Un sogno infranto

Daniel e David, i due fratellini di Ardea uccisi da un folle

Stavano giocando davanti a casa. Uno squilibrato li ha freddati con due colpi di pistola, ha ammazzato una terza persona, poi si è tolto la vita. Il più grande, dieci anni, sognava di diventare Donnarumma, il portiere della Nazionale. Il piccolo, cinque anni, già tifava per lui. Avrebbe giocato nelle giovanili della Lazio, il suo più grande desiderio.

 

Daniel, dieci anni, aveva un idolo, Gigio Donnarumma, portiere della Nazionale. Per David, cinque anni, il suo idolo era lo stesso Daniel, suo fratello. Ruolo portiere, stava finendo di compiere la trafila in una delle società-satellite della Lazio per andare a giocare come portiere nei Giovanissimi della squadra biancoceleste e ammirare da vicino un altro suo eroe del campo di gioco, Ciro Immobile. Questo, purtroppo, non potrà più accadere.

Domenica scorsa, Davide e Daniel Fusinato sono stati raggiunti dalla follia omicida di Andrea Pignani, il killer che si è poi barricato in casa e suicidato nella sua casa di Ardea. Un colpo ciascuno: uno al petto e uno alla gola. C’è una terza vittima di Pignani, il settantaquattrenne Salvatore Raineri, anche lui ucciso a freddo, un colpo di pistola alla testa. Lo hanno confermato le autopsie effettuate sui corpi dei due fratellini all’Istituto di medicina legale di Tor Vergata su inchiesta della Procura di Velletri, che a sua volta ha aperto un fascicolo al momento contro ignoti sul caso.

L’autopsia sul corpo del killer prevede anche l’esame tossicologico. Servirà per capire se l’omicida-suicida fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Perché a oggi, la tragedia andata in scena in pochi istanti a Colle Romito ha tutta l’aria di una tragica esecuzione.

 

GENITORI DISPERATI

Al momento non è semplice provare a ricostruire l’esatta sequenza degli spari. Stabilire, per esempio, chi sia morto prima e, semmai, qualcuno abbia provato a fermare Pignani o salvare la vita alla prima vittima. Cinque minuti prima della sparatoria, una pattuglia dei carabinieri di Marina di Ardea aveva controllato che Domenico Fusinato, padre dei due piccoli uccisi, stesse in casa, agli arresti domiciliari.

Diamante Ceci, avvocato del papà di Daniel e David, ha raccontato della madre dei due fratellini. Pare che la donna fosse fuori casa e abbia sentito i colpi. Sulle prime pensava fossero petardi o colpi di cacciatori, considerando che da quelle parti capita spesso di avvertire simili esplosioni. Invece, dopo qualche istante, la donna ha capito cosa fosse avvenuto. Ha cominciato ad urlare tutta la sua disperazione, mentre qualcuno aveva telefonato in centrale per raccontare quanto fosse accaduto pochi istanti prima.

Domenico, invece, il papà dei due sfortunati fratellini si è precipitato in strada appena avvertito dell’accaduto. La nonna materna dei bambini ha detto che i due piccoli sono morti tenendo la mano del padre: non riuscivano a parlare in quei lunghi minuti. Forse è trascorsa mezz’ora in attesa dei soccorsi, poi risultati vani. Una famiglia completamente distrutta.

 

RISPETTO PER IL DOLORE

Non ci sono parole per descrivere cosa stiano vivendo i genitori di Davide e Daniel. Chiedono massimo riserbo e rispetto. I due ragazzi stavano giocando di fronte alla loro casa, quando sono stati avvicinati dall’uomo: uno dei due piccoli è stato colpito al petto, l’altro alla gola, proprio come fosse un’esecuzione.

Una tragedia. E pensare che l’omicida alcuni giorni fa aveva minacciato la propria madre con un coltello. Nel novembre scorso era morto il padre del killer, che deteneva l’arma con la quale è stata compiuta la strage regolarmente. Nessuno dei suoi parenti ha restituito quella pistola. Così quando l’omicida l’ha trovata, è uscito di casa e ha ucciso tre persone. La terza vittima non era del luogo, si trovava ad Ardea a trascorrere il fine-settimana.

Il più grande dei due fratelli, raccontavamo, sognava di diventare un calciatore professionista. Donnarumma, il portiere della Nazionale era il suo idolo. Daniel, portiere dei Pulcini dell’Ostiamare, era cresciuto nel vivaio della società lidense nella quale giocava da oltre quattro anni. A breve avrebbe messo i guantoni nei Giovanissimi della Lazio.

«Eriksen, che paura!»

Il dramma del calciatore e l’obbligo del defibrillatore

Corsi di primo soccorso per tutti. Per calciatori professionisti e dilettanti. «Il calciatore danese era già alle porte dell’aldilà, la fibrillazione ventricolare è l’anticamera della morte», ha spiegato il professore Thiene. «Questa volta è avvenuto il miracolo, prima il suo capitano Kjaer, poi i sanitari che hanno prestato immediato soccorso gli hanno salvato la vita…»

 

Dramma Eriksen, il calciatore della Danimarca accasciatosi senza un motivo apparente durante una gara degli Europei. All’indomani il caso viene studiato, discusso, si avanzano ipotesi e soluzioni per contrastare episodi simili, non solo nel “calcio che conta”, ma anche nei campionati, nei tornei minori, di qualsiasi disciplina si tratti. Ma torniamo a Christian Eriksen. «Una patologia sottostante c’è di sicuro, il calciatore danese era già alle porte dell’aldilà, la fibrillazione ventricolare è l’anticamera della morte», sostiene il professore Gaetano Thiene in una intervista rilasciata al Corriere della sera. «Questa volta, però – prosegue il professionista – è avvenuto il miracolo, i sanitari che gli hanno prestato soccorso gli hanno salvato la vita, quella di Eriksen è stata una morte abortita, cioè un grande successo».

«Ho proposto di inserire nelle licenze nazionali l’obbligatorietà di corsi di formazione per calciatori per l’uso del defibrillatore; noi faremo tutti i passi possibili per far sì che tali corsi non siano solo per i professionisti, ma anche nei dilettanti: per me questa differenza non può esistere». E’ così che il presidente della Federazione italiano gioco calcio, Gabriele Gravina, alla luce del caso Eriksen, illustra a “Casa Azzurri” le novità in materia di sicurezza che la Federazione da lui rappresentata sta pensando di introdurre. Intanto, cos’è il defibrillatore. E’ un apparecchio “salvavita” in grado di rilevare le alterazioni del ritmo della frequenza cardiaca e di erogare una scarica elettrica al cuore qualora sia necessario; l’erogazione di uno shock elettrico serve per azzerare il battito cardiaco e, successivamente, ristabilirne il ritmo.

