«Beirut, un disastro»

Una storia, due testimoni

«E’ tornata la guerra», ha pensato Ismail, libanese in Italia con la famiglia.  «Dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di grave», dice Roberto, militare pugliese. «A casa mia stanno tutti bene, purtroppo un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: era rimasto al porto per fare straordinario», aggiunge il primo. «Soccorsi tempestivi, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil», racconta l’italiano.

Oltre 140 morti, più di 5.000 feriti, 300mila circa gli sfollati, centinaia i dispersi. Sono i numeri preoccupanti che vedono il Libano lottare contro macerie e disperazione. La paura è un bagaglio a mano. «Niente da fare, quando qualcuno ti dice che nel tuo Paese c’è stata una forte esplosione, il primo pensiero corre a un attentato, che poi è l’anticipazione di una nuova guerra». La tragedia di Beirut, dove due esplosioni hanno demolito la capitale del Libano, uccidendo centinaia di persone e ferendone migliaia, come si diceva, viaggia come sempre sul filo della paura.

«E’ tornata la guerra – il primo pensiero di Ismail, cittadino libanese, in Italia insieme con la famiglia – non se ne esce più: è il nostro destino, ovunque andiamo, ci portiamo questo scomodo bagaglio che non molliamo un istante, personalmente da quando ero piccolo: la paura».

In Libano, familiari e amici. «E’ stato un parente ad inviarmi un video con le due esplosioni – racconta – immagini impressionanti, la prima sensazione che avverti è di una città letteralmente rasa al suolo e che nessuno si sia salvato: poi preghi, speri, che i danni siano contenuti; le immagini raccontano di qualcosa che non esiste più, i bollettini rispetto a quanto vedi sarebbero più incoraggianti: si parla di decine di morti e centinaia di feriti; purtroppo non è così, le note che sentiamo e le immagini che osserviamo successivamente nei notiziari italiani e stranieri che intercettiamo qui in Italia, diventano impietosi con il passare delle ore: i morti sono diventati centinaia, i feriti migliaia, incalcolabile il numero dei dispersi, almeno trecentomila gli sfollati».

ATTENTATO O DISGRAZIA…

L’asticella di sangue si alza. E non è ancora dato sapere se si sia trattato di un attentato o una disgrazia dovuta alla negligenza di chi ha sottovalutato l’enorme pericolo rappresentato da 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio sequestrate anni fa e stipate “temporaneamente” negli hangar del porto. Come convivere con una bomba ad orologeria.

«In tutto quel caos, con le notizie che si inseguono per ore – riprende il racconto drammatico del quarantenne libanese – mi è giunta una foto di casa mia, distante dal porto diversi chilometri: l’onda d’urto non l’ha risparmiata, sono andati in frantumi i vetri delle finestre, ma l’appartamento fortunatamente non ha subito altri danni».

Una notizia buona, una cattiva, che gonfia il cuore di dolore. «Un collega di mio fratello ci ha rimesso la vita: lavorava nel porto di Beirut, cuore del disastro, per un fatale  scherzo del destino non è più con noi: l’orario di lavoro prevede l’uscita alle cinque, dunque insieme – come tutti i giorni – avrebbero avuto il tempo necessario per allontanarsi e raggiungere casa; sullo sfortunato collega di mio fratello, causa uno straordinario, si è abbattuta la sciagura: hanno rinvenuto il cadavere del poveretto fra le macerie!».

Il Libano è già assalito da una grave crisi economico-sociale a causa di una storia fatta di massacri. «Non si hanno notizie certe – riflette Ismail – ma ho una paura tremenda, che sotto non ci sia stata solo una grave leggerezza nel sottovalutare il pericolo delle centinaia di tonnellate di nitrato d’ammonio, ma un attentato».

Ismail dà l’interpretazione che hanno dato tutti, subito. Come fosse Hiroshima. «Quando ho visto le prime immagini ho pensato a una bomba atomica, l’esplosione di un “fungo”: mai vista una cosa simile prima di quel momento. Nato quarant’anni fa – aggiunge – guerre ne ho già viste, purtroppo: la mia preoccupazione e il mio pensiero vanno al mio Paese, che vive una crisi economica: dove troveranno i soldi per garantire la ripresa? Dove sono gli ospedali e i presìdi sanitari per garantire alle decine di migliaia di feriti un’assistenza? Tutto in frantumi, in pochi istanti!».

SOCCORSI ITALIANI TEMPESTIVI

«Un boato fortissimo, difficile da spiegare, il resto è accaduto in fretta; subito dopo l’esplosione, c’è stato un attimo si smarrimento perché l’evento era del tutto imprevisto, fortunatamente stiamo tutti bene: purtroppo non si può dire lo stesso di migliaia di persone, fra morti e feriti». E’ la dichiarazione a caldo di Roberto, militare pugliese, familiari a Bitonto. Pare abbia riportato ferite lievi. Un braccio fasciato, racconta. «Qualche istante dopo l’esplosione mi sono accorto che avevo sangue a una mano, niente di preoccupante; quanto preoccupa, invece, è la situazione della popolazione libanese; noi, in qualche modo, l’abbiamo vissuta, ma siamo stati davvero fortunati, mentre tante altre persone non ce l’hanno fatta».

Era una normale giornata di lavoro, Roberto, caporalmaggiore, e i colleghi operavano nella massima serenità. «Purtroppo è arrivata questa esplosione, inaspettata e improvvisa – riprende – siamo stati fortunati, ma siamo stati anche bravi nel restare uniti e lucidi nell’affrontare l’accaduto». Nessuno si aspettava che dopo quella cortina di fumo,  sarebbero seguite due forti esplosioni che avrebbero raso al suolo la città.

«Soccorsi tempestivi, rispetto all’impraticabilità delle strade, poi, da italiano, un sospiro di sollievo misto a orgoglio: vedere arrivare la colonna del contingente italiano Unifil che prestava soccorso alle vittime e assistere all’alba una volta rientrati alla base, momento che ha segnato l’inizio di un nuovo giorno». Con la speranza che sia anche l’alba di una rinascita.

«Mi volevano i Genesis…»

Bernardo Lanzetti, cantante della PFM, videointervista esclusiva

«Me lo confessò Steve Hackett, una sera…». Icona degli Anni 70 e 80, prima con Acqua Fragile poi con la Premiata Forneria Marconi e una carriera solistica di successo. «Dal lockdown è nato il mio ultimo album: canto con David Jackson dei Van der Graaf, David Cross dei King Crimson e Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Ci sarà da divertirsi». E il passato. «Godevamo di grande considerazione all’estero, oggi non è più così, purtroppo. Meglio i Beatles che…»

Voce storica del rock italiano, prima con Acqua Fragile, poi con la Premiata Forneria Marconi, per tutti PFM. Album che hanno fatto la storia del rock italiano e internazionale e del gruppo più amato dalla metà degli Anni 70 in poi: Chocolate Kings, Jet Lag e Passpartù.

Che periodo è stato quel periodo?

«Magico, la musica era importante e quella prodotta in Italia aveva autorevoli riconoscimenti all’estero che, nel tempo, purtroppo non ha più avuto».

Uno dei tuoi ispiratori, Demetrio Stratos degli Area, autore fra l’altro dello sperimentale “Cantare la voce”. Anche tu, in quanto a “maestro della voce”, non sei da meno.

«Sono un totale autodidatta. Credo che un cantante per imparare debba sapere ascoltare altri cantanti, più bravi possibilmente, in grado di insegnarti sempre qualcosa».

Che effetto fa ritrovarsi a scrivere come fosse il primo giorno di scuola?

«Dischi o album che siano, video, concerti: sono solo un elemento della musica del tuo lavoro. Come fossero, insieme, un book fotografico; come per un attore, la foto non è l’istantanea del complesso lavoro di un interprete: allo stesso modo una canzone, pure interpretata magistralmente, è solo un documento di quel preciso momento».

Bernardo, quando ti riascolti…

«Ho un atteggiamento a volte compiaciuto, a volte critico. Mi spiego: quando riascolto delle mie cose mi dico “Cavoli, ma come avrò fatto ad ottenere quel risultato?”, altre volte “Accidenti, avrei potuto far meglio!”, perché evidentemente nel frattempo ti sei aggiornato. In studio, ecco il lavoro. E’ importante che ci sia qualcuno, oltre il vetro, che scelga per te le versioni, i passaggi migliori della canzone che stai interpretando. Per me è una cosa molto bella che in quel momento qualcuno ti incoraggi, ti sproni a migliorare certi aspetti di una canzone: “Questa parola, prova a “spingerla” meno…”, oppure “Quando arrivi a questa “a”, cerca di aprirla un po’ di più!”. E ancora, “Quella strofa buttala via, passa subito alla frase successiva!”. Ecco, a me piace sentire qualcuno che mi indichi la strada…».

