«Dopo-Xylella, ci siamo!»

Buone notizie, mandorlo, ciliegio, citrus, prunus…

Via libera definitivo all’impianto in zona infetta di alberi. Per non condannare le province di Lecce, Brindisi e Taranto a una monocoltura. In Salento, agricoltori senza reddito da sette anni. Milioni gli ulivi secchi. Frantoi svenduti a pezzi in Grecia, Marocco e Tunisia. Persi 5mila posti di lavoro. L’incoraggiamento dall’Assessorato regionale all’Agricoltura e da Coldiretti Puglia.

 

Finalmente una buona notizia per la Puglia. C’è il  via libera definitivo all’impianto in zona infetta di mandorlo e ciliegio. E non solo, ma anche di tutti i citrus e prunus per iniziare a programmare la diversificazione colturale in Salento, dopo il disastro causato dalla Xylella che ha colpito ventuno milioni di ulivi.

La notizia, confortante, specie in un periodo di crisi come quello provocato dalla pandemia, arriva direttamente dalla  “Coldiretti Puglia”, facendo riferimento alla determina firmata da Donato Pentassuglia, assessore all’Agricoltura della Regione Puglia che autorizza l’impianto di piante “specificate”, si diceva, in zona infetta, vietato fino allo scorso 3 agosto nel 40% del territorio regionale pugliese.

«E’ possibile l’impianto delle piante specificate che si sono dimostrate resistenti o immuni all’organismo nocivo nelle zone infette in cui si opera l’eradicazione, e ciò riguarda agrumi, il pesco, l’albicocco, il susino, il mandorlo», dichiara il presidente di Coldiretti Puglia, Savino Muraglia.

Lo scenario che si presenta ai nostri occhi ha qualcosa di lunare: migliaia di ulivi secchi ancora da eliminare, si stagliano rigogliosi i mandorli, ma anche gli albicocchi, esempi di “resilienza” alla Xylella fastidiosa in area infetta, testimoni che la diversificazione colturale è possibile e opportuna, per non condannare le province di Lecce, Brindisi e Taranto a una monocoltura, con il rischio che un organismo alieno azzeri il patrimonio produttivo del territorio, come già avvenuto con la Xylella che ha compromesso il 40% del patrimonio olivicolo della regione Puglia.

 

BATTERIO, MANDORLI E CILIEGI…

Le indagini diagnostiche sulle piante delle varietà di ciliegio dolce e mandorlo selezionate per esempio, a seguito dell’esposizione sia all’inoculo artificiale sia ad adulti di sputacchina con elevata incidenza di infezioni di Xylella fastidiosa, hanno dimostrato, spiega Coldiretti Puglia facendo tesoro dello studio scientifico dell’IPSP del CNR di Bari, che la presenza del batterio risulta in media inferiore all’11% su mandorli e ciliegi. Questo dato confrontato con quanto ottenuto nelle tesi con piante di olivo, con la media di piante infette del 74,43%, indica una percentuale significativamente più bassa di infezione di mandorlo e ciliegio.

«Vitale aprire all’impianto anche di altre specie arboree – è l’opinione del presidente Muraglia – per poter utilizzare al meglio i 25 milioni di euro messi a disposizione verso altre colture dal Piano anti Xylella dei 300 milioni di euro e dare una iniezione di risorse alla ricerca con i 20 milioni di euro da destinare agli studi scientifici e alla sperimentazione per ricostruire al meglio il patrimonio produttivo e paesaggistico della Puglia».

Il mandorlo è da tempo considerato resistente e tollerante, sostiene Coldiretti, in una misura almeno uguale, se non superiore, alle varietà di olivo resistenti, per le quali è autorizzato l’impianto, secondo gli studi del CNR di Bari, mentre gli agrumi, il pesco, l’albicocco ed il susino sono risultate immuni alla Xylella fastidiosa sottospecie pauca da prove scientifiche del CNR di Bari, già ampiamente validate nel 2016 e quindi anche prima dei due anni richiesti dal regolamento.

 

REIMPIANTI INDISPENSABILI

E’ indispensabile liberalizzare i reimpianti  con l’adeguata diversificazione colturale per una ricostruzione efficace dal punto di vista economico e paesaggistico, perché la ricerca ha dimostrato che altre varietà hanno caratteri di resistenza non dissimili da quelle delle varietà di olivo resistenti.

«E’ indispensabile liberalizzare i reimpianti – prosegue Muraglia – con un intervento risolutivo del Ministero dei Beni Culturali, in collaborazione con la Regione Puglia, per le necessarie deroghe ai vincoli paesaggistici per l’espianto di ulivi ed il reimpianto di culture arboree diverse dai soli ulivi resistenti».

Nel Salento gli agricoltori sono senza reddito da sette anni, si contano milioni di ulivi secchi, i frantoi sono stati svenduti a pezzi in Grecia, Marocco e Tunisia, sono andati persi 5mila posti di lavoro nella filiera dell’olio extravergine di oliva, con un trend che rischia di diventare irreversibile se non si interviene con strumenti adeguati per affrontare dopo anni di tempo perduto inutilmente il ‘disastro colposo’ nel Salento. «Tutto ciò – conclude Coldiretti Puglia – è utile a permettere il ripristino e la nuova creazione di riforestazione al servizio degli operatori e dell’indotto turistico sull’area infetta da Xylella che in Puglia ha colpito ottomila chilometri quadrati di territorio; in questo modo sarà possibile mettere in atto una gestione forestale sostenibile e certificata di area vasta i cui attori, se opportunamente incentivati, potranno essere i consorzi forestali capaci di organizzare e coordinare le proprietà private, pubbliche nonché demaniali».

Simone, medaglia al coraggio

La campionessa olimpica che ha fatto outing

Il suo crollo e i suoi «tanti demoni». Il volto umano e fragile di un’atleta di successo alle Olimpiadi di Tokyo. Dietro le lacrime un’esperienza orribile che la stessa Biles ha ricordato a tutti. Un pedofilo seriale condannato a 175 anni di carcere. Medico della squadra di atletica per oltre venti anni. Paghi anche chi lo ha messo lì e difeso dopo le denunce di decine di atlete. «Dormivo tutto il tempo, perché era la cosa più vicina alla morte»

 

La strada per rivedere la luce è lunga e sicuramente non facile, ma il cuore dei campioni fa la differenza. Sempre. Questo ha scritto la stampa a commento di quanto accaduto dell’infanzia molesta e manifestato dalla stessa protagonista, Simone Biles, campionessa olimpionica, poco dopo il suo primo flop a cinque cerchi. Non ha posto tempo in mezzo, l’atleta nera che a Rio aveva trionfato collezionando una medaglia d’oro dopo l’altra. Probabilmente quella più pesante, l’ha vinta dopo quello scivolone causato da quanto la ragazza aveva in mente mentre volteggiava davanti alle telecamere di mezzo mondo puntate su di lei. Nella sua testa c’erano i demoni di una bambina molestata costantemente dal medico della sua squadra. l’uomo che doveva prendersi cura del suo fisico e della sua mente, invece abusava del corpo di Simone. E non solo di Simone, come poi è stato provato da un’inchiesta che ha portato alla condanna di “quel medico”, Larry Nassar, osteopata della Nazionale statunitense di ginnastica dal 1996 fino al 2017, pedofilo seriale condannato a 175 anni. Non è il caso di ironizzare, ma gli americani non potranno cavarsela con un film o una serie tv. Dovranno aiutare Simone e le altre e condannare quell’uomo, messo lì non si sa da chi, per più di venti anni, che scatenava le peggiori bassezze che balenavano nella sua testa. Perché su oltre centocinquanta atlete che hanno denunciato quella vergogna, qualcuno quel Nassar, lo avrà difeso, lasciato lì a compiere le peggiori bassezze che una mente malata possa compiere.
Dunque, come scrive Fanpage. Simone, quattro medaglie d’oro olimpiche vinte a Rio de Janeiro, i diciannove ori mondiali, più un’altra sterminata quantità di argenteria messa in bacheca. A soli 24 anni la ragazza ha già avuto tutto quello che un’atleta può sognare. Il trionfo, la fama, la gloria eterna. Ma ha conosciuto anche “l’altra metà del cielo”, quella buia, quella che viene a trovarti quando di notte sei sola con i tuoi pensieri. Ed è lì che si affacciano i demoni, di cui ha parlato alla stampa Simone, che tornano ad urlare con la faccia truce del male puro. Sono passati anni, ma quel volto è sempre lì.