 

PRIMA LA PAURA…

L’episodio che scatena il dibattito, si diceva, è noto. Christian Eriksen su un innocuo fallo laterale si avvicina al compagno che sta rimettendo in gioco il pallone. E’ un istante, si accascia come se avesse ricevuto un colpo improvviso. Casca terra, resta per diversi istanti in bilico fra la vita e la morte. Ci pensa subito il suo compagno di squadra e capitano Simon Kjaer. E’ il calciatore del Milan che per primo assiste il calciatore dell’Inter. Kjaer si assicura che non soffochi, prova a non fargli ingoiare la lingua. A quel punto il capitano della Danimarca, richiama i medici che poi, si capirà, salveranno il campione stesa e privo di vita per diversi istanti. Non è solo un passaggio di questi Europei, è un richiamare l’attenzione su ciò che potrebbe capitare su qualsiasi campo di calcio. Un segnale, si diceva, che il presidente Gravina e la stessa Figc da lui presieduta, ha deciso di raccogliere. A partire dalla prossima stagione, i calciatori di Serie A e degli altri campionati italiani, anche quelli minori, dunque non professionistici, dovranno partecipare a corsi di Primo soccorso per essere pronti a fronteggiare situazioni simili a quella accaduta nei giorni scorsi durante Danimarca-Finlandia, gara valevole per gli Europei. Prima sospesa e poi ripresa, pare, anche per volontà dello stesso Eriksen, nel frattempo trasferito in ospedale. Non appena riprende coscienza, caccia un bel sorriso, invita i compagni a giocare.

«Durante i ritiri delle singole squadre, attraverso la commissione presieduta dal professor Zeppilli, attiveremo dei corsi di formazione di Primo soccorso attraverso un programma che la commissione sta già studiando» . Sul malore accusato sabato scorso dal calciatore danese, Gravina ha aggiunto: «Siamo scioccati, per alcuni istanti gli si è fermato il cuore, ma anche il nostro. Gli studi scientifici italiani vengono apprezzati in tutto il mondo, tutti gli atleti vengono sottoposti a visite obbligatorie per legge per individuare eventuali patologie, anche cardiache; tuttavia alcuni avvenimenti, nonostante questi sforzi straordinari, continuano a verificarsi in soggetti apparentemente sani».

 

…POI LE CONTROMISURE

Di sport si può anche morire. Il Fatto Quotidiano, per esempio, in passato aveva già raccontato in come in Italia c’è praticamente una vittima ogni tre giorni per arresto cardiaco durante l’attività fisica. Tante di queste si potrebbero prevenire con un semplice defibrillatore, il “salvavita” per eccellenza, strumento scontato in una partita degli Europei sotto l’egida della Uefa, ma anche in qualsiasi gara riconosciuta da una Federazione. Meno nelle piccole strutture di allenamento, durante le attività amatoriali, nonostante la legge Balduzzi entrata in vigore nel 2012 sull’onda emotiva della morte del calciatore Morosini, ma applicata in maniera intermittente.

Il caso di Eriksen, però, ha dimostrato quanto anche il primissimo intervento di chi è immediatamente vicino all’incidente, cioè dei compagni di squadra, possa fare la differenza. Di qui l’iniziativa della Figc: inserire nelle prossime licenze nazionali (i requisiti per iscriversi al campionato) l’obbligatorietà di corsi di formazione per i calciatori in primo soccorso. L’idea è di approntare, già per quest’estate, in collaborazione con le Leghe di competenza e la Federazione medico sportiva, dei corsi durante i ritiri estivi delle squadre.

L’idea, pertanto, è dotare tutti di una preparazione di base, sapere come comportarsi in simili casi. Obbligatoria per i calciatori di Serie A, la norma potrebbe essere estesa a tutti i professionisti, dunque anche B e C, persino ai dilettanti. «Noi faremo tutti i passi possibili per riuscirci – ha concluso Gravina – Se si parla di vita non può esistere una differenza fra professionisti e dilettanti». Kjaer è intervenuto con Eriksen, ma in futuro potrebbe accadere ancora. Sarebbe un delitto lasciarsi trovare impreparati.

Nonna Rosetta e Black, salvi!

Un’anziana e un cane adottati da una famiglia che ha raccolto un appello

Hanno vissuto per anni in una discarica nella campagne di Taranto. L’anziana donna aggredita e morsa da randagi, fino a quando non ci ha pensato questo bel cagnone che le ha fatto da scudo. In un primo momento separati, i due si sono riabbracciati per tornare a vivere insieme. Questa volta in una vera casa, circondati da un grande affetto.

 

 

Nonna Rosetta e Black, finalmente salvi. Salvi dalla paura di tutti i giorni e da quella spazzatura che li circondava da anni. Una storia di altri tempi, accaduta a Taranto. Uno di quei romanzi d’appendice che due secoli fa tenevano con il fiato sospeso i lettori di storie infinite. Vissute nel dramma, ma viva il Cielo, sempre a lieto fine. Questa è una storia che più di qualcuno conosceva, raccontava con il dolore nel cuore, senza però toccare le corde giuste, tanto da non essere sottoposta all’attenzione di quanti, qualcosa, anche un piccolo gesto, avrebbero potuto compiere. Nonna Rosetta e il cane Black, insieme per la vita. Separati, ma poi ricongiunti dall’affetto di una famiglia che ha voluto ospitarli insieme. Perché dolore non si sommasse a dolore. Il dolore di un tratto di una vita vissuta praticamente in una discarica, al quale aggiungere il distacco da quel cagnone che l’aveva difesa a costo della vita da mute di cani randagi e inferociti. E’ finita nel modo in cui tutti, spettatori, ci auguravamo finisse.

Non è il caso di fare processi, specie se la parola “fine” posta in coda alla storia, mette il cuore in pace a tutti. Domande come “Possibile che sapessero di nonna Rosetta e nessuno facesse niente?”, oppure “in un periodo di assegni sociali reddito di cittadinanza, nessuno si è mai preso la briga di fare avere un sostegno alla donna anziana?” e, ancora, “Ma parenti, conoscenti, questa donna, possibile non ne avesse?”, per una volta mettiamole da parte.

 

 

UN FINALE ROMANTICO

Del resto, un articolo di denuncia, tanti sono quelli che circolano fra strumenti di informazione e social, si perderebbe nel mare di internet. Al contrario, una storia con un finale romantico, specie di questi tempi, può avere ancora il suo effetto. Può toccare ancora il cuore della gente. Non è un caso che fra gli inserti più sfogliati – non ce ne vogliano gli altri quotidiani… – sono quelli di Corriere della sera (Buone notizie) e de La Stampa (Lazampa.it).

Dunque, nonna Rosetta e Black. Insieme hanno vissuto per anni in mezzo alla spazzatura, una discarica a cielo aperto nelle campagne di Taranto. Nonna Rosetta si è arrangiata come poteva per ben tredici anni, anche se negli ultimi tempi a causa dell’età, la situazione per lei cominciava a farsi più grave.

Nonna Rosetta è sempre stata docile e gentile, forse anche troppo. Nella stessa zona dove viveva fino a pochi giorni fa, prima che una coppia di angeli si prendesse cura di lei, ci sono molti altri randagi, che hanno iniziato ad aggredirla. Le abbaiavano contro, arrivavano perfino a scacciarla, morderla. Da un po’, Rosetta, non riusciva a trovare più da mangiare per lei. Fino a quando in sua difesa è arrivato un cucciolone, da lei chiamato Black, che pare viva con lei da tre anni. Questa la prima notizia da libro “Cuore”.

 

 

«ERIKA, GRAZIE!» 

Una storia raccontata da un quotidiano appena il mese scorso, che provava ad ipotizzare un’adozione di coppia. «Ci piange il cuore», aveva detto Erika, una volontaria, raccontando quando hanno dovuto separarli. Ma grazie alle tante condivisioni “social”, una famiglia ha aperto le porte della loro casa e del loro cuore a entrambi. Ecco lo straordinario lieto fine.

