possa essere successa una cosa del genere. Quando mi hanno informato del ritrovamento del cadavere di Giulia, mi è mancato il respiro: per un attimo avrei preferito che la cosa fosse finita in un altro modo».

«Però è mio figlio – prosegue Nicola Turetta che rilascia dichiarazioni alla stampa – e la vita deve andare avanti; esprimiamo massima vicinanza alla famiglia di Giulia, perché le volevamo bene, l’avevamo conosciuta bene: sembravano una coppia perfetta. Non so come poter rimediare, non riusciamo a capire come possa aver fatto una cosa così un ragazzo a cui abbiamo cercato di dare tutto quello che potevamo dare».

A proposito dei segnali. «Fino a quel maledetto sabato – prosegue Turetta –sembrava che facesse le cose come vanno fatte: da padre ho sempre pensato che fosse un figlio perfetto. Non mi aveva mai dato nessun problema, né a scuola, né coi professori, mai un litigio con i compagni, mai alzato le mani nemmeno con suo fratello: trovarmi davanti a una cosa del genere non è concepibile: dev’essergli scoppiata una valvola nel cervello, non so». 

In Puglia, i più belli del mondo

I rappresentanti degli “Hotel Indipendenti più belli” riuniti in Salento

Borgo Egnazia e Masseria San Domenico le stelle in Italia e nel mondo. Bellezza, oasi di pace, cucina e verde. Giorgia Meloni ha già annunciato il G7 per il prossimo anno, ma Helen Mirren e Madonna ci avevano già pensato…

 

Ma quanto è bella la Puglia? Ma soprattutto, quanto è diventata elegante, tanto da essere annoverata con i suoi hotel e masserie fra le più belle e accoglienti al mondo? Certo, il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nelle sue più recenti vacanze salentine ha posto l’accento sulla bellezza mozzafiato di alcuni resort e sulla proverbiale accoglienza pugliese. Non è un caso che la premier abbia indicato questo angolo d’Italia per accogliere il prossimo G7. Questa la breve nota con cui ha reso nota la sua decisione: Il G7 dei leader durante la presidenza italiana si terrà – ha scritto su “Appunti di Giorgia” – dal 13 al 15 giugno 2024 in Puglia, nella Valle d’Itria, a Borgo Egnazia”. Più chiaro di così. Ma, detto fra noi, endorsement graditissimo sia chiaro, qui in Puglia non è che stessero ad attendere la benedizione politica. Lo sa la Meloni, lo sa perfino Bruno Vespa, che ha eletto a suo buen retiro in una infinita masseria di Manduria, diventata quartier generale della politica italiana.

Per dirla tutta, c’erano arrivati prima gli inglesi, con Helen Mirren, gli americani con Madonna. Anche se prima di Veronica Ciccone (nome per esteso della cantante), sempre gli americani si erano lasciati andare incoronando la Puglia come “la più bella regione del mondo”. E non uno sporadico articolo, bensì insignita del premio “Best Value Travel Destination in the world”, riconosciuto – tenetevi forte – da National Geographic, Lonely Planet e, rullo di tamburi, dal New York Times. E scusate se è poco.

 

Foto sito web Masseria San Domenico

 

ASSOCIAZIONE ALBERGHI DI LUSSO

“The Leading Hotels of The World”, associazione di alberghi (di lusso) con circa 400 strutture in 80 Paesi – ne dà notizia elledecor.it in un articolo di Alessia Musillo – si è appena riunita per la Convention annuale con l’intera scuderia di 5 stelle. Tutti i delegati, scrive la giornalista, sono stati insieme in Puglia per tre giorni, e precisamente dal 9 all’11 novembre. In quell’occasione, questi, hanno avuto modo di conoscersi, presentarsi e seguire una serie di work session.

L’incontro svoltosi quest’anno ha avuto luogo in uno dei luoghi di maggior richiamo del Mezzogiorno: Borgo Egnazia. Borgo Egnazia, come risaputo, è da anni un albergo di fama internazionale, capace di trasformare un soggiorno in un’esperienza: la tradizione pugliese nel piatto, i pranzi all’ombra dei trulli e tanto altro ancora.

Primi nell’indagare le diverse indicazioni del mercato di quest’anno e quelli del 2024, il pool di esperti ha anche premiato i progetti più meritevoli, che in questo 2023 hanno fatto “dell’ospitalità un mezzo per trattare tematiche dalla portata globale – riporta elledecor.it – come l’impatto del viaggio sul Pianeta, l’integrazione e l’inclusività sociale”.