 

CROLLO IMPROVVISO
Il crollo emotivo della Biles nel concorso a squadre di ginnastica alle Olimpiadi ed il suo successivo ritiro anche dall’individuale, hanno mostrato l’aspetto profondamente umano di una giovane donna alle prese con problemi più grandi di un esercizio alla trave o al volteggio. Problemi di «salute mentale» ha spiegato la stessa ginnasta, aprendo la porta su un mondo instabile. E poi c’è il male, quel male, che torna e fa vedere tutto sotto una luce diversa: non si tratta semplicemente dell’ansia da prestazione di un’atleta o di un momento difficile che nasce e muore a Tokyo. C’è un vissuto orribile che ora la stessa Biles ricorda a tutti, ritwittando cosa le hanno fatto quando non aveva i mezzi per difendersi. Orribile.
È il messaggio di Andrea Orris, ex ginnasta trasformata in fitness trainer: eccolo quel volto che riappare nella notte, quando si vorrebbe dormire ed invece qualcosa soffoca l’anima. «Stiamo parlando della stessa ragazza che è stata molestata dal medico della sua squadra per tutta la sua infanzia e adolescenza. Quella ragazza ha subito più traumi all’età di 24 anni di quanti la maggior parte delle persone ne subirà mai in tutta la vita», scrive la Orris.
E Simone, splendida, trova la forza, ritwitta quelle parole, tracciando una linea precisa che unisce il suo doppio ritiro (diventato la Storia delle Olimpiadi) con gli abusi sessuali subiti da parte di Larry Nassar, osteopata della Nazionale statunitense di ginnastica dal 1996 fino al 2017. Un ventennio di orrori che una volta venuti alla luce sono costati una condanna a 175 anni di carcere per il medico. «Trattamenti personali» nella stanzetta di Nassar, attraverso i quali sono passate decine di ginnaste americane di altissimo livello, tra cui appunto la Biles. Ecco il nostro risentimento: chi difendeva questo orco.

 

AIUTACI, PER FAVORE
Simone ci aiuta a capire. Con questo ritweet la ventiquattrenne dell’Ohio fa capire quanto gli abusi che ha subìto per mano del medico pedofilo siano alla base dei problemi di salute mentale che l’hanno spinta a mettere da parte per un momento la sua carriera per concentrarsi sul proprio benessere. Sulla sua vita, la cosa che conta di più. La Biles è una delle oltre centocinuanta ginnaste che sono state abusate da Nassar: nel 2019 aveva rivelato che il trauma delle aggressioni sessuali l’aveva portata ad avere pensieri suicidi. All’epoca aveva ammesso che dormiva «tutto il tempo» perché era «la cosa più vicina alla morte», mentre era sotto terapia per cercare di lenire per quanto possibile ferite incancellabili.
Simone, oggi, riapre quella porta e mostra a tutti cos’è il male e come può devastare la vita anche di chi all’apparenza ha successo. In queste ore gli Stati Uniti si sono stretti intorno alla sua eroina sportiva e la Biles ha ringraziato tutti con un toccante messaggio. «L’amore e il sostegno che ho ricevuto – scrive – mi hanno fatto capire che io sono più dei miei successi e della mia ginnastica, qualcosa che non avevo mai creduto prima».

«Migranti vi chiedo perdono!»

Nuova Zelanda, le scuse della premier per le antiche repressioni

Ma i confini restano chiusi. Non sono previsti risarcimenti, né leggi più disponibili all’accoglienza. Intanto viene riletta la storia. Jacinda Ardern, rappresentante del governo, parla di «dolore, rimorso e rammarico» per le vessazioni di un tempo (metà Anni Settanta). Previsto un conteggio ufficiale dei raid (registri scritti e racconti orali). Scuse a nome del governo, promettendo borse di studio alle minoranze senza dimenticare un passato assente dai libri di scuola. Scelto come capo diplomazia Nanania Mahuta, donna Maori.

 

Si scusa la premier neozelandese, Jacinda Ardern, ma i confini restano chiusi. Almeno per il momento. Il perdono nei confronti degli emigranti, che pure sono serviti alla causa del Paese, come forza lavoro per tanti anni, per ora è a metà. Scuse accolte, ma ora il governo, oltre alla forma, dia un contenuto, sostanza a una posizione rimasta nel cassetto per cinquant’anni. Un «perdono» arrivato con tanti applausi. Intanto, il Paese consente ancora al settore agricolo di assumere persone dall’estero per il lavoro stagionale «a tempo». E il governo ammette solo di aver «identificato aree di miglioramento».
Chiamiamolo anche colpo di teatro quello della premier neozelandese, giunto davanti ai rappresentanti delle comunità del Pacifico. «Sono scuse formali e senza riserve», evidentemente per gli imbarazzanti “dawn raids”, cioè i “raid all’alba” nei famigerati Anni Settanta. I fatti citati dalla Ardern come profonda ferita, si riferiscono senza ombra di dubbio al trattamento degli immigrati in Nuova Zelanda provenienti dalle isole limitrofe. Quella gente aveva lavorato sodo per anni nello Stato, dove si erano insediati e avevano messo su famiglia. Ma col visto scaduto, non più considerati utili come forza lavoro e anzi accusati – solita storia – di sottrarre lavoro ai neozelandesi, furono presi di mira dalla polizia e rimpatriati anche a distanza di anni.

 

OTTIMO ATTACCO DEL GIORNALE
E’ un attacco che sentiamo di condividere, quello che fa Il Giornale, in un articolo apparso l’altro giorno sul popolare quotidiano. Massima riconoscenza alla Ardern, che per il suo popolo, ha passato in rassegna la Storia del Dopoguerra, mettendo all’indice i connotati razzisti di quei raid, qualcosa di davvero inaudito: gente svegliata e fatta accomodare al confine, a causa di visto scaduto – si diceva – e perché non era più utile al Paese, che evidentemente da quel momento poteva pure fare a meno degli emigranti.
Per non finire risucchiata nel dilagante universo della cancel culture, lei, laburista purosangue, per i suoi quarantuno anni, si è cosparsa il capo di cenere ponendo l’accento su eventi del secolo scorso che hanno visto le minoranze non bianche vittime di soprusi. In certi casi anche bestiali.
Progressista, Jacinda Ardern aveva già scelto come capo diplomazia Nanania Mahuta, donna Maori con tatuaggio tradizionale sul viso. Ha chiesto scusa a nome del governo, promettendo di finanziare l’istruzione delle comunità del Pacifico con borse di studio senza dimenticare un passato assente dai libri di scuola. Ma lo ha fatto perché tirata per la giacca da una petizione firmata da oltre settemila persone. E senza cambiare di una virgola le attuali leggi restrittive in materia di immigrazione.