Ora, Nonna Rosetta e il cane Black, insieme sorridono alla vita. La donna era stata ritrovata da alcuni volontari del canile di Taranto. Black continuerà a farle da scudo per molto tempo ancora. Erano stati separati e, ora, ricongiunti da un appello, raccolto da una famiglia che li ha adottati.

Una storia, scrive uno di quei “giornali” dalla parte di quei racconti che toccano il cuore, partita tra mille tempeste, ma che oggi ha visto finalmente il sole. Adesso, Nonna Rosetta e Black non devono più difendersi dagli attacchi di randagi. Possono finalmente stare insieme in un ambiente sano, lontani da mille pericoli.

Saman, dolce e ribelle

Diciotto anni, viveva in Italia, rifiutava il matrimonio combinato 

Ma i genitori volevano imporle il marito. Pare le abbiano teso un tranello. Lei voleva fuggire dal fidanzato, anche lui pakistano. L’hanno fatto tornare a casa per poi farla sparire. Gli inquirenti nutrono pochi dubbi. Inutili gli ultimi appelli della ragazza che abitava a Novellara, due passi da Reggio Emilia. Severi in Pakistan: «Non dicano che è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca».

 

 

«Questo non è l’Islam: è gente ignorante, l’Italia la punisca». Il quotidiano più diffuso e antico del Paese, ha pubblicato nei giorni scorsi la notizia del caso di Saman Abbas, la diciottenne scomparsa a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, e su cui la Procura sta indagando i due cugini e lo zio.

Le pagine del giornale non si fermano qui. Hanno  fatto di più, riportando un altro episodio registratosi lo scorso anno. Saman, scrive il quotidiano pakistano, si era ribellata alla famiglia che voleva farla sposare contro la sua volontà. «Matrimonio forzato per una ragazza di 18 anni in terra straniera: queste persone danneggiano l’orgoglio di tutto un Paese, vanno punite».

Intanto proseguono le indagini. Le speranze sono legato ad un filo sottile. «Non ci sono speranze – dice senza giri di parole il procuratore – il padre della ragazza mente, Saman non è  in Belgio».

Poche le speranze che la ragazza pakistana che da un anno combatteva contro la sua famiglia per essere libera, sia ancora viva. «Per noi è morta, vittima di omicidio», ha aggiunto il procuratore. Saman è stata raggirata con l’inganno, perché tornasse a casa, a Novellara. Con ogni probabilità le hanno fatto credere che non sarebbe partita per il Pakistan con il resto della famiglia. Insomma, che sarebbe rimasta in Italia, invece…

 

 

PAKISTANI SEVERI, «VENGANO PUNITI!»

Dal Pakistan la gente reagisce contro genitori e parenti della povera diciottenne. Dopo aver appreso che padre e madre di Saman si sono rifugiati in Pakistan, c’è chiede chiedono che venga negato loro l’ingresso nel Paese e vengano rispediti in Italia, perché gli inquirenti completino il ciclo di indagini e completino il quadro accusatorio.

Le hanno mentito, promesso che non sarebbe accaduto nulla. Così Saman, che aveva denunciato i suoi genitori, è rientrata a Novellara. Avrà vissuto ore di terrore. Si sarà Ma resa subito conto che i suoi le avevano mentito. Era caduta in trappola.

Secondo gli inquirenti è stata trattenuta in casa con la forza, fino a quando è maturata l’idea del delitto. Una decina di giorni senza sue notizie, scatta l’allarme. Il Giudice per le indagini preliminari ricostruisce gli elementi che hanno portato la Procura a chiedere le misure cautelari per i familiari di Saman. La ragazza chiede di nuovo chiede aiuto ai carabinieri. Ha capito che per lei può davvero finire male. Vorrebbe andare via, riprendersi i suoi documenti, decidere da sola se sposarsi e con chi farlo: vuole una vita da scegliersi.

 

 

MINACCE AL FIDANZATO

Il padre dal Pakistan pare minacci la famiglia del fidanzato della ragazza, anche lui pakistano e residente da tempo in Italia. Secondo le indagini, il delitto viene studiato nelle ultime due settimane di aprile. E’ per questo motivo che gli inquirenti contestano l’omicidio premeditato a madre, padre, zio e ai due cugini della povera Saman. Le telecamere di videosorveglianza della zona riprendono lo zio e i due cugini di Saman mentre si dirigono verso la campagna non lontani dall’abitazione. Stringono in mano due pale, un sacchetto e un secchio. Secondo l’accusa starebbero andando a scavare la fossa nella quale seppellire il corpo della ragazza.  Saman voleva scappare, aveva preparato lo zaino. Padre e madre avrebbero provato a seguirla, poi persa di vista si sarebbero rivolti allo zio paterno della ragazza.

Da un giorno all’altro non si hanno più notizie di Saman. I suoi genitori dovrebbero trovarsi in Pakistan. Nell’ordinanza si ricostruisce come suo padre le avesse avesse impedito di andare alle scuole superiori, tanto che spesso la chiudeva fuori casa obbligandola a dormire sul marciapiede. Avrebbero voluto punirla dell’allontanamento dai precetti dell’Islam e per la ribellione. Nel chiamare lo zio, che tutti i familiari sapevano essere un uomo violento, avrebbero accettato di correre il rischio autorizzando in qualche modo a mettere un punto esclamativo alla storia e alla vita della ragazza. Dal Pakistan la fronda che vuole assassini e complici sotto processo. Non vogliono passi un messaggio sbagliato. L’Islam è un’altra cosa. «E’ gente ignorante, l’Italia la punisca».

«Seid, perché?»

Si è tolto la vita, aveva vent’anni, lascia una lettera e tanti ricordi

«Quand’ero piccolo mi guardavano con affetto e curiosità, poi qualcosa è cambiato», ha scritto tre anni fa sui social. «Avevo trovato lavoro, ma gli anziani proprio non riuscivano a sopportarmi», dice il ragazzo di origine etiope. «Vi prego, non strumentalizzate il gesto di mio figlio; non è stato causato dal razzismo», dice Walter, papà adottivo. «Farò una smentita pubblica, se necessario, il mio ragazzo era molto amato e benvoluto, al suo funerale c’erano tanti ragazzi come lui e intere famiglie; ci sono tante cose di cui tener conto, in questi casi, ma sicuramente le discriminazioni non c’entrano», ha aggiunto papà Visin.

 

 

«Chi l’ha fatta finita, Seid? Non ci posso credere, così solare, sempre sorridente». Gigio Donnarumma, portiere del Milan e della nazionale di calcio, è esterrefatto quando gli dicono cosa sia successo a quel ragazzo che aveva incrociato ai tempi delle giovanili della squadra rossonera.

Seid è il giovane ragazzo etiope, un passato calcistico nelle giovanili del Milan, che nei giorni scorsi ha deciso di “farla finita”, togliersi la vita impiccandosi nella casa dei suoi genitori adottivi. «Ho conosciuto Seid Visin appena arrivato a Milano – ha raccontato l’azzurro all’agenzia nazionale Ansa – vivevamo insieme in convitto, sono passati alcuni anni ma non posso e non voglio dimenticare quel suo sorriso incredibile, quella sua gioia di vivere: era un amico, un ragazzo come me». E adesso, caro Gigio, Seid non c’è più. Ci resta una sua lettera scritta, però tempo addietro, prima cioè che il ventenne si impiccasse in casa dei suoi genitori adottivi, a Nocera Inferiore, due passi da Salerno.