 

Foto sito web Borgo Egnazia

 

COME FOSSE IL COLOSSEO…

L’Italia può contare su 4292 istituzioni museali. Fra le più frequentate: il Colosseo di Roma, gli Uffizi di Firenze, la Reggia di Caserta. Nomi più o meno noti, in Italia e nel mondo. Ma al di là dei grandi attrattori millenari, viene svelato, il programma vuole realizzare un “Museum System”: una rete culturale che trasformi i musei in un organismo a più teste, a più mani, a più cuori. “Lo Stivale, del resto – scrive Alessia Musillo – oltre a puntare tutto sulla conoscenza e sulla didattica, lavora sulla (ri)qualificazione del territorio – in questo contesto, “Borgo Egnazia” e “Masseria San Domenico” sono state le location perfette per ospitare l’evento: sempre sostenitrici di ciò che accade loro intorno”. Non solo Puglia, non solo Salento però: “The Leading Hotels of the World” vanta, infatti, un massiccio associazionismo da parte degli enti italiani. E a proposito di questo, oltre a Borgo Egnazia e San Domenico, hanno ricevuto un riconoscimento: Casa Angelina a Praiano e JK Place a Roma per la qualità della struttura; Villa Cora a Firenze per la crescita in termini di obiettivi.

 

Foto sito web Masseria San Domenico

 

…O LA REGGIA DI CASERTA

Caratterizzato dall’architettura tradizionale pugliese e situato in una posizione panoramica nella macchia mediterranea, il Borgo Egnazia Hotel offre 4 piscine e un centro benessere, con affaccio sul San Domenico Golf Club. Tre aree separate ma interconnesse, il resort vanta camere, appartamenti e ville. Tutte lussuose e decorate, un balcone privato con vista sulle colline, sul mare o sul campo da golf. Borgo Egnazia, circondato da vasti giardini in stile arabo e da muretti a secco, vanta anche tre campi da tennis e un lido balneare privato.

La Masseria San Domenico, come spiega una breve introduzione del programma di presentazione, vanta tutte le caratteristiche architettoniche dell’antica masseria fortificata con ampi spazi con volte a stella. Nucleo principale della Masseria San Domenico risale al XV secolo ed è costituito da una torre d’avvistamento appartenente ai Cavalieri di Malta. Per gli ospiti, una spettacolare piscina di acqua salmastra circondata da rocce naturali, un moderno centro di talssoterapia, due campi da tennis ed un campo da golf diciotto buche.

Ricordando Stefano D’Orazio

Martedì 21 novembre teatro Orfeo, terza edizione di “Palasport & Friends”

Una intervista rilasciata a Costruiamo insieme. Numerosi ospiti. Fra i presenti, Tiziana Giardoni, moglie dello storico batterista dei Pooh. Spettacolo pieno di canzoni e sorprese. La coverband tarantina di ritorno da tre “sold out” a Torino. Nel foyer, esposti gli strumenti originali. Parte dell’incasso devoluto in beneficenza all’Associazione che ricorda il popolare artista

 

Stefano D’Orazio, una intervista che ha sfiorato i ventimila contatti, lo storico batterista dei Pooh la concesse al nostro sito. Trovate infatti un divertente ed esclusivo scambio di battute cliccando “Con Parole mie – Le interviste di Costruiamo insieme: Stefano D’Orazio (questo il link: https://youtu.be/h-CDJ-Eypj4?si=VHC_OCyS89G2yOED). L’occasione è uno spettacolo commemorativo che si terrà a breve a Taranto per ricordare un artista straordinario.

“Palasport & Friends”, questo il titolo del programma musicale giunto alla terza edizione. E’ così che anche quest’anno la più popolare coverband dei Pooh, riconosciuta dagli stessi musicisti nell’unico talent nazionale, uno dei componenti della formazione musicale italiana più amata, scomparso quattro anni fa.

Martedì 21 novembre al teatro Orfeo di Taranto, infatti, i Palasport ospiteranno Tiziana Giardoni D’Orazio, moglie di Stefano, e una serie di special guest: Paolo D’Andria, Antonello Cuomo, Francesca Sibilio, Libera Nos a Malo, David Seta, Instabili Nek TB, Cristiana Voccoli, Antonio Santoro e Aldo Losito. Interverrà il giornalista Claudio Frascella.