 

NON FACCIAMO CERIMONIE
In una cerimonia tradizionale del perdono, Ardern ha condannato i rimpatri forzati registrati soprattutto tra il 1974 e il 1976 dopo i visti temporanei concessi per soddisfare la necessità di lavoratori nelle fabbriche e nei campi. A chi tra loro non appariva come neozelandese bianco fu poi chiesto un documento per provare che non stavano rimanendo illegalmente in Nuova Zelanda; controlli a tappeto per le strade, nelle scuole, nelle chiese. Migliaia furono rapiti e cacciati. E nonostante molti overstayer fossero anche britannici o americani, solo le persone del Pacifico vennero prese di mira. Tanto che la principessa di Tonga, Mele Siùilikutapu Kalaniuvalu Fotofili, ieri ha detto che l’impatto di quei «Raid» ha perseguitato la sua comunità per generazioni. «Siamo grati al suo governo per avere preso la giusta decisione di scusarsi», ha detto, spiegando che però la Ardern, alle parole, potrebbe far seguire i fatti rispondendo alle attuali necessità di immigrazione.
Contribuendo a rileggere la storia con lenti antirazziste a buon mercato, Ardern ha infatti parlato di «dolore, rimorso e rammarico» per quelle repressioni, annunciando un conteggio ufficiale dei raid a partire dai registri scritti e dai racconti orali. Le scuse «senza riserve» non si sono però tradotte in un risarcimento finanziario. Ma in uno spot buonista in favor di camera davanti a centinaia di persone in lacrime provenienti dalle terre dei Maori.

Sposi, in masseria…

Fra un sito e l’altro, come coronare il sogno d’amore

Puglia affascinante e ospitale. In mezzo, fra mare e campagne, spiagge e vigneti, panorami mozzafiato, quelle location riqualificate così da farci un film. Fra “Santa Teresa” e “Don Cataldo”, “Torre Coccaro” e “Montalbano”. Non c’è che da scegliere. Lo suggeriscon guide ed esperti, da “Thinking Traveller” a “Rino Cordella”. Seguiteci

Se la Puglia, secondo autorevoli opinioni confermate dalla stampa internazionale, è considerata da almeno gli ultimi tre anni “la più bella regione del mondo” (lo dicono gli americani…), sicuramente le masserie saranno fra le location più ambite e suggestive nelle quali celebrare (alcune hanno anche chiesette antiche…) oppure organizzare rinfresco e festeggiamenti per onorare gli sposi e i genitori degli sposi. Ormai vengono da ogni parte d’Italia, e non lo fanno solo i nostri attori, registi e calciatori più celebrati. Piombano qui, nella nostra Pensisola, da ogni angolo del mondo, tanto che diventa lecito sognare di poter contribuire, come pugliesi, alla ripresa economica e alla crescita del Pil nazionale come non accadeva dal boom economico degli Anni Sessanta.
Dunque, per chi ama intimità e privacy, luoghi super esclusivi e sta pensando ad una location davvero unica dove celebrare “il grande giorno”, le masserie pugliesi sono una delle soluzioni ad hoc per voi. Un autorevole brand internazionale, The Thinking Traveller, si è addirittura scomodato per farsi i fatti di casa nostra. Forte di una invidiabile esperienza, con una squadra di collaboratori che fanno solo questo di mestiere, ha presentato una collezione di case private disponibili per vacanze da mille e una notte o per ricevimenti e feste in una cornice da sogno.

 

SPOSI, OGGI S’AVVERA UN SOGNO
Dunque, la coppia di sposi può scegliere una delle ville o masserie private in esclusiva per tutta la durata dell’evento. L’idea è quella di sentirsi a casa propria e di condividere con i gli amici e i familiari più stretti più cari un momento felice. Ogni villa presenta grandi spazi destinati anche agli ospiti. Ed è proprio per questo motivo che il giorno da incorniciare diventa un’esperienza indimenticabile, tanto che il sogno può durare più giorni e in un contesto da favola.
Tra i luoghi italiani dove si può realizzare questo sogno, insomma, c’è la Puglia. Ce lo ricorda un altro autorevole sito (Archivio Rino Cordella), che la nostra regione è terra di atmosfere romantiche, paesaggi suggestivi e unici, di poesie vissute e raccontate. Da diversi anni la Puglia è meta prediletta, si diceva, da sposi provenienti da ogni parte del mondo. Cercano su internet, si rivolgono ad agenzie, infine scovano il loro posto dei sogni, la dolce culla delle loro emozioni. Natura incontaminata, mare limpido e cristallino, un’antica tradizione culinaria, la lunga storia visibile nelle architetture, nelle arti e nelle consuetudini di un popolo straordinario. La Puglia è l’affascinante teatro in cui vivere il giorno più importante della vita di coppia.
Dunque, posti belli e suggestivi in cui celebrare e festeggiare il matrimonio. Mete predilette, si diceva, le masserie, tipiche costruzioni rurali del Sud Italia e, in particolare, della Puglia. Le masserie, un tesoro riscoperto negli anni Novanta, quando hanno cominciato a essere interessate da un processo di ristrutturazione e di valorizzazione. Oggi le masserie pugliesi sono incantevoli luoghi in cui trascorrere una vacanza rilassante, una fuga d’amore, un’esperienza caratteristica, un’avventura unica, che vive nella storia e nelle radici di questa terra così accogliente e coinvolgente.

 

FACCIAMO UN GIRO INSIEME
La Masseria Santa Teresa, è una delle location più affascinanti per celebrare o festeggiare un matrimonio, luogo accogliente e affascinante, immerso nei colori e tra i profumi della Macchia mediterranea. A due passi da Monopoli, una cittadina caratteristica nel cuore della Puglia.
Risalente al Cinquecento, la Masseria Torre Coccaro, con sede a Savelletri (Brindisi), è una delle location più romantiche per festeggiare il giorno delle nozze. Un’antica cappella, le caratteristiche corti interne, i secolari ulivi, una bellissima piscina e una spiaggia dalla sabbia finissima.
La magia del tempo, la favola delle atmosfere romantiche, il passato ancora oggi ben vivo e la cura degli uomini, rende un’altra masseria, la Masseria Montalbano (Ostuni, Brindisi) luogo ideale per festeggiare il matrimonio in Puglia. Masseria-villaggio risalente al XVI secolo e sottoposta a un attento restauro conservativo. Il Borgo di Montalbano Vecchio, a Ostuni, è circondato da mura fortificate e da ben 20 ettari di meravigliosi uliveti centenari.
Se poi, il vostro desiderio è quello di festeggiare il giorno del matrimonio in una location raffinata ed elegante, immersa nel tipico e suggestivo paesaggio delle campagne pugliesi, Masseria Luco, sita a Martina Franca, è il posto che potrà realizzare il vostro sogno. Edificata tra il XVIII e il XIX secolo, è un’antica masseria immersa in un bellissimo e vasto bosco ed è caratterizzata da un originale stile architettonico, tipico delle antiche costruzioni campestri della Puglia. A rendere esclusivo il matrimonio, l’affascinante cappella consacrata e i suoi affreschi risalenti tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo.