«Sono stato adottato da piccolo – aveva scritto tre anni fa, tanto che, come leggeremo più avanti, i genitori adottivi invitano a non attribuire la decisione di Seid a motivi legati al razzismo – ricordo che tutti mi amavano; ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sento che si è capovolto tutto – è uno dei passaggi della lettera – ovunque io vada, comunque sia, sento sulle mie spalle come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone». Non è finita, Seid aveva voglia di riscattarsi, mostrare a chiunque avesse cominciato ad indicarlo. Non sono tutti razzisti, c’è chi infischiandosene di quei pochi che lo evitavano, gli avevano offerto un lavoro. «Ero riuscito a trovare un lavoro – spiegava in una sua lettera di tre anni fa il ventenne etiope – che ho dovuto lasciare: troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me. E, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani non trovavano lavoro».

 

 

“COSTRUIAMO INSIEME” E LE STORIE…

Argomenti che abbiamo sentito spesso e dai quali abbiamo preso debita distanza. Si tratta di una minoranza, non tutti sono così. Le pagine di Costruiamo Insieme sono piene di storie molte delle quali a lieto fine. Dolorose all’inizio, poi con il passare del tempo cambiate grazie al processo di integrazione e agli italiani che hanno aperto le porte del Paese e quelle del cuore. L’Italia non è un Paese razzista anche se in Italia ci sono persone razziste. C’è chi invita a non agitare la morte di quel ragazzo come una bandiera. Preghiamo e piangiamo per lui e impariamo a rispettarci.

«Quella lettera era uno sfogo – dice Walter Visin, padre adottivo dell’ex calciatore – Seid era esasperato dal clima che si respirava all’epoca in tutto il Paese, ma nessun legame con il suo suicidio, basta speculazioni». E’ determinato il papà di Seid. «Farò una smentita pubblica, se necessario – prosegue – Seid era molto amato e benvoluto, al suo funerale c’erano tanti ragazzi come lui e intere famiglie; ci sono tante cose di cui tener conto, in questi casi, ma sicuramente le discriminazioni non c’entrano. Non voglio parlare delle questioni che riguardavano mio figlio da vicino, delle sue sofferenze personali. So che era un ragazzo straordinario, e tanto basta: è molto triste che io e mia moglie, nonostante il dolore che ci attanaglia, dobbiamo continuare a ripetere che Seid non se n’è andato via per questo e che non vogliamo speculazioni».

 

 

MILAN, BENEVENTO, IL LICEO

Seid, adottato da una coppia di Nocera Inferiore, aveva debuttato nelle giovanili del Milan, poi era tornato a casa a studiare e prendersi il diploma di liceo scientifico. Giocava ancora a calcio, ma nella squadra di “Calcio a 5” dell’ Atletico Vitalica. L’estremo saluto nella chiesa di San Giovanni Battista a Nocera Inferiore, accompagnato dalla famiglia e dagli amici che indossavano una maglietta con la scritta «Arrivederci fratello. Ciao talento».

La giovane ex promessa del calcio, che aveva militato anche nel Benevento, tre anni fa aveva denunciato in un post su Facebook atteggiamenti razzisti, anche se i genitori del giovane – come anzidetto – hanno specificato che non vi è alcun legame tra i fatti raccontati in quello sfogo e il gesto estremo e hanno stigmatizzato il tentativo di strumentalizzazione delle parole del figlio.

Anche i i suoi compagni dell’Atletico, che lo avevano salutato via social ricordandone il sorriso, «l’indiscusso talento, la naturale straordinaria predisposizione a dare del tu alla palla, che restano impressi nella nostra mente e la refrattarietà a vedere il calcio come fonte di guadagno: vai via come sei arrivato, lasciandoci attoniti senza parole. A-Dios  talento enorme dal cuore fragile».

«La città è affranta per la scomparsa di Seid, per la sua giovanissima età, per la sua storia, per come se ne è andato, per il suo talento e la sua eleganza”, ha dichiarato all’agenzia AGI il sindaco di Nocera Inferiore, Manlio Torquato. “Non sappiamo cosa dire per una tragedia simile – prosegue il primo cittadino – forse ora non è il momento di farsi domande: ci sarà il tempo, ammesso che ci sappiamo dare risposte».

«Il cuore dell’uomo è il mistero più grande: ci sono cuori fragili che implodono – ha detto don Andrea Annunziata nel rivolgere l’ultima preghiera al ragazzo – quello di Seid è uno di quelli: non deve più accadere, a lezione che siamo chiamati a imparare è quella che ci vede impegnati a uscire dalle solitudini».

«Taranto, capitale!»

Catamarani, Frecce tricolori e turismo, due giorni al centro dell’Italia

Per il fine-settimana la Città dei Due mari ha ospitato una gara mondiale, la pattuglia acrobatica e migliaia di turisti. Lungomare stracolmo, unica tappa italiana del “Sail Grand Prix”, i jet che hanno sfrecciato e tinto il cielo di bianco, rosso e verde. Ammirazione per il Centro storico: Castello aragonese (in questi giorni la riapertura alle visite guidate), tempio dorico, Chiostro San Domenico e il Duomo San Cataldo. E poi, il MArTA e la Concattedrale.

 

E’ stato un fine-settimana straordinario. Fra turisti, mare, catamarani, Frecce tricolori e Città vecchia, Taranto ha vissuto un week-end di quelli che vorrebbe vivere almeno ogni settimana. Ne ha le potenzialità, di più: oggi ha le carte in regola per chiamare “banco”. La stagione estiva si è presentata con una manifestazione di livello mondiale: l’Italy Sail Grand Prix. Un po’ come la Formula 1, il mare di Taranto è stato il circuito nazionale in cui si sono battuti otto team con a bordo le stelle della vela mondiale. La prima gara si è svolta alle Bermuda, l’ultima si terrà a San Francisco. Fatevi un po’ di conti in cosa consiste una passerella così importante, più che di statura internazionale, di livello mondiale.

E come in ogni occasione di richiamo, a giovarsene non sono solo le attività commerciali, gli alberghi a giovarsene, ma l’intera città che va rigenerandosi nel momento in cui si sta scongiurando il Covid. Fra sabato e domenica, molti turisti, ma anche gli stessi campioni, i team al seguito, gli sponsor al seguito di una manifestazione che ha avuto una sola tappa nazionale, Taranto appunto, hanno potuto conoscere da vicino una delle più belle città d’Europa. Non sono in pochi ad aver consegnato ai taccuini e ai microfoni dei giornalisti al seguito dell’enorme “carrozzone” il proposito di tornare per restare qualche giorno in più in città e, soprattutto, nel massimo relax.

Dunque, l’Italy Sail Grand Prix, unico evento italiano di SailGP, il campionato di punta dei cosiddetti “catamarani volanti” (F50), in gara sabato 5 e domenica 6 giugno a Taranto. Sul “campo di regata” di Mar Grande, la sfida all’ultimo nodo fra otto team provenienti da tutto il mondo con alla guida le più grandi star della vela mondiale.

 

QUANTE STAR DELLA VELA!