 

 

L’ULTIMA INTERVISTA

Come per le due precedenti edizioni, quello in programma sarà uno spettacolo musicale che ripercorrerà le tappe più importanti di D’Orazio in veste di musicista, autore, manager, scrittore. Le canzoni scritte dallo stesso artista, ma anche quelle interpretate insieme ai suoi “amici per sempre” in decine di anni di attività, fra studi di registrazione e tournée in giro per il mondo.

Lo scorso anno Tiziana Giardoni, impegnata nel periodo cruciale della seconda edizione di “Palasport & Friends – In ricordo di Stefano D’Orazio”, fece pervenire agli organizzatori un video emozionante nel quale tracciava un profilo del grande artista e ringraziava i fratelli Pier e Claudio Giuffrida, fondatori dei Palasport, per aver manifestato grande sensibilità e affetto nel realizzare uno spettacolo celebrativo lontano da qualsiasi retorica.

Quest’anno, Tiziana, nonostante sia impegnata per motivi di lavoro all’estero, “staccherà” per tornare in Italia e, stavolta, prendere parte personalmente al “tributo”. Parlerà, fra le altre cose, dell’Associazione Stefano D’Orazio, da lei fortemente voluta per aiutare giovani di talento nella crescita artistica.

 

 

UNA BANDA NEL VENTO

I Palasport, formazione della quale oltre ai fratelli Pier e Claudio Giuffrida fanno parte anche Lorenzo Ancona (tastiere) e Cosimo Ciniero (batteria), Francesco Boccuni e Marco Petraroli (che in tour si alternano alle tastiere), nella serata in programma al teatro Orfeo saranno affiancati da numerosi amici e colleghi, e in alcuni momenti, accompagnati da una sezione-fiati.

A proposito dei Palasport, i ragazzi aggiornano il loro già ricco curriculum di impegni. Intanto nei giorni scorsi, Claudio e Pier Giuffrida hanno posto daccapo sotto chiave nel loro capannone, alcuni degli elementi originali appartenuti a Stefano e prestati al giovane batterista Phil Mer in occasione del tour italiano di Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian, insieme con Riccardo Fogli. Fra questi elementi, gong, campane tubolari e altro ancora. Altra curiosità, notizia appena consegnata ai social. I ragazzi tarantini sono appena tornati da Torino, dove hanno tenuto tre serate, scandite da altrettanti “sold out” al teatro Concordia. «Una grande soddisfazione – dichiarano Pier e Claudio – per una coverband che da quasi trent’anni lavora per riprodurre l’emozione delle canzoni appartenute ai Pooh, replicando i loro spettacoli cercando di renderli il più fedele agli originali, dalle scalette alle scenografie, proseguendo con gli abiti di scena: abbiamo avuto una grande accoglienza, sicuramente al “tutto esaurito” per tre sere, ha giovato il passaparola, così da quello che doveva essere un impegno si è moltiplicato per tre, meglio di così…».

 

 

UNA CITTA’ PER CANTARE (INSIEME)

E, adesso, testa allo spettacolo in memoria di Stefano in programma martedì 21. «Meno di trent’anni fa i Pooh – concludono i Palasport – ci autorizzarono a mettere in piedi la loro prima coverband; a proposito del tributo a Stefano: prima di pensare a qualcosa di importante per celebrare la sua grandezza, tanto dal punto di vista artistico, quanto da quello umano, ne abbiamo parlato con Tiziana, sua moglie: qualsiasi cosa è stata rappresentata nelle due precedenti edizioni o faremo a giorni sul palcoscenico dell’Orfeo, è stata sempre condivisa con lei». Per la gioia dei fan che vorranno farsi dei selfie, gong e timpani sinfonici portati dai Pooh nel loro recente tour, e appartenuti a Stefano D’Orazio, saranno esposti nel foyer del teatro la sera dello spettacolo. Parte dell’incasso sarà devoluto all’Associazione Stefano D’Orazio. Info: Biglietti, botteghino teatro Orfeo (099.4533590): Platea 18,00 euro; G allerie 14.00euro (www.teatrorfeo.it). Phone: 388.9323327

«Siete il nostro orgoglio!»