 

DON CATALDO E LE ALTRE…
Ma a proposito di Valle d’Itria e, in particolare, Martina Franca, non possiamo non suggerire questo angolo di paradiso,  le sue curve sinuose, i suoi panorami suggestivi, il suo verde gioiosamente soffocante e la Masseria Don Cataldo, gioiello incastonato al centro della regione più bella, con bellezza e ospitalità vissute in un posto irripetibile. Non solo matrimoni, ma anche luogo nel quale passare fine settimana, una intera settimana, ma perché no, un mese intero. Per non parlare di una “agricoltura biologica” coniugata a una ricettività “cinquestelle”.
Non una semplice vacanza, come suggeriscono dal sito, anche questo affascinante, ma “un’ esperienza emozionale” immersi nella natura dove riposare e rigenerarsi tra cibo sano, lifestyle e design pugliese. Masseria Don Cataldo, uno spirito rurale dove il tempo sembra essersi fermato, per regalare momenti unici.
E potremmo proseguire con le altre masserie, altrettanto belle, invitanti, suggestive. Come La familiarità degli ambienti della Masseria Torre Ruggeri (Carpignano), una delle più affascinanti location per un indimenticabile matrimonio in Puglia.
Oppure la Masseria San Lorenzo, pochi passi da Lecce. Offre agli sposi un posto incantato in cui vivere la loro favola d’amore. Viali immersi nel verde, la magica atmosfera del giardino, la storia della tradizione e della cultura salentina, proseguendo con la Masseria San Nicola, situata a Fasano, in provincia di Brindisi. Fatta costruire dal Principe di Carbonelli nel 1600, oggi è un’affascinante location di matrimoni con il suo giardino tipico delle ville e dei palazzi pugliesi dell’Ottocento. E potremmo proseguire ancora, perché le masserie, come le ville, delle quali ci occuperemo in altra occasione, qui in Puglia, sono innumerevoli. E tutte belle. Ve ne abbiamo segnalato solo un campionario. Per maggiori informazioni, consultate i siti di cui ormai dispongono quelle location che vi abbiamo segnalato, oppure agenzie o internet. C’è una risposta a qualsiasi domanda vogliate porre. E sempre alle migliori condizioni e sempre nella regione più bella del mondo.

«Lazio fascista!»

Ultrà biancocelesti contro Elseid, giocatore albanese giunto nella capitale

«Qui è vietato intonare canti partigiani, noi orgogliosi di essere dell’estrema destra». L’avviso degli ultrà della squadra presieduta dal presidente Claudio Lotito. Tutto nasce da uno scherzo, da “Bella ciao”, canzone della Resistenza di cui il calciatore non conosceva il significato politico. Imperdonabile, secondo certi tifosi. Comunicato della società, in attesa che la Federazione dica qualcosa. Magari anche Lega e Aic, l’Associazione dei calciatori. 

 

«Elseid verme, la Lazio è fascista!». Firmano gli ultras Lazio, che tanto per gradire, aggiungono alle minacce rivolte al calciatore albanese appena acquistato dalla squadra biancoceleste, tanto di fascio littorio stilizzato. Questo perché in futuro non ci siano equivoci. Qui, alla Lazio, e il presidente non assume posizioni, facendo registrare un silenzio assordante, comandano loro: quelli con il braccio steso e a mano aperta, gesto caro a un certo Paolo Di Canio, promosso a fine carriera ad opinionista Sky. Tutto nasce da un equivoco o, comunque, da una leggerezza enfatizzata da certa tifoseria della squadra presieduta da Claudio Lotito.

Lo striscione della vergogna è stato esposto sul ponte di Corso Francia a Roma. Nel mirino, si diceva, il calciatore dei biancocelesti, Elseid Hysaj, finito nell’occhio del ciclone per aver cantato, durante una cena in ritiro, una canzone popolare fra i partigiani che lottavano contro i nazisti e il regime fascista con a capo Benito Mussolini. “Bella Ciao” è il motivo della risposta, vergognosa, di una parte della tifoseria biancoceleste contro l’ex difensore del Napoli: si tratta della frangia più estrema dei sostenitori, quelli riconducibili al “mare nero” della destra capitolina (una canzone di Battisti, forse simpatizzante di certa politica, citava proprio il “mare nero”?).

Deboluccia la nota della società di Lotito per far passare in sordina quella leggerezza scatenata da quel video girato dal compagna di squadra di Elseid,  Luis Alberto, condiviso sui social network e poi sparito in seguito alle contestazioni – fra queste, offese molto pesanti – scagliate contro il difensore albanese.

 

«ATTENTO, GIOVANOTTO!»

«Magari si spacca tutto», aveva augurato al calciatore qualcuno degli appartenenti alla schiera dei “duri” legati ancora a nostalgie di un passato tragico della storia del nostro Paese. Qualcuno era stato più blando, utilizzando frasi ironiche, quasi a sdrammatizzare quel gesto. «Ma benedetto figliolo, possibile che nessuno dei tuoi compagni ti abbia detto dove fossi capitato? Benvenuto nel mondo-Lazio!».

A sostenere il concetto ci ha pensato uno degli esponenti della tifoseria laziale, tale Franco Costantino (Franchino per i curvaioli). Contattato dall’agenzia Adn Kronos ha ammesso: «Storicamente la nostra è una tifoseria di estrema destra, cosa di cui andiamo fieri: ‘Bella Ciao” cantato con la maglia della Lazio è una cosa fuori dal mondo, Hysaj ha sbagliato. Non ha scuse». Insomma, nessuna via di scampo e bordata di fischi annunciata, specie se in campo non dovesse onorare la maglia, dunque l’appartenenza, dunque l’ideologia politica di una parte della curva.

Sull’episodio è intervenuto il club con un comunicato: «È compito della società tutelare un proprio tesserato – si legge nella nota ufficiale della Lazio – e sottrarlo a strumentalizzazioni personali e politiche che certamente in questo caso nulla hanno a che vedere con il contesto informale ed amichevole in cui si è svolto l’episodio. Il ritiro della squadra deve proseguire nel massimo impegno sportivo e nel clima di serenità che si è respirato fino ad oggi».

 

E LA FIGC, COSA DICE?

Non si parla di isolare un’ideologia fuori dal mondo (e dalla costituzione). Ma il calcio e così. Ci sono due porte, dove si fa gol e il centrocampo, dove si fa ammoina. Cioè darsi da fare senza costrutto, né risultati. Ma di questi tempi è così che va. Alla fine, Lotito, Tare (albanese come Hysaj) e il resto della dirigenza, ha scelto di restare a centrocampo. Magari in attesa che intervenga la Lega calcio, organo rappresentativo delle squadre professionistiche, o la Figc, la Federazione che in queste settimane ha occupato le pagine della stampa e le tv dopo la vittoria degli Europei di calcio da parte della squadra azzurra. Certo, il torneo continentale ha avuto grande appeal, specie se si considera l’assenza di quel trofeo nella bacheca delle vittorie da cinquantatré anni. Ma anche quella del caso-Hysaj, piccola, ma pericolosa, sarebbe una bella vittoria se stigmatizzata. Ci sta che uno canti una canzoncina della quale non conosce la storia, peggio i suoi compagni la postino sui social. Ma le reazioni così violente, no. Per giunta facendo apologia a un passato morto e sepolto. Auspichiamo, pertanto, l’intervento di Gabriele Gravina, presidente Figc, su questo e su altri casi simili. Lo stesso dall’Aic, l’Associazione calciatori. Per quanto ci riguarda, massimo incoraggiamento per Elseid, finito suo malgrado in una storia più grande di lui: figuriamoci se fosse al corrente di una simile posizione da parte del suo nuovo tifo. E’ appena arrivato nella capitale, sarebbe stato il biglietto da visita più maldestro della storia. Dunque, coraggio Elseid, a giorni andrai in campo, scrivi la storia e dimentica cori e striscioni.