All’appello non mancava nessuno: medaglie olimpiche, campioni del mondo, velisti che hanno compiuto regate oceaniche e, nemmeno a dirlo, anche vincitori dell’America’s Cup che si sono lanciati il guanto di sfida con i colori di Australia, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Giappone, Nuova Zelanda, Spagna e Stati Uniti. Checco Bruni, l’unico italiano in gara con il ruolo di “flight controller” per il Japan SailGP Team. Poi le altre star:  Tom Slingsby, Billy Besson, Nathan Outeridge, Jimmy Spithill e altri ancora. Tre le regate di flotta sabato 5, due domenica 6, ognuna della durata di un quarto d’ora circa. A conclusione delle otto tappe della stagione, il vincitore si assicurerà un ricco montepremi: un milione di dollari.

A Taranto, il SailGP Race Village è stato allestito sulla Rotonda del Lungomare. Fra i presenti, il sindaco Rinaldo Melucci. «Con il suo porto e le sue industrie – ha dichiarato il primo cittadino – Taranto ha rappresentato per lungo tempo una delle più importanti città per il sistema economico italiano; oggi la città sta rapidamente cambiando pelle, desiderava raccontare al mondo questa trasformazione e una nuova immagine, più legata alla cultura, allo sport, all’ambiente, al turismo, al recupero delle sue radici marinare e mercantili, insomma ad un modello di sviluppo più sostenibile».

Checco Bruni, flight controller Japan SailGP Team, prima dello start ha rilasciato una breve dichiarazione. «Sarà un grande spettacolo, il numeroso pubblico potrà assistere a regate appassionanti con le barche a stretto contatto, anche se gara a parte ci sarà tanto spettacolo in acqua e a terra». Entusiasta di come siano andate le cose anche Alfredo De Liguori, responsabile marketing dell’agenzia regionale del Turismo Pugliapromozione. «Ospitare la regata velica internazionale SailGP a Taranto – ha dichiarato – è una grande opportunità per tutta la destinazione turistica Puglia e fa onore alla sua antica storia marinara».

 

LUNGOMARE–TRICOLORE

Sabato, spettacolo nello spettacolo: il passaggio sul Mar Grande delle frecce tricolori che hanno steso il Tricolore sul cielo del golfo di Taranto in occasione dell’apertura della seconda tappa, unica in Italia, del campionato SailGP. L’appuntamento con la pattuglia acrobatica delle per Frecce Tricolori è avvenuto a tre giorni dal sorvolo della città di Roma in occasione della Festa della Repubblica. Un doppio evento a sottolineare la graduale ripresa in tutto il Paese delle attività sociali, economiche e culturali fortemente ridotte a causa dell’emergenza Covid.

Il tenente-colonnello Gaetano Farina, comandante delle Frecce Tricolori, ha indicato «I molti punti di contatto tra il nostro mondo e quello delle gare in mare: dall’importanza che rivestono le previsioni meteorologiche sul campo di gara, alla tecnologia e ai profili alari delle vele di queste veloci imbarcazioni; in buona sostanza potremmo associare il ruolo del tattico a quello del comandante, quello del timoniere al capo formazione e così via, per ogni membro delle rispettive formazioni».

In occasione dell’evento, sul suggestivo Lungomare di Taranto, città in cui ha sede – è bene ricordarlo – la SVAM, la Scuola Volontari dell’Aeronautica militare, saranno presenti stand promozionali ed una riproduzione della cabina di pilotaggio di uno dei velivoli MB339 della Pattuglia Acrobatica Nazionale, grazie al quale – nel rispetto delle norme anti-Covid – è stato  possibile provare l’emozione di salire a bordo dei jet delle Frecce Tricolori.

Catamarani in mare, jet in cielo. Ma anche Taranto ha il suo fascino, tanto che i turisti non si sono fatti sfuggire l’occasione di visitare uno dei suoi luoghi più celebrati: la Città vecchia. Per visitare la città di Taranto è, infatti, consigliabile cominciare dal centro storico. Intanto, i turisti si chiedono perché Città vecchia, considerando l’aspetto di un invitante gioiello da non farsi sfuggire. Dunque, Città vecchia perché è il quartiere più antico di Taranto. Collegata al resto della città dal famoso Ponte delle Girevole,  questo quartiere riveste sempre il suo fascino.

Fra i siti più ammirati, il Castello aragonese (Sant’Angelo) che riapre in questi giorni alle visite guidate, il tempio dorico, il Chiostro San Domenico e il Duomo San Cataldo. Nessuna esitazione da parte dei turisti che hanno compiuto passeggiate tra i tanti vicoli tipici, da via Duomo a via Cava, per immergersi nella storia della città. E poi, una volta usciti dal centro storico, il MArTA, il Museo archeologico nazionale, e la bellissima concattedrale Gran Madre di Dio progettata da Giò Ponti.

«In fuga, perché diverso…»

Scappato dal suo villaggio, lo avevano obbligato a sposarsi

«Di notte ho raccolto le mie cose e sono andato via. Poco per volta ho rivelato ai “miei” il motivo della mia scelta. Sto meglio con gli amici, non cerco l’anima gemella e sorrido alle battute, purché non volgari, sul machismo e l’omosessualità. In Italia sto bene, ma tornerei in Africa anche domani»

 

«Sono scappato dal mio Paese, volevano mi sposassi con una ragazza che conoscevo fin da bambina: dissi no, sapendo quanto sarebbe accaduto a un mio rifiuto, così fuggii di notte…».

Giovane, ma non diciamo età, nazionalità, né fede religiosa. Tante volte a qualcuno venisse in mente di indagare. Non gli diamo un nome, nemmeno di fantasia, tante volte suoi amici, che forse conoscono la sua natura, chi può dirlo, cominciassero ad avere atteggiamenti diversi da quelli che oggi hanno con lui.

«Sono omosessuale, è questo il motivo che mi ha spinto a lasciare il mio Paese, nel quale sogno di tornare un giorno: perché io, in Africa, voglio tornarci, perché finalmente parenti e amici accettino la mia diversità; ho un profondo rispetto della fede altrui, delle scelte politiche che posso non condividere, ma le rispetto, se queste ovviamente non sono violente».

Raccontiamo la storia dopo averlo rivisto. Quella volta in cui provò ad aprirsi mordendosi poi la lingua, era in compagnia di due amici che ci avevano raccontato la loro storia. Fu un attimo, un sorriso, stava per farcela. Fu invece frenato dai pregiudizi che i suoi due amici potevano avere o avrebbero potuto in qualche modo avere da quel momento in poi. Non insistemmo, lasciammo scivolare la cosa. Mostrammo il notes con gli appunti. Lui, per qualche istante fissò penna e taccuino, apprezzando il fatto che in quell’istante non scrivessimo, men che meno facessimo un piccolo segno, ci fossimo lasciati andare ad una scorrettissima “x” oppure segnassimo un asterisco, come a volerci ricordare di una storia sulla quale tornare in altra occasione. Non siamo mai stati alla ricerca di clamore. Di giustizia, rispetto civile, quello sì.

 

«NON VOGLIO NOIE…»

Insomma, non saremmo tornati sull’argomento se non lo avessimo rincontrato di sfuggita. E ci avesse in qualche modo autorizzato a scriverne, facendo attenzione al modo con cui avremmo trattato la sua diversità. «Non voglio noie – ci ha detto – la gente ci mette poco a inquadrarti; da quel momento comincerebbero a trattenersi, a non fare più battute cui si lasciavano andare fino al giorno prima e sulle quali ridevano da matti: io questo non lo voglio; anche una battuta sulla diversità, se non è sciocca, volgare, va anche bene: io, per esempio, ne so tante sul “machismo” e quando ne ho voglia le tiro fuori, senza per questo suscitare risentimento, anzi insieme ai miei amici ridiamo come matti».