Album con Acqua Fragile e PFM, poi da solista. Qual è stato il momento più importante nella tua carriera?

«Tanti, a cominciare dal debutto con Acqua Fragile, la mia prima volta in una sala di registrazione. La mia esperienza con la PFM: nel gruppo sono entrato appena tre giorni prima che entrassimo in studio a registrare “Chocolate Kings”: ho avuto pochissimo tempo per calarmi nel mio nuovo impegno; oppure quando ho realizzato un album di ricerca come “I sing the voice impossible”, i miei esperimenti vocali; oppure l’ultimo album dell’Acqua Fragile, il terzo: grande soddisfazione nel vedere che la critica mondiale, non solo quella italiana, abbia recepito l’operazione, che non era riproporre brani degli Anni 70, ma riprendere quel senso musicale e svilupparlo…».

Storia o leggenda, per dirla con le Orme: quando è andato via Peter Gabriel dai Genesis, è vero che il gruppo aveva una intenzione di chiamarti a sostituirlo?

«Di questa storia ne sono venuto a conoscenza tempo dopo. Ho avuto la fortuna di diventare amico di Steve Hackett dei Genesis. Un giorno ero ad un suo concerto, mi chiamò sul palco, per poi confessarmi – dichiarazioni riportate in una sua intervista rilasciata tre anni fa… – che il mio nome era saltato fuori in occasione dei saluti al gruppo da parte di Peter Gabriel. Evidentemente non se ne fece niente a causa di un conflitto di interessi: il manager contattato, Franco Mamone, era anche manager della PFM e lui, il consenso, non lo avrebbe mai dato… Comunque, Hackett questo episodio lo ha ricordato in una intervista tre anni fa».

Conservi un buon rapporto con il tuo passato?

«Alti e bassi, c’è stato un periodo in cui pensavo che la mia voce avesse “elementi di disturbo” per un certo pubblico, altre volte, al contrario, mi dicevo, invece, che questa era la mia strada ed era giusto che continuassi a fare quello che facevo: magari in salita, ma questo era il mio destino…».

Quanto era avanti la musica italiana a quei tempi e quanto è indietro, ora, quella attuale?

«Quando c’è una proposta, un contenuto musicale, strumentale, un arrangiamento, deve essere sempre bilanciato con quella che è la melodia vocale, un mix calibrato fra tutte queste componenti. Faccio un esempio: prendi un pezzo dei Beatles, vai da un ragazzo che studia la chitarra, gli dici di ascoltarlo ed eseguirlo: intanto non troverà difficoltà nell’apprezzarlo ed eseguirlo e, nello stesso tempo, ti ringrazierà perché ha imparato qualcosa di concreto. Viceversa, prendi un brano italiano e chiedi allo stesso ragazzo di impararlo: lo farà, ma a malavoglia e, alla fine, ti dirà che ha imparato un bel nulla».

Lanzetti ieri e oggi. Domani?

«Dunque, durante il lockdown ho sentito diversi messaggi a proposito della musica: prima del 2021, dicevano, niente musica; così mi sono dedicato alla ricerca, alla composizione. Una volta realizzato tutto questo, ho ricevuto proposte di vari lavori, dal vecchio materiale a quello appena realizzato: dunque, ho un album nuovo, appena completato con ospiti artisti internazionali, da David Jackson dei Van der Graaf a David Cross dei King Crimson, poi Tony Levin del gruppo di Peter Gabriel. Dunque, si è aperto un ventaglio di possibilità che oltre ad inorgoglirmi, mi metteranno in condizione di vederne delle belle…».

«Un porto sicuro»

Berenice, dominicana, l’Italia e un’attività e quindici dipendenti

Vince un premio come imprenditrice, rileva un negozio, riparte da zero. «Utili i consigli di mio marito, che mi ha detto di non abbattermi al primo contrattempo. Un’ordinanza, chiusura, ricorso e una prima vittoria. Poi il supermercato che riparte con successo e i miei ragazzi che si tengono stretto il posto di lavoro, come se avessero ormeggiato in un rifugio amico…»

«Bello il mio supermercato, il panificio: guardo il frutto del mio lavoro, gente che lavora con entusiasmo e penso da dove sono partita e la strada che ho compiuto, con l’aiuto di mio marito e quanti, oggi, collaborano alla crescita della mia piccola, operosa impresa», dice Berenice.. Giorni, settimane, mesi di incertezze, paure, fatiche. Fuggito da un Paese diventato inospitale, dalla fame, da una dittatura, da una guerra civile. Arrivi qui. E, una volta in Italia, invece di restare ai margini della società, ecco ribaltato il pensiero comune sui migranti. Una volta entrato nel tessuto sociale del nuovo Paese, ecco un primo successo. Non solo fai bene il tuo, ma lo migliori, crei perfino posti di lavoro. E’ la storia di Berenice, una ragazza arrivata in Italia una decina di anni fa, premiata con uno di quei riconoscimenti che pongono in vetrina quanti danno un contributo concreto alla crescita dell’Italia: il “MoneyGram Awards Italia”.

Berenice ha un grappolo di nomi. Per noi, in qualche modo quello italiano o italianizzato che sia, va più che bene. Nonostante il mito della regina, affascinante e con una chioma mitica, peschi nell’antico Egitto. Bene, Berenice, premesse più o meno leggere a parte, ci affascina per la sua storia. Una di quelle che tanto ci piacerebbe sbandierare a quanti dicono che gli stranieri, gli extracomunitari in particolare, alla ricerca di un lavoro, comunque una qualsiasi attività lecita rendersi utili a un Paese ospitale come il nostro, vengono in Italia solo per “sistemarsi”.

GRANDE IMPRESA…

Berenice, dominicana, tre anni fa ha vinto un premio, un riconoscimento riservato a quanti, non solo italiani, hanno saputo fare impresa. «Sono emozionata – aveva risposto nell’occasione – questo è un Paese che dà ospitalità ed è molto attento alle dinamiche del lavoro e, in questo caso, alle imprese». Non solo viene premiata, ma le assegnano il “riconoscimento dei riconoscimenti”. «Una soddisfazione doppia – racconta – per la quale mi sono anche scusata: non volevo essere così invadente, dare l’impressione a qualcuno che non solo avevo fatto il possibile per diventare imprenditrice, ma che avevo pure rastrellato un premio dietro l’altro, forse a discapito di colleghe che lo meritavano quanto me…».

Ecco, il premio, alla ragazza dominicana che ha creato una impresa e che dà lavoro a una quindicina di persone, non solo straniere, ma anche italiane e che, lasciatevi servire, le sono riconoscenti. Specie di questi tempi, quando la giovane donna di colore ha dovuto lottare contro un virus, il Covid, che ha messo in ginocchio un intero sistema economico. Il peggio sembra essere passato. Con le sue dichiarazioni proviamo a ripercorrere le tappe che l’hanno spinta in copertina.

«Arrivata in Italia nel 2012 – racconta – dalla Repubblica Dominicana, Paese nei Caraibi, avevo nel cuore una speranza: realizzare un piccolo sogno, un’attività tutta mia con la quale dare lavoro a un sacco di gente; non volevo creare una seconda fabbrica automobilistica, sia chiaro, ma sicuramente qualcosa che mi desse soddisfazione, possibilmente realizzando un progetto partendo dal niente, come lanciare un seme di una di quelle piantagioni che, poi, rappresentano uno dei sostegni del mio Paese, l’agricoltura».

L’importanza di avere un marito che in lei ripone massima fiducia. «Gli ho spiegato quali fossero le mie intenzioni – racconta – non c’è stato bisogno di raccontargli daccapo un progetto nel quale credevo fortemente: l’unica cosa che mi ha fatto capire, senza tanti giri di parole: se avevo fatto una scelta sarei dovuta andare avanti fino in fondo, a costo di incassare qualche delusione».

Comincia il suo lavoro, apre un’attività. «Con l’aiuto di mio marito ho rilevato un supermercato, insieme al quale c’era un panifico. La gente – ho subito pensato – troverà ogni risorsa alimentare, dal pane al latte, proseguendo con qualsiasi altra cosa per la casa; ero in pieno sogno, sulla carta le cose cominciavano ad andare bene, quando arriva la prima doccia gelata…».