Cari inglesi, bisogna saper perdere…

The Economist ci prova: Italia, vittoria senza un giocatore di colore

L’organo di informazione britannico fa male i conti a proposito della finale degli Europei di calcio. Non si rassegna alla sconfitta e incassa sfottò anche in patria. Senza contare che è come se avesse scritto che gli atleti neri sono scarsi. E, invece, provate a vedere le Olimpiadi e a lustrarvi gli occhi sulla fisicità dei coloured. Tornate nei ristoranti italiani e noi dimentichiamo il gol inesistente che generò la vittoria dei Leoni nei Mondiali del ’66.

 

«Italia, campione d’Europa sì, ma senza un solo calciatore di colore in rosa, cioè fra titolari e riserve». E’ delirio, non si sfugge. L’ultima scossa arriva dall’Inghilterra, Paese che in questi giorni aveva già compiuto passi indietro in quello che era uno status ampiamente riconosciuto ad Elisabetta ed ai suoi eredi: il fair-play. Potremmo rispolverare una vecchia canzone cantata cinquantaquattro anni fa da Dalla e dai Rokes al Festival di Sanremo: «Bisogna saper perdere». E nella stessa strofa proseguiva con un: «non sempre si può vincere…». Potremmo sorvolare su queste dichiarazioni, articoli simili si commentano da soli. E a poco serve chiamare a raccolta con titoli provocatori quegli inglesi che, sotto sotto, provano sentimenti razzisti. Nonostante abbiamo visto esultare, piangere, sostenitori e calciatori neri, dopo aver perso ai calci di rigore contro l’Italia il titolo di regina d’Europa (dovranno ancora consolarsi con Elisabetta).

Potremmo sorvolare, dicevamo. E, invece, proviamo a fare una breve analisi su quanto riportato da “The Economist”, che non trova di meglio che appellarsi ad una Italia «senza un solo calciatore di colore in squadra». Specificano, «di colore», non scrivono «nero», anche se è quella l’allusione: perché non tutte le altre squadre hanno neri, ma coloured e allora, ecco attaccare l’Italia priva di almeno un “coloured”.

Scrivono una cosa simile, senza riflettere: in quelle parole, infatti, manifestano la più becera forma di razzismo, nemmeno tanto sottile: come se un calciatore nero fosse un “atleta minore” (quando sappiamo che è perfettamente il contrario, provate a guardare in questi giorni le Olimpiadi e poi ne riparliamo…) e che, dunque, tutte le squadre dovrebbero averne almeno uno in rosa. Un delirio, insomma: forse alludevano al fatto che sarebbe stato più giusto che anche l’Italia schierasse almeno un nero. Possibilmente uno di quelli che sbagliano i rigori. Ma vai capirli ‘st’inglesi.

 

E I FISCHI ALL’INNO?

“The Economist” non fa cenno ai fischi durante l’inno nazionale dell’Italia, né ai cori razzisti durante la gara. Nemmeno dei social che un’ora dopo la fine della gara Inghilterra-Italia massacravano i tre giocatori, neri, giovani ed emozionati nell’indossare la casacca bianca dell’Inghilterra e nell’essere stati scelti per misurarsi con gli azzurri nella lotteria ai calci di rigore. Che dire, dunque, dei bianchi inglesi che si sono rifiutati di andare a calciare dal dischetto perché se la facevano sotto dalla paura? Ma sì, avranno pensato: meglio mandare allo sbaraglio quei ragazzi; se va bene, va bene per tutti, ma se dovesse andare male, sarà stata solo per colpa loro. E così è stato. Solo colpa di Sancho, Saka e Rushford, su cui al fischio finale si è abbattuta la furia dei tifosi orfani delle briciole di fair-play con minacce e insulti razzisti. Incredibile, ma vero. Per essere un organo di informazione di economia, il giornale inglese ha fatto male i conti. Per giunta, molti sono stati gli inglesi progressisti, che gli hanno riso dietro: gli Europei li abbiamo persi, punto. «Poi, “europei”, ma se siamo usciti dall’Europa?», avrà detto più di qualcuno.

Insomma, in Inghilterra, qualcuno o molti, non hanno ancora accettato di aver perso meritatamente la finale di Euro 2020 contro l’Italia di Roberto Mancini, anche se ora sono arrivati al delirio totale. Dopo i vari tentativi di far rigiocare la finale per non si sa quale motivo con petizioni sui social, l’affondo di “The Economist”: la nostra nazionale non sarebbe in realtà campione. L’assurda motivazione, come spiegato, il fatto di non aver alcun giocatore di colore nella rosa dei 26 scelti dal commissario tecnico Mancini.

 

NON SOLO “ECONOMIST”…

Ottima la rassegna di Informazione.it che mette in fila gli interventi di diversi quotidiani italiani. «Secondo The Economist l’aspetto più sorprendente della squadra italiana è che è l’unica tra le concorrenti che non include un solo giocatore di colore”. (ilGiornale.it)

«Keane, come molti altri sui social, ritiene che la nazionale inglese abbia pagato la giovane età dei calciatori scelti per tirare dal dischetto. In questo caso c’è chi è andato oltre il terreno delle opinioni, provando a mettere insieme dei dati e delle statistiche che diano ragione a Roy Keane, oppure che sconfessino la sua affermazione». (La Repubblica)

«Una vera e propria bomba, che lascia perplessi e pure ha portato molti tifosi azzurri a ironizzare sul rancore, la frustrazione e la ben poca sportività degli inglesi, che davvero non hanno preso bene la sconfitta maturata solo pochi giorni fa a Wembley». (Il Sussidiario.net)

«Gli Azzurri di Roberto Mancini, dopo la bella vittoria a Euro2020, partono per le vacanze: un meritato riposo visto il mese intenso tra Coverciano, Olimpico e Wembley. Subito dopo, ad attenderli, la luna di miele». (Gazzetta del Sud)

 

E LE MINACCE, LE OFFESE?

Secondo il quotidiano «l’aspetto più sorprendente della squadra italiana è che è l’unica tra le concorrenti che non include un solo giocatore di colore». Per questa assurda ragione, dunque, la vittoria dell’Italia non sarebbe considerata valida. “The Economist” continua affermando: «Circa cinque milioni di persone che parlano italiano come lingua dominante continuano a essere considerate straniere. La grande notte del calcio europeo non è stata un grande momento per il multiculturalismo». Sarà stata edificante la coda della stessa “grande notte”, con insulti razzisti e minacce ai tre calciatori inglesi, sì di colore, che avevano sbagliato dal dischetto. Ora, cari inglesi, recuperate il fair-play scomparso e riprendete ad andare nei ristoranti italiani, che ingiustamente avete punito boicottandoli di punto in bianco, solo perché erano della stessa nazionalità della squadra che aveva battuto l’Inghilterra. Voi fate questa buona azione e noi dimentichiamo che nel ’66 l’Inghilterra, quella dei Leoni, vinse una Coppa del Mondo, unico titolo in bacheca, con l’assegnazione di un gol inesistente ai danni della Germania. Mangiare italiano fa bene, di sicuro non resta sullo stomaco come, pare, sia accaduto con la sconfitta in finale ancora non del tutto digerita.