Non solo questo, il nostro interlocutore racconta il motivo della sua fuga. «Voglio che la gente capisca qual è stato il motivo della mia fuga, perché chi ci legge capisca quanto ho patito e, in qualche modo, continuo a patire; nel mio villaggio la mia vita scorreva nella normalità – ammesso che fosse normale mangiare una sola volta al giorno e studiare, se solo avessi avuto i soldi per comprare quaderni, una penna e almeno un libro… – giocavo, ma lavoravo anche nei campi, facevo da assistente a un venditore ambulante, mi divertivo a stringere bulloni con il meccanico del villaggio; era importante che, come i miei fratelli, non pesassi sul bilancio familiare: mio padre e mia madre si sfiancavano da mattino a sera per sfamarci e, possibilmente, farci studiare, così diventava importante anche un nostro modesto contributo».

Papà e mamma avevano una certa fretta perché i più grandi si sistemassero. «A me sarebbe toccata un’amica, carina, ma che non mi diceva nulla. Mi capitava di sentire gli apprezzamenti che rivolgevano alle ragazze i miei compagni di gioco quando avevamo dodici, quattordici anni: ridevo, ma ancora non avevo bene in mente cosa potesse affascinarmi; di sicuro non sentivo attrazione per le ragazze, anche se non me ne facevo una colpa: con il tempo scatterà anche questa molla, mi dicevo. Invece, passavano i giorni e gli anni e, soprattutto, si avvicinava la data del fidanzamento ufficiale, ma io non ero entusiasta».

 

«PAPA’ PERDONAMI…»

Cosa si porta nel cuore, il nostro amico. «La fuga notturna dal villaggio: non volevo dare dispiaceri a papà e mamma ormai in parola con i genitori di quella che avrebbe dovuto essere mia moglie; nemmeno i miei fratelli erano al corrente della mia fuga: quando ci siamo sentiti tempo dopo, sulle prime ho inventato una bugia, raccontando di un furioso litigio con gravi minacce fisiche, poi ho pensato che la cosa migliore una volta calmate le acque fosse dire la verità».

Le parole che ha usato. «Non le ricordo perfettamente, perché ero in uno stato confusionale, ricordo però il senso di quella confessione: “Papà, non voglio darti un grave dispiacere, ma la nostra vicina non mi affascina, non provo nulla per lei, ma se devo essere sincero finora non ho provato attrazione verso ragazzi: una cosa è certa, sto bene solo quando sono in compagnia dei miei amici”…».

Italia, Africa. «Non ho ancora chiaro nella mente cosa fare: amo questo Paese, accogliente e ospitale, ma un giorno mi piacerebbe tornare in Africa, forse nel mio stesso villaggio perché vivrei in un incubo, ma ho voglia di riabbracciare la mia gente, il mio popolo, che al di là della fede e dei pregiudizi, penso stia facendo molti passi avanti; dovessi restare in Italia, resterei volentieri, ma se un giorno si presentasse l’occasione di tornare a casa, non avrei dubbi. Diciamo che per un 49% resto qui, per un 51% tornerei volentieri in Africa…».

«Le sconfitte insegnano…»

Federico Zampaglione, all’Orfeo di Taranto spiega “Morrison”

«Le vittorie confondono. Sciocco desiderare il successo: è come voler vivere senza mai una difficoltà, quando sono gli errori ad insegnarti qualcosa. Non ci fossero sconfitte non godresti delle vittorie: nella vita rammenti più le sberle che le carezze. Canzone e cinema: la prima è istinto, il secondo è ragionamento. Lodo, il protagonista del mio film, è un po’ me: locali, furgoncini,  alti e bassi di una professione. 

 

«Vita, amicizia, sentimenti e sogni, lo scenario di “Morrison” è il mondo della musica. Protagonisti due musicisti, gli stessi che racconto nel libro “Dove tutto è a metà” condiviso con Giacomo Gensini quattro anni fa: Lodo, giovane, pieno di grandi sogni come il resto della sua band di cui è frontman, e  Libero, una popstar in fase calante e in cerca di rilancio».

Federico Zampaglione, ospite sabato scorso alla “prima” del teatro Orfeo di Taranto di Adriano e Luciano Di Giorgio, non nuovi a “vernici” importanti, introduce così la prima di “Morrison”. E’ uno dei film fra i più visti nello scorso week-end, realizzato fra ottobre e novembre dello scorso anno, durante la seconda ondata di pandemia, con la complicazione e la massima attenzione provocate dalle prescrizioni del caso.

Artista a tutto tondo, Zampaglione nel tempo è stato identificato come Tiromancino, gruppo del quale è il maggior azionista. Autore, interprete, portavoce, regista di video e quanto circola intorno a quel progetto, il cantautore romano, cinquantatré anni a fine giugno, in circa trent’anni di attività ha regalato piccoli capolavori: “La descrizione di un attimo”, “Due destini”, “Per me è importante”, “Amore impossibile” e “Un tempo piccolo”. Proseguendo con le ultime, “Cerotti” e “Er musicista”, colonna sonora del film fatto circolare nelle sale in questi giorni da Vision Distribution.

In prima serata la presentazione. Sarebbe sold out, se non ci fossero ancora le prescrizioni anticovid. “Zampa”, in compagnia di Giglia Marra, fra i protagonisti del film, prima della proiezione di “Morrison” invita gli spettatori a lasciare galleria e palchi per sedersi in platea. Questione di calore, partecipazione.

 

RIAPRE L’ORFEO

«Far riaprire i cinema – dice il cantautore, in questo caso nelle vesti di regista – sembrava “missione impossibile”, invece con esercenti coraggiosi come Adriano e Luciano ci siamo riusciti: riaprire sale e spazi culturali è importante, quanto provare a lanciarsi nella mischia dopo un anno per ripartire dal “dove eravamo rimasti?”; una volta ricevuto l’invito, io, la produzione e gli attori, ci siamo resi disponibili a dare il nostro contributo alla ripresa delle attività».

Certa politica ha asserito che di arte e cultura, “non commestibili”, si può anche fare a meno. «Non credo sia il periodo giusto per fermarsi e prestare attenzione ai politici: si possono anche ascoltare, giusto per farsi un’idea, ma spesso questi si lasciano andare a discorsi che non hanno né capo, né coda. A Roma si sono svolte manifestazioni, si è parlato della necessità di far ripartire arte, teatro e musica; speriamo che il motore riprenda a girare a pieno regime: a causa della pandemia la musica ha subito più di altri un oscuramento, pertanto l’auspicio è che il settore riparta in fretta, soprattutto per il pubblico che vuole tornare nelle sale, riprendere ad andare ai concerti».

Canzone e cinema. «La storia è il collante fra i due modi di raccontare; nel primo caso devi farlo in tre minuti, nel secondo mediamente in un’ora e mezza: la musica è istinto, il cinema è ragionamento; è complicato comunque misurarsi con il primo come nel secondo caso: la canzone richiede sintesi, il cinema qualcosa di più articolato che però non scivoli nel banale o nella noia. Quando queste due arti, sicuramente distanti fra loro, si incontrano e si coniugano felicemente come accaduto nel film, per chi come me ha fatto in modo che ciò accadesse, è una grande soddisfazione».