Il presidente Sergio Mattarella a Taranto per il Festival della Cultura Paralimpica 

«Le medaglie che conquistate rendono fiero l’intero Paese». Il Capo dello Stato ha incontrato diversi atleti tra cui Mahdia Sharifi, della Squadra olimpica dei rifugiati, e Alessandra Campedelli, ex CT della Nazionale di pallavolo femminile sorde

 

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Taranto. Il Capo dello Stato è intervenuto nella Città dei Due mari per prendere parte al Festival della Cultura Paralimpica di Taranto, in programma da, ieri, martedì 14 a venerdì 17 novembre. Ad accogliere il Capo dello Stato, il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e il ministro per lo Sport, Andrea Abodi. Presenti, tra gli altri, il presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli. Tra gli invitati: Alessandra Campedelli, ex CT della Nazionale di pallavolo femminile sorde dell’Italia; Mahdia Sharifi, atleta afghana della Squadra olimpica dei rifugiati; Zakia Khudadadi, prima donna afghana a praticare parataekwondo. Spazio riservato anche al basket in carrozzina, con la presenza di Joel Boganelli, atleta della Nazionale, e allo judo, con Dong Dong Camanni, anche lui atleta paralimpico.

In mattinata, il presidente ha raggiunto l’Arsenale militare marittimo di Taranto dove si è svolta la cerimonia di inaugurazione della quarta edizione del Festival. Prima di raggiungere la sala nella quale si è svolto l’evento, Mattarella ha visitato la mostra fotografica “Corpi a regola d’arte” dedicata agli atleti paralimpici e allestita sempre negli spazi dell’Arsenale.

 

 

Grande spiegamento di forze da parte della Rai che ha schierato la formazione al completo di numerosi giornalisti di RaiSport, il canale monotematico che svolge un prezioso e costante lavoro di informazione su tutte le discipline sportive, fra queste lo sport paralimpico, considerato dallo stesso Capo dello Stato «Un modello che deve spronare tutta la società, a partire dal mondo del lavoro, ad abbattere le barriere culturali che impediscono a tanti talenti di esprimersi».

«Lo sport – ha proseguito Mattarella – è importante perché le medaglie e i successi raggiunti sono un traguardo, ma soprattutto una sollecitazione: le medaglie conquistate danno orgoglio all’intero Paese, così da consentire di seguire con ammirazione lo sport paralimpico, mostrando come gli atleti si misurino con i limiti cercando di superarli».

«Siete la sollecitazione a tanti giovani a impegnarsi nello sport paralimpico – ha proseguito il presidente – a mostrare che ci si può realizzare manifestando talenti di cui il Paese ha bisogno: sono numerosi i talenti inespressi, che non trovano modo di esprimersi perché non viene loro dato modo di farlo: questa è una sfida importante che riguarda l’intera società a partire dal mondo del lavoro nel quale lo sport ha un ruolo fondamentale».  

«La presenza del Presidente Mattarella nobilita il Festival della cultura paralimpica – ha dichiarato Pancalli intervenendo al Festival – le nostre storie sono quelle dell’Italia che amiamo raccontare e con cui speriamo di costruire un’Italia migliore; dobbiamo lavorare sempre di più sui giovani, che devono comprendere quanto sia bella la ricchezza della diversità di un Paese che dia a tutti una possibilità».

Taranto, capitale della cozza

Conosciuta in tutto il mondo, un sapore unico

Come viene coltivata e cucinata. Quale attenzione viene posta dai ristoratori tarantini. Turisti da ogni parte per assaggiare uno dei piatti più prelibati. Molluschi descritti da Rocco Papaleo (Che bella giornata) e perfino da Totò (Tototarzan). I locali tarantini dove gustare in mille modi i mitili più desiderati

 

“Voi siete abituati alla cozza orientale, che è sciapìta; questa è cozza tarantina, ma attenzione non con il limone: la cozza deve essere integralista!”. Rocco Papaleo, padrone di casa invita gli amici a tavola ad assaggiare la bontà della cozza tarantina. Quel breve segmento video, nel frattempo, è diventato il promo più promo che esista. Sui social è stato visto milioni di volte. E gradito. Per carità, il successo di “Che bella giornata” di Checco Zalone, diretto da Gennaro Nunziante, è stata la ciliegina sulla torta, ma la nostra cozza da anni sta rivivendo di grande splendore.