«Molestia a parte…»

Musa, nigeriano, oggetto di attenzioni da parte di una donna

«Mi è successo altre due volte, per fortuna dell’ultimo episodio è stato testimone un signore. La storia è più o meno la stessa, se non faccio il “bravo” lei potrebbe urlare, denunciarmi o, addirittura, farmi picchiare. Sono fidanzato da due anni con una ragazza di qui, in passato una rinunciò alla nostra storie: si vergognava di presentarmi ai suoi genitori perché ero nero…»

 

«Vieni qua, dove scappi, non fare il prezioso: non vuoi farti mettere le mani addosso? Sai che se non fai il bravo, posso anche urlare e dire che sei tu che mi stai mettendo le mani addosso e farti picchiare?». Il ragazzo, un nero, insieme con un amico, anche lui di colore, non crede alle sue orecchie. Due signore, fra i trenta e quarant’anni, l’aspetto fisico non conta, ci provano. Più intraprendente quella che, occhio e croce, appare più grande. Un signore sui sessanta, di passaggio in quel momento, si ferma. Ha sentito tutto, non può fare finta di niente. Con garbo convince le due donne a lasciare stare in pace i due ragazzi. L’uomo, testimone di quella molestia, promette alle donne di non dire niente, a patto che le due “stalker” non si facciano più vedere da quelle parti. Una decina di metri, il tempo che le due signore compiano pochi passi e che una delle urli all’indirizzo dell’uomo maturo: “Vecchi rimbambito, puoi pure farti un “cofano” di…fatti tuoi!”. Una frase violenta, come è stato il gesto della più intraprendente delle due nel mettere la mani addosso a uno dei due ragazzi, il più alto, quello più prestante fisicamente. E’ un nigeriano, il suo amico un connazionale. All’uomo, il ragazzo, rivela che non è la prima volta che subisce simili affronti. «Sono fidanzato con una ragazza di Taranto – spiega Musa, nigeriano, storia vera, ma nome di fantasia, per motivi di privacy – ci vogliamo molto bene, lavoro saltuariamente, come lei: se solo uno dei due avesse un impiego stabile saremmo già andati a vivere insieme…».

Quella della convivenza fra un africano e una ragazza italiana sta diventando una consuetudine. I sentimenti non hanno nazionalità, sono universali. Ma torniamo al disagio vissuto l’altro giorno sulla sua pelle. «Mi è successo altre due volte – dice – ma niente di importante, non appena ho consigliato di smetterla di seguirmi o di fermarmi, le ragazze hanno capito che con me c’era poco da fare…».

 

«SONO DI SANI PRINCIPI…»

Qualche suo connazionale, senegalese o, comunque, africano, è meno reticente. Diciamo che può capitare che fra “domanda” e “offerta”, alla fine i due possano trovare un punto d’incontro. «Parlo per me, io sono fedele alla mia ragazza: una storia che dura da due anni; miei connazionali hanno “storie” con ragazze del posto, stanno bene, si amano…». Sorride, Musa. Aggiusta il tiro. «Diciamo che si vogliono bene, se l’amore arriverà magari il rapporto sarà ancora più solido: a me è capitata una di queste storie, con una ragazza della provincia, ci eravamo innamorati: almeno io mi ero molto preso dal rapporto, solo che quando ho voluto conoscere i suoi genitori per manifestare intenzioni serie, lei ha prima inventato una scusa dopo l’altra, poi mi ha lasciato: non voleva dire ai suoi genitori che il fidanzato aveva un altro colore…».

Ma lo stalking? «Imbarazzante – dice Musa – di solito sono gli uomini a fare avance, a corteggiare una donna, non viceversa; invece, è successo l’esatto contrario: ma in questo caso, andando ad intuito, la tizia che stava provando a mettermi le mani addosso, non voleva solo conoscermi…». Si spiega meglio il ragazzo nigeriano. «Faccio sempre quello che mi dicono gli amici del posto – risponde – non prendo sul serio queste proposte e cerco in modo educato di evitare che quei pochi secondi prendano una brutta piega: del resto, come può testimoniare quel signore che ha assistito in quei pochi istanti alla scena, sono stato minacciato: se non avessi fatto il “bravo” – ho capito perfettamente cosa intendesse…  – lei avrebbe potuto anche urlare e mettermi nei guai dicendo che ero io a metterle le mani addosso: certo, la gente avrebbe creduto più lei che me, ma per fortuna stavolta qualcuno è stato testimone dell’accaduto».

 

BASTA LA PAROLA, NON SEMPRE

C’era però il suo amico. «La parola del mio connazionale, ha lo stesso valore della mia: è difficile che qualcuno ti creda. Ma ad essere sincero fino in fondo, quella donna doveva essere sposata, aveva una fede al dito, quindi la cosa diventava doppiamente pericolosa: vai a spiegare al marito o al compagno, che tu – cioè io… – sono la vittima delle insistenze della donna; apriti cielo, già mi vedo sulle prime pagine dei giornali: “Nero aggredisce una donna, voleva avere un rapporto con lei!”. Per carità, sto bene così, felicemente fidanzato e con un lavoro del quale sono pienamente soddisfatto. Temo l’informazione. Spesso giornali, radio e tv, per motivi di spazio raccontano troppo velocemente un episodio e il più delle volte a rimetterci la faccia siamo noi: non vogliamo che i rapporti con gli italiani si indeboliscano a causa di incomprensioni o, come vogliamo chiamarle, a causa di certe storie…».

Musa sorride. Prova quasi sollievo che l’altra mattina l’episodio di molestie abbia avuto un testimone. E che un altro, l’autore dell’articolo, abbia in qualche modo registrato le due testimonianze.

«Che dire, spero che cose simili non accadano più – conclude Musa – anche se ho qualche dubbio: forse non dovrei fare footing alle sei del mattino sul Lungomare, non dovrei giocare al pallone, sport che amo tanto; insomma, dovrei trascurarmi, invece io – come molti miei connazionali – abbiamo il culto più che del fisico, del tenerci in forma: alleniamo i muscoli, ma anche mente; ecco perché è raro che qualcuno, oggetto di molestie, reagisca violentemente; abbiamo l’abitudine di pensarle certe cose, alleniamo corpo e anima». Dovesse avere una, due righe per lanciare un appello, Musa. «Amici, fate attenzione: non sempre la prima impressione è quella giusta!».

Gelato, star dell’estate

Puglia, il cono artigianale sfida l’industriale

E’ l’alternativa al pasto nelle giornate più calde. Lo preferiscono la metà dei pugliesi, che nel frattempo si inventano nuovi gusti legati ai prodotti del territorio. Fra gli ultimi: il gelato al latte d’asina, al latte di capra, fino a quello all’olio extravergine di oliva. I consumatori vanno dal tradizionale all’esterofilo, al naturalista, al dietetico o a chilometro zero, per poi fiondarsi su “frutta e verdura” locali ma anche “formaggi a denominazione di origine protetta” o “grandi vini”.

 

In estate, la metà dei pugliesi preferisce il gelato artigianale rispetto a quello industriale. E’ di questo avviso la Coldiretti Puglia, che in questi giorni ha diffuso una nota con dichiarazioni del sempre attivo presidente Savino Muraglia. Non sarà una novità, dirà qualcuno, la calda stagione – specie quella che si è presentata in queste settimane – invita non solo i pugliesi, ma anche i turisti, a combattere i picchi di un termometro che spesso sfiora i 40 gradi all’ombra, con qualcosa di veramente fresco. E, allora, ecco che quel cono gelato, considerato un momento di sollievo, diventa una sana abitudine. E più ci si avvicina al gelato artigianale, più ci si ingolosisce. Certo, quelli industriali sono un altro aspetto produttivo della nostra regione, ma il gelato artigianale pugliese sta diventando la star dell’estate.