ORDINANZA E “DOCCIA FREDDA”

Uno di quegli imprevisti dei quali le aveva fatto cenno suo marito. La “doccia gelata” è una carta bollata, un’ordinanza di chiusura. «Non per causa mia – puntualizza Berenice – alcuni lavori di cui necessitava il locale non erano stati completati dai titolari da cui avevo rilevato l’attività; non mi restava che seguire il consiglio di mio marito, mostrare i muscoli, non abbattermi al primo imprevisto, anche perché avevo ragione da vendere: faccio ricorso, la giustizia arriva in modo sollecito, in ballo un’attività e posti di lavoro. Viene impugnata l’ordinanza, mi assumo l’impegno di occuparmi dei lavori di cui supermercato e panifico avevano bisogno, e finalmente riapro».

Grande soddisfazione. «Una prima grande vittoria – spiega Berenice – intanto la legge italiana che ha riconosciuto la perfetta estraneità per quanto riguarda i lavori non completati, poi l’aver restituito serenità ai primi dipendenti che col passare del tempo sono diventati una quindicina; oggi guardo con soddisfazione il mio piccolo capolavoro, un’impresa nella quale ho fermamente creduto con l’aiuto di mio marito e con uno staff di collaboratori straordinari».

Sono riconoscenti, i ragazzi. «Molto – conclude – mi hanno emozionata con il loro affetto: mi hanno detto, inoltre, che oggi un posto di lavoro è bene tenerselo stretto e perché questo diventi il sostegno per una famiglia e, dunque un porto sicuro, bisogna metterci non solo il massimo dell’impegno, ma anche più…».

«Mediterraneo, mare di pace»

Mario Incudine, cantautore, attore, regista

«I migranti portano sulle nostre coste nuovi linguaggi musicali. La nuova musica popolare ha intercettato nuove ondate migratorie regalandoci meraviglie. La mia rivoluzione con un tamburello al posto della chitarra elettrica. Abbiamo studiato, imparato la tradizione, gli stilemi, la grammatica, e poi riscritto il canto siciliano. Magna Grecia, Taranto, la Sicilia…». La taranta nel racconto di un artista che in venti anni ha trasformato una platea di trenta persone in trentamila.

«I flussi migratori che arrivano sulle nostre coste ci portano la musica, nuovi linguaggi musicali, nuove sonorità; la nuova musica popolare di oggi è riuscita ad intercettare queste nuove ondate migratorie con le meraviglie che questa ci porta…».

Cantautore, attore, regista, musicista e autore di colonne sonore, Mario Incudine è uno dei personaggi più rappresentativi della nuova world music italiana. Suona chitarra, mandolino, mandola e tammorra, ha collaborato, fra gli altri, con Moni Ovadia, Peppe Servillo, Eugenio Bennato, Ambrogio Sparagna, Mario Venuti, Tosca, Antonella Ruggiero e Kaballà, duettato con Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Alessandro Haber e Francesco Di Giacomo del Banco del Mutuo Soccorso. Numerose le sue partecipazioni a programmi televisivi sulle reti Rai e Mediaset.

Incudine, la tradizione torna ad essere un fenomeno popolare.

«Tutto comincia nel ’97, ai concerti c’erano trenta persone, pochissimi giovani; adesso, ventitré anni dopo, ai miei concerti incontro ventimila, trentamila persone; il fenomeno della Notte della taranta, poi, ha avuto un ruolo centrale in questo e fatto in modo che tantissimi giovani si avvicinassero alla musica popolare e, allo stesso tempo, agli strumenti popolari; chi collabora con me, il maestro Antonio Vasta, uno dei più grandi virtuosi di zampogna, è un insegnante che ha numerosi allievi proprio fra i giovani, qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa».

La svolta, a un certo punto ha osato.

«Abbiamo modificato geneticamente il folk, rinnovandolo dal suo interno: prima abbiamo studiato, imparato la tradizione, gli stilemi, la grammatica, e poi riscritto la nuova musica popolare che canta siciliano, ma che suona con la musica del mondo. È la nuova world music che tiene conto delle stratificazioni culturali, quelle di ieri, ma soprattutto di oggi».

Quanto diamo, quanto apprendiamo da quanti arrivano sulle nostre coste?

«I flussi migratori, dicevo, e che arrivano sulle nostre coste portano musica, nuovi linguaggi musicali, nuove sonorità; questa è la nuova musica popolare che oggi è riuscita ad intercettare queste nuove ondate migratorie insieme con le quali sulle nostre rive arrivano cose delle quali non possiamo che meravigliarci…».

Cosa prendiamo, cosa diamo in cambio.

«Diamo l’humus, l’identità di un Mediterraneo da sempre culla di popoli e mare di pace: noi possediamo il sale, provate a pensare alla parola “isola”: “in salum”, “nel sale”, nel mare, nell’acqua, considerando che i latini indicavano mare e sale allo stesso modo, usavano un unico sostantivo; dunque, siamo nell’acqua, pieni di salsedine; i bambini nascono nel liquido amniotico, quelli siciliani nuotano nel liquido salmastro, come a dire che abbiamo nella nostra genetica il sale che ci rende particolarmente “saporiti”: diamo, insomma, questo sapore, una base di salinità importante, attraverso musica, parole, cultura: pensiamo, per esempio, a dove siamo adesso, Taranto, è Magna Grecia, lo stesso la Sicilia».

Dice “Viviamo di melopea”, cioè melodia, greca in questo caso.

«Viviamo anche nelle stesse parole dei latini, nel “cunto”; nei miei concerti propongo un misto, melopea greca e ictus percussivo latino, fra la tradizione del canto, alla “stisa”, e quella del canto “strofico”; dentro di noi c’è tutta questa letteratura; prendiamo il sapere ritmico dei popoli del Maghreb, la ritmica propria di quei popoli, i riti, l’esorcismo, la purificazione non solo dal morso della taranta, ma dell’uomo che attraverso la musica riesce a trascendere e a diventare altro, talmente di scopre diverso da se stesso. Ecco cosa prendiamo da quei popoli: una ritualità comune nei popoli del Mediterraneo con la quale, loro, quando arrivano da questo lato del mare, ci travolgono».

Lei è uno studioso, da giovane, fra le tante, a proposito degli inizi, si sarà posto una domanda, che risposta si è dato?

«Semplice. Quando si è scoperto tutto e non c’è più altro da scoprire, bisogna tornare indietro, andare alle radici, mi piace citare un ossimoro: “bisogna mettere radici nel futuro”, unico modo per sapere chi eravamo e dove andiamo. E i giovani, che hanno scoperto tutto, per sentirsi moderni, essere rivoluzionari, devono tornare indietro: chi è rivoluzionario ha il tamburello in mano, non più una chitarra elettrica».

Il motivo principale che l’ha spinta alla musica etnica.

«L’ho sentita come una missione: cantare in siciliano per salvare un’identità, ma soprattutto dare dignità a una terra».

Il richiamo più forte?

«Una frase di Ignazio Buttitta, grande poeta e filosofo siciliano: “Un populo diventa poviru e servu, quannu ci arrubbano a lingua addutata di patri: è perso pi sempri… mi n’addugno ora, mentri accordu la chitarra du dialetto ca perdi na corda lu jorno…”. Così la chitarra con cui suono ogni giorno la tengo ben stretta: un popolo che perde l’identità è un popolo cieco, muto e sordo».

 

«Togliti dalle scatole!»

Jamir, mulatto, scacciato mentre soccorreva una donna

Episodio di intolleranza. Ma scatta la solidarietà dell’intera città per il quindicenne attivatosi per prestare le prime cure alla malcapitata. Interviene la mamma sui social, il sindaco convoca il ragazzo in Comune. «Voglio stringergli la mano, se l’uomo ineducato non gli chiederà scusa, lo farò io stesso, anche a nome dei miei concittadini».