Se ne sono accorti in molti, anche aziende del Nord, che studiano quotidianamente i mille modi con cui “conservare” i mitili e portarli in breve tempo sulle loro tavole e a costo ragionevole. E tutto questo, nonostante i mezzi di informazione negli anni passati abbiano scritto e detto di tutto su una città accerchiata da settant’anni dall’industria. Erano contaminate, il siderurgico ne comprometteva la bontà, e invece erano tutte balle. Non solo Papaleo, anche l’immenso Totò parlò della bontà dei nostri molluschi: “Queste ostriche vengono da Taranto, sicuro?”, s’informa nel film “Totò Tarzan”.

Insomma, Taranto è la capitale delle cozze, non solo d’Italia o d’Europa: la Città dei Due mari è la capitale del mondo. Ma questo fenomeno tipicamente tarantino, ha le sue ragioni. Intanto è un prodotto unico, il suo segreto è il Mar Piccolo.  

 

 

CHI LA VUOLE CRUDA…

In questo bacino l’acqua da “ondeggiante” diventa “liscia” in corrispondenza dei citri, che poi sono le sorgenti di acqua dolce che scivolano in basso dall’Alta Murgia per confluire sulla costa ionica. E’ in questo aspetto naturale che risiede la vera magia e che conferisce alla cozza tarantina un sapore unico, perché nasce dai fiumi sotterranei Nel Mar Piccolo (34 sorgenti di acqua dolce). Dall’innesto del seme fino alla messa in commercio del prodotto, trascorrono circa 18 mesi di lavoro. Questo è il lasso di tempo richiesto per far diventare la cozza “adulta”.

Con il passare del tempo, i pescatori locali, hanno attivato la produzione mediante reti in bioplastica compostabile che si degrada nel giro di qualche anno. Una soluzione, questa, che ha permesso ha di non gettare tonnellate di plastica nel mare.

La tradizione a tavola: cozze crude o cotte? Dopo averle sciacquate e pulite con la massima attenzione. Le cozze “alla tarantina” si preparano scaldando olio, prezzemolo e aglio in tegame. Quando il preparato soffriggerà, ecco che si aggiungono le cozze, lasciate immerse per cinque minuti fino a quando non si apriranno. Il tutto dovrà essere insaporito con un goccio di vino bianco. Ci sono diversi modi per gustare e servire la cozza e per questo è bene consultare pubblicazioni, ma anche internet dove troverete decine di ricette per servire al meglio la vostra cozza tarantina. Alternativa. E per chi ama il crudo di mare? “Spacca e mangia”, è così che si dice a Taranto, no?  Aprire e gustare il sapore della cozza tarantina appena pescata, che – attenzione, come suggeriva il film di Zalone – non richiede l’aggiunta di limone. 

 

 

CESARINO, OROLOGIO, PARANZA, MURIANNI…

Ma dove trovarle le cozze tarantine? Con l’aiuto di un sito, puntuale, che vi suggeriamo di consultare (Cibo Today), Cosimo Guarini indica una serie di suggerimenti. A pochi metri dal Mar Piccolo (via Cesare Battisti), c’è una delle tre sedi della pescheria “da Cesarino”, una delle più affermate a Taranto, che realizza in prima persona l’allevamento. Poi, ci sono i professionisti del Centro ittico di Taranto (via Costantinopoli): particolarmente attenti all’eliminazione della plastica durante la pesca.

Chi preferisce gustare le cozze già cucinate e servite, può contare sulle trattorie di mare. Tra queste “L’Orologio” (via Duca D’Aosta), locanda storica aperta nel 1938. Merita una segnalazione anche “La Paranza” (via Cariati): massima attenzione ai piatti e ai sapori tipici della cucina tarantina e pugliese.

Il ristorante “Al Canale” è collocato in uno dei punti più affascinanti della città di Taranto, sul canale navigabile e sotto il ponte girevole: un panorama unico e cucina di mare legata al pesce crudo. E, ancora, la “Trattoria del Pescatore da Murianni” (piazza Fontana): nel cuore del centro storico: i piatti più gustosi e ricercati della cucina di pesce tipica locale. 

Un calcio disumano

Non ci sono più i valori di un tempo, le figurine, i campioni

Se ne parla a Bari, Libreria Laterza. Intervengono il giornalista Lino Patruno e l’ex calciatore Pasquale Loseto. Tutto parte dal romanzo “L’album dei sogni” di Luigi Garlando che racconta la famiglia Panini. “Sarebbe bello tornare ad accorciare le distanze: missione impossibile”. Cercare di capire come mai ragazzi giovani e belli come Fagioli e Tonali buttino via un sogno», dice l’autore

 

«Una figurina era qualcosa di paragonabile ad un santino, averla in tasca era come impossessarsi della forza di quel campione; completare un album era qualcosa di irripetibile: oggi, le “figu” hanno perso quel valore esclusivo che avevano agli occhi di un bambino».