E se questa estate comincia con un’ondata di caldo eccezionale, con le lunghe giornate al mare sulle spiagge assolate o le passeggiate nei borghi, in Puglia non può che crescere il consumo di gelato, concentrato nei quattro mesi più caldi, da giugno a settembre, quando la metà dei pugliesi, si diceva, fa la sua scelta: gelato artigianale. E’ l’ultima stima di Coldiretti che sottolinea intanto che in Puglia lavorano circa 3.000 gelaterie artigianali, con 5.500 addetti, e che questo è un settore in forte espansione anche grazie ai gelati studiati e posti sul mercato artigianale dagli agricoltori. Fra le ultime “invenzioni”: il gelato al latte d’asina, al latte di capra, fino a quello all’olio extravergine di oliva.

 

CONO, CHE SUCCESSO!

Un successo dovuto anche alla destagionalizzazione dei consumi, è il punto di vista di Coldiretti, dovuta ai cambiamenti climatici in atto e al consumo come rompi-digiuno nelle pause di lavoro, oltre al relax al mare in spiaggia o come alternativa al pasto nelle giornate più calde.

Gelato artigianale, dunque, stella del firmamento dell’alimentazione estiva. Nei gusti storici anche se pare stia crescendo la tendenza nelle diverse gelaterie pugliesi ad offrire “specialità della casa”. Queste, infatti, incontrano le attese dei diversi target di consumatori: tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico o a chilometri zero come i gelati con frutta e verdura locali ma anche con formaggi a denominazione di origine protetta o grandi vini.

Viene segnalato negli ultimi anni il boom delle agrigelaterie che garantiscono la provenienza della materia prima dalla stalla alla coppetta con gusti che vanno dal latte di asina a quello di capra fino alla bufala e all’olio extravergine di oliva. Nelle agrigelaterie è particolarmente curata la selezione degli ingredienti, dal latte alla frutta, rigorosamente freschi con gusti a “chilometro zero” perché ottenuti da prodotti locali che non devono essere trasportati con mezzi che sprecano energia ed inquinano l’ambiente.

 

 

A GUSTO DEL…TERRITORIO

Una risposta alla ricerca di genuinità nel consumo di gelato dimostrata dal fatto che tra le ultime tendenze si è assistito ad una crescente attenzione ai gusti di stagione e locali ottenuti da prodotti caratteristici del territorio. Una spinta che ha favorito la creatività nella scelta di ingredienti che valorizzano i primati di varietà e qualità della produzione agroalimentare nazionale, dal gusto di basilico fino al prosecco ma, attenzione, ci sono anche le gelaterie tradizionali che si riforniscono di produttori agricoli, creando gusti rigorosamente a chilometro zero.

I consumi di gelato hanno superato i sei chili a testa all’anno in Italia secondo stime della Coldiretti e ad essere preferito è di gran lunga il gelato artigianale nei gusti storici anche se cresce la tendenza nelle diverse gelaterie ad offrire “specialità della casa” che incontrano le attese dei diverse target di consumatori, tradizionale, esterofilo, naturalista, dietetico o vegano.

La produzione del gelato nel mondo ha oltre cinquecento anni di storia. Le prime notizie risalgono alla metà del Sedicesimo secolo nella corte medicea di Firenze con l’introduzione stabile di sorbetti e cremolati nell’ambito di feste e banchetti. Pare, però, che fu il successo dell’export in Francia a fare da moltiplicatore globale con il debutto ufficiale in terra americana, con l’apertura della prima gelateria a New York nel 1770 grazie all’imprenditore genovese Giovanni Bosio. Da allora, la corsa del gelato non si è più fermata. E’ diventata inarrestabile, specie con il cambiamento climatico che invita alla scelta di sistemi per combattere improvvisi aumenti di temperatura. E, dunque, un gelato, anche due, diventa più di un sollievo: una necessità.

«Vergogna del nostro Paese!»

Rashford, Sancho e Saka, calciatori inglesi coloured attaccati sui social

E’ bastato che i tre ragazzi neri sbagliassero i penalty decisivi per essere oggetto di offese da parte di decine di migliaia di connazionali. Gravi episodi di razzismo nei confronti di atleti che hanno orgogliosamente indossato la maglia dei Tre Leoni. «I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», sostiene il premier britannico Boris Johnson. «Sono nauseato, è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire questi simili comportamenti abominevoli», l’opinione del principe William.

 

Inghilterra-Italia 3-4, dopo i calci di rigore. La Nazionale azzurra vince il campionato europeo di calcio, il Leoni d’Oltremanica che avevano accarezzato l’idea di stravincerla nello stadio Wembley, perdono. Due volte, la prima sul campo, la seconda lontano dal tempio del calcio londinese. Tre ragazzi coloured hanno sbagliato i penalty, uno sul palo, gli altri due annientati dal portiere della nostra Nazionale, Gigio Donnarumma. Comincia in quel momento il massacro dei tre ragazzi che hanno indossato con onore la maglia dell’Inghilterra. Sui social messaggi di odio nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, sono loro i tre cecchini mancati, che hanno sbagliato i rigori decisivi. Johnson, il premier, giudica le cose che legge come «Commenti terrificanti, vergogna!». Il principe William, «Sono nauseato».

Eppure: «Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore…». Cantava De Gregori nella sua “Leva calcistica…”, grande canzone, grande successo. E lui, grande tifoso di calcio. Mai avrebbe immaginato che quella metafora tornasse utile in questi giorni in cui l’Italia calcistica si è laureata Campione d’Europa. E mai avrebbe immaginato che un calcio di rigore potesse cambiare la vita. Invece era già successo a fior di campioni, come Roberto Baggio (Italia-Brasile) e David Trezeguet (Italia-Francia). E accadrà sempre, fino a quando a qualcuno della Fifa non verrà in mente di decidere che una finale va rigiocata, ma non più decisa con la monetina o il golden-gol.

Quella è un’altra cosa, almeno i penalty, come spiegava qualcuno sono un accadimento tecnico: chi ha maggiore personalità e tecnica e non si compone più di tanto, al triplice fischio finale dei supplementari, si avvia verso il dischetto. Prima che accada questo, tutti a filosofeggiare sulla “lotteria”, è solo questione di fortuna, “ma sì, vada come vada…”. Invece, gli inglesi, inventori del calcio, che da giorni lanciavano frasi del tipo “coming home”, come se il calcio, la Coppa d’Europa fosse finalmente “tornata a casa”, ci sono rimasti di sasso. Per usare una metafora.

Dunque, la rabbia dei tifosi inglesi esplode dopo la sconfitta della nazionale dei Tre Leoni contro l’Italia, nella finale di Euro 2020 (slittata al 2021 a causa della pandemia…). All’esterno di Wembley e in altre zone di Londra gruppi di facinorosi avrebbe aggredito alcuni tifosi italiani – come si evince dalle immagini di diversi video sui social – provocando l’intervento delle forze dell’ordine. Secondo la stampa britannica una quarantina di tifosi britannici sarebbe stata arrestata.