«Ma togliti dalle scatole e torna al tuo Paese!». Questo esercizio di stile è di un italiano, piccolo piccolo, una delle voci fuori dal coro, visto che la maggior parte dei nostri connazionali la pensa in altro modo. Anzi, quando può manifesta pure con tanto di striscioni sui quali scrivono «L’unica razza che conosco è quella umana». Jamir, quindici anni, quel senso di umano ce l’ha nel dna. E non perché è mulatto, ma perché mamma Katia, oltre ad avergli ripetuto dall’età di tre anni in poi che per lui – con un colore di pelle non simile a quello nostro, dove sarà poi tutta questa fortuna nel nascere bianchi, piuttosto che di un altro colore, mistero…  –  la strada sarebbe stata in salita, gli ha insegnato ad amare il prossimo, ad avere rispetto e ad essere tollerante, anche con quanti spesso lo hanno attaccato senza mai un motivo apparente.

Ma torniamo all’episodio che ha visto per protagonista il nostro Jamir. Non vogliamo nemmeno dire di che città o cittadina si tratta, non sarebbe giusto nei confronti della comunità che ha manifestato al nostro massima solidarietà, e del sindaco del piccolo centro cittadino, che lo ha invitato in Comune per stringergli la mano. Grazie, un gesto nobile.

I fatti. C’è una donna, dunque. Ha un giramento di testa, sta per cascare a terra, potrebbe battere rovinosamente il capo, riportare conseguenze gravi. Accasciarsi a peso morto può provocare danni seri. Jamir ha prontezza di spirito, si avvicina alla donna in difficoltà, la sostiene e l’accompagna in una posizione più comoda, distesa, in attesa che arrivino i primi soccorsi. Il giovanotto andrebbe ringraziato, invece, il solito idiota si fa riconoscere in un amen. «E levati, accidenti,  non vedi che non la lasci respirare? Anzi, fa’ una bella cosa, perché non te ne torni al tuo Paese?». Piccolo particolare, il Paese di Jamir è l’Italia, lui è un cittadino italiano. E anche se non lo fosse stato, invece di sperticarci in ringraziamenti per aver soccorso una donna in difficoltà, invece di stringergli la mano, gli indichiamo l’uscita? Ma qualcuno sarà anche un po’ matto. Per fortuna i matti sono sempre meno, anche se questi sono alla continua ricerca di un titolo, onorifico o sulla prima pagina di un giornale.

«VATTENE A CASA TUA!»

«Tornatene a casa!». Sono parole che ad un ragazzino di 15 anni fanno male. Italiano è italiano, ma ha la pelle mulatta, che sarà mai. Eppure non più tardi dell’altro giorno, Jamir si è sentito rivolgere questa frase mentre soccorreva una donna che si era appena sentita male.

E’ sera, sono quasi le otto. Davanti a un abr si è formato il solito capannello di gente. Una signora, di colpo, si è sentita male e il giovanotto che è a due passi da lei, in compagnia di un’amica. La blocca  al volo così da evitare alla donna di battere forte la testa sul marciapiedi. Jamir, mostra prontezza di spirito, invita qualcuno a chiamare i soccorsi, rincuora la donna, le dice che «è tutto sotto controllo!». Vero. «A scuola ho fatto un corso di primo intervento – spiegherà più tardi il quindicenne – mi sono  ricordato di quelle prime nozioni e mi sono dato da fare per aiutare la donna».

In tutta questa storia, interviene la mamma di Jamir. Si chiama Katia, manifesta il suo disappunto sui social. «Ha alzato le gambe alla malcapitata – spiega, dopo che il figliolo le ha spiegato l’episodio per filo e per segno – e quando la donna ha iniziato a riprendersi, le ha portato un bicchiere d’acqua». Ma della serie «non si può stare mai tranquilli» e «la mamma degli idioti è sempre incinta», come soleva ripetere Ennio Flaiano,  quando è arrivata l’ambulanza Jamir si è visto avvicinare da un uomo, un passante, che lo ha strattonato urlandogli a brutto muso di «togliersi di mezzo». «Sto solo provando a darle una mano», ha detto Jamir allo sconosciuto. E l’idiota. «Ma togliti dalle scatole – gli ha intimato ancora il passante – perché  non te ne torni al tuo Paese?».

Jamir, scosso, si allontana dalla donna che stava soccorrendo. «Frasi senza motivo – dice Katia, che non avrebbe mai voluto fare ricorso ai social per stigmatizzare l’episodio – che mio figlio non si sarebbe meritato nemmeno se fosse stato beccato a fare qualcosa di male, ma lui stava aiutando; anche la signora, quando si è sentita meglio, lo ha ringraziato».

«NON PERDONANO IL COLORE DELLA PELLE!»

La mamma di Jamir ha scritto un lungo post su Facebook, ha ricevuto centinaia di messaggi di solidarietà. «Mio figlio – ha scritto lasciando trasparire un certo sconforto – viene fermato per strada per essere controllato dalle Forze dell’ordine perché è mulatto», racconta la donna. «Dall’età di tre anni gli capitano episodi simili – prosegue – un giorno tornò a casa da scuola chiedendomi quale fosse, in realtà, la sua abitazione visto che qualcuno gli aveva detto di “tornare a casa sua”». «E sono anni che combatto per spiegargli che non c’è niente di diverso in lui e nella nostra famiglia». Non nasconde, Katia, che dal suo ragazzo si è spesso sentita chiedere: «Mamma perché non mi hai fatto bianco?». «Per una mamma – conclude la donna – è un colpo al cuore, come lo è spiegare al proprio figlio che dovrà fare attenzione doppia in tutto quello che fa; dovrà imparare a non rispondere, per non incappare in controlli: non voglio che Jamir si senta in difetto, soprattutto se, come in quest’ultimo caso, ha appena aiutato una persona in difficoltà».

Infine il sindaco. «Ho invitato Jamir in Comune nei prossimi giorni – dice il primo cittadino – voglio consegnargli un segno di ringraziamento per il gesto compiuto: è stato un comportamento da adolescente responsabile, e poi voglio porgergli le scuse a nome di tutta la città». Non dovesse chiedere scusa l’uomo che ha spinto il quindicenne mentre questi cercava di prestare aiuto alla donna malcapitata, ci penserà la città anche per lui. Parola di sindaco.

«Venite in Puglia!»

Toti e Tata, intervista esclusiva

Hanno interpretato spot e format in versione cartoon per promuovere il territorio. Raccontano le bellezze di una regione immensa e accogliente. Invogliano i pugliesi a «restarsene a casa!». Antonio Stornaiolo, «Restare qui, una scelta di vita». Emilio Solfrizzi, «Matto per la valle d’Itria, dai trulli alle masserie». «Accoglienti, non dimenticate, siamo stati i primi negli Anni Novanta ad aprire i porti all’ospitalità…». E i selfie da capire e da…ridere.  «E in realtà, nessuno sa fare a meno dell’altro…»

«Fare i cartoni animati ci impegna di meno, fisicamente, fosse per noi faremmo i cartoon a vita!». Toti e Tata, al secolo Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo, hanno prestato il loro volto all’ultima campagna promozionale della nostra regione. I due volti più celebri della comicità pugliese prestano le loro espressioni a una sigla e, in realtà, un vero format in programma ovunque fino al prossimo 15 agosto.

Puglia, promossa. Esami superati brillantemente. Pensate di aver fatto tutto, invece l’attività di cartoon vi mancava.

«E’ la sigla un format dedicato ai pugliesi – dice Stornaiolo – che quest’estate per vicissitudini varie, non potranno andare fuori regione: a questi consigliamo di restare qui, perché la nostra terra è ricca di attrattive; dunque, cari corregionali, le ferie fatele a casa, perché alla Puglia non manca nulla. Poi ci piace strizzare l’occhio agli stranieri a superare l’Ofanto e venire da noi, la regione è lunga, c’è spazio per tutti nel rispetto delle distanze di sicurezza».

Dovessi indicare tre cose della Puglia, non necessariamente nell’ordine di preferenza, per cui vale la pena venire qui?

«Mi permetto di parlare anche a nome di Emilio – dice Antonio – a cui piace immensamente la Valle d’Itria, il suo tramonto, i trulli e le masserie in controluce, lo fanno letteralmente ammattire di gioia: anche io propongo per prima, la Valle d’Itria; poi con tutti i chilometri di costa che abbiamo, sicuramente il mare, fra i più puliti d’Italia; infine, sarà che è un luogo comune, l’enogastronomia. Chi vive in Puglia sa di cosa parlo, chi viene viaggio di piacere torna a casa carico di meraviglie e di qualche chiletto in più, resistere alla bontà e ai sapori genuini della nostra cucina, è impossibile».

Napoletano di nascita e barese d’adozione Antonio, barese al cento per cento, ma per lavoro scelto Roma. Ci sarà un motivo perché hai scelto di restare, anche a dispetto dei santi.