Luigi Garlando, giornalista di punta della Gazzetta dello sport, presenta così “L’album dei sogni”, il suo romanzo sulla famiglia Panini, inventrice delle figurine dei calciatori. Nella libreria “Laterza” di Bari, in occasione della “Biennale dei Racconti d’impresa”, ne parleranno venerdì 10 novembre il giornalista Lino Patruno e Pasquale Loseto, storica bandiera del Bari.

Garlando, quando pensa alla Puglia e al calcio. «Una terra di grandi passioni e gente innamorata del calcio. Sono venuto tante volte in Puglia, ci torno volentieri, conservo ricordi bellissimi e amicizie importanti. Non sarebbe male, se quest’anno venisse “su” anche il Bari». Giocatori e tecnici “pugliesi” dei quali conserva un ricordo. «Penso al Foggia di Zeman, a quello di De Zerbi, due grandi tecnici: ho sempre preferito un calcio gochista a quello risultatista. Profondamente sacchiano, penso che un tecnico non debba badare al solo risultato. Ho grande stima di un operatore come Pantaleo Corvino, che anche quest’anno ha messo in piedi un’ottima squadra che gioca al calcio».

 

 

ALTRI RICORDI…

Altri ricordi. «Senza tanto pensarci: Igor Protti, ai tempi del Bari, in serie A, quando cominciò a far gol mi mandarono ad intervistarlo: persona deliziosa; Delio Rossi, ai tempi del Lecce, allenava e leggeva libri, guardava oltre il calcio».

“L’album dei sogni”, cosa evocano le figurine, cosa è cambiato. «Come tanti bambini, anche io ero un appassionato. I giocatori li vivevi solo così, la figurina aveva una sacralità: in radio esisteva “Tutto il calcio minuto per minuto” e in tv un tempo di una partita. Oggi è un “Paese dei balocchi”: tante tv che provocano una indigestione di immagini».

Da cosa è partito per scrivere questo libro. «Mi sono fatto aiutare dalla famiglia Panini, il libro lo abbiamo scritto insieme: mi hanno messo a disposizione documenti, lettere, filmati d’epoca. Di questa famiglia mi sono piaciuti i valori: il pudore della ricchezza, loro che hanno fatto i miliardi veri; non hanno mai ostentato questo enorme benessere, al contrario di tante altre famiglie italiane che hanno sfondato, comprato yacht, barche e altri simboli della ricchezza; fossi stato ricco come loro, confesso, avrei assecondato almeno un capriccio, mi sarei detto: sono a Modena, mi compro una “Ferrari”…».

 

 

ROMANZO D’ALTRI TEMPI

Romanzo d’altri tempi. «La famiglia Panini: una piazza aperta, mai un castello nel quale nascondere i soldi. Quattro fratelli, quattro mattoni sui quali hanno costruito un miracolo, facendo sempre squadra, conservando un’unità familiare. Questi sono i valori che mi hanno fatto innamorare della famiglia Panini».

Mai perso il contatto con il territorio. «La loro è stata una missione: restituire alla loro città, Modena, quello che da questa avevano ricevuto; le prime figurine le imbustavano gli stessi Panini, i familiari, gli amici; quando il fenomeno è cresciuto hanno aperto alla città assegnando lavori a domicilio a centinaia di modenesi: tutta la città imbustava figurine vendute in tutta Italia, un miracolo collettivo».

Dagli autografi ai selfie. All’album dei nostri sogni oggi manca un calcio più umano e meno social. «Impossibile tornare indietro. Ho cominciato trent’anni fa. Ogni giorno ero a Milanello, potevo scegliere liberamente: “Scusa Marco, ti fermi un attimo?” e intervistavo Van Basten. E dopo pranzo giocavo a bigliardo con Sebastiano Rossi e Donadoni: oggi i giocatori sono lontani dalla stampa, dalla gente, il calcio è stato disumanizzato. Sarebbe bello tornare ad accorciare le distanze, raccontare storie, cercare di capire come mai ragazzi giovani e belli come Fagioli e Tonali buttino via un sogno».