La rabbia esplode anche sui social con insulti razzisti nei confronti di Rashford, Sancho e Saka, i tre giocatori inglesi che hanno sbagliato i tiri decisivi.  Il rigore di Marcus Rashford ha colpito il palo e i tiri dal dischetto di Bukayo Saka e Jadon Sancho sono stati parati da Donnarumma. Il diciannovenne Saka ha sbagliato il rigore decisivo, che ha dato il titolo all’Italia e ha negato all’Inghilterra il suo primo grande trofeo internazionale di calcio atteso dai Mondiali del 1966.

La Federcalcio inglese ha rilasciato una dichiarazione dicendo di essere «Sconvolta dal comportamento disgustoso» di chi lancia in rete questi messaggi. La polizia di Londra ha condannato l’abuso «inaccettabile», aggiungendo che indagherà sui post sui social media «offensivi e razzisti». Vedremo se ci sarà giustizia e se questi animali, evidentemente non ancora in via d’estinzione, la pagheranno. In Inghilterra, dicono, sono più severi.

Interviene la politica, che pensava a una gara di calcio come ad un formalità, poi gli inglesi avrebbero alzato la Coppa. Invece. «Questa squadra inglese merita di essere lodata come un gruppo di eroi, non insultata razzialmente sui social media. I responsabili di questi terrificanti insulti dovrebbero vergognarsi di se stessi», scrive su Twitter il premier britannico, Boris Johnson, dopo la rabbia social.

Anche il principe William, secondo in linea di successione alla corona britannica e presidente d’onore della Federcalcio inglese, si unisce – dopo il premier Boris Johnson – alla denuncia degli insulti razzisti contro i calciatori dell’Inghilterra che hanno sbagliato i rigori decisivi. «Sono nauseato – scrive William – è totalmente inaccettabile che alcuni giocatori debbano subire simili comportamenti abominevoli». «Questi episodi di razzismo – conclude il principe dal suo profilo ufficiale reale di Kensington Palace – devono finire ora e tutti coloro che ne sono responsabili devono risponderne». I tre ragazzi accettano le scuse, anche gli altri calciatori, gli atleti neri, i lavoratori neri, che contribuiscono ad alzare il Pil britannico. Senza loro sarebbe un’Inghilterra più povera.

Nazionale a gamba tesa

Evitato l’incidente diplomatico

Il ministro della salute, Roberto Speranza, si era opposto al giro celebrativo della squadra di Mancini. Non voleva che i giocatori salutassero i tifosi circolando per le vie della capitale con il tetto del pullman scoperto. I vincitori dell’Europeo di calcio, trofeo che mancava da cinquantatré anni, hanno posto una condizione: «O mantenete la promessa, oppure non veniamo al Quirinale e a Palazzo Chigi!». Intervento di Mattarella e Draghi: «Siamo fieri di voi, è tutto risolto, vi aspettiamo…». 

 

Il calcio è il più grande attrattore, un’ascensore sociale ha detto il Presidente del Consiglio, Mario Draghi. Promesse all’indirizzo dei calciatori azzurri alla vigilia degli Europei di calcio: «Se ci portate la Coppa vi festeggeremo per una settimana!». E più la nazionale allenata da Roberto Mancini bruciava le tappe, dal girone alle sfide toste con Austria, Belgio e Spagna, più il sogno (e la promessa) si avvicinava.

L’intero Paese comincia a crederci, anche i politici. «Se vincete contro l’Inghilterra, i padroni di casa e del calcio, festeggiamo per un mese intero!». La politica è fatta così. Promette, promette. Tanto non costa nulla. Ma spesso non si fanno i conti con l’oste, e poco importa se le promesse erano arrivate dallo stesso Draghi e confermate dallo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, volato in Inghilterra per assistere alla finale dalle tribune. In Italia, l’oste, il politico che si è messo di traverso è stato il ministro Roberto Speranza, tristemente noto non solo per un cognome sconfessato nonostante il suo impegno, ma per le misure eccessive assunte durante la pandemia.

Una mazzata inflitta al calcio per centinaia di milioni, per esempio: «Si gioca a porte chiuse, non ci sono ragioni, così è deciso e così sarà!». Come a dire, «Gliela faccio vedere io a questi eroi della domenica». Ma la vendetta, si sa, è un piatto che si gusta freddo, basta avere pazienza. Certo non sarà stata tutta questa soddisfazione aver giocato un intero campionato senza pubblico provocando gravi problemi economici alle società, ma alla fine avere avuto il coltello dalla parte del manico e prendersi una piacevole rivincita. Secondo quanto diffuso nelle ore precedenti al giro d’onore per la capitale con un bus scoperto e con i calciatori azzurri a mostrare, fieri, la Coppa d’Europa attesa per cinquantuno anni, non tutti erano d’accordo.

 

COME E’ ANDATA…

E veniamo ai fatti. L’Italia vincitrice degli Europei contro l’Inghilterra? La cosa lascia più o meno indifferente Roberto Speranza. Il ministro della Salute, da sempre ossessionato dalle misure anti-Covid, ha rischiato di far saltare la visita degli Azzurri a Roma e la festa a Palazzo Chigi.

Il pesantissimo retroscena è stato svelato dal sito Dagospia che ha raccontato addirittura di una lite tra Giorgio Chiellini e Speranza. «Il ministro – riportava dagospia – ha rimbalzato la richiesta della nazionale di noleggiare un pullman scoperto per festeggiare la vittoria agli europei». Timore del Ministero era quello che il pullman in questione, scoperto, favorisse nuovi assembramenti in città. «Il braccio di ferro – prosegue il sito – è stato così intenso che a un certo punto Chiellini ha perso le staffe». Da qui il “prendere o lasciare”: «O ci concedete il permesso, oppure non veniamo!».

 

COME E’ STATA RISOLTA

Ci pensa il premier Mario Draghi che incontra Speranza con l’obiettivo di convincerlo ad accettare la richiesta. Proprio il presidente del Consiglio aveva accolto l’intera squadra e fatto loro i più sentiti complimenti: «Un saluto collettivo e un ringraziamento profondo dal Governo, e anche da tutto lo staff di Palazzo Chigi che è affacciato alle finestre e vi guarda qui da sopra. I vostri successi sono stati straordinari». E non è finita: «Oggi lo sport segna in maniera indelebile la storia delle nazioni. Oggi siete voi a essere entrati nella storia, con i vostri sprint, i vostri servizi (l’allusione è a Matteo Berrettini, finalista a Wimbledon, ndc) i vostri gol e le vostre parate».

Dello stesso parere Sergio Mattarella: «Questo non è giorno di discorsi, ma di applausi e ringraziamenti. Complimenti! Ieri sera (riferimento a domenica…) avete meritato di vincere ben al di là dei rigori perché avete avuto due pesanti handicap: giocare in casa degli avversari in uno stadio come Wembley e il gol a freddo che avrebbe messo in ginocchio chiunque. Siete stati accompagnati e circondati dall’affetto degli italiani e li avete ricambiati rendendo onore allo sport. Così come ha fatto Matteo Berrettini. Arrivare alla finale di Wimbledon, ma la rimonta del primo set – che ho seguito personalmente prima di partire per Londra – equivale a una vittoria». Lo stesso presidente della Repubblica era in prima fila a Wembley per tifare il suo Paese. Speranza era rimasto a casa, non faceva parte della spedizione londinese. Ma, evidentemente, non voleva passare inosservato. Ce l’ha fatta, anche lui le ha “prese” dalla Nazionale, che evidentemente non conosce cosa sia una sconfitta.

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