«Sono arrivato in Puglia, che avevo cinque anni: devo tanto, se non tutto alla Puglia, e pur essendo tirrenico nello spirito, sento di essere adriatico nell’animo; sono convinto che le potenzialità di questa terra non siano del tutto state espresse: si mangia bene, l’abbiamo detto, abbiamo 290 giorni all’anno di sole; siamo un popolo accogliente e lo abbiamo dimostrato a partire dagli Anni 90, quando siamo stati i primi ad aprire i porti, senza remore. Abbiamo tutto dalla nostra parte, anche se qualcosa ancora non gira del tutto, ma è uno step che prima o poi arriveremo a compiere: è l’industrializzazione che ci portiamo dietro da decenni e che spesso crea problemi ad una città, Taranto, che ritengo sia un paradiso in terra e che abbia condizioni e strumenti per riposizionarsi come uno dei principali attrattori “non solo pugliesi”; dobbiamo prendere coscienza delle buone pratiche, smarcarci da un’idea in qualche modo borbonica, pensando che la cosa pubblica sia del “re” e, invece, è nostra, però ancora due, tre piccole correzioni e diventiamo insuperabili».

Rai, Mediaset, il cinema. Quando lavori non vedi l’ora di tornare a casa, in serata stessa. E’ stato un limite o un pregio?

«Vero – sorride Stornaiolo – registravo le puntate del programma con l’Immenso Foggiano (Renzo Arbore, ndc) e tornavo subito a casa; adoro la famiglia, la vita di quartiere, mi manca perfino Paki, il mio cane… Non sono mai stato profondamente attratto dalle luci del varietà: preferisco vivere nella penombra, tranquillo, lavorare il giusto per campare piuttosto che passare a osservare dati d’ascolto o incassi al cinema, farmi fermare per strada per un autografo o un selfie. Sto bene così. Qualcuno potrebbe eccepire: grazie, non ti è capitata l’occasione, è comodo giustificarsi in questo modo. Sincerità per sincerità, qualcosina mi è capitata, però il successo non l’ho vissuto come un traguardo; il mio traguardo è avere a disposizione il tempo da dedicarmi e fare solo quello che mi piace».

L’ultimo selfie in ordine di tempo?

«Ne racconto due. Il primo con Emilio, lo abbiamo però rifiutato educatamente, per evitare che senza mascherine e senza il distanziamento necessario, la posa fosse strumentalizzata: ai tempi dei social devi pensare anche questo; noi, io ed Emilio, che ai tempi, a cena, dopo una spettacolo, ci alzavamo da tavola anche dieci volte: ci spiace se il rifiuto a questo signore con bambino appresso, possa essere stato confuso  con un atteggiamento snob. Altro selfie, questo per dire la disponibilità: ero in giro con Paki, aveva appena depositato un bisognino che stavo raccogliendo com’è giusto che sia, quando un signore senza porre tempo in mezzo ha scattato una foto, piegato insieme a me, che dire: contento lui…».

Emilio e la Puglia, Antonio?

«Quando ne parliamo ad Emilio vengono i lucciconi – spiega – nonostante sia un grande attore, bene, questo sentimento di nostalgia non riesce a mascherarlo; così quando ci è arrivata questa proposta, non ci ha pensato su due volte, “Facciamola!”, mi ha detto. Oggi, grazie al Cielo, siamo sommersi di foto e video, siamo diventati una piccola comunità, che InchiostrodiPuglia programma; un “grazie” anche ad Annamaria Ferretti, che nella vita fa tutt’altro, ma che ho costretto a darci una mano: siamo una bella squadra, non c’è che dire…».

Per concludere. Cosa resta di una esperienza irripetibile come Toti e Tata?

«Resta tutto, anni importanti della nostra carriera, uno dei periodi importanti della nostra vita. Non rinneghiamo neppure una virgola, anzi, ancora oggi è vivo il ricordo di un’epoca in cui si coltivavano sogni e progetti».

Quante volte avete provato, tu ed Emilio, a convincervi a compiere un passo avanti o uno indietro e ritrovarvi a Roma, piuttosto che a Bari?

«Abbiamo due temperamenti diversi. Emilio un giorno disse “Voglio diventare un attore, non so se più Robert De Niro o Al Pacino… tu, Antonio, vieni a Roma con me e vediamo che succede?”. Io gli risposi, “No, grazie, come se avessi accettato…”, voglio restare a casa, con mamma, con la mia famiglia…».

E lui?

«“Anto’, allora io vado…”, e io: allora, vai, “quand’è” poi torni. E, in realtà, fra i mille impegni, è tornato; da cosa nasce cosa, abbiamo realizzato tre diversi lavori insieme, poi quest’ultimo progetto: in realtà, nessuno può fare a meno dell’altro. Però bene così, Emilio ha fatto una grande carriera, e io ho avuto la soddisfazione di aver campato sereno, tranquillo, cosa c’è di meglio della Puglia…».

«La libertà in due bracciate»

Butterfly, ali da farfalla, racconta la sua storia olimpionica

Siriana, ventidue anni, lascia il suo Paese insieme con la sorella. Primo tentativo di fuga, infranto. Il secondo andrebbe meglio, se non fosse che il gommone fa acqua. Giù in mare, per tre ore trascina la “bagnarola” in salvo. Partecipa alla manifestazione dei “cinque cerchi”, la raggiunge il resto della famiglia.

«Eravamo in venti su un gommone, così piccolo che uno scricciolo come me, disteso per lungo, stava stretto, sacrificato: figurarsi tutti insieme; non potevamo farcela, ma la paura di essere intercettati e tornare in un porto turco come era già accaduto, ma anche in un altro Stato, ci mise le ali…». Per un attimo fermiamoci a questa porzione di racconto. Riprenderemo a breve, dalla stessa scena. Dalle stesse paure e dalle stesse emozioni.

Butterfly, ribattezzata così da connazionali e compagni di squadra, racconta la sua storia un po’ per volta. A lieto fine, anche questa. Le cerchiamo, le intercettiamo, ci documentiamo, queste storie finalmente belle. Ce le confermano colleghi cronisti, sportivi o di cronaca, esteri o qualcosa di simile, che queste avventure le hanno documentate. La ragazza di ventidue anni, fuggita dalla Siria, Asia occidentale, insieme con la sorella più grande Sarah, anche lei esperta nuotatrice, passa anche attraverso i nostri lidi.

«Il tempo di ammirarli in lontananza – dice – capisci che la terraferma è lì, che quella è la punta dell’Europa, arrivarci è il nostro sogno». Pensare che il solo mettere piede sul suolo europeo per poi proseguire il viaggio della speranza, oppure sbarcare in un’isola greca, per vedere come la vicenda può evolversi, sia un sogno, è qualcosa di impensabile.

E Butterfly, per via del suo modo di nuotare, simile a una farfalla, ammette che quello è già un sogno. «Disposta a cominciare, non ancora maggiorenne, da zero – sogna, appunto – per gettarmi alle spalle a generose bracciate una sofferenza che, ad essere buoni, dura da decenni: guerre continue per affermare potere e territori…».

Butterfly, un sogno. «Quello che una prima volta si infrange sul muso di una motovedetta turca, che ci intercetta e riconduce in porto: così il sogno si fa incubo! Io e Sarah non ci arrendiamo tanto facilmente, non vediamo altre strade per darci un futuro che sia lontano da colpi di arma da fuoco, stato d’allarme, lotte politiche in un Paese che ha continue emorragie».

BUTTERFLY, COME MADAMA…

Intanto, le due sorelle tornano indietro, sotto scorta. Non è finita. Come in tutte le gare, la ragazza cui hanno attribuito il nome della “Madama” di un’opera di Puccini, sa che dietro l’angolo c’è sempre una rivincita. Lo dice anche il suo tecnico, un allenatore che l’aiuterà ad alleggerirsi dei suoi pensieri e volare a pelo d’acqua.

«Prima dei salti di gioia – ricorda la ragazza siriana – la paura, tanta, per esempio il ritorno in Turchia, il Paese nel quale eravamo entrate io e Sarah, provando a fare da apripista ai nostri genitori e la terza sorellina, rimasta in patria con loro, passando per il Libano». Le intercettano, accidenti. «Quando vedi un’imbarcazione in lontananza – ricorda – comincia a batterti forte il cuore, un flash insegue l’altro: saranno amici o nemici, il pensiero alterno; non mi riconosco grande fortuna, tanto che quella motovedetta è turca: si accostano, ordinano senza mezze misure di seguirli; ci tengono d’occhio, sorridono fra loro, gli sguardi severi li riservano solo a noi che, eppure, al loro Paese non abbiamo dichiarato guerra. Ma è così che va il mondo: l’ho scoperto subito, a mie spese…».