 

FRA MORRISON E TIROMANCINO

Similitudini fra “Morrison” e Zampaglione. «Ho vissuto i momenti di Lodo, il protagonista di “Morrison”: le serate, i locali, i furgoncini; anche quelli di Libero, la popstar che vive alti e bassi, quando la musica diventa la tua professione: ci sta che un disco possa andare meno bene di altri, una canzone dalla quale ti aspettavi qualcosa di più, arrivo a dire che un colpo a vuoto possa fare anche bene; non amo il successo a tutti i costi: a volte ti insegnano più le cadute che un primo posto in classifica; amo la musica, la notte dormo con le cuffie, se non le trovo non dormo».

I ragazzi dei talent hanno un solo obiettivo. «Desiderare il successo, sempre, per me è una stronzata: è come voler vivere senza mai una difficoltà, quando invece sono proprio gli errori ad insegnarti qualcosa. Che vita sarebbe se tutto fosse rose e fiori? Non ci fossero sconfitte non godresti delle vittorie: nella vita, credimi, rammenti più le sberle che le carezze».

Fine dell’incontro con sorpresa. Il tecnico audio, Francesco Tribuzio, alza il cursore audio. Dà voce a una chitarra imbracciata da Egidio Maggio. In pochi istanti ha messo insieme gli accordi di “Cerotti”, provoca l’ospite della serata. Zampaglione non si tira indietro e canta. «Non vivi più in questa città, le notti sono cerotti sopra l’anima…».

Taranto, tutta in un giorno

Conosciamo la Città dei Due mari 

Per chi non avesse tempo, una serie di suggerimenti. Visitate il Lungomare, l’affaccio sul Golfo. Poi la Città vecchia, le Colonne doriche, la cattedrale di San Cataldo, gli ipogei, il Museo spartano. Il museo archeologico nazionale MArTA, la Concattedrale Gran Madre di Dio. Le isole Cheradi, le acque che ospitano delfini e altri cetacei.

 

Visitare una città in poche ore. Bella scommessa. C’è però chi ci prova, si documenta, studia, rivolta come fosse un calzino internet, da wikipedia alle decine di siti che fanno da attrattori turistici. Passa anche attraverso le istituzioni, le amministrazioni locali che, in fatto di comunicazione, oggi viaggiano come schegge. Esistono, dunque, siti molto attrezzati. Compiono una sorta di Bignami, per venire incontro a quanti vanno a “pescarli”, per indicare a quanti consultano il web una città in sintesi. Ottimo, per esempio, il lavoro che svolge il sito “siviaggia.it”. Spiega, per esempio, Taranto, la nostra città a larghi tratti, senza però tralasciare i punti-cardine di una località he in quanto a bellezza e accoglienza, non è seconda a nessuno. In questi giorni i tarantini, dal Palazzo agli imprenditori, dai cittadini agli esercenti, dopo la paura covid, oggi messa in un angolo, provano a rilanciare la culla della Magna Grecia.

Taranto in poche battute, per chiunque volesse passare una giornata nel massimo relax. Intanto, forse non tutti sanno che la Città dei Due mari possiede un Lungomare indicato, a ragione, fra più belli d’Italia. Si sull’arcinoto “Golfo delle sirene”. Taranto, legata al mare, vanta un porto commerciale, fra i più importanti del Mediterraneo, fin dai tempi della Magna Grecia, fiorente centro culturale, economico e militare.

Oggi Taranto può considerarsi anche una delle nuove mete delle crociere turistiche promosse dalle principali compagnie di navigazione, prima fra tutte MSC. Quasi trovatesi per caso da queste parti, le navi MSC in questi mesi hanno cambiato rotta per via della pandemia così da fare tappa per la prima volta proprio a Taranto, un’occasione per questa città che può essere scoperta da un numero sempre maggiore di turisti. Non è un caso che sia stata anche scelta come tappa del SailGP, Gran Premio del mare seguitissimo dagli appassionati di imbarcazioni a vela, che si svolgerà in città sabato 5  e domenica 6 giugno 2021.

Tanti sono gli itinerari turistici. Taranto, terza città più grande del Sud Italia, è anche denominata Città dei Due mari. Semplica la spiegazione: Taranto si trova, infatti, tra il Mar Grande e il Mar Piccolo, bacini attorno ai quali troviamo la maggior parte degli insediamenti abitativi.

Nelle vicinissime Isole Cheradi, in Mar Grande, ci imbattiamo in un piccolo arcipelago. Questo comprende le due isole di San Paolo e San Pietro (aperta di recente al pubblico che ha scelto di frequentare la sua splendida spiaggia), dove è ospitata una colonia di delfini, grande attrattore turistico.

 

ARRIVANO I CROCIERISTI

Quanti sbarcano dalle navi possono visitare Taranto anche in un solo giorno, anche se per conoscere tutte le sue bellezze e i suoi segreti una intera giornata non basta. La Città dei Due mari ospita architetture che testimoniano la sua importanza storica e culturale. Antichi luoghi di culto, tra i quali i resti del Tempio Dorico, quelli archeologici delle Necropoli greco-romane e delle Tombe a camera, la Cripta del Redentore, ai Palazzi appartenuti alle famiglie nobili e alle personalità illustri della città, tra i quali Palazzo Pantaleo e Palazzo d’Ayala Valva, il palazzo più prestigioso della Città Vecchia.

Taranto possiede anche uno dei panorami architettonici più ricchi e vari del nostro Paese. La Chiesa di San Domenico Maggiore, per esempio, in stile romanico-gotico costruita sui resti di un tempio greco del VI secolo a.C., i palazzi in stile rinascimentale del Borgo umbertino, il barocco della Cattedrale di San Cataldo, la più antica cattedrale pugliese. E, ancora, chiese e palazzi signorili della Città vecchia.

Taranto è ricca anche di conventi e di monasteri che possiedono chiostri secolari. Fino alla metà dell’Ottocento, momento della nascita del Borgo Nuovo, la città era ristretta alla odierna parte della Città vecchia, la cosiddetta Isola, che sorgeva in un ristretto perimetro.

Ma il manufatto più imponente della città, nel quale un turista deve assolutamente fare tappa, è il Castello Aragonese (o Castel Sant’Angelo). Costruito sui resti di altre fortificazioni, prima greche, poi bizantine, normanne e svevo-angioine, il Castello è rimasto praticamente tale e quale nonostante i suoi tremila anni di storia.

E poi i numerosi ipogei. Fra questi il Museo Spartano di Taranto-Ipogeo Bellacicco  (già Ipogeo di Palazzo de Beaumont Bonelli). La peculiarità che rende questa struttura unica in tutto il panorama storico-artistico pugliese è che in essa sono documentate tutte le epoche e i periodi storici a partire dalla fondazione di Taranto ad opera degli spartani (VIII sec a.C) fino al XVII sec. data di costruzione del soprastante Palazzo nobiliare de Beaumont Bonelli

 

LA CITTA’ E LE SIRENE

Nel Borgo, spicca il Museo archeologico nazionale di Taranto (MArTA), museo statale che espone una delle più grandi collezioni di manufatti risalenti all’epoca della Magna Grecia, tra cui i famosi Ori di Taranto. Di proprietà del Ministero per i Beni culturali, dal 2014 lo ha annoverato tra gli istituti museali dotati di autonomia speciale.