Butterfly e Sarah, sorelle per la pelle, non si danno per vinte. «Dovevamo trovare un altro scafista – riprende – disposto a non chiederci cifre da capogiro e ad accompagnarci nella sponda di fronte, una delle isole del Mar Egeo, poi una volta lì avremmo trovato una seconda strada. Quello scafista che qualcuno ha contattato, in realtà non ha uno scafo veloce con il quale coprire quella distanza, da un porto all’altro: ha solo tanta buona volontà e incoscienza».

Quando arrivano nel porto alle prime luci dell’alba, quelle venti persone in fila e con bagaglio a mano, si imbattono in un canotto, più vicino alla grandezza di un salvagente, che non di un gommone. «Tutti si guardano in faccia, qualcuno vorrebbe rinunciare, troppo pericoloso: prendere il mare aperto con quell’“affare” è un’impresa, ma circola voce – che sia il padrone di quell’“arnese” che dà subito l’idea di fare acqua, o di uno dei possibili passeggeri a metterla in giro, è tutto da verificare – che il tempo per le ore a seguire sarà clemente, dunque, nessuna pioggia in arrivo e niente mare agitato: resta il fatto che venti lì dentro non possono starci, è contro ogni legge fisica…».

UN CORPO IMMERSO NELL’ACQUA…

In effetti, un corpo immerso nell’acqua dà grattacapi, figurarsi venti. «Ci siamo guardati fra noi – ricorda Butterfly – e atteso che uno, il più incosciente o coraggioso, a quel punto faceva lo stesso, compisse il primo passo verso quella bagnarola: tutti dentro, in piedi, niente posti a sedere, si parte!».

Torniamo al punto di partenza, una storia che rischia di fare acqua, nonostante Butterfly e la sorella Sarah, ce la mettano tutta. «Troppe venti persone per quei due, tre metri quadrati, ma proviamo a prendere il largo, direzione una delle isole greche nell’Egeo: le vediamo in lontananza, non cantiamo vittoria, proviamo ad essere scaramantiche, ci era accaduto nel viaggio precedente non appena in lontananza avevamo visto la prima costa…». Ma il pericolo stavolta non arriva da una motovedetta, da una nave ostile, giunge da quella stessa “bagnarola”: si spegne il motore e rischia di imbarcare acqua. E’ il momento di spiegare le ali. «Mi sono lanciata in mare con mia sorella e un’altra ragazza, insieme abbiamo nuotato per tre ore tirando quel gommone, che poi gommone non era, fino a quando dopo ore di interminabili bracciate non siamo arrivate a destinazione: eravamo in Grecia…».

Basterebbe questo per parlare di storia a lieto fine. Il più è fatto, la rotta balcanica, il viaggio infinito, a piedi e in treno, passando attraverso Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria e, infine, Germania, Paese nel quale le due sorelle ottengono lo status di rifugiate. Prima della guerra, quella ragazza che al posto delle braccia aveva due ali, aveva rappresentato la Siria ai Campionati mondiali di nuoto in vasca corta 2012, in Turchia. Stavolta, partecipa ai 100 metri “farfalla” femminili, supera la prima fase. E tutto quello che per anni l’aveva mortificata.

«Ricomincio dal jazz»

Nino Buonocore, concerto nell’Arena della Villa Peripato

Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Gianluca Podio. Quattrocento spettatori, rispettate le norme sul distanziamento sociale. «Il mio coautore, Michele De Vitis, è tarantino, mi ha chiesto di salutarvi. La mia musica è stata sempre vicina a sfumature raffinate. Oggi faccio quello che mi va, Sanremo ha ribaltato il principio di canzone…». Intervista esclusiva.

«Qualcuno, magari, non lo sa, ma l’autore dei miei testi è un tarantino: Michele De Vitis. Bene, oggi l’ho sentito al telefono e mi ha pregato di rivolgervi un saluto, soprattutto dirvi che, nonostante viva a Roma da tanti anni, la “sua” Taranto la porta sempre nel cuore!».

Nino Buonocore, prima di cantare nell’Arena della Villa Peripato, ospite del Magna Grecia Festival, si concede ad una intervista esclusiva (sul nostro sito anche il breve “corpo a corpo” in versione-video) al canale youtube di Costruiamo Insieme. Schietto, sincero, come sempre, un piacere scambiare due battute con il popolare cantautore napoletano.

Dunque, partiamo dal suo concerto, dai saluti dell’autore dei testi di numerosi successi, Michele De Vitis appunto. Autore, in particolare, di quelli firmati con Nino, nel corso di oltre trent’anni e con il quale è entrato in perfetta sintonia. E’ un bel successo, anche di pubblico.

Considerando le restrizioni dovute al Cvid-19 e il distanziamento obbligatorio (è notizia di questi giorni, per i prossimi eventi in programma, secondo l’ultimo Dpcm, le platee potranno accogliere un maggior numero di presenze), nell’Arena sono presenti quattrocento spettatori. Breve introduzione al concerto. Applausi a scena aperta per brani inossidabili che hanno spesso invogliato il pubblico a cantare insieme con il protagonista della serata, che non ha risparmiato il bis. Fra i brani, “Rosanna”, “A chi tutto e a chi niente”, “I treni d’agosto”, “Così distratti” e, naturalmente “Scrivimi”. Infine, un piccolo omaggio al pubblico tarantino, l’inedita “L’amore è nudo”.

Nino Buonocore con l’Orchestra della Magna Grecia. A proposito, parola di Buonocore…

«Ho suonato di recente con la London Simphony e, vi assicuro, non è una sviolinata, per restare in tema: l’Orchestra della Magna Grecia non è da meno, anzi…». Applausi anche per il maestro Gianluca Podio, dieci anni insieme con Ennio Morricone, e il pianista Antonio Fresa, artista che lo scorso anno a Taranto era stato ospite del Lokomotive Jazz Festival.Buonocore 1Arrangiamenti jazz e orchestra. La buttiamo lì, galeotto fu l’incontro con Chet Baker?

«Non direi, la mia scrittura – ma questo è il mio punto di vista – è stata sempre molto vicina a questo mondo musicale, tanto che credo si possa accostare a una tessitura jazzistica; diciamo che uno spettacolo così e di queste dimensioni era il mio sogno nel cassetto, anche perché spesso ripeto che le fasi artistiche si dividono sicuramente in tre periodi: il primo, quando sei giovane, vuoi “scassare” tutte cose, cominci dal rock, un genere aggressivo; seconda fase, quella dello studio, cominci a moderare certi aspetti e pensare a un tuo linguaggio e al come rivolgerti al pubblico; terzo periodo, il più bello: ti senti libero da costrizioni e condizionamenti, fai praticamente solo quello che ti passa per la testa, e io voglio farmi trascinare da qualsiasi cosa mi vada di fare…».

Allora, che effetto le fa quando le chiedono successi come “Scrivimi”, “Rosanna”, “Una canzone d’amore”?

«Mai rinnegato le canzoni, i successi, che sono poi gli strumenti che, oggi, mi permettono di scegliere liberamente cosa fare: continuare su quella strada, pop anche se raffinato, oppure sterzare verso altri sentirei, il jazz per esempio; forse oggi quelle canzoni le scriverei diversamente, ma come faccio a rinnegare capitoli che hanno contribuito alla mia crescita, oppure, per dirla tutta, a rimediare ad eventuali errori che ho inavvertitamente commesso? Non ho la macchina del tempo, dunque va bene così, pertanto lunga vita a “Scrivimi”, “Rosanna” e le altre…».

Colgo la palla al balzo, ci dica quali errori sente di aver commesso, il giovane Buonocore?

«Per esempio – non si nasconde dietro una battuta, Buonocore, anzi, si apre – che il Festival di Sanremo fosse un punto d’arrivo, e invece non è nemmeno un punto di partenza: è una trasmissione televisiva e basta. Per dirla tutta, una kermesse, uno show come un altro, dove la canzone – che invece dovrebbe essere protagonista – viene messa all’angolo, perdendo quello che dovrebbe essere il ruolo principale di una manifestazione che non a caso è considerata “Festival della canzone italiana”: la musica non chiede di essere spettacolarizzata, è uno spettacolo a sé stante, anche chitarra e voce…».Buonocore 2 copiaCome e quanto è intervenuto, allora, in chiave jazz nelle sue canzoni?

«Non molto, la scrittura è assimilabile, è stato un percorso quasi naturale, anche grazie ai musicisti che hanno quella cultura e che mi hanno affiancato in questo progetto; credo sia stato un processo naturale, un lavoro già semplificato».

Ma, insistiamo, Chet Baker, un supergruppo con l’indimenticato Rino Zurzolo?

«Il passaggio allo stadio jazz è arrivato in modo naturale, anche se mi sono tornati utili certi passaggi, per così dire pop; premesso che tengo alla mia integrità di pensiero, non certamente statica – quella appartiene agli sciocchi – volevo però mantenere le ragioni che mi hanno avvicinato alla musica, cosa che ho sempre tutelato; mai imposizioni, solo felici incontri; esperienze diverse senz’altro, anche se credo di avere preso, ma anche di avere dato negli incontri con i musicisti con i quali mi sono relazionato in tutti questi anni».

Non le manca il profumo dello studio, chiudersi in sala di registrazione per scrivere e realizzare album?

«Lo studio mi sta molto stretto – conclude Buonocore – io che fra quelle quattro mura ci ho vissuto a lungo: io che ho cominciato a diciotto anni, mi sono stancato della musica autoreferenziale, oggi in qualche modo voglio dare, lanciare – se vogliamo – un boomerang perché mi faccia comprendere come questo mio modo di intendere la musica, possa tornarmi indietro…».

«Sosteniamo il turismo culturale»

Eva degl’Innocenti, direttrice del MArTà, riparte da uno degli attrattori del territorio

«E’ la strada per riprendersi dopo il lockdown. Invogliamo il turismo a visitare le bellezze custodite nel Museo Archeologico Nazionale. Il dopo-confinamento ha attivato progetti mai realizzati finora. Tariffe e abbonamenti con formule promozionali. Francesi e tedeschi i più interessati ai beni archeologici»

Taranto si riprende a grandi falcate. Sempre nella massima prudenza, ma con un certo ottimismo alla ripresa dopo il periodo di confinamento a causa del Covid-19. Ci sono note positive per il turismo balneare e quello enogastronomico, ma anche per quello culturale. Uno dei più importanti attrattori culturali cittadini è il MArTà, il Museo archeologico nazionale diretto dalla dottoressa Eva degl’Innocenti. Cominciamo dalla fine. Dalla ripresa delle attività e, dunque, delle visite al Museo archeologico nazionale.

«Anche durante il lockdown abbiamo sempre mantenuto un rapporto continuo con i nostri visitatori, nel frattempo diventati visitatori virtuali; alla sua riapertura il Museo si è presentato con una programmazione culturale e didattica che ha suscitato interesse registrando un’adesione per certi versi inattesa”.

Il tour virtuale in cosa consisteva?

«Abbiamo creato una programmazione, il MartaVisione: tutti i giorni eravamo nelle case di chiunque fosse interessato al Museo attraverso i nostri social, Youtube, Facebook, Instagram; tour virtuali con video a cura del nostro personale; abbiamo svelato le fasi del nostro lavoro, una sorta di “dietro le quinte”, che il pubblico ha potuto osservare in poche occasioni».EVA - 1Sta riportando alla luce altri tesori custoditi dal MArTà.

«Stiamo cercando di offrire programmazioni diverse per fascia di pubblico. I bambini, per esempio, hanno avuto la loro parte di contenuti attraverso un linguaggio appropriato e, soprattutto, giochi, indovinelli; abbiamo colto l’occasione per lanciare il concorso “Crea la mascotte del MArTà”, che ha riscosso grande successo: siamo stati piacevolmente inondati da una risposta considerevole del territorio, centinaia e centinaia di disegni molto belli: a tempo debito sveleremo il nome del vincitore…».

Lockdown, un periodaccio, durante il quale ha fatto squadra con i suoi collaboratori.

«Con l’intero staff abbiamo dato vita a un importante lavoro. Non ci siamo mai fermati; detto che il Museo ha una vigilanza H24, i curatori hanno assicurato rotazioni, il personale ha lavorato in smart-working; abbiamo creato presìdi di sicurezza per tenere sotto stretto controllo i reperti; ogni giorno vengono misurate le temperature, controllati i depositi del Museo e tutto ciò che riguarda la sicurezza dell’edificio, le manutenzioni; ci siamo dedicati con grande attenzione a tutte queste attività, anche approfittando dell’assenza del pubblico per curare, per esempio, tutta la manutenzione e la cura delle collezioni; dedicarsi alla pulitura dei reperti contenuti nelle vetrine, dunque a quelle attività che richiedono tempo e massima sicurezza».
Quanto le è dispiaciuto il blocco di un trend positivo che stava registrando una costante crescita di pubblico e gradimento?

«Quando ha assunto lo status di autonomia speciale, dunque prima del lockdown, il Mueo aveva registrato un incremento di visitatori fra il 40 e 50%, con un 80% in più di introiti; numeri molto positivi: fossimo un’azienda privata staremmo a festeggiare un trend con una crescita esponenziale; sottolineo con orgoglio l’aumento dei visitatori tarantini che hanno cominciato o ripreso a frequentare il Museo; ma non misurerei le performance con i numeri, ma con tutte le attività e i progetti che abbiamo creato insieme con il territorio. E’ evidente che oggi ci troviamo in una situazione diversa, la flessione di numeri si registra in tutta Italia, in quanto il nostro è un comparto legato al turismo: lo stop ha creato anche un blocco psicologico, ma abbiamo voluto vedere il bicchiere mezzo pieno: è cambiato il paradigma dell’immaginario nei confronti del Museo, sono finite le visite mordi e fuggi, soprattutto quelle che interessavano un turismo di massa assolutamente negativo, che è tutt’altro che un valore aggiunto. Sono fiorentina, conosco quali disastri questo possa provocare. Quindi, se da un lato abbiamo avuto una flessione dei visitatori dovuta al contingentamento, io ho visto questo momento in modo positivo, considerando che il rapporto con l’opera ci permette di offrire al visitatore qualcosa di più empatico, relazionale».MARTA 1 - 1Insomma, ha fatto di necessità virtù.

«Abbiamo utilizzato questo momento, laddove il decremento del pubblico poteva sembrare negativo, per realizzare, per esempio, la programmazione “Tesori mai visti”: tre giorni a settimana, più un giorno a settimana dedicato al pubblico “familiare”, abbiamo svelato attraverso la voce dello staff, personale tecnico-scientifico, reperti e tesori conservati fino a quel momento nei depositi, dunque totalmente inediti, mai esposti. Questo ha permesso allo staff un approfondimento scientifico e di ricerca e, al contempo, di proseguire nell’attività di educazione al patrimonio, riservata a un numero ristretto di visitatori osservando la massima sicurezza dell’opera. In tempi diversi, non avremmo potuto offrire questo tipo di lavoro, una cosa che è stata molto apprezzata. Questo ha incoraggiato l’adesione agli abbonamenti. Oggi, infatti, si può visitare il Museo a una tariffa più che promozionale, la chiamerei simbolica; dal “My MArTà”, agli abbonamenti “Family”, dalla coppia alla formula due adulti con minori, poi “Young” dai diciotto ai venticinque anni, infine “Forever young” per gli over 65, quella “Corpored”, stipulata con convenzioni con il mondo imprenditoriale a cui teniamo molto in quanto crediamo molto in una progettualità pubblico-privata».

Quali sono i turisti stranieri più interessati alle bellezze custodite dal MArTà?

«Quello più interessato, mediamente, è il pubblico francese, seguito da quello tedesco; gente molto colta e, soprattutto, molto interessata all’archeologia; il turismo culturale italiano è rappresentato da questa presenza significativa, Francia e Germania vantano una lunga tradizione di studi e fruizione dell’archeologia. Francesi e tedeschi, lo dicono i numeri espressi da altri siti pugliesi, non sono interessati al solo turismo balneare».

Se domani venissimo al Museo davanti a quali novità ci troveremmo?

«Intanto il nostro FabLab, nostro fiore all’occhiello: crea stampe in 3D dei nostri reperti; è in corso il progetto di digitalizzazione: 40mila opere open date, tanto che si potranno ammirare operatori e tecnici che lavorano alacremente, impegnati per i prossimi venti mesi a completamento del progetto; come detto, la visita dei nostri “Tesori mai visti”, per un pubblico di famiglie a cui teniamo in modo particolare; infine, un invito: il 12 luglio, con prenotazione obbligatoria sulla piattaforma, si potrà prendere parte a visite guidate per ammirare “I Capolavori del Museo”, occasione imperdibile».

«Fai del bene e dimentica»

AlBano a Taranto, intervista esclusiva

«Sono impegnato nel sociale, ma mi hanno insegnato a fare beneficenza in silenzio. In questa splendida città per ripartire. La pandemia ci ha messo in ginocchio, ma dobbiamo reagire. E’ stato un bel concerto, ringrazio il Comune e l’Orchestra. La mia querelle con Michael Jackson. Canto per non annoiarmi». Gossip, stampa, una carrambata e una telefonata quarant’anni fa.

 «Di beneficienza ne ho fatta, ma mi hanno insegnato che questa si fa senza farlo sapere a mari e monti!». Al Bano, un giorno in tv dalla sua Cellino San Marco, collegato con Mediaset e Rai, e lo stesso giorno, nel pomeriggio, a Taranto, per un concerto sulla Rotonda del Lungomare organizzato dal Comune di Taranto per celebrare la fine del “confinamento” imposto dal Covid.

Accompagnato dall’Orchestra della Magna Grecia, il popolare artista pugliese offrirà alcuni sprazzi di una carriera più che cinquantennale. Due battute, anche tre, con noi, considerando un’amicizia che risale a tempi non sospetti, dalla Baby Records di Freddy Naggiar, primi Anni 80, passando per Cgd, Warner e Sony Music. Durante la chiacchierata, approfitteremo anche per un colpo di scena e un argomento ancora oggi spinoso.

Ma l’approccio è con il sociale, il suo impegno. «Portai in tribunale Michael Jackson, a causa del plagio della mia canzone “I cigni di Balaka” – ricorda Al Bano – identica alla sua “Will you be there”: solo che la mia canzone era uscita cinque anni prima; sulle prime vinsi il ricorso, il Tribunale in Italia sospese la vendita del disco di Jackson: se la sentenza definitiva avesse confermato le mie ragioni avrei devoluto in beneficenza il risarcimento chiesto per plagio: era diventata una questione di principio, su questo non derogo, ho rispetto per gli altri, così mi piacerebbe che gli altri avessero lo stesso rispetto nei miei confronti».ALBANO COVER 3 - 1MICHAEL JACKSON IN TRIBUNALE

Lei non si era accorto del pezzo. «Sono abituato a scrivere – il punto di vista di Al Bano – e non ad ascoltare quello che fanno gli altri, cerco di essere il più originale possibile: certo ho una mia idea sulla musica, la melodia, che poi ha le radici nel melodramma italiano, da Puccini a Rossini; fu mio figlio Yari, in quel periodo negli Stati Uniti, ad avvisarmi: “Papà, senti la canzone di Michael Jackson, sembra la versione inglese dei “Cigni”!”, mi disse. Resto della mia convinzione, ci sono troppe similitudini fra le due canzoni, provate a sentire anche il testo…».

Al Bano, non si ricorderà, sono trascorsi poco meno di quarant’anni. Era il ’92, quando fece ricorso alla Pretura di Roma. Mi telefonò personalmente per ringraziarmi di un mio articolo pubblicato a proposito della querelle… «Non sottovalutare la mia memoria, certo che mi ricordo: non ho difficoltà, anche perché sei stato uno dei due, tre giornalisti che intanto hanno ascoltato la mia canzone – credo che molti tuoi colleghi non si siano nemmeno scomodati a fare il confronto fra i due brani in causa, mi sono andati contro a prescindere… – e hanno preso le mie difese circostanziando l’articolo con ipotesi condivisibili; voglio stupirti: parlava di musicisti che avevano lavorato ai miei dischi registrati in Germania e che, successivamente, avevano collaborato con Michael Jackson! E’ così? Risposta esatta, ho vinto qualcosa?».

Provo a stupirti io, ora, maestro. Da quanto non senti Giancarlo Lucariello, tuo produttore di un gioiello come “E’ la mia vita”.

«Non lo sento da tanto, piuttosto che fa ora Lucariello? Persona straordinaria, un vero signore, lui aveva prodotto Maurizio Fabrizio, che poi ha scritto fra le altre “Almeno tu nell’universo” per Mia Martini e “I migliori anni della nostra vita”, mica noccioline! Bene, Fabrizio aveva scritto per me una musica straordinaria e Giuseppe Marino un testo di identica bellezza: raccontava la mia esistenza e un dolore immenso; un brano per intensità paragonabile alla tradizione dei nostri grandi operisti dell’Ottocento: portai la canzone al Festival della canzone italiana, la giuria votò gli artisti in gara più che le canzoni: mi classificai settimo, ma credo che di quel Sanremo la gente ricordi più la mia performance che non i primi sei classificati…».

LUCARIELLO, GRANDE PRODUTTORE!

Al Bano, ci stupisce. Allora, oso una carrambata. «Maestro, Giancarlo Lucariello al cellulare!». Glielo passo. «Professo’…Ci voleva un tarantino per farti uscire dalla tana, come stai?», attacca il cantante. La conversazione è privata, prima di allontanarci di qualche metro raccogliamo solo l’accenno da parte del cantante al malore che lo portò al Santo Spirito durante un concerto di beneficenza alle porte del Vaticano. Quando si riavvicina, al cellulare sta facendo cenno al suo stato di forma. Evidentemente il produttore di Pooh, Bosé, Toquinho, Fogli, Alice, Togni, Giorgia, si è complimentato con Al Bano per il suo stato di forma. «Ho perso cinque chili, si sta meglio c… Ne perdo altri cinque e sto da dio!».

Al Bano fa le prove. Selfie a decine. Alla faccia degli snob, l’artista di Cellino ha sempre grande appeal. Non solo fa notizia, ma è il più ricercato per foto-ricordo. «Volevo fare le prove con l’orchestra – dice – vedere quanto potesse incidere ‘sto distanziamento a causa del coronavirus che ci sta distruggendo la vita: sono pienamente soddisfatto, dei maestri e dell’impianto sonoro, e se permettete anche della mia performance; ho provato tutte le canzoni di stasera, mica una sola; se sono arrivato a questa – “veneranda” si può dire? – età evidentemente dal punto di vista artistico non mi sono mai risparmiato. La pandemia stava demolendo alcune mie convinzioni in fatto di attività, che danno lavoro a decine di persone con famiglia: i ragazzi hanno reagito, io gli sto accanto, non li lascio».ALBANO COVER 2 - 1GOSSIP, PROVOCAZIONI A PALLA

A proposito, non ha un buon rapporto con il gossip. «Non è come un virus – argomenta Al Bano – ma fa danni incalcolabili: capisco che certa stampa deve lavorare, ma inventarsi un romanzo, sbatterti in prima pagina e riempire una rivista per una sola espressione del viso, scrivere di crisi, riappacificazioni, liti, separazioni, non è esagerato? Posso dire “E che palle!”? Non mi piacciono gli usi strumentali, le aggressioni fisiche, verbali, quando ti accerchiano, ti spingono, sollecitano una tua reazione: quello non va bene, magari sanno che io ho rispetto, ma quando mi provocano esplodo di rabbia e, allora, reagisco!».

Il gossip, diceva. «Le faccio un paio di esempi: la crisi del settore turistico, il parco di Cellino e le attività ad esso legate; non ho mai pensato di abbandonare dei lavoratori al proprio destino, del resto state parlando con un emigrante, uno che si è fatto in quattro, ha fatto mille sacrifici, il cameriere al mattino, il cantante la sera per inseguire un sogno: dunque, sono vicino ai ragazzi; altra cosa, la pensione: a domanda ho risposto, millecinquencento euro al mese, per uno che ha lavorato sessant’anni, girato il mondo almeno una decina di volte, fatto migliaia di serate e concerti, dunque rispettato la parte contributiva, può esclamare che rispetto a politici e altra gente dello spettacolo, ho una pensione quantomeno discutibile? Ci sarà un motivo se continuo a lavorare ancora oggi, no?».

Cosa farà, allora, da grande Al Bano? «Fino a quando testa e voce me lo consentiranno, proseguirò. La mia vita è stata sempre dinamica, se mi fermassi mi ammalerei di noia…»