Altro manufatto, moderno evidentemente, che merita attenzione è la Concattedrale Gran Madre di Dio, progettata negli Anni Settanta dal grande architetto Giò Ponti. L’architettura rappresenta un omaggio alla tradizione marinara della città, una “vela” che si specchia nell’acqua delle tre vasche poste davanti all’ingresso della Concattedrale a simboleggiare il mare. E poi le sirene. Quanti giungono per la prima volta a Taranto, camminando sulla passeggiata che si affaccia sul golfo, rimangono affascinati dalle splendide statue di sirene in qualche modo avvitate sugli scogli, realizzate dallo scultore Francesco Trani.

Ai tempi in cui Taranto era la Capitale della Magna Grecia, ci raccontava che alcune sirene furono affascinate dalla città e decisero di costruire un castello fatato tra le acque nelle quali nuotavano. Si narra che da queste parti vivesse una splendida coppia: lei, una ragazza di una bellezza impressionante; lui, un pescatore, per motivi di lavoro spesso lontano da casa. A causa della sua assenza, la sua giovane sposa cedette all’insistente corteggiamento di un ricco signore del luogo. Perseguitata dal rimorso, coraggiosamente confessò tutto al marito, il quale la portò con sé in barca per spingerla in acqua una volta al largo. Le sirene, una volta tratta in salvo la donna, rimaste incantate dal suo splendore, la incoronarono regina con il nome di Skuma (Schiuma).

Tempo dopo il pescatore pentito per quanto fatto, tornò in barca nel punto in cui credeva che sua moglie fosse annegata e si mise a piangere. Se ne accorsero le sirene che lo rapirono e lo condussero davanti alla loro regina, che lo riconobbe all’istante. Perdonato per il suo comportamento, convinse le sirene a risparmiargli la vita ed a ricondurlo a riva.

«Arriva la bomba…»

Faisal, italiano di origine pakistana, fede musulmana e persecuzioni

«Qualcuno confonde l’Islam con l’Isis. Una continuazione, miei compagni di classe ad accogliermi intonando canzoni a sfottò. Professori diplomatici, non volevano mettersi in contrasto con i genitori dei più perfidi. I miei migliori amici: tutti italiani, ma in qualsiasi parte del mondo c’è sempre una mamma che sta mettendo al mondo dei cretini…»

 

«C’è un razzismo che continua a ferire più di altre forme di discriminazione; e accade nonostante la sospensione delle lezioni, a causa del covid, fatte fino a pochi giorni fa via internet: il colore della pelle c’entra, qualche mio compagno con cui ho un buon rapporto, mi racconta di altri compagni di classe che, però, non riescono proprio a mandare giù il fatto che con loro studi un ragazzo di fede islamica: messaggi con il cellulare, social e mail lo testimoniano…».

Faisal, diciassette anni, origine pakistana, nel nome un significato importante (“uno che ha forza”), è italiano. Lo manifesta con orgoglio, come fa con la sua religione, quella musulmana, che pratica per conto suo, di sicuro non quando è fra i banchi di scuola, se non altro per non dare ulteriori spunti ai soliti quattro bulli presenti in classe. E’ un atteggiamento esageratamente prudente, il suo. Non lo condividiamo, ma chi può sapere a cosa questo ragazzo italiano di origini pakistane di diciassette anni è stato sottoposto quotidianamente? Per farla breve: una cosa è consigliare, un’altra è vivere a contatto con coetanei che ti hanno eletto vittima preferita. «Essere cittadino italiano – dice Faisal – non mi ha messo al riparo da sfottò e ingiurie, anche pesanti: per questi quattro compagni di classe, io sono un musulmano, equazione è molto semplice: Islam uguale Isis; lo avranno spiegato, male, i loro genitori, tanto che gli stessi compagni che mi danno contro si sono sentiti autorizzati dai ragionamenti dei loro parenti a farmi battute, spesso insopportabili: meglio sorvolare, la mia è una religione di pace e non di guerra».

 

LUOGHI COMUNI…

Proviamo ad entrare in questi luoghi comuni. «Quando arrivavo a scuola, dunque prima di entrare in classe, c’era qualcuno che cantava una canzoncina che non conoscevo: “Arriva la bomba, che scoppia e rimbomba…”; una cosa di cattivo gusto, mi sono documentato, era tutt’altro che una canzone sovversiva, ma per loro quella frase era la sintesi di una presa in giro, magari suggerita da qualcuno molto più grande di loro; ritornello di solito accompagnato da frasi come “Se devi proprio farti esplodere, fallo lontano da scuola!”, e giù risate, per me dolorose. Non tutti, per fortuna, ridevano, ma non volevano mettersi contro questi ragazzi che studiavano poco e in compenso davano tanto fastidio, in classe, nei corridoi, all’ingresso della scuola: sciocchi si nasce…».

Faisal, i professori. «Li capisco, ma non condivido: loro sono educatori, hanno studiato, hanno un livello culturale superiore alla media, ma in questi tre anni di lezioni non hanno mai ripresi questi discoli a dovere; non che volessi li sospendessero o facessero loro una paternale, ma nemmeno intervenire con un blando “Ragazzi, fate i bravi!”, “Volete smetterla?”, “Basta!”». Come consideravi il loro intervento, allora. «Un modo elegante per non entrare in conflitto con quello che può sembrare una cosa più grande di noi: razzismo e conflitto religioso; non sono nessuno per indicare una soluzione, sia chiaro, ma io una lezione nell’arco di un intero anno, a scuola, l’avrei fatta, alla presenza del dirigente scolastico e di tutti i genitori; senza colpevolizzare, ma spiegando razzismo e fede religiosa, invitando magari un teologo, un parroco che spesso mi ha spiegato e insegnato le tante similitudini esistenti fra cattolicesimo e religione islamica».

 

…E QUALCHE PATERNALE

Qualche professore sarà intervenuto più di altri, almeno. «Fra gli altri, uno solo, ha fatto un ragionamento paternale, che non fa una grinza, ma che non ha avuto grande successo se poi quei miei compagni ineducati hanno continuato a bersagliarmi come se niente fosse: ragazzi – ha detto l’insegnante – dovete stare insieme a lungo, vivere nel massimo  rispetto, la fede religiosa è una cosa seria, non è come quella calcistica; offendere i colori di una squadra è una sciocchezza enorme, farlo con la religione e un altro Dio, è un fatto gravissimo: si offende un credo, una preghiera, una tradizione, un popolo millenario. E il giorno dopo: “Arriva la bomba, che scoppia e rimbomba…”. Non so chi lo dicesse: la mamma dei cretini è sempre incinta…».

Italiano, orgoglioso di esserlo. «Ho tutti amici italiani – dice Faisal – e guai chi me li tocca, fortuna non sono tutti come quei due, tre compagni di classe, che però con il passare del tempo sono stati isolati: non so neppure se ne siano accorti; non dovrei dirlo, perché bisognerebbe essere sempre tolleranti, ma questo è un aspetto che oggi mi interessa relativamente. Sì, orgoglioso di essere italiano, ho visto i miei genitori felici per questa mia posizione anagrafica. Quando non hai la cittadinanza del Paese in cui sei ospite, italiana nel mio caso, può anche scapparti di infischiartene: quando, invece, sul tuo documento d’identità risulta che sei “cittadino italiano” a tutti gli effetti, allora la storia cambia, nella testa non scatta più quella molla del “chi se ne importa”, tutt’altro: lo dicono le carte, la lingua che parlo, la storia, l’educazione civica che ho studiato e mi ha insegnato il massimo rispetto per chiunque, di qualsiasi nazionalità, colore politico e fede religiosa sia…